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lunedì 1 giugno 2015

Nick Drake - Second grace. Alternate versions and unreleased songs (2001)


Da qualche tempo in qua mi sta rodendo un minuscolo tarlo mentale; niente di originale. L'originalità, ammesso che sia mai esistita, sembra una chimera estetica, oramai. Non è originale, tale pensiero, ma è in me molto vivo. Mi chiedo se altri lo condividano con la mia stessa vividezza. Ed è questo: credo che gli esseri umani siano inutili. O meglio: credo che una larga parte dell'umanità si avvii alla constatazione della propria inutilità. 
Inutile per il Potere, ovviamente.
In quale contesto? Questo attuale, postmoderno, nichilista, secolarizzato. Niente più passioni, niente più divinità, nessun eroe, niente più pazze aspirazioni, niente più assalti al cielo. Cosa si aspettano gli uomini di oggi? Parlo di ciò che vedo tutti i giorni: la loro massima speranza è farsi una bella vacanza. La riprova è in questo ponte del 2 giugno (che non ho fatto): già da venerdì sera i romani erano spariti. A fare che? A non fare niente. Questa è la vacanza. Staccare dalla realtà. Staccare dal mondo. Idiotizzarsi un po'. Girare in tondo. Godere un poco. 
Riappariranno? Certo, più stupidi e infelici di prima. Riappariranno, gonfi, pesanti, idioti, il mercoledì mattina, sempre uguali, scemi, bolsi e idioti due volte, nelle loro macchinine, coi loro problemini, coi cellulari-parassiti, coinvolti nei consueti ingorghi (sempre gli stessi). Spesso me li guardo, questi romani (questi italiani di Roma) e mi chiedo: ma siamo sicuri che servono ancora a qualcosa?
Attenti! Siamo sicuri che serviamo ancora a qualcosa ... non mi tolgo dal mazzo ...
Poche settimane fa la grande notizia: una fabbrica cinese è stata interamente robotizzata. Con successo. Neanche un essere umano, a parte qualche nerd di programmatore. Cosa produrrà, in massa, tale fabbrica? Risposta: componenti elettronici. Altra domanda: e tale offerta di componenti elettronici (utili per PC, cellulari, kindle e quant'altro) a chi è diretta? A chi nel mondo ne farà richiesta? No, a chi potrà permettersi questi gadget, ovvero a chi un lavoro ancora ce l'ha; sicuramente un lavoro non lo hanno i cinesi che prima lavoravano in quella fabbrica. In altre parole: la produzione industriale va avanti non preoccupandosi della solvibilità di eventuali, nuovi compratori. 
Il profitto, il profitto.
Ma poi, mi chiedo ancora: serve ancora il lavoro? Non sta forse scomparendo il lavoro? Serve ancora il lavoro? Servono ancora i lavoratori? Non sarà che la ricchezza viene creata da altra ricchezza? Che lavoro fanno Soros e i fondi d'investimento planetari? I soldi generano i soldi, la ricchezza genera la ricchezza, non certo il sudore ... il braccio non muove più il telaio ... ricchezze immani, spaventose, incommensurabili girano alla velocità della luce, ma non hanno nulla a che fare con il lavoro; con il lavoro, almeno, che crea le cose, e le trasforma: bottoni, olio, tavoli, chiodi, maiali, pomodori, case, quello che volete.
Soros, Abramovic, Bill Gates, la Apple, la Monsanto hanno poi bisogno dell'umanità? Voi direte: certo, altrimenti a chi venderebbero la merce!
Non ne sono più tanto sicuro.
Gli serve un'umanità sempre più elitaria e solvibile (basta meditarne la propaganda), ma, in realtà, essi non producono per tutti (anche perché non gli serve produrre per arricchirsi, come detto). Alcuni miliardi di umanoidi, fosse per loro, sarebbero già al camposanto (e, per il capitalismo, la mancanza di danaro è già indifferenza, e morte). 
Mi seguite? Ammetto di non aver voglia di argomentare cartesianamente ...  
In ogni caso: sono convinto che, di qui a pochi decenni, larga parte dell'umanità diverrà completamente superflua.
La stermineranno? Guerre termonucleari? Pestilenze micidiali? Carestie su larga scala?
Il futuro delineato da George Romero (elites private che occupano torri d'avorio ipertecnologiche assieme ai loro schiavi e famigli) è a portata di mano.
Un neofeudalesimo prossimo venturo, cinque miliardi di morti ... carne inutile e già appassita. A cosa serviamo, poi ... ditemelo ... l'Occidente, almeno, è finito.
La massima aspirazione di un ventenne occidentale è trascorrere il fine settimana a Ibiza, o altra meta kitsch consimile.
Ammettiamolo: ubriacarsi o sniffare in Spagna è davvero molto più cool che farlo a Scampia, ai Parioli o a Quarto Oggiaro.

