Auguro a chiunque segua il blog un Natale e un 2016 sereni
Mario Bertoncini - Arpe
eolie (2007; recordings 1973-1974). Co-fondatore di Nuova Consonanza (1959;
era l’associazione nata per promuovere l’avanguardia italiana), assieme a
Macchi, Evangelisti, Bortolotti; fra gli altri. Arpe eolie è un capolavoro (in
cui è sfruttata, appunto, l’arpa eolia, le cui vibrazioni sono originate dal vento) di
cui Bertoncini è esecutore e artefice assoluto. Echi remotissimi e avvolgenti,
e sempre minacciati dalla casualità, come una fiamma mossa dalle correnti più
capricciose, tengono in scacco estatico l’ascoltatore. Inevitabile.
Mario Nascimbene - Atti
degli Apostoli (2004; recordings 1969). Mario Nascimbene fu autore di
numerose colonne sonore, ancora da valutare. Al sottoscritto egli è caro
soprattutto per la collaborazione con Roberto Rossellini; con il Rossellini televisivo,
magnifico e tardo, in cui la ricostruzione storica accurata, l’ansia divulgativa
e la calda empatia delle immagini vanno di pari passo. Di tale collaborazione è
rintracciabile, per ora, solo la presente testimonianza ove si ritrovano parte
dei dialoghi dello sceneggiato, a detrimento della musica vera e propria. Ma
non è un ostacolo all’apprezzamento, anzi: il delicato tema iniziale, sottolineato
in modo indimenticabile dal flauto di Severino Gazzelloni, si costituisce
subito quale sfondo sonoro e morale del disco (ricco di eccellenti spunti
etnici), e va a fondersi perfettamente al testo; in tal modo Nascimbene rende
alla perfezione la Stimmung del quinto Vangelo: qui lo smarrimento per la morte
del Cristo e la mestizia convivono con un fervore spirituale incrollabile e la
viva speranza per un mondo ulteriore che renda giustizia all’iniquità di questo.
Da sentire il disco, da vedere lo sceneggiato; bruti astenersi.
Mauro Bortolotti/Walter Branchi - Paesaggi intravisti (1987). Walter Branchi è una delle colonne del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza; Bortolotti fu allievo di Pietro Grossi, pioniere dell’elettronica italiana, co-fondatore di Nuova Consonanza (l’associazione, non il gruppo) e scheggia ideologica dei Corsi Estivi di Darmstadt (Internationale Ferienkurse für Neue Musik, Darmstadt), untori primi della scena sperimentale europea. Paesaggi intravisti consta di due lunghe tracce: inserti dialogati, concretismi, ambient, elettronica convivono in un flusso sonoro accattivante, felicissimo. Lo consiglio, ovviamente. In più, sotto i video dei primi due dischi (su youtube non esistono video dei Paesaggi), aggiungo un imperdibile documentario tedesco (di Theo Gallehr) sul Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza. Per il download: basta cliccare sul titolo, spuntare la casella e cliccare nuovamente, stavolta sul simbolo universale del download (下載 in cinese) e il tutto si avvierà automaticamente.
Tutte session per un programma radio tedesco, di Brema, il Beat Club. Ho scelto quelle hard rock. Roba vecchio stampo, che è girata sul piatto mille volte ... eppure, ogni tanto, vien voglia di risentirla. MC5 sopra tutti. Black Sabbath, 1970 01 - Iron man 02 - Paranoid 03 - Black sabbath 04 - Blue suede shoes MC5, 1972 01 - Kick out the jams 02 - Ramblin' Rose 03 - Motor City's burning 04 - Tonite 05 - Black to comm #2 Led Zeppelin, 1969 01 - Babe I’m gonna leave you 02 - Whole lotta love 03 - You shook me Jeff Beck 25 marzo 1972 01 - Got the feeling 02 - Situation 03 - Morning dew 04 - Tonight I'll be staying here with you 05 - Going down 06 - Definitely maybe
Thirsty Moon (Germania) - You'll never come back (1973). Già recensito qui.
This Heat (Gran Bretagna) - This Heat (1979). Webbaticy: "Ciò che lo rende comunque all'altezza del secondo [Deceit] è la formidabile ecletticità della proposta: il noise-rock dissonante di Horizontal hold, la cantilena pastorale dell'orrido di Not waving, la desolazione spoglia di Twilight forniture, l'ottusa danza industriale di 24 track loop. Tutto il resto è sperimentazione brada e senza possibilità di controllo. Essenziale". Un capolavoro essenziale. Charles Bullen, voce, chitarra, clarinetto, viola; Gareth Williams, voce, chitarra, tastiere, basso: Charles Hayward, voce, tastiere, percussioni.
