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domenica 29 novembre 2015

Can - Complete demo outtake rehearsal collection 1968-1977 1^ parte/2^ parte


Early recordings

Upduff's birth (studio '68 instrumental birth of 'Mother upduff')
Outside my door (vocals: Malcolm Mooney)
Man named Joe (vocals: Malcolm Mooney)
Rehearsal (vocals: Tim Hardin)
Morning glory
Soundcheck

Inner space with Damo (1971 to 1973)

Tagothrowaway
Doko E
Turtles have short legs (a slightly shorter version became b-side to Spoon).

Studio tracks (with vocal overdubs by Michiko Nakao)

I'm your doll
Hot day in Koln
Finished?

Live 1975 to 1977

Slipper baths
Stonamman
Spree
Slipper baths
Chairside thumper

venerdì 26 settembre 2014

Oxbow - Fuckfest (1989)/Let me be a woman (1995)/A love that's last (2006) ovvero America, America, where's your dream?

Vagabondare nelle discografie internazionali può rendere spaesati, e regalare, al contempo, alcune certezze. Questa, ad esempio: nella mia più che trentennale esperienza d'ascoltatore, mai, mai, ho presentito con tangibile immediatezza una intensità di dolore e disperazione come nella musica rock americana.
Perché? Esiste una particolare attitudine di questo popolo verso la sofferenza e l'emarginazione? Quale leviatano dagli occhi ciechi agita le acque sudicie della loro coscienza nazionale?
Me lo chiedevo, en passant, piluccando alcuni scrittori americani consigliati da un'amica; più che scrittori, memorialisti dell'emarginazione. Fra i tanti: Jack Henry Abbott (Nel ventre della bestia), Jack Black (Non c'è scampo), Frederick Douglass (Memorie di uno schiavo fuggiasco), Frederick Exley (Appunti di un tifoso), Jim Tully (Beggars of life). E poi, a livello alto: Edward Bunker e Cormac McCarthy. Malcolm X, Goh-ya-tlay, John Steinbeck. La schiuma della società, un campionario umano di fuorilegge che piacerebbe di sicuro a Bartolo Federico di Dustyroad.
L'ascendenza del calvinismo e del puritanesimo bianco dei neo americani. Una visione intransigente che, negli spazi sterminati e vergini del nuovo mondo, poté dilagare in un Moloch spietato e inemendabile dal perdono.
Goh-ya-tlay
Dramatis personae: un Dio onnipotente e autosufficiente, che distilla la grazia dall'eternità; i crociati della fede, i prescelti, incaricati metafisicamente di fondare la terra promessa; e gli esclusi dal disegno divino: poveri, indiani, negri, eccentrici, vagabondi, eretici, prigionieri, ribelli.
A questi pensava John D. Rockefeller*, l'epitome dell'americano predestinato:
"Lo splendore e la fragranza della rosa American Beauty, che deliziano chi la possiede, si può ottenere solamente sacrificando i boccioli che le nascono intorno. Non è una tendenza malvagia del mercato, ma la semplice applicazione delle leggi naturali e divine".
Uno scelto mazzo di rose preziose e rare cresce a danno dei boccioli minori, quelli più deboli, sacrificabili dal Giardiniere Divino - coloro che, teologicamente, sono fuori della grazia di Dio.
Il Leviatano
Al volto ineffabile e onnipotente di Dio si sovrappone, quindi, la nazione stessa, l'America, e un individualismo economico libero da quelle pastoie morali dimenticate in Europa – il capitalismo purissimo: ed ecco la deità una e trina che ammicca dalle banconote da un dollaro, mattone basico della piramide sociale.
Negare una qualunque persona della nuova Trinità significa negare inevitabilmente le altre due. Per questo chi dice no o rivendica il pane è un sovversivo. Chi è povero merita di esserlo poiché fuori del disegno di Dio; oppure è un apostata del capitalismo, linfa della nazione; o un nemico della Patria. Quante volte abbiamo visto queste tre accuse rincorrersi e avvinghiarsi l'un l'altra, vomitate come un cespo di serpenti dalla bocca di politici, preti, nazionalisti, democratici o redneck?
Chi è fuori è fuori. Non esiste remissione a tali peccati.
Le regole del Gioco sono già dettate e inderogabili.
Appena nasci devi sederti e giocare. Al tavolo possono partecipare tutti, secondo la Legge.
Qualcuno ha poche fiches, alcuni ne hanno di più.
Ad alcuni arrivano le carte migliori, ad altri le scartine. Non si parte a pari merito, mai, nonostante le regole dicano il contrario; ma pochi conoscono le vere regole del Gioco, e quasi tutti i giocatori ignorano la reale natura del Gioco: è sempre stato così! Alcuni possono rilanciare, altri sono costretti a passare la mano, molti si alzano e rimangono nei dintorni: puliscono il tavolo dai cerchi umidi lasciati dai bicchieri, servono i salatini, pietiscono le mance e gli scarti dei pasti, vigilano come buttafuori, aspettano il colpo di fortuna insperato: che qualcun altro ceda il proprio posto al tavolo.
John D. Rockefeller:
la bellezza di una sola rosa
si nutre di migliaia d'altre
In realtà nessuno osa uscire dallo scannatoio. Non ci si ritira mai! Questo è impossibile. È il tacito principio che ognuno porta diluito nel sangue: non si esce dal Gioco**.
Per i temerari vige il dileggio e l'ostracismo civile; il fuoriuscito ideologico può essere ucciso senza temere pena. Egli è il nuovo Waldgänger, il reietto, esiliato nei deserti, nelle paludi, sulle montagne più impervie: qui troverà la morte o la trasfigurazione in eroe (come Beowulf, Karl Moor, Mikhail Kohlhaas).
Ecco perché le voci dell'hardcore e dell’alternative rock americano sono così aspre e definitive. Essi sono banditi; e per loro la scelta è fra morte e vendetta.
David Yow, Rob Tyner, Jello Biafra, Alan Dubin, Mike Hard, Eugene Robinson - centinaia d’altri - gridano l’angoscia di chi è costretto all'obbedienza cieca; o alla perdizione.