mercoledì 11 marzo 2015

Detroit rock sound - Where you gonna go. Motor City garage bands 1965-1969 (2008)/Sympathetic sounds of Detroit (2001)

Dirtbombs
Il sottotitolo a questo post potrebbe essere: non valiamo più niente, ecco la verità.
Volevo usare una espressione più forte, ma anche questa rende bene l'idea. Sì, siamo una generazione di smidollati, facciamo schifo a noi stessi. Le differenze con chi ci ha preceduto sono palpabili e nette, come strati geologici di materiali incompatibili.
L'ho già spiegato: ai tempi di MC5 la gente si faceva ammazzare nelle strade, adesso su tutte le vette è pace.
Nessuno oggi reagisce perché non ha la minima idea di come farlo; e, soprattutto, ha paura a farlo: una sorta di vergogna sociale - o di inadeguatezza - ne blocca gli atti più spontanei. Timorosi, queruli, isterici, arroganti - facce diverse di uno stesso cubo di Rubik, quello dell'impotenza.
E questo accade, pur con tutti i nostri titoli di studio, i dottorati, le lauree, le specializzazioni, la sapienza tecnica e la possibilità davvero prometeica di conoscere in tempo reale il mondo e la natura: e perché accade? Perché, in fondo, siamo solo degli attori della vita.
Il capolavoro del potere: costringerci, senza apparente obbligo, in una recitazione ben precisa.
Non esprimiamo sentimenti, ma fingiamo sentimentalismi; non rivendichiamo giustizia, ma ciò che ci hanno detto essere giustizia; non conosciamo l'amore e l'odio, ma i simulacri commerciali di queste due potenti molle all'azione. Una finzione continua, un traccheggiare da guitti che sembra farci felici  e invece conduce alla nevrosi.
I nostri vecchi avevano la seconda o la terza elementare, ma ancora possedevano passioni. Li potevi ingannare come i cafoni di Fontamara, costringerli con la forza, tenerli nell'ignoranza più brutale, limitarli in una riserva, ma era impossibile che scambiassero il bene con il male; o fingessero una vita o degli odi o degli atteggiamenti. Esisteva ancora l'indignazione, come istinto sorgivo, immediato. E un sentimento di giustizia naturale, millenario. Il benessere e la pace hanno infrollito i loro figli, e i loro nipoti e bisnipoti - noi - ridotti a innocui figurini di secondo piano, perfettamente manipolabili, e intercambiabili.
La mancanza della passione ... di empatia, di coinvolgimento emotivo. Una deprivazione emozionale che lascia sbigottiti. Di fronte alle tragedie, all'iniquità più manifesta (contro persone e popoli) si rimane assolutamente indifferenti; a volte sarcastici sino al dileggio, altre spietati sino al tecnicismo. La tragedia della Grecia, le morti per le difficoltà economiche, la corruzione più sfacciata dovrebbero incendiare il cuore e le lingue ... e invece ... non ho mai visto un corpo sociale più amorfo, passivo, cinico e tremebondo ... rifugiato nella piccineria, nei piccoli conti in casa propria, nel menefreghismo alla si salvi chi può ... perché noi non viviamo, recitiamo ... non sta bene protestare, la parte è assegnata ... coesione, placare i toni, sopire, troncare, cautela ... le ingiustizie più squallide, sbandierate con la protervia dei criminali, non provocano che qualche borbottio ... si alzano le spalle ... si sposa una causa e la si abbandona alla prima difficoltà ... si giura e si spergiura, in alto i cuori, all'arrembaggio .... e poi, al primo scoppio di mortaretto: non ho tempo, non stiamo facendo bene, mamma la pula, occorre una riunione, convergenze parallele, devo scappare ...
Detroit, deindustrializzata, spolpata, spopolata, in bancarotta, rassegnata ... la prefigurazione dell'Italia, insomma ... ma, se non altro, ricca di sacche di pura ribellione artistica: Tidal Waves, Unrelated Segments e MC5 allora; Dirtbombs, Paybacks, Buzzards adesso ... ore di grandissima musica rock da accoppiare all'altra micidiale compilation, Detroitrocksampler, compilata da Julian Cope e ammannita dal vostro Signore della Notte ... in persona ... con un poco di fatica ... sudore e qualche goccia di sangue ....
Intanto, in Italia, le solite baruffe chiozzotte: si accapigliano un critico musicale e un perfetto coglione da musicarello renziano ... uno dei tanti nadir dell'intelligenza italiana ... fra i due non saprei chi scegliere: uno è sicuramente un coglione (con la zeppola), l'altro invece pure ... venendo meno all'aurea regola: mai parlarci con un coglione, qualcuno potrebbe non capire la differenza ... e infatti ... ridicoli anche nella depressione ... un paese da tre palle un soldo, davvero ... viva Detroit!

