mercoledì 29 ottobre 2014

Anekdoten - Vemod (1993)

Ancora svedesi, Anekdoten (Nicklas Berg, voce, chitarra, tastiere; Anna Sofi Dahlberg, voce, tastiere; Jan Erik Liljeström, voce, basso; Peter Nordins, batteria, percussioni).
Un disco storico, che alcuni ricordano con nostalgia indicibile (almeno a Roma; almeno coloro che erano devoti alle radio rock locali).
Thoughts in absence fu un hit assoluto dell'immaginario di tale minoranza spirituale che vedeva dissolversi gli ultimi aneliti anticommerciali e frontisti. Gli anni Ottanta avevano infierito; i primi Novanta (proprio in contemporanea con il successo del grunge) tumularono quelle esperienze libertarie: si apriva l'era delle radio con le playlist a gettone, gonfie di pubblicità e invase dalla chiacchiera e da quell'idiota anelito di partecipazione degli ascoltatori (messaggi, messaggini, melensaggini, battutine).

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Thoughts in absence è una ballata delicata come un prezioso cristallo, ma il resto dell'album è positivamente tributario dell'hard progressive dei King Crimson di Red.

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Ma dove sono più le nevi di un tempo?
Ditemelo voi: è tutto perduto?
Dove sono le nevi del bel tempo che fu?

domenica 26 ottobre 2014

Virgin Forest vol. 7 - The Swedish progg Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968)/Träd Gräs och Stenar - Djungelns Lag (1971)/Kultivator - Barndomens stigar (1981)

Träd, Gräs och Stenar

Progg con due 'g' ... progressive svedese, prossimo alle istanze libertarie del coevo Rock in Opposition. In realtà il progressive si trova, brillantissimo e fuori stagione, solo nel disco dei Kultivator. Per Pärson Sound e Träd Gräs och Stenar (sono, di fatto, lo stesso gruppo) si può parlare di psichedelia d'avanguardia. I due ensemble, assieme alla loro terza incarnazione International Harvester (da ascoltare qui, NWW23), hanno licenziato, in pochi anni, una delle più importanti discografie europee nell'ambito musicale sopra delineato.

Il disco edito dai Pärson Sound nel 2001 raccoglie persino un esperimento elettronico (del 1966, a opera di Persson), ma si sostanzia soprattutto di lunghe jam strumentali che anticipano, di quasi trent'anni, la nuova psichedelia degli anni Novanta. From Tunis to India in fullmoon (20'29''), Tio minuter (10'30''), India (slight return) (13'06''), Skrubba (28'57''), stranite dal violoncello di Arne Ericsson, sono processioni acidissime, a mezzo fra il minimalismo orientale di Riley e inflessioni dei Velvet di John Cage; le date di pubblicazione dei dischi, tuttavia, congiurano a una loro indubbia originalità. sciolti i Pärson Sound, i Nostri pubblicano, come International Harvester, l'ottimo Sov gott Rose-Marie, quindi si riassestano attorno a una psichedelia con alcune concessioni rock: come Träd, Gräs och Stenar (Alberi, Erba e Pietre), infatti, licenziano alcune cover (All along the watchtower, The last time, Satisfaction), debitamente stravolte; il tono sonoro, tuttavia, non rinuncia a quelle marce elettriche, fluviali e antimelodiche che caratterizzavano gli esordi: Tidigt om morgonen (13'46) e Amithaba-In kommer gösta (31'54'') alcuni dei monoliti presenti nel live Djungelns lag.

Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968). Ulla Berglund, voce; Torbjörn Abelli, voce, basso; BoAnders Persson, voce, chitarra; Arne Ericsson, violoncello; Thomas Tidholm, voce, sassofono; Thomas Mera Gartz, voce, batteria.

Träd, Gräs och Stenar - Djungelns lag (1971). Torbjörn Abelli, voce; basso, armonica; voce, Thomas Merz Gartz, batteria, armonica; Jakob Sjöholm, voce; chitarra; Bo Anders Persson, voce; chitarra, violino; Arne Eriksson, tastiere; Ulla Berglund, percussioni.

KultivatorBarndomens stigar (1981). Jonas Linge, voce, chitarra; Ingemo Rylander, voce, tastiere; Johan Hedren, tastiere; Stefan Carlsson, basso; Johan Svärd, batteria, pecussioni; Hädan Sväv, cori.

giovedì 23 ottobre 2014

Nurse With Wound list vol. 38 (Boyd Rice/Terry Riley/Rocky's Filj/Claudio Rocchi/Ron 'Pate's Debonaire/Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener)

NWW list vol. 38. Boyd Rice
Indice Generale/General index

222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente (ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore (debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo. Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana, calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici, astenersi come d’uso.

223. Terry Riley (Stati Uniti) - A rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) – inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé, necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.

