David Borden, Steve Drews e Linda Fisher (sotto l'egida, l'influenza e la supervisione morale e tecnica di Robert Moog - inventore del sintetizzatore) licenziarono l'album originale nel 1973; nell'edizione del 1999 includono altre due tracce (Train e Easter), risalenti - come Cloudscape for Peggy - al 1970.
Il suono viene a situarsi sulla scia delle potenti suggestioni minimaliste di Steve Reich e Terry Riley, di pochi anni precedenti (specie nell'iniziale Ceres motion).
Sul disco c'è poco da aggiungere; basta ascoltarlo.
In linea generale (oserei dire: metafisica) mi piace, invece, azzardare questo: gli americani sono pionieri che amano lanciarsi sulle ali della tecnica: tanto più cresce la tecnica tanto più si estende il territorio delle loro scoperte; i tedeschi, al contrario, usano la tecnica per indagare se stessi; come popolo, anzitutto, e perciò quale parte peculiare di una più comprensiva interiorità europea.
L'elettronica americana si volge all'esterno, bulimica e seriale (nonostante i costanti riferimenti ai mantra orientali); quella germanica esplora l'inner space: non sono, forse, i bordoni di Klaus Schulze più un rendiconto dell'animo tedesco che una immersione nelle meraviglia del cosmo?
La giusta fortuna del disco è riposta senza dubbio nei ventidue minuti della composizione Blend, capolavoro-suite strumentale che inaugura l'opera; Blend è una sorta di raga orientale (suonato da un americano di New York!) in cui la musica, nella sua concrezione più alta, si svela per ciò che è, da sempre: una imitazione (ed evocazione) inconscia di ritmi e pulsioni ancestrali, stratificati in noi dopo centinaia di migliaia d'anni d'evoluzione biologica. Quando il ritmo degli strumenti (chitarre, percussioni) riesce a ripetere (e, quindi, a render manifesto) ciò che in noi dorme o pulsa sotterraneo da tempi immemori, ecco, abbiamo la musica nella sua forma più pura.
Una musica, in tale accezione, priva di qualsiasi caratteristica che la definisca come genere o come tratto distintivo d'una particolare cultura (o, peggio, d'una particolare nazione).
Quando ciò accade desideriamo che tale miracolo si protragga per sempre: venti trenta minuti, ore ... non interessa ... in tali frangenti siamo davvero uomini del mondo.
Le altre quattro tracce del disco sono più individuabili; vi è persino una fantasia dedotta dai Carmina Burana di Carl Orff: troppo facile.
E tuttavia quei ventidue minuti non possono ignorarsi: questa è la musica, questo il monumentum aere perennius, l'arte universale, indistruttibile.
* * * * *
Mi piace congetturare che i Doors di The end ascoltarono con profitto Blend.
Steppenwolf - Live 1970. Goldy McJohn, tastiere; Jerry Edmonton, batteria; John Kay, voce, chitarra; Larry Byrom, chitarra; Nick St. Nicholas, basso.
Fraternity of Man - Fraternity of Man (1968). Lawrence "Stash" Wagner, voce, chitarra; Elliot Ingber, chitarra; Warren Klein, chitarra, sitar; Martin Kibbee, basso; Richard Hayward, voce, batteria.
Holy Modal Rounders - The mooray eels eat The Holy Modal Rounders (1968). Steve Weber, voce, chitarra; Peter Stampfel, voce, banjo, violino; Richard Tyler, tastiere; Sam Shepard, percussioni.
Poiché non sono in gran vena e le Ostriche non mi hanno mai entusiasmato davvero, sono andato a leggermi qualche recensione qua e là. Di Webbaticy, Scaruffi, ad esempio; e mi son letto anche la pagina di Wikipedia. Chi non l'ha fatto? La pagina italiana di Wikipedia è sempre più scarna di quella inglese (e francese, spagnola, calmucca et cetera); molte volte è scritta in dispregio della sintassi o di qualsiasi eufonia e scorrevolezza; altre volte è semplicemente illeggibile: vi ristagna un tono generale, persistente come un lezzo non individuabile, di sciatteria. Ad ogni modo ognuna è vergata in un italiano medio-basso tuttora comprensibile ai più; e tanto basta. Alla sezione Wiki dedicata al gruppo si può leggere: "Il secondo album, Tyranny and mutation (1973), ottenne anch'esso un discreto successo, ma sarà il successivo Secret treaties, uscito nel 1974, a farli apprezzare anche dalla critica. L'album, che vanta la collaborazione di Patti Smith, amante del tastierista Allen Lanier e coautrice della canzone Career of evil, divenne dopo poco disco d'oro, grazie anche al singolo Astronomy, una delle canzoni più belle della band, e considerata talvolta la ballad più bella degli anni '70 ben più di Starway to heaven"(1).
Capito? Un detrattore del mito dei £ed Zeppe£in come me (si intenda: non proprio dei £ed Zeppe£in, ma sicuramente del mito dei £ed Zeppe£in, vedi Copy, paste and enjoy!) avrebbe dovuto accogliere tali righe con gioia sarcastica e invece ... no, non ci siamo ... le gerarchie anzitutto: Astronomy è inferiore a Stairway to heaven - e non si discute - così come Stairway to heaven è inferiore a Hairway to Steven (inferiore non all'album, ma all'idea spietata che i Butthole avevano della dolciastra Stairway to heaven).