Tracklist:

domenica 26 ottobre 2014

Virgin Forest vol. 7 - The Swedish progg Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968)/Träd Gräs och Stenar - Djungelns Lag (1971)/Kultivator - Barndomens stigar (1981)

Träd, Gräs och Stenar

Progg con due 'g' ... progressive svedese, prossimo alle istanze libertarie del coevo Rock in Opposition. In realtà il progressive si trova, brillantissimo e fuori stagione, solo nel disco dei Kultivator. Per Pärson Sound e Träd Gräs och Stenar (sono, di fatto, lo stesso gruppo) si può parlare di psichedelia d'avanguardia. I due ensemble, assieme alla loro terza incarnazione International Harvester (da ascoltare qui, NWW23), hanno licenziato, in pochi anni, una delle più importanti discografie europee nell'ambito musicale sopra delineato.

Il disco edito dai Pärson Sound nel 2001 raccoglie persino un esperimento elettronico (del 1966, a opera di Persson), ma si sostanzia soprattutto di lunghe jam strumentali che anticipano, di quasi trent'anni, la nuova psichedelia degli anni Novanta. From Tunis to India in fullmoon (20'29''), Tio minuter (10'30''), India (slight return) (13'06''), Skrubba (28'57''), stranite dal violoncello di Arne Ericsson, sono processioni acidissime, a mezzo fra il minimalismo orientale di Riley e inflessioni dei Velvet di John Cage; le date di pubblicazione dei dischi, tuttavia, congiurano a una loro indubbia originalità. sciolti i Pärson Sound, i Nostri pubblicano, come International Harvester, l'ottimo Sov gott Rose-Marie, quindi si riassestano attorno a una psichedelia con alcune concessioni rock: come Träd, Gräs och Stenar (Alberi, Erba e Pietre), infatti, licenziano alcune cover (All along the watchtower, The last time, Satisfaction), debitamente stravolte; il tono sonoro, tuttavia, non rinuncia a quelle marce elettriche, fluviali e antimelodiche che caratterizzavano gli esordi: Tidigt om morgonen (13'46) e Amithaba-In kommer gösta (31'54'') alcuni dei monoliti presenti nel live Djungelns lag.

Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968). Ulla Berglund, voce; Torbjörn Abelli, voce, basso; BoAnders Persson, voce, chitarra; Arne Ericsson, violoncello; Thomas Tidholm, voce, sassofono; Thomas Mera Gartz, voce, batteria.

Träd, Gräs och Stenar - Djungelns lag (1971). Torbjörn Abelli, voce; basso, armonica; voce, Thomas Merz Gartz, batteria, armonica; Jakob Sjöholm, voce; chitarra; Bo Anders Persson, voce; chitarra, violino; Arne Eriksson, tastiere; Ulla Berglund, percussioni.