Jacques Thollot (Francia) - Quand le son devient aigu, jeter la girafe à la mer (1971).
Thrice Mice (Germania) - Thrice Mice (1971). Karl-Heinz Blumenberg, voce; Werner von Gosen, chitarra; Wolfram Minnemann, tastiere; Wolfgang Buhre, sassofono; Rainer von Gosen, basso; Arno Bredehöft, batteria.
Throbbing Gristle (Gran Bretagna) - The second annual report (1977). Webbaticy again: "... questo debutto terrificante finì per diventare l'atto primo della musica industriale ... Da qui è partito più o meno tutto il filone (e anche la dark-ambient, con i 20 minuti catacombali di After cease to exist) di menti deviate, di rifiuto totale della standardizzazione musicale, di sperimentazioni ardite ... la vocalità angosciante e manipolata di Orridge, le spirali corrosivo-convulsive della Fanny-Tutti e i lavori terroristico-elettronici di Carter e Christopherson, qui colti quasi esclusivamente in sede live, furono veramente protagonisti di una rottura indicibile, un passaggio di frontiera irreversibile". Capolavoro definitivo. Genesis P-Orridge, voce, chitarra, violino, clarinetto; Chris Carter, tastiere, programmazioni; Cosey Fanni Tutti, voce, chitarra; Peter Christopherson, tromba, programmazioni.
Paolo Tofani (Italia) - Indicazioni (1977).
Tokyo Kid Brothers (Giappone) - Golden bat (1971).
248. Demetrio Stratos (Italia) - Cantare la voce (1978). Le
investigazioni sullo strumento musicale più negletto: la voce. Demetrio
Stratos, artista cosmopolita (nacque in Egitto da genitori greci, di fede
ortodossa), recupera all’ascolto occidentale alcune tradizioni vocali popolari (siberiane
e mongole) in funzione di rottura proprio con l’ordine borghese. L’operazione,
assolutamente eversiva dal punto di vista antropologico e politico, mostra
inoltre una tecnica stupefacente (basta dare un orecchio a Flautofonie e altro nonché a Investigazioni.Diplofonie e triplofonie [in cui Stratos
raddoppia e triplica la voce alterandone il timbro]); il limite del disco
risiede in una persistente aria d’incompiutezza, come se ogni traccia fosse un
torso per sperimentazioni e studi piuttosto che una scultura finita e polita. Scartafaccio
e non libro. Da confrontare, per la comprensione di tali appunti, al lavoro
affine di Tamia Valmont.
249. Sweet Okay Supersister (Olanda) - Spiral staircase sass
(1974). Abbiamo
già presentato i primi due album della formazione olandese, Present from Nancy e To the highest bidder.
Il presente Spiral staircase conferma
il loro “eclettismo lodevole eppur forzato”, fra episodi di progressive colto,
inserti concreti e lazzi di buona lega. Vanno riconosciuti ai Supersister,
tuttavia, sia l’originalità d’ispirazione che la perizia nell’esecuzione. Robert
Jan Stips, voce, tastiere; Sacha van Geest, voce, flauto, percussioni; Martin
Van Wijk, chitarra; Dick De Jong, cornamuse; Anneke Van Der Stee, mandolino;
Mien Van Den Heuvel, mandolino; Bertus Borgers, sassofono; Jan Hollestelle,
basso; Ron Van Eck, basso; Louis Debij, batteria; Los Alegras Band, batterie; Dorien
Van Der Valk, cori; Inge Van Iersel, cori; Josee Van Iersel, cori.
251. Tamia (Francia) - Senza tempo (1981). La cantante francese
(Tamia Valmont) recupera e reinterpreta vocalmente la tradizione popolare (medio)-orientale:
in Shakuhachi song, ad esempio, una melodia
nipponica per flauto di bambù, in First poliphony
le polifonie tibetane, e così via. Le punte del disco (Narcissa solis) attingono davvero a un’esperienza atemporale, fuori
d’ogni canone occidentale. Da ascoltare.