Restaurata la reale scala di valori passiamo a discutere i due dischi; sono due dischi di hard rock anni Settanta, ben suonati, e sopra la media, ma dal tratto piuttosto ordinario e sempre in procinto di consegnarsi all'AOR (tradimento che avverrà colle successive operine).
Anche il classico Career of evil convince poco (e dell'aneddoto della Smith m'interessa zero: basta con tali ammicchi). I BOC, insomma, non hanno asperità o doppi fondi, nonostante il lato oscuro, per convinzione diffusa e ormai accettata, sia alla base della loro presunta fascinazione sonora.
Che dire? Naturalmente mi sbaglio.
(1) A tutt'oggi, 23 giugno 2015, sulla pagina Wiki italiana dei BOC c'è effettivamente scritto Starway to heaven.
Mi si chiedono i Doldrums? E io eseguo. Il disco, peraltro, è un capolavoro.
Jasun Martz, già con Zappa e Family East Band? Un altro capolavoro.
Olivier Messiaen? E chi è? dirà qualcuno. Un genio dell'avanguardia, rispondo. Una messa di Pentecoste per organo, straniata e perturbante. Da ascoltare prima di morire.
Con un click, insomma, porterete sul vostro PC tre meraviglie della musica altra. Mi piacerebbe corredare con brevi note questi dischi, come amavo fare un tempo, ma, oggi, giugno 2015, ho perso un po' di voglia.
Buon ascolto, comunque.
Doldrums - Acupuncture (1997). Justin Chearno, chitarra; Bill Kellum, chitarra, basso; Matt Kellum, batteria.
Mi fermo a parlare un po' con mio cugino, uno che conosco da quando è nato e con cui, in tempi felici, intrattenevo gare a chi pisciava più lontano. Ha sempre lavorato, da quando aveva quattordici, quindici anni. "Se viene l'Isis mi arruolo con tutte le scarpe. Subito". "Mmmm ... va bene ... ma così a tua moglie le tocca mettere il velo" gli dico. "E allora? Tanto i preti il lavoro loro non lo fanno più, meglio quello, no?". "Eh, se l'Isis esiste sul serio un pensiero ce lo faccio anch'io. Ci pigliano insieme" scherzo. Ma lui non scherza mica: "Almeno si crede a qualcosa. O no? Almeno credono a qualcosa. Ma questo ..."; e prende tempo agitando le mani ... " ... questo ...", come a dire: questo spappolamento generale, quest'oggi, questo schifo di situazione, "questo che è? Che rappresenta? Questo che è?".
Oggi, invece, attacco discorso con un ragazzo di fuori Roma. Ricoverato presso una clinica romana. Sta nel letto accanto a quello di mio padre. Lavora presso una notissima industria dolciaria italiana. Moglie, figlia, parenti. Normalissimo. Mi rivela d'essere un fervente mussoliniano. Io ribatto con un'altra rivelazione: "Qui vicino, a cento metri, c'è una villa degli anni Trenta. Mussolini la fece costruire per Claretta Petacci". Lui si illumina. Si arriva a parlare di politica. Fini lo disgusta, e così tutta la destra. Sul governo in carica sputa fiele. E poi: "Io sono molto cattolico. Tutta la famiglia. Cattolicissimi. Mia figlia va a scuola dalle suore, pensa un po' ... e però lo sai chi ha rovinato l'Italia?". "No", gli faccio, "chi?". "Il Papa. Il Papa. Con questa cosa dell'accoglienza. Ma cosa vuoi accogliere, cosa? E vengono, vengono ... ma vengono a far che? Ma che vengono a fare? Ha distrutto l'Italia. Tutti. Hanno distrutto l'Italia".
A fine giornata mi è presa la voglia di ascoltare musica storta. James Chance dei Contortions; Lydia Lunch, la puttana santa; i Red Transistor di Frankie Cavallo alias Von Lmo con un 7'' pre-no wave. New York, la più storta di tutte le città musicali.
Sull'Italia che dire? Un drago si agita sottopelle. Può succedere di tutto. Forse creperemo (è la soluzione più probabile vista la vigliaccheria italica) o forse no. Forse sì; o forse no.
Non ho nessun problema con i Cong, disse Mohammed Alì. Era il primo Alì, strafottente e gradasso, come solo gli uomini non addomesticati sanno essere; uomini a cui non hanno ancora reciso volontà e radici: africani, indios, pellirosse, terroni.
Essere un ribelle: fascinoso; cool; il rock è ribelle. Essere ribelli, i ribelli, insofferenti al potere. Uno stile di vita che affascina i ribelli per eccellenza, gli adolescenti, e anche i borghesi, perché no, invidiosi della carica eversiva dei giovani, assolutamente scandalosa poiché coincide con la sovversione fisica, biologica, trionfante e beffarda, dei corpi e della menti, liquide e pericolose.
Rebel without a cause, sì, nothung, non serviam, non ci avrete mai, no pasaran.
Ci sono ribelli e ribelli.
I ribelli alla moda si limitano a copiare e incollare l'anticonformismo, come quelli che vanno in giro con la maglietta di Che Guevara o Carlito Brigante. Ribelli da salotto e da tastiera. Una parte è sfilata a Roma l'altro giorno.
Ci sono i ribelli fuori tempo massimo, quelli che fanno fuoco e fiamme a babbo morto, i ribelli dei tempi facili: gl'incendi son domati, il cero dell'odio consunto sino alla bugia, e il potere, ormai, si occupa d'altro. Sono ribelli bibliotecari.