KultivatorBarndomens stigar (1981). Jonas Linge, voce, chitarra; Ingemo Rylander, voce, tastiere; Johan Hedren, tastiere; Stefan Carlsson, basso; Johan Svärd, batteria, pecussioni; Hädan Sväv, cori.

domenica 27 ottobre 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 5 (Saqqara Dogs/Mirza/Zebulon Pike)

Zebulon Pike

Saqqara Dogs (Usa, California, San Francisco) - Thirst (1987). Un piccolo capolavoro nascosto degli Ottanta. Costola dei Factrix, i Saqqara obliano le dissonanze sataniche degli ascendenti e confezionano una sorta di post rock etnico memore, ad esempio, dei Black Sun Ensemble. La chitarra frippiana di Bergland si esalta nei ritmi rilassati e crepuscolari di Gregorian stomp oppure si fa più tagliente in Sacrifice, il cui humus sonoro si colora di un’angoscia industrial. Bong Bergland, voce, chitarra; Sync 66, voce, chitarra, tastiere, violoncello, basso, percussioni; Hearn Gadbois, voce, percussioni, cembalo.

Mirza (Usa, California, San Francisco) - Last clouds (2001). Il disco assomma il 12’’ Ursa Minor, del 1996 (le prime quattro tracce, notevoli), e altri sette pezzi registrati, in maniera non impeccabile, fra il 1996 e il 1998. Tutti strumentali. Last clouds rimane sospeso fra psichedelia (decisivo il contributo delle tastiere), space e (rari) indurimenti post rock. Un disco risultato dalla compilazione di differenti momenti sonori, ma che trova compattezza nel diffuso tono trasognato e in certe godibili progressioni psych. Steven R. Smith, chitarra, batteria; Glenn Donaldson, chitarra, tastiere; Mark Williams, chitarra, basso; Brian Lucas, chitarra, basso.

Zebulon Pike (USA, Minneapolis, Minnesota) - II: The defeaning twilight (2006). Stoner progressive? Possibile? La prima, grande traccia (The pyramid is the ascending spiral, 12’29’’) dà fuoco alle polveri à la Kyuss; ben presto, però, si vira dalle parti di Polvo e Bitch Magnet, la partitura si fa più complessa, ma non confonde mai la profondità con la superfetazione di viluppi sonori esagitati da manierismi strumentali. Il resto è di pari forza (Structure of the black stallion, 22’14’’; Ashes of Xerses, 20’41’’; And blood was passion, 13’13’’): pozze statiche e riprese cingolate, distorsioni e iterazioni cacofoniche si alternano per uno dei migliori dischi di genere degli anni Duemila. Sarebbe bene ascoltarlo subito. Erik Fratzke, chitarra; Morgan Berkus, chitarra; Steve Post, basso; Erik Bolen, batteria.


mercoledì 23 ottobre 2013

James Brown - Live at the Apollo Theatre vol. 2 (deluxe edition) (2001; recordings 1967)



Seconda parte della saga James Brown, Live at the Apollo Theatre (di New York): registrazioni che datano alle due giornate del 1967, 24 e 25 Giugno.
Più che un disco, questa è una riprova, sul campo, dell'intrusione di elementi non oggettivi nella valutazione di un'opera; l'abbiamo già affermato: a volte agisce la nostalgia, altre il fascino borderline dell'autore; in questo caso, oltre ai primi due fattori, ben presenti, si assiste alla consacrazione di un capolavoro per merito della pura personalità dell'interprete. 
James Brown.
Ventitrè tracce.
Se ne possono saltare ventidue (se non vi piace il genere).
Cliccate su It's a man's man's man's world. 19'12''. Composto l'anno precedente il concerto dallo stesso Brown e da Betty Jean Newsome, il brano (durata originaria: 2'46'') viene dilatato a diciannove minuti a mezzo di sermone erotico semplice e sincero (This is a man's world/But it wouldn't be nothing, nothing/Not one little thing/Without a woman or a girl), a mezzo tra il soul e il talkin' blues; diciannove minuti dal ritmo sgocciolante, trattenuti e nello stesso tempo intensi come un rapporto amoroso, sommessi sin quasi a spegnersi o improvvisamente accesi da grida brucianti. Come si è notato a proposito di stili completamente diversi (i Neu!, Captain Beefheart), James Brown riesce a sintonizzarsi su qualche ritmo biologico fondamentale dell'uomo: la recita potrebbe durare ore, vocalizzo dopo vocalizzo, tra discese e risalite e istrionismi. Un capolavoro assoluto.
E il resto pure.

sabato 13 aprile 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 2 (Akron/Anatrofobia/Andrea Centazzo)



Akron - La signora del buio (1999). Very dark organ driven heavy progressive from Italy in the vein of Jacula, Metamorfosi, Pholas Dactilus, Antonius Rex, Il Segno Del Comando. Pressed in very limited quantity of 400 copies accompanied by booklet. HIGHLY RECOMMENDED!!!!