* * * * *

Le tre opere degli Oxbow*** (l’esordio, Fuckfest, una delle punte artistiche, Let me be a woman, e la raccolta, con inediti, A love that's last) costituiscono quasi la metà della loro scarna discografia. L’altra metà è su Tuningmaze 3.0.
Difficile trovarne una più feroce e irreprensibile.

* Esemplare perfetto. Discendente di calvinisti francesi; il padre fu un ciarlatano (un medicine man da fiera del West). Accumulò, a capo della Standard Oil, un patrimonio decuplo rispetto a quello di Bill Gates.
** A tale proposito sarebbe bello leggeste il racconto di Shirley Jackson, La lotteria.
*** Eugene S. Robinson, voce; Niko Wenner, chitarra, tastiere;  Dan Adams, basso; Greg Davis, batteria, percussioni.


sabato 8 marzo 2014

Julian Cope - Japrocksampler vol. 10 (Rallizes Dénudés/Flower Travellin' Band/Blues Creation)

Blues Creation

20. Rallizes Dénudés - Yodo go-a-go-go (Flightless bird) (2006; recordings 1967-1982). Chi ha già degustato il Live ’77 e December’s black children (JPR31) sa cosa aspettarsi: lunghe jam, distorsioni parossistiche, ritmica catatonica, noise puro. Nel rigido rispetto del lo-fi e dell’anarchia filologica (l’album è un bootleg). Flames of ice, tuttavia, è notevolissima: peccato si intuisca, più che sentirsi.

19. Karuna Khyal - Alomoni 1985 (1976). Già recensito qui.

18. Flower Travellin’ Band - Made in Japan (1972). Dopo l’incendiario album di cover Anywhere (JPR28) e la non entusiasmante collaborazione con Kuni Kawachi (JPR25), i Nostri aggiustano il tiro regalandoci un piccolo capolavoro (e uno sbeffeggiamento ai Deep Purple). Dopo l’efficace blues iniziale Unaware, parte l’uno-due Give me air e Kamikaze; il giro di boa arriva con Hiroshima, picco della loro psichedelia hard; il resto del lavoro vive di conserva, ormai stabilizzato sul tono medio alto. Grandi, come di consueto, Joe (Yamanaka) e Ishima. Joe, voce; Hideki Ishima, chitarra; Jun Kozuki, basso; George Wada, batteria.