Ci son poi i ribelli veri. Quelli che rischiano la buccia e l'onore. L'esclusione dalla società, le pernacchie, gli sputazzi. Che si schierano quando la fucileria della maggioranza alla moda è in piena azione. Attenti! Il ribelle può avere torto! Non cercate necessariamente il lui la ragione e la ragionevolezza, ma solo la piena sincerità. Il vero ribelle, il ribelle qui e ora, sale in cattedra e di fronte alla platea che si aspetta una sviolinata, si mette a graffiare con le unghie la lavagna e proclama: no, non sono d'accordo, adesso, nella mia patria, davanti a voi e a tutti, nel mondo; sono sincero, non mi convincete, il mio non è forse coraggio, ma solo sventatezza e anima di bastian contrario, iattanza e delirio ... tutto quello che volete, ma questo non lo accetterò mai, ve lo dico, e basta.
Mohammed Ali disse questo, lo disse in piena guerra del Vietnam, e pagò. 25 maggio 1967: revoca della licenza e del titolo mondiale.
Lo disse nel 1967, non vent'anni dopo; e non fece neanche il passo a metà: son d'accordo, ma ... oppure: dico questo, ma, attenti, senza esagerare ...
Poteva fare questo, vendersi a metà, lucrare una rendita: soldi, onore e una vita tranquilla. Dopo vent'anni avrebbe potuto scrivere una bella biografia fasulla spacciandosi per quello che avrebbe voluto essere, e non era stato, per vigliaccheria. Avrebbe potuto farlo, ma non lo fece. Si giocò tutto e subito. Puntò sui cattivi, e perse.
Ma noi su cosa puntiamo?
Ditemelo voi. Le due fiches che vi rimangono su quale casella le gettate?
Ancora il quieto vivere?
Cosa dobbiamo fare? Sfilare contro Salvini?
Cosa dobbiamo dire? Che il cattivo è Berlusconi, Calderoli, Grillo?
Abbiamo il coraggio di affermare che gli sgherri dell'Unione bancaria e il crucco paralitico hanno fatto più morti di Priebke e Kappler? O che Obama è solo uno dei tanti sanguinari tiranni della storia? Avete il fegato di puntare su questo? O siete barboncini della rivoluzione?
Neanche le sette di mattina e già mi sento pesante e sfatto come dopo una prolungata orgia notturna, crudele e inutile; la luce del giorno, i prossimi accadimenti, gli altri, il mondo, sono già di troppo e gravano quasi insostenibili.
Il pastone si offre da subito, implacabile, nella consueta neolingua, sempre eguale a se stessa, fintamente pudica.
La prima pagina di un giornale, uno dei tanti:
Parla Obama: bombardamenti anche sulla Siria per stroncare l'ISIS.
Rock e nostalgia. L'album degli U2 gratis su iTunes.
Ferrari, l'addio di Montezemolo. Una liquidazione da 27 milioni.
La guida dell'Europa al partito del rigore. Sotto il segno della cancelliera.
Yara, 90 giorni dopo si riparte dal DNA.
In basso a destra la pubblicità di casa al solito libercolo: Rete padrona, il volto oscuro della rivoluzione digitale. Inevitabili il volto compiaciuto dell'autore e le migliaia di pioppi in fumo.
Una pagina interna:
I nuovi U2, viaggi e nostalgie rock: "Disco per un miliardo di orecchie".
La famiglia, l'Irlanda violenta: un diario personale di Bono.
Incastonato nell'articolo si comincia a capire il cuore dell'urgenza: Apple dice addio al vecchio iPod (sottinteso: compratevi quello nuovo, magari per ascoltare l'ultimo degli U2. Fortunelli! È gratis su iTunes!)
La didascalia alla foto è più illuminante: L'amministratore delegato di Apple, Tim Cook (53 anni) con il leader degli U2 Bono (54) alla presentazione dell'iPhone 6.
Alle loro spalle due residuati bellici: The Edge e l'altro che pesta sulla batteria. Et cetera et cetera.
A sinistra di tale rivelazione una paginata intera ci ricorda il DVD in offerta, Captain America: al centro s'impone la faccia da babbeo di Chris Evans; alle spalle, comprimaria, Scarlett Johansson più un ridicolo e monocolo Samuel Jackson (nella parte di Nick Fury, nientemeno).
Citato, ma non in effigie, Robert Redford, quello de I tre giorni del condor, Brubaker e Tutti gli uomini del presidente. Si sarà vergognato?
Nelle pagine di politica estera, invece, appare Capitan America in persona (meno bianco, ma altrettanto WASP) e già onusto di un Premio Nobel per la Pace assegnatogli da una psichedelica giuria norvegese. Stavolta il Capitano ci racconta che quelli dell'ISIS (omissis: da lui finanziati) sono degenerati, purtroppo, in birbantelli che bisogna vaporizzare senza scampo. Il succo del discorso presidenziale dell'11 settembre 2014: vi ricordate i cattivi dell'11 settembre 2001? Sono tornati! Sempre con gli stracci sulla testa e sempre più sanguinari: infatti tagliano la testa alla gente. Avete visto il video, no? Difendiamo l'Occidente e celebriamo i martiri delle Twin Towers et cetera et cetera.
L'Italia si accoda agli alleati volenterosi (Coalition of the willing) da subito, senza uno straccio di discussione.