Anatrofobia - Le cose non parlano (2001). Great new Italian band, playing a complex RIO styled improvisational rock reminding much of Univers Zero, Doctor Nerve and Curlew along with the much newer Zu. Excellent dark atmospheres, chaotic use of electronics and saxes sometimes touching the edges of industrial. This is their second release and long deleted.

Andrea Centazzo - Ictus (1974). "Italy's top orchestral percussionist, Andrea Centazzo has composed and performed lyric operas, orchestral symphonies, and percussion solos. Since 1983, Centazzo's attention has been focused on multimedia productions incorporating traditional and electronic instruments and video tape. Centazzo has been praised for his ability to "synthesize Oriental percussive vibration with timbal understanding of contemporary music and the soul of jazz and rock". Centazzo first attracted attention as a sideman for such avant-garde artists as John Zorn, Steve Lacy, and Don Cherry. The possessor of a doctorate in musicology, he has taught seminars and workshops in Europe and the United States. A prolific writer, Centazzo has composed more than 350 pieces and has authored eight books on musicology".  Craig Harris, All Music Guide
A real masterpiece ... dreamy improvised music with eastern influences and much use of electronics!
Thanks Michael for the scans!

Andrea Centazzo Trio - Ratsorock (1977). Following my previous post of Andrea Centazzo's LP on PDU, here's one more rare recording on Centazzo's Ictus label, from 1977. Excellent free form Jazz improvisations !

martedì 16 ottobre 2012

Encounters at the end of the world - Khanate - Khanate (2001)/Things viral (2003)/Capture and release (2005)


Ascendenti e discendenti dei Khanate (Alan Dubin, voce; Stephen O'Malley, chitarra; James Plotkin, basso; Tim Wyskida, batteria): Æthenor, Sunn O))), Jodis, Gnaw, Burning Witch, Lotus Eaters, OLD, Manbyrd, Blind Idiot God. Basterebbe questa sequela di nomi per capire che il Regno del Gran Khan è il punto d'arrivo e di diffusione di musica di livello ragguardevole, comunque la si voglia appellare, doom, metal, drone, più o meno post.
La grandezza dei Khanate, però, alberga altrove. Essi situano la propria musica alle Colonne d'Ercole dell'esperienza umana. Centinaia di artisti prima di loro hanno esplorato le più recondite regioni dell'animo e del pensiero, ma hanno vanificato, proprio in quanto artisti, queste ricognizione con il calore della creazione ovvero di ciò che, in altri tempi, ancora veniva chiamato poesia o entusiasmo o afflato romantico.
Gnaw Their Tongues e Throbbing Gristle hanno reso plastico o presagito l'inferno dell'uomo postmoderno, anemico ed anaffettivo; se gli dei hanno abbandonato l'umanità e le loro tavole della legge giacciono sconsacrate a terra, quale senso attribuire all'esistenza? Se l'uomo è un morto-in-vita, schiacciato dal latente nichilismo e dalla perdita di riferimenti morali; se la morte è priva di senso poiché priva di prospettiva ultraterrena, allora l'Inferno è sulla Terra e siamo già dannati. Questa la conclusione ineccepibile del nichilismo montante. Bagliori di questa conoscenza insostenibile: H.P. Lovecraft, Charles Baudelaire, Edgar Allan Poe, Franz Kafka, Friedrich Nietzsche, Alfred Kubin, Giacomo Leopardi, il Wakefield di Hawthorne, il Bartleby di Melville, Guy de Maupassant, gl'incubi borghesi di Simenon ... Solo baluginii di verità, lame di luce, poiché una rivelazione piena ed accecante condurrebbe alla pazzia o al silenzio; e alla musica dei Khanate.
Il silenzio di Dio regna su queste tracce; l'aria immobile è rotta da urla straziate o da bisbigli; distorsioni inumane accompagnano questi salmi rivolti al Nulla; le percussioni occasionali e i rimbombi del basso officiano una liturgia disperata che non ha più scopo. I suoni nascono e muoiono nelle tenebre più assolute; la vita è un eterno presente da cui è stata risucchiata la speranza; i sopravvissuti vagano ciechi in un labirinto senza luce dilaniandosi a vicenda. 
Il Cristo si torce per l'ultima volta sul proprio strumento di morte e grida, come Dubin, l'ultimo grido senza più risposta: "Eloì eloì lemà sabactàni!".