224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi (1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano, fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno. Notevole. 

225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione progressive italiana, L’ultima spiaggia (12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione di Il soldato, brano più sbilanciato verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz, chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso, batteria.

226. Ron 'Pate's Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio … l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) e una sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye, voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono; Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate" Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno, percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono; Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono; Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso; Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron, percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips "Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria; percussioni; Charles Ogden, batteria.

227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo, Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende, ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con cautela.


lunedì 20 ottobre 2014

Mutant sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 14 (Maurizio Bianchi/Maurizio Giombini/Master's Cosmic Music/Schlammpeitziger)

Indice generale/General index

Maurizio Bianchi (M.B.) - Mectpyo blut (1979). Here's the very first release of the legendary Maurizio Bianchi,under the name M.B., from 1979. Not that harsh industrial noise outputs that can be heard in other releases ,but electronic experimental music, claustrophobic in the vein of Asmus Tiechens, early 80s recordings. Was re-released by Slaughter Productions in Italy, in the early 90s in limited edition of 30 copies.
"Bianchi began to produce music in 1979, and since 1980 has used electronic equipment with the avowed goal 'to produce technological sounds and in such a way to work on complete realising of the modern decadence'.
In the beginning, he published tapes under the alias Sacher-Pelz. In 1981, William Bennett, head of the band Whitehouse and the British Come Org. label, offered Bianchi a record contract, which Bianchi signed unchecked. It was based on a "joke contract" that Steven Stapleton of Nurse With Wound had sketched. The contract assumed all rights to Bianchi's work. After delivery of the tapes Bennett edited-in speeches by Nazi leaders, and instead of the relatively unsensational name MB, it was published under the alias Leibstandarte SS MB, named after the SS unit that worked as bodyguards to Adolf Hitler.
Until 1984, Bianchi published on other labels intensively as either MB or simply Maurizio Bianchi, sometimes several albums and/or tapes per year, as well as numerous tracks to compilations.
Bianchi became religious and withdrew from the music business. Much of his work is sought today by collectors, especially as they appeared in extremely small editions. In 1998, encouraged by Alga Marghen label head Emanuele Carcano, who offered him a label of his own, Maurizio Bianchi started again to make music. The label is EEs'T Records, through which he released new editions of all old MB albums, as well as many new releases.
Therefore, since 1997, he was back on the underground scene, working on several projects both in solo or in collaboration with other Italian artists (Giuseppe Verticchio/NIMH, Arnaldo Pontis and Corrado Altieri/TH26, Davide Femia/MDT, Saverio Evangelista, Matteo 'Hue' Uggeri/Sparkle in Grey, Emanuela De Angelis and Eugenio Maggi/Crìa Cuervos) and international (Klaus e Danijela Jochim/Telepherique, Sandro Kaiser/Frequency In Cycles Per Second, Akifumi Nakajima/Aube, David van Ravesteijn/Land Use, Siegmar Fricke, Nobu Kasahara e Hitoshi Kojo, Maor Appelbaum, Jozef Van Wissem, Craig Hilton, Philip Julian/Cheapmachines)".

Maurizio Giombini - Antropophagus/Le notti erotiche dei morti viventi (1980). 2 great electronic soundtracks to 2 Joe D'Amato movies by the great Marcello Giombini .In the same vein as TransVita Express LP.Scary electronic music all through(check the great interpretation of Zorba The Greek at the start of Anthropophagus , which was made in Greece).
An Excellent companion to the previous posted Akron LP along with Jacula and the rest!

Master's Cosmic Music/Schlammpeitziger - Let the star shine in/Burgfensterrhytmuskuckloch (1994). Though I've never heard a peep about Master's Cosmic Music elsewhere, anyone out there thats kept an ear cocked to the sublime electronica developments that have emerged from the A-Musik/Sonig-related Cologne axis over the last 10+ years should be well aware of the truly wonderful Schlammpeitziger, an artist whose allegiance to the Cluster/Tietchens/Tyndall wing of the Sky Records aesthetic is even more self evident than those of his contemporaries in this scene. Which brings us to the album at hand, easily Schlammpeitziger's rarest. Issued back in 1994, before any real attention had consolidated around this emergent wing of German electronica, this sits at a complete right angle to any other recordings in his canon. Nope, theres no cartoonishly technicolor giddiness at work on his 4 tracks here. Rather, a completely different dimension to his work wholly abandoned thereafter: glazed and blasted kosmiche electronics of a very advanced order. Unexpectedly, it's Italy's Masters Cosmic Music who pull the proceedings closer to the anticipated Cologne electronica template, with a delicately chiming, tinking and blipping trifecta that brings to mind nothing so much as what To Rococo Rot's Stefan Schneider would be getting up to some five years later with his Mapstation project.