252. Tangerine Dream
(Germania) - Electronic meditation
(1970). Il
debutto dei Tangerine Dream, formati da tre colonne della musica germanica dei
Settanta, è già un capolavoro. Sono passati quarantacinque anni: Electronic meditation non solo non è
invecchiato, ma, a tutt’oggi, fa appassire, al confronto, parecchia avanguardia
arrivata subito dopo. Essenziale. Edgar Froese, chitarra, tastiere; Conrad
Schnitzler, chitarra, violoncello, violino; Klaus Schultze, batteria; Jimmy
Jackson, tastiere; Thomas Keyserling, flauto.
253. Ghédalia Tazartès (Francia) - Tazartès' transports (1980). Francese di
nascita, ma di ascendenza ebraica (in terra turca), Tazartès fonde con
sorprendente fluidità concretismi, loop, effetti elettronici, spezzoni parlati (anche
in italiano) e suggestioni di musica popolare nord-africana e medio-orientale: il
pout-pourri si snoda sicuro, segno inconfutabile di una sensibilità superiore. Forse
è world music, forse no. Eccellente, in ogni caso.
255. 'Mama' Béa Tekielski (Francia) - La folle (1977).
Di padre polacco e madre italiana, Béatrice Tekielski si inscrive, per sua
stessa ammissione, nella riconoscibile tradizione della canzone francese propria
a Brel, Brassens e Léo Ferré. La forza appassionata e ruggente delle
interpretazioni, a volte fluviali (La
mort, 16’30’’) e dilatate, la pongono ben al di là del semplice manierismo.
Da ascoltare.
Mafia capitale: 44 nuovi arresti. Anche consiglieri centrodestra e centrosinistra. Pd sotto accusa replica: "Marino baluardo di legalità"
Blitz nel Lazio, Sicilia, Abruzzo ed Emilia Romagna. Anche 21 indagati a piede libero. Al centro dell'inchiesta il business dei migranti. Coinvolti Gramazio, Tredicine, Ozzimo, Coratti, Caprari e Tassone. Nelle carte anche il nome di Alemanno. Il sindaco: "Dimissioni? No, vado avanti".
Va avanti, lui. Ma dove vai, coglione!
Tutto questo nel giorno in cui si annuncia l'IMU sugli impianti industriali.
Basta, rinunciamo infine. Alla libertà, ai diritti. In cambio d'un capestro. No, non è uno scambio doloroso. Neanche un mercimonio. È puro guadagno. E poi quale libertà? Quella di votare? Stiamo scherzando? Quale libertà? Quella di parola? Stiamo scherzando di nuovo? La libertà di scegliere cosa? Cosa scegliamo?
E quale diritto? Quello di essere sopravanzato nella vita reale da perfetti inetti e corrotti? Il diritto alla felicità? A essere lasciato in pace? A essere libero in casa propria? Il diritto alla proprietà? Ad avere un lavoro? I figli a scuola? La vacanzuola?
Basta, per carità.
La libertà in Occidente è solo un tratto superstizioso, un cascame di antiche età. Non ha più senso.
Dare indietro il simulacro del diritto e il fantasma della libertà in cambio d'un giusto capestro, ecco, questo è un buon affare.
L'unico inciampo è quell'aggettivo: giusto. Dipende da noi.
Necessita un dictator rei gerendae causa.
La Patria è ingovernabile. Tutti i meccanismi sono saltati, è in polvere quella delicata e necessaria gerarchia intermedia fra cittadino e Stato.
E lo Stato è ormai flatus vocis; di fatto rileva esclusivamente quale congrega di burocrati e aguzzini, di protervi contabili usurai. Cos'è questo Stato se non un groviglio di interessi privati che usa l'esoscheletro democratico (oh, quanto rispettabile!) per sostentarsi con avidità parassitaria?
Ai miei diritti-burla rinuncio volentieri, con una risata.
Di questa armatura inservibile, che solo opprime chi la porta e manda ridicoli clangori di ferraglia, come il cimiero e la cotta del pezzente Don Chisciotte, posso fare a meno.
I diritti!
Non voglio diritti, né democrazia, né libertà.
Me ne sbatto.
Se li prenda il mio nuovo signore.
Rinuncio per un Michele Kohlhaas o un Marco Furio Camillo; va bene anche un lurido Pugacev, un pugnace Ned Ludd o un rapace Ivan.
Bello morire per tali uomini.
Moriturus te salutat.
Ma esigo il capestro.
Li voglio vedere impiccati, dal primo all'ultimo. Mille, diecimila, centomila patiboli, lungo la via Appia. Mi voglio beare a tale vista, le facce scure di