giovedì 16 febbraio 2012

Ashera - Color glow (2001)


Ashera, progetto dell'australiano Anthony Wright, è un'immersione, articolata in undici brani, in una regione monocroma e fluttuante dell'anima. Monocroma poiché nessuna evidente sfumatura turba la profondissima distesa lattea delle tastiere di Wright; fluttuante perché le sonorità dell'autore configurano un mondo sospeso e rallentato indeciso fra i tre elementi di acqua, terra o aria. Savannah mirage sembra allargarsi nella contemplazione di un alba maestosa; Music box, invece, ricreare, coi suoi brevi tocchi tastieristici, le profondità marine, ricche di liquidi bisbigli e dense d'una vita sfuggente e rallentata; l'eponima Colour glow, coi suoi cori celestiali, invero al limite del kitsch, pare evocare purissime dimensioni eteree. A dispetto del titolo, è il bianco, ovvero la somma di tutte le gradazioni cromatiche (e quindi la loro negazione), a dare il tono all'opera; tale monotonia è resa in una monolinguismo musicale che, deprivato di qualsiasi sfumatura, rientro o crepa come una perfetta superficie di alabastro, assume le benigne sembianze d'una escursione 'paradisiaca'. Herman Melville (Moby Dick, cap 42, La bianchezza della balena) mostra la duplice natura del bianco: “... in molti oggetti naturali la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse una sua speciale virtù … vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale … [ma] sebbene … l'uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate e grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell'anima come uno strano fantasma”. Ashera preterisce del tutto questo secondo significato (che non si riverbera, quindi, nell'espressione musicale), e la sua creazione, benché pregevole, ne esce limitata come un bel manufatto senza le proprie naturali ombreggiature.

venerdì 16 settembre 2011

Electrelane - Rock it to the moon (2001)

Quartetto femminile di Brighton (Verity Susman, tastiere; Emma Gaze, batteria; Mia Clarke, chitarra; Rachel Dalley, basso), Electrelane pervennero alla loro creazione più riuscita nel disco d’esordio, raccolta di undici strumentali* bifronti che riutilizzano con successo scampoli apparentemente inservibili di ritmi sixties.
L’opera si fonda, in larga parte, ma non esclusivamente, come si vedrà, sulle due caratteristiche anzidette: una struttura che contempla stasi e brucianti accelerazioni nonché un gusto divertito per il pop d’antan, quest’ultimo organizzato ed indirizzato dalle tastiere della Susman, talmente essenziali e caratterizzanti, almeno nella prima parte del disco, da emarginare il resto del gruppo.
Long dark
è l’epitome delle notazioni anzidette: l’inizio interlocutorio, con isolati accordi chitarristici, è improvvisamente acceso da un accelerato ritmo surf (Duane Eddy) presto prevaricato da un organo trascinante e sbarazzino nelle citazioni (è il turno di Pop corn). La derubricazione a metronomo elementare della sezione ritmica è il prezzo da pagare per sostenere queste travolgenti fughe revival.
L’ottima Gabriel, Blue struggler e Many peaks confermano tale costruzione anfibia, mentre Film music, irresistibile centone organistico di musica per film anni Sessanta, è l’apice, con accenti parodistici, ma sempre scanzonati, della felice vena rievocativa.
Spartakiade
, breve tirata garage ritmata da battimani, e, soprattutto, U.O.R., in cui la chitarra parte con strappi improvvisi o ristagna in pozze elettriche e noise, ritagliano a Mia Clarke un ruolo di rilievo e annunciano il vero quanto inopinato cambio di registro degli ultimi due pezzi: la plumbea monotonia di The boat depura il suono dal leggero tono pregresso ed introduce agli undici minuti di cupa psichedelia di Mother** in cui le percussioni scarnite e le tastiere spettrali riecheggiano, non a sproposito una volta tanto, l’incedere di Sister Ray.
L’inaspettato finale, rispetto ai toni quasi beat delle tracce più famose, rende spessore all’opera e fissa in un felicissimo chiaroscuro la definitiva nuance.


* Eccezion fatta per il trascurabile cantato di Spartakiade.
** In realtà una traccia di ventidue minuti comprendente un lungo silenzio centrale e una breve chiusa acustica.