17. Blues Creation - Demon & eleven children (1971). Hard blues di conio genuino. I Black Sabbath restano l’ovvio punto di riferimento, ma l’anno di pubblicazione li esalta come complici della rocciosa ondata rock dei primi Settanta, invece di relegarli al ruolo di epigoni. Non mancano omaggi puristi (Mississippi mountain blues, pleonastica) e sdilinquimenti (One summer day), ma, nel contesto incendiario, congiurano alla riuscita dell’insieme. Preme dirlo: gruppi così in Italia, di quei tempi, non li abbiamo avuti. Grande l'eponima sarabanda finale. Merita un orecchio anche il live con Carmen Maki (JPR44). Hiromi Osawa, voce; Kazuo Takeda, chitarra; Masashi Saeki, basso; Akiyoshi Higuchi, batteria.

domenica 27 ottobre 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 5 (Saqqara Dogs/Mirza/Zebulon Pike)

Zebulon Pike

Saqqara Dogs (Usa, California, San Francisco) - Thirst (1987). Un piccolo capolavoro nascosto degli Ottanta. Costola dei Factrix, i Saqqara obliano le dissonanze sataniche degli ascendenti e confezionano una sorta di post rock etnico memore, ad esempio, dei Black Sun Ensemble. La chitarra frippiana di Bergland si esalta nei ritmi rilassati e crepuscolari di Gregorian stomp oppure si fa più tagliente in Sacrifice, il cui humus sonoro si colora di un’angoscia industrial. Bong Bergland, voce, chitarra; Sync 66, voce, chitarra, tastiere, violoncello, basso, percussioni; Hearn Gadbois, voce, percussioni, cembalo.

Mirza (Usa, California, San Francisco) - Last clouds (2001). Il disco assomma il 12’’ Ursa Minor, del 1996 (le prime quattro tracce, notevoli), e altri sette pezzi registrati, in maniera non impeccabile, fra il 1996 e il 1998. Tutti strumentali. Last clouds rimane sospeso fra psichedelia (decisivo il contributo delle tastiere), space e (rari) indurimenti post rock. Un disco risultato dalla compilazione di differenti momenti sonori, ma che trova compattezza nel diffuso tono trasognato e in certe godibili progressioni psych. Steven R. Smith, chitarra, batteria; Glenn Donaldson, chitarra, tastiere; Mark Williams, chitarra, basso; Brian Lucas, chitarra, basso.

Zebulon Pike (USA, Minneapolis, Minnesota) - II: The defeaning twilight (2006). Stoner progressive? Possibile? La prima, grande traccia (The pyramid is the ascending spiral, 12’29’’) dà fuoco alle polveri à la Kyuss; ben presto, però, si vira dalle parti di Polvo e Bitch Magnet, la partitura si fa più complessa, ma non confonde mai la profondità con la superfetazione di viluppi sonori esagitati da manierismi strumentali. Il resto è di pari forza (Structure of the black stallion, 22’14’’; Ashes of Xerses, 20’41’’; And blood was passion, 13’13’’): pozze statiche e riprese cingolate, distorsioni e iterazioni cacofoniche si alternano per uno dei migliori dischi di genere degli anni Duemila. Sarebbe bene ascoltarlo subito. Erik Fratzke, chitarra; Morgan Berkus, chitarra; Steve Post, basso; Erik Bolen, batteria.


mercoledì 3 luglio 2013

Type O Negative - Bloody kisses (1993)/The best of Type O Negative (2006)


E se il lato migliore dei Type O Negative (da New York: Kenny Hickey, chitarra; Peter 'Steele' Ratajczyk, voce, basso; Josh Silver, tastiere; Sal Abruscato, batteria, sostituito, nel 1994, da Johnny Kelly) consistesse in una resa? Dopo l'esperienza con i Fallout e i fasti brutali dei Carnivore (con sublimi follie a metà fra l'Aryan Nations e l'eccezionalismo della destra americana: Male supremacy, Hitler Jesus, Armageddon, Sex and violence), Steele inaugura i Type O Negative con Slow, deep and hard; il disco, un repertorio di spunti per incubi (per dirla con Conrad), è davvero una delle pietre miliari del metal degli anni Novanta, in equilibrio fra psicopatia, potenza strumentale e il tappeto tastieristico; tutto questo al netto di alcune madornali scivolate nel kitsch più turgido (lamenti di dannati, torture assortite, rumor cruento di motoseghe, dichiarazioni omicidiali da cornuto), quell'impasto di puerilità e ferocia che, alla lunga, ha schiantato diversi sacerdoti metallici. Non che il kitsch non possieda un certo fascino, ma solo se preso a piccole dosi omeopatiche, per sanamente ingaglioffirsi, come usava fare un nostro antenato comune, Niccolò Machiavelli.
Bloody kisses già derubrica con cautela quegli assalti sonori: Black no. 1, Christian woman, la traccia eponima, Blood and fire sono i brani in cui le melodie si coloriscono, arricchendosi, di toni chiaroscurali e gotici (solo il frontismo di Kill all the white people rievoca gli antichi ardori nichilisti e fascisti; nonché alcuni brevi ed evitabili siparietti grand guignol).
I successivi lavori proseguiranno su tale falsariga. Ormai i Type O Negative navigano in pieno stile Sisters of Mercy grazie anche all'interpretazione catacombale di Steele; la facilità AOR tende agguati mortali, ma prima di caderne vittima i Nostri riescono a donarci, fra le altre cose, Everyone I love is dead, Too late frozen e, soprattutto Love you to death, dove la magniloquenza della ritmica e delle tastiere entrano in simbiosi perfetta con un sorprendente afflato romantico.
Un piccolo capolavoro autunnale, sospeso (come sempre) fra Amore e Morte. 