Il corpo elettorale è flaccido; i tamburi tacciono.
Il fatto che l'agenda del democratico Premio Nobel coincida con quella del retrivo George W. Bush (Iraq, Siria, Iran) non pare sfiorare, infatti, i pacifisti alle vongole di casa nostra (tibicines et cornicines); non trovo una dichiarazione in proposito da mesi: temono l'accusa di collaborazionismo?
Forse son solo torpidi: reagiscono, ormai e come tutti, non a considerazioni politiche razionali, ma a parole d'ordine da elefanti circensi: Berlusconi, fascista, neoconservatore, femminicidio, utilizzatore finale, Bella ciao.
Ammainate bandiere e labari, deposti slogan e coretti d'antan, i Nostri battono una fiacca quasi letargica; stuzzicato sull'argomento qualcuno emana borborigmi; altri passano al largo; i più protervi, dalla curata e fremente barbetta no global, spiegano che non è la stessa cosa.
Infatti non lo è, così come 7 + 5 non è 12 e 12 non è la radice quadrata di 144.
A me frega assai poco.
Non celebro l'11 settembre.
Il mio pensiero va solo ai morti innocenti, ammazzati l'11 settembre (1973 e 2001), e a quelli sbudellati sino alla vigilia di Natale (24 Dicembre 2004) a Falluja, e a quelli umiliati o assassinati o lasciati morire in silenzio, nelle galere, nei campi di prigionia, nei ghetti da profughi: tutte vittime degli inganni e delle macchinazioni della Storia.
Celebro solo l'altra New York, l'unica che mi piace.
New York Noise (2003) (Dance music from the New York underground 1978-1982)
Liquid Liquid - Optimo
ESG - You make no sense
Konk - Baby Dee
Contortions - Contort yourself
Material - Reduction
Lizzy Mercier Descloux - Wawa
Rammellzee Vs K.Rob - Beat bop
Bush Tetras - Can't be funky
Glenn Branca - Lesson no. 1
Bloods - Button up
DNA - 5:30
Dinosaur L - Clean on your bean #1
Theoretical Girls - You got me
Dance - Do Dada
Mars - Helen Fordsdale
Defunkt - Defunkt
New York Noise Vol. 2 (2005) Music from the New York underground 1977-1984
Pulsallama - Ungawa Pt. 2
Mofungo - Hunter gatherer
Red Transistor - Not bite
Vortex Original Soundtrack - Black box disco
Certain General - Back downtown
Sonic Youth - I dreamed a dream
Rhys Chatham - Drastic classicism
Clandestine with Ned Sublette - Radio rhythm (dub)
Glorious Strangers - Move it time
Felix - Tiger stripes
Del-Byzanteens with Jim Jarmusch - My hands are yellow (from The job that I do)
Don King - Tanajura
Jill Kroesen - I am not seeing that you are here
UT - Sham shack
Static with Glenn Branca - My relationship
Y Pants - Favorite sweater
New York Noise vol. 3 (2006) Music from the New York underground 1979-1984
"Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Qual è il contenuto di questo 'no'? Significa, per esempio, 'le cose hanno durato troppo', 'fin qui sì, al di là no', 'vai troppo in là' e anche 'c’è un limite oltre il quale non andrai'. Insomma questo 'no' afferma l’esistenza di una frontiera ... il movimento di rivolta poggia, ad un tempo, sul rifiuto categorico di un’intrusione giudicata intollerabile e sulla certezza confusa di un buon diritto, o più esattamente sull’impressione, nell’insorto, di avere il 'diritto di…'. Non esiste rivolta senza la sensazione d’avere in qualche modo, e da qualche parte, ragione ...
La rivolta, in senso etimologico, è un voltafaccia. In essa, l’uomo che camminava sotto la sferza del padrone, ora fa fronte. Oppone ciò che è preferibile a ciò che non lo è".
Questo è Albert Camus, ne L'uomo in rivolta. Al divenire insensato della storia Camus opponeva la forza dell'uomo ribelle e creatore di solidarietà ... schietta filosofia europea: abiura del nichilismo e dell'Ultimo Uomo, colui che rende tutto materiale, piccolo, insignificante ... l'Uomo pago di se stesso e delle proprie carabattole, moderno, modernissimo, creatore di nulla, catatonico ...
Ed ecco la schietta filosofia americana di Thunders e (forse) Johansen: l'Ultimo Uomo l'abbiamo in casa, noi americani ... non l'abbiamo prodotto noi, ma sicuramente ne siamo i cantori e gli apologeti ...
Solidarietà?Balle ... La rivolta è giocarsi tutto ... da pari a pari col mostro ... e fare il contrario di quello che si aspettano da noi ... tutto sul piatto ... E se si vince?
Dipende: qualche vigliacco s'intasca da subito i quattrini e si adatta da pecora qual è, altri - i migliori - ributtano il malloppo sul tavolo verde sino all'ultimo centesimo ... giocano al raddoppio con la morte infinita (o con la vita, con lo stato, con il destino: fate voi) sapendo di mettere inevitabilmente in conto la propria autodistruzione ... c'è un piacere nel vivere ai limiti che consiste nella possibilità dell'annientamento ... d'altra parte che gusto c'è a entrare nella tomba tutti interi ... e si badi: tutto questo non lo pensiamo, per carità ... non siamo filosofi ... tutto ciò è naturale come il respiro ... come un movimento involontario dettato da un istinto atavico di pericolo e salute ... scorre nel nostro sangue, insomma, sin da quando siamo nati. Nati per perdere.
Dalla Francia a New York: borderline, eclettica, hipster, talentuosa, la Descloux aveva tutte le carte in regola per eccellere nell'arte di parecchi artisti americani (autoctoni o immigrati) della Big Apple: quella di stupire il mondo pur non avendo niente da dire.
Si ritrovò nella capitale del mondo a mezzo fra la dissoluzione dell'impegno politico e l'insorgere del nuovo edonismo.
In fondo cos'era il progressive se non un impadronirsi dei mezzi classici (detenuti sin allora dal potere: musica, pittura, letteratura) e usarli in senso antiborghese? E se il progressive poltriva nel compiacimento perché non addivenire a metodi più spicci e diretti, venati da goliardia grossolana, ma splendidamente antagonisti al senso comune: punk e hardcore? Ma anche il punk fallì, bruciando se stesso in brevi deflagrazioni terroristiche. Cosa fare? La disco music e il disimpegno incalzano: inventiamoci la new wave ... suoni distaccati, amorali, filtrati dall'elettronica ... avemmo, quindi, sonorità dance dai ritmi martellati, oppure estenuate dal romanticismo blasé, o rinvigorite da toni glamour kitsch, o ancora catatoniche, sfibrate dal nichilismo atonale della no wave ... e Lizzy si trovò, poco più che ventenne, fra questi umori vorticosi ... e scelse tutto. Nella sua prima opera (almeno nella versione ampliata del 2003) coesistono le prove con i Rosa Yemen (assieme al compagno Didier Esteban) dove emerge il suo lato più minimalista e inquietante (Rosa Vertov, Herpes simplex, Nina con un tercer ojo); le versioni oblique di Mission impossible e Jim on the move (di Lalo Schifrin) e di Fever (ribattezzata sardonicamente Tumour); la notevole cover di Arthur Brown, Fire, rivisitata all'uopo con felice piglio funky/disco (appena un gradino sotto Born to be alive di Patrick Hernandez ...); altri pezzi deliziosamente schizoidi in linea colla temperie no wave (Wava, Torso corso, lo strumentale Aya mood).
La Descloux non tornerà più a questi livelli di micidiale eclettismo.
Ci ha lasciati nel 2004. La ricordiamo con affetto.
I Sonic Youth inaugurano la loro label personale (SYR, Sonic Youth Records) e si concedono da subito ad un sperimentalismo piuttosto cauto, poiché già contenuto nelle premesse del cacofonico rock and roll suonato nel meraviglioso quindicennio precedente.
Slaapkamers vanta tre strumentali (a parte qualche vocalizzo di Kim Gordon su Herinneringen); il primo brano, eponimo (17'44''), è un condensato SY privo di qualunque fascinazione da forma canzone: sferragliamenti, accelerazioni ritmiche, lenti avanzamenti tintinnanti, feedback, risucchi elettrici, reiterazioni. Teen age riot senza il rock, insomma.
Anagrama conferma la scelta estetica del precedente: ancora quattro strumentali in cui risalta l'ipnotica cantilena schizoide Tremens.
La svolta arriva con l'ingresso nel gruppo (Thurston Moore, chitarra; Lee Ranaldo, chitarra; Kim Gordon, basso; Steve Shelley, batteria) di Jim O'Rourke che traghetta i Nostri verso le lande del pieno post rock: Invito al cielo (20'56'') annega i fraseggi chitarristici che ancora residuavano dai precedenti due EPs in un oscuro fondale d'avanguardia; Radio Amatoroy (29'24'') vanta una progressione noise ascrivibile con sicurezza al nuovo arrivato.
Cosa dobbiamo, a quasi quarant'anni di distanza, ai Talking Heads? Quella di averci liberato dal rock, dai patemi del rock, dalle pastoie del luogo comune del rock. Ecco il cantante rock che avanza sulla scena, blatera, suda, urla - un Dioniso crocifisso che rende plastico il proprio dolore e il dolore del mondo; e il chitarrista che officia questo rituale sacrificio di morte e rinascita, dietro ai clangori della sezione ritmica; e tutti i parafernalia e il bric-à-brac connessi a tale messa in scena: le luci, i fumi, gli annunci roboanti, gli aizzamenti del pubblico - sempre meno pubblico e sempre più congregazione fanatica - e poi i bis, i tris, i karaoke, gli assoli, i ritornelli ...
David Byrne, Jerry Harrison, Tina Weymouth e Chris Frantz fanno retrocedere d'un colpo, sino al dejà vu, tutto questo (in alcuni casi lo rendono kitsch, improponibile): la loro musica è, invece, priva di pathos, asettica, bianca, ritmata sino al ballabile e alle fredde ingerenze world di I Zimbra e Remain in light; e declinata dalla voce pacatamente lounge e schizoide di Byrne. Per operare tale rottura i Nostri si affidarono alla persona giusta: Brian Eno; e svernarono nella capitale del mondo, New York, che, durante la no wave, di tale rottura sarà l'incubatrice, partorendo psicopatici in serie: Mars, Suicide, Arto Lindsay, DNA.
Ai Talking Heads va, però, riconosciuto un ulteriore doppio merito: quello di essere arrivati primi (i demos della CBS datano al 1975), mentre tutto il mondo si preparava, invece, al punk e all'hardcore, ovvero a quelle ultime, oblique reviviscenze della brutalità rock più sanguigna; e quello di aver seppellito, nella loro tana, pure il maledettismo dei Velvet Underground che, dalla loro prospettiva, gelida e distaccata, soffriva un decadentismo estetizzante troppo marcato.
Alle calde e rassicuranti mattane del rock 'n' roll, incendiarie e risapute, i Talking Heads opposero una pop dance fintamente composta: d'una calma inquietante come un paziente sotto sedativo.
Uno dei più importanti sperimentatori della seconda generazione di New York: un autore quasi misconosciuto. Gli incroci, gli influssi, le collaborazioni dicono altro: Tony Conrad, La Monte Young, ovvio: e poi, perché no, Philip Glass e Charlemagne Palestine; e ancora, a sorpresa: Lee Ranaldo e Thurston Moore e Husker Du, Tortoise, Godspeed You! Black Emperor.
Quale il filo rosso? No wave, minimalismo, noise, punk ... Prendi la retorica e torcile il collo ... prendi il virtuosismo e fanne strage.
A volte Chatham è minimalista; a volte inclina alla drone music; altre rievoca i fasti dei Neu! C'è parecchio da scoprire.
Two gongs ad esempio: il titolo dice tutto: sono le percussioni di due gong, nient'altro, ma trasfigurate dalla durata (più di un'ora) come in un mantra orientale, sino ad un'estatica perdita di senso: le percussioni si mutano inevitabilmente in echi psichici, in recessi dell'anima universale.
Die Donnergötter riecheggia, invece, il chitarrismo di certe tirate di Neu 2 così come il classico Guitar trio, del 1977; Drastic classicism inclina al noise; Massacre on McDougal Street celebra una sezione di otto fiati a cui si aggiunge il ritmo militare di una batteria: trombe, tromboni e una tuba annunciano una sorta di inquietante celebrazione funebre.
An angel moves too fast è ulteriore volto della sua poetica: Lee Ranaldo e Tony Conrad aiutano a coordinare quattro chitarre e sezione ritmica per un concerto minimalista in cinque sezioni; Chatham l'aveva pensato per cento chitarre, ma l'effetto è lo stesso: indefinibile, inquieto e magniloquente.
Uno meglio dell'altro. Una tripletta di rara bellezza (ricordiamoli: John McLaughlin, chitarra; Jan Hammer, tastiere; Jerry Goodman, violino; Rick Laird, basso, Billy Cobham, batteria) che culmina nel tripartito live del 1973, in cui spicca la monumentale The dream (davvero, credete, è così: monumentale).
Della Mahavishnu si è parlato versando fiumi di inchiostro e mettendone in risalto le radici jazz, poi sublimate in jazz-rock ... In effetti McLaughlin compare in due album meravigliosi di Miles Davis e allora ... di lui potremmo mettere in risalto pure le radici blues, dato che cominciò a undici anni suonando blues, ma, già che ci siamo, perché non mettere nella pentola della strega critica pure le radici swing? Ammetto di non replicare a chi cita le radici swing: lo swing, o la parola swing, non fa nascere nella mia mente alcuna associazione d'idee: radici swing ...
Perché, invece, non ammettere che questo disco, completamente libero, suonato, allo stesso tempo, con forza fiammeggiante e fluidità strumentale, deve il fascino proprio ai tempi in cui fu concepito?
Chi riesce oggi a imitare queste sonorità? Nessuno. Ogni tempo possiede i propri timbri: le chitarre, le tastiere, i bassi, le grancasse, l'afflato ideologico, la libertà, le influenze culturali (orientali in questo caso) si miscelano con il talento (a volte smisurato) e rendono frutti succosi e caldi di jazz progressivo come questo; un frutto che la storia successiva non riuscirà a replicare in questi termini poiché tutto il terreno umano e ideologico a venire sarà inquinato dalla serialità e ogni spontaneità sostituita dalla fredda professionalità.
Il che non significa che non nascano altri capolavori, ma suonano in maniera irrevocabilmente diversa. Maledetti Settanta!
Quasi tutti hanno avuto degli amori. E, quasi tutti, hanno avuto degli amori adolescenziali. E tutti (la totalità) saranno stati visitati, almeno una volta nella loro breve vita, da un pensiero a mezzo tra il nostalgico e il sadico: chissà come Luana o Bianca o Maria (sì, proprio quella tipa là) sarà diventata oggi.
Lo stesso penso dei miei vecchi amori discografici. Quelli rock 'n' roll, gli amori per i brontosauri che, complice la mancanza del web, monopolizzavano gli ascolti degli adolescenti alle prime prese con un mondo sonoro sconfinato. Mi dico: chissà come suonerà alle mie orecchie The musical box oppure Isolation o Speed king, oggi, dopo decenni di altri ascolti e interessi. Un esercizio (fra il nostalgico e il sadico anch'esso) che applico, da qualche tempo in qua, con una certa frequenza. Qualche tirannosauro regge all'esame, altri meno. I Ramones a metà. Ammetto che siano trascinanti; ammetto parimenti che i due minuti al fulmicotone delle loro canzoni, portati avanti con tetragona mancanza di serietà, abbiano favorito la nascita del movimento punk-hardcore ovvero della corrente musicale in cui il ribellismo era esplicitato da una rozza goliardia e da una carica antintellettuale e antisistemica. Tuttavia, proprio le qualità più storicamente celebrate (la struttura elementare delle composizioni e la balda sicumera dei loro più sciocchi e irresistibili ritornelli) costituiscono un punto a loro sfavore. I Ramones non celano nulla: i loro giochi sono quello che sono e non hanno la minima carica eversiva; anzi, a dirla tutta, essi sono la versione riadattata dei gruppi surf rock degli anni Cinquanta, il periodo sociale più vagheggiato, nella sua innocenza, dalle nostalgie americane piccolo borghesi. Da questo punto di vista essi sono meno punk e meno frontisti di uno dei tanti gruppi hardcore dei primi anni Ottanta, specialmente quelli più trucibaldi e spontanei.
Naturalmente, a parte tali considerazioni personali e senili, questa loro raccolta di successi (la prima pubblicata) è tutta da godere; ci sta dentro tutto, da Sheena is a punk rocker a Blitzkrieg bop, da I wanna be sedated a Teenage lobotomy.
Trenta canzoni, trenta divertenti proiettili a salve.
Inutile girarci intorno, un omaggio è doveroso. Quando scoccavano i primissimi anni Ottanta, 1980-1982, quella fugace, malferma e magica continuazione del decennio in cui avrei voluto vivere avendo vent'anni e più cervello; quando le guide musicali, al pari delle lire, latitavano; quando i negozi di dischi vendevano solo dischi; quando gli MP3 erano nella mente del Dio del Rock, certi album ingigantivano nell'immaginario dei quattordicenni brufolosi come un sogno erotico.
Non solo possedere, ma anche solo intravedere certe copertine regalava brividi mai più provati. A dir la verità mi capita ancora adesso a qualche mostra vintage, ma allora era un'altra cosa.
Uno dei feticci era Transformer (quello con David Bowie ai cori di Satellite of love!) e, prima ancora, Rock and roll animal, una meraviglia live, con Lady Day; anzi no, macché live, fermi tutti, bisogna comprare Berlin, questo è il vero capolavoro asociale di Reed, altro che Transformer; contrordine! Prima ancora ci sono i Velvet Underground (non lo sapevate, coglioni?) e il primo disco (di cui si ignorava il colore della banana: gialla o rosa?): questo è il massimo, ragazzi, anche se, lo ammetto, qualcuno dice che, però, forse, è meglio il secondo dei VU perché ci sono White light white heat, The gift e Sister Ray: cosa dice Bertoncelli di Sister Ray, guarda un po' quella cazzo di guida che hai fregato a casa del porco ricco della classe ... Oh, dico, Sister Ray, venti minuti, vogliamo mettere, questa è musica free form, mica il melodismo della crucca che c'era prima ...
La morte di Lou Reed, e così sarà per i magnifici brontosauri ancora in giro (Dylan, Bowie, Jagger, Townsend), porta via non solo l'artista, ma proprio una parte di se stessi, anzi una parte di quelle ingenuità che, al pari delle esperienze più durature e immortali, formano la nostra personalità.
Basta, non ho altro da dire.
Questo live l'ho sentito mille volte e Rock 'n' roll, il pezzo finale, mille volte più una.
Kaleidoscope (USA, Los
Angeles, California) - A beacon from Mars
(1968). Psichedelia purissima, anticipazione della world music (Canaxis5 di Holger Czukay e Alchemy della Third Band usciranno l’anno
seguente), grazie alla splendida Taxim,
e crossover eccezionale che si ciba di influenze (medio)-orientali, ma non
dimentica inflessioni celtiche, western, acid-rock (A beacon from Mars). Il primo capolavoro della triade in esame. Saul Feldthouse, voce; David Lindley, chitarra; Pete Madlem,
dobro; Maxwell Budda, tastiere; Chris Darrow, basso; John Vidican, batteria.
Litter (USA, Mineapolis,
Minnesota) - Distorsions (1967). Secondo disco recensito per i Litter. Psichedelia
che inclina verso la zona Yardbirds e Who (c’è la cover di Substitute; non manca peraltro la tangente Hey Joe). Action woman è
il loro singolo più famoso e dirompente, ma non si va oltre una generica gradevolezza. I loro dischi sono introvabili, ma la rarità di un oggetto non fa salire le quotazioni nel borsino estetico. Dennis Waite, voce, tastiere,
arpa; Dan Rinaldi, voce, chitarra; Tom 'Zippy' Caplan, chitarra; James
Worthington Kane III, voce, basso, tastiere; Tom Murray, batteria, percussioni.
Silver Apples (USA, New York) - Silver Apples
(1968). Quasi mezzo secolo ed è ancora un capolavoro vero. Uno dei primi album
elettronici (grazie a The Simeon, “meccanismo
organico composto da nove oscillatori e 86 controlli da manovrare con mani,
gomiti, ginocchia e piedi”), ma che non risente di alcun ingenuità pionieristica,
anzi: il canto e le percussioni di Taylor aggiungono un tocco catatonico e
straniante che garantisce la piena attualità dell’opera. Difficile valutarne la
carica rivoluzionaria vista la ridotta diffusione del debutto e del successivo Contact, ma gli va riconosciuta la
primogenitura, pur lasca, di alcuni generi, come il synth pop, il drum ‘n’ bass
o l’elettronica nichilista di New York, a partire dai Suicide. Dan Taylor,
voce, percussioni; Simeon Coxe, sintetizzatore.
E se il lato migliore dei Type O Negative (da New York: Kenny Hickey, chitarra; Peter 'Steele' Ratajczyk, voce, basso; Josh Silver, tastiere; Sal Abruscato, batteria, sostituito, nel 1994, da Johnny Kelly) consistesse in una resa? Dopo l'esperienza con i Fallout e i fasti brutali dei Carnivore (con sublimi follie a metà fra l'Aryan Nations e l'eccezionalismo della destra americana: Male supremacy, Hitler Jesus, Armageddon, Sex and violence), Steele inaugura i Type O Negative con Slow, deep and hard; il disco, un repertorio di spunti per incubi (per dirla con Conrad), è davvero una delle pietre miliari del metal degli anni Novanta, in equilibrio fra psicopatia, potenza strumentale e il tappeto tastieristico; tutto questo al netto di alcune madornali scivolate nel kitsch più turgido (lamenti di dannati, torture assortite, rumor cruento di motoseghe, dichiarazioni omicidiali da cornuto), quell'impasto di puerilità e ferocia che, alla lunga, ha schiantato diversi sacerdoti metallici. Non che il kitsch non possieda un certo fascino, ma solo se preso a piccole dosi omeopatiche, per sanamente ingaglioffirsi, come usava fare un nostro antenato comune, Niccolò Machiavelli.
Bloody kisses già derubrica con cautela quegli assalti sonori: Black no. 1, Christian woman, la traccia eponima, Blood and fire sono i brani in cui le melodie si coloriscono, arricchendosi, di toni chiaroscurali e gotici (solo il frontismo di Kill all the white people rievoca gli antichi ardori nichilisti e fascisti; nonché alcuni brevi ed evitabili siparietti grand guignol).
I successivi lavori proseguiranno su tale falsariga. Ormai i Type O Negative navigano in pieno stile Sisters of Mercy grazie anche all'interpretazione catacombale di Steele; la facilità AOR tende agguati mortali, ma prima di caderne vittima i Nostri riescono a donarci, fra le altre cose, Everyone I love is dead, Too late frozen e, soprattutto Love you to death, dove la magniloquenza della ritmica e delle tastiere entrano in simbiosi perfetta con un sorprendente afflato romantico.
Un piccolo capolavoro autunnale, sospeso (come sempre) fra Amore e Morte.
Texas (Sister Double Happiness), New York (Syracuse; Masters of Reality), Arizona (Naked Prey); periodo di fine Ottanta; ogni album una canzone indistruttibile: per i Sister Double Happiness (Gary Floyd proveniva dall’hardcore dei Dicks) la traccia eponima; per i Masters of Reality (che presero il nome da un lavoro dei Black Sabbath) John Brown; per i Naked Prey What price for freedom, già proposta come antidoto alla maliconia.
Chitarre in grande spolvero: pesantissima e melodica per i Sister; insinuante e zeppeliniana per i Masters; epica come una cavalcata nel vento quella dei Naked Prey. Periodo: fine anni Ottanta, quando tutto era finito (da parecchio), ma noi non ce n’eravamo ancora accorti.
Se è vero che si invecchia quando si cominciano ad avere dei rimpianti, si è davvero vecchi quando la nostalgia invade la vita improvvisamente, per motivi apparentemente insondabili; ma il cuore presente la verità.
La vita continua come sempre. Potrei aggiungere, abbastanza felicemente. Se la vita consistesse in questo, ovvero nella cura esclusiva del proprio giardino, allora potremmo bruciare le biblioteche, alzare bandiera bianca e vivere un eterno presente. Che è quello che vuole il potere; quello vero, però. Chi è contro e possiede ciò che una volta si appellava senso morale non può che rimanere stomacato. Che spettacoli, ragazzi miei. Che nani da circo; e che ballerine! In mezzo alla pista una sarabanda infernale. Quelli che non ballano, i pochi, si accapigliano su questioncelle: decidere, davanti alla casa distrutta dalle fiamme, se portare via la televisione a schermo piatto o la posateria d'argento della nonna. Non avevo mai visto insieme tanto cinismo, mediocrità e furfanteria assieme. E che personaggi. Uomini intercambiabili. Capito? Intercambiabili, indifferenti a tutto, adattabili, ghignanti, pronti a salvarsi comunque. E i boccaloni italiani a bordo pista ad applaudire, eternamente. Quale forgia ha prodotto chi disse: Non servirò mai! E quale alambicco ha distillato invece questa poltiglia?
Amleto: Vedete voi quella nuvola che ha quasi la forma di un cammello?
Polonio: Per la messa, assomiglia a un cammello davvero.
Amleto: Mi pare che assomigli ad una donnola.
Polonio: Ha il dorso come una donnola.
Amleto: O come una balena.
Polonio: Proprio come una balena.
Stavolta non se ne esce per via democratica o con un trucchetto. Stavolta va a finire male. Ormai mi gira così, che posso farci.
Non ho altro da aggiungere.
Questi dischi vanno suonati a volume molto alto.
Sister Double Happiness - Sister Double Happiness (1988). Gary Floyd, voce; Ben Cohen, chitarra; Mikey Donaldson, basso; Lynn Perko, batteria.
Masters of Reality - Masters of Reality (1988). Chris Goss, voce, chitarra; Tim Harrington, chitarra; Mr. Owl, tastiere; Googe, basso; Vinnie Ludovico, batteria.
Naked Prey - Under the blue marlin(1986). Van Christian, voce, chitarra; David K. Seger, voce, chitarra; Richard Baden, voce, basso; Tom Larkins, batteria.