venerdì 7 giugno 2013

French zeuhl and progressive vol. 3 (Jannick Top/Serge Bringolf/Dün)

Jannick Top

Jannick Top (Francia) - Infernal machina (2008). Numerosi reduci dall’esperienza Magma per un rimarchevole disco firmato proprio dal batterista della formazione principe dello zeuhl transalpino. L’opera, suddivisa in dodici parti, esordisce con toni evocativi e poi con una vocalità d’ascendenza etnica à la Dead Can Dance; le ritmiche inquietanti sono però quelle tipiche dello zeuhl classico e, infine, prevaricano i toni iniziali, più eccentrici rispetto al genere. Da ascoltare. Klaus Blasquiz, Natalia Ermilova, Veronika Boulytcheva, voce; Antoine Paganotti, Himiko Paganotti, Stella Vander, seconde voci; François Delfin, chitarra; James McGaw, chitarra; Jim Grandcamp, chitarra; Thibault Abrial, chitarra; Fabine Colella, tastiere; Mathias Leconte, tastiere; Jannick Top, voce, basso, violoncello, percussioni; Christian Vander, batteria; Damien Schmitt, batteria; Marc Chantereau, percussioni.

Serge Bringolf (Francia) - Vision (1981). Bringolf, autore di tre dischi solisti e di collaborazioni con Jaco Pastorius, ricade solo marginalmente nel genere da noi considerato, assestandosi su un eccellente jazz-rock attratto, però, dalla gravitazione degli anni Settanta. Ottimi gli interventi dei fiati e ammirevole, ça va sans dire, la sezione ritmica. Mano, voce; A. Eckert, chitarra; A. Lecointe, chitarra; P.Geiss, sassofono; E. Séjourné, tromba; B. Eck, tuba; E. Séjourné, vibrafono; C. Boussard, basso; Serge Bringolf, batteria.

Dün (Francia) - Eros (1981). Il capolavoro della triade in esame, unico lavoro di un gruppo scomparso nel nulla. Chitarra fusion, basso potente e pastoso, e un andamento erratico, tipico del progressive strumentale continentale, messo spesso a disagio da un inquieto basso continuo, nello stile dello zeuhl francese. Jean Geeraerts, chitarra; Bruno Sabathé, tastiere; Pascal Vandenbulke, flauto; Thierry Tranchant, basso; Laurent Bertaud, batteria; Alain Termol, percussioni.

venerdì 10 febbraio 2012

Natural Snow Buildings - The dance of the moon and the sun (2006) /The Centauri agent (2010)


Natural Snow Buildings è il progetto del chitarrista Mehdi Ameziane e della violoncellista Solange Gularte, francesi della Borgogna.
The dance of the moon and the sun (venticinque tracce per quasi due ore di musica) resta, a tutt'oggi, il loro capolavoro indiscusso. Il duo alterna sapientemente brani quasi folk, o almeno tali da richiamarne la forma  (Interstate roads, Breaking waters, The cover-up, Lie there ...), a composizioni psichedeliche ed ambientali impreziosite da tocchi etnici (specie nelle percussioni, Ten spirit guardian motherfucker, Cut joint sinews and divided reincarnation, Felt presence ghostly humming). La funzione delle prime, al netto della loro intrinseca bellezza, pare quella di far risaltare, grazie a ciò che Eliot chiamava la musica della poesia (la necessaria compresenza di un tono prosastico o rilassato e di accenti alti o solenni), la complessità delle seconde.
Il disegno, da questo punto di vista è abbastanza scoperto e quasi meccanico: la breve Carved heart precede Cut Joint (un minaccioso drone si cangia in un percussionismo tribale); la distesa Rain serenade introduce il brano eponimo incentrato su meravigliosi droni chitarristici; Breaking waters l'oceanica Felt presence, ghostly humming; Wandering souls, invece, Ten spirit guardian.
A riscattare tale prevedibilità (o abilità da mestieranti) rimane l'impressione generale suscitata, l'unica che conti a livello estetico; quando anche i bisbigli dell'ultima traccia (Remains in the ditch of the dead) si sono dissolti ci volgiamo retrospettivamente all'opera cogliendone la sostanziale unità emozionale (una sottesa indefinibile malinconia) che trascende i toni sparsi, da quello melodico e rurale agli slarghi psichedelici-avanguardistici.
Non mancano accenni colti: Eu un miroir, obscurement sembra una citazione di un versetto di San Paolo (Corinzi, 13,12): "Ora vediamo oscuramente, attraverso uno specchio: allora faccia a faccia. Ora conosco in parte: allora conoscerò come sono conosciuto"*.
Il successivo The Centauri agent, ad una seconda parte più incompiuta (almeno nello sviluppo di qualche pezzo), contrappone due capolavori nella prima: The accidental remote viewer e, soprattutto, Our man from Centauri (41’17’’), un viaggio nell’universo, attonito e colossale, ennesima versione (da parte dell’avanguardia musicale) dell’esplorazione psichedelica dello Star Gate di 2001, a space odissey. A differenza di Kubrick, tuttavia, le meditazioni dei francesi non hanno fini, e immergono l’ascoltatore in una lenta meraviglia stazionaria.

* "Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum". J. L. Borges dedicò, in Altre inquisizioni (1952), un breve saggio sulle interpretazioni che Léon Bloy, scrittore integralista cattolico, diede di questo versetto.

mercoledì 10 agosto 2011

Warhammer 48K - An ethereal oracle (2006)

I tempi sono gravidi di sciagure: “i cieli, sconvolti per l’azione dell’uomo, minacciano questo sanguinoso teatro!”*; la città di Columbia (Missouri)**, e l’intero Midwest americano sono stati polverizzati da un attacco nucleare. Un gruppo di superstiti si aggira fra paesaggi sbriciolati e radioattivi, reperti anacronistici e razze mutanti; l’insorgere di nuovi culti post-atomici sostituisce le vecchie credenze ormai inservibili e fraudolente.
L’anno è l’ominoso 2012 (i Warhammer lo stampano sin sulla grancassa) ed An ethereal oracle, suddiviso in nove pezzi senza titolo, è il resoconto sonoro di queste immaginarie cronache del dopobomba. 1 esordisce con un annuncio radio in cui un militare, come in un film di George Romero sui risorgenti, rende conto della situazione; la trasmissione è presto soffocata dalle urla dei superstiti mentre la sezione ritmica entra e comincia a menare randellate. In 2 il cantato viene progressivamente insidiato e quindi soverchiato dalla chitarra per poi improvvisamente ricomporsi e spegnersi nei suoni di un paesaggio palustre; ma è un’illusione: un micidiale giro di basso introduce e sostiene il potente strumentale 3 che, a sua volta, apre la strada a 4, forse la traccia rivelatrice della versatilità di questo gruppo: la linearità quasi progressive dell’inizio è sconvolta dalle distorsioni chitarristiche che, scombinando le carte e velocizzando il tutto, porta al collasso la canzone sino al sabba finale con urla dannate alla Khanate. 
5 è l’intelligente cesura che, al netto di un inizio noise, consente di ripigliare fiato. 6 si struttura in modo anzidetto: l’andamento regolare e caratterizzante viene spezzato sino al deragliamento risolto in distorsioni e gorgoglii. 7 vanta, come contrassegno, rimbombi di basso e  percussioni: sostrato di un breve concerto da camera per sega circolare; 8 è la traccia monotona del disco, mentre 9, come di consueto, vede il ritmo accelerare in un vortice di riff sino alla brutale cesura.
L’univocità dell’ispirazione garantita dall’idea di fondo consente ai Warhammer 48K di poter variare, all’interno del singolo pezzo, i toni più prevedibili e bruciare, quindi, la trita aspettativa di genere (come in 4 e 6). Il progetto parallelo Cave, con la restaurazione di certo progressive lineare alla Neu, in special modo nell’eccellente Pure moods, confermerà tale ammirevole predisposizione all’eterodossia. 

* Macbeth, II, 4
** Terra d’origine dei Warhammer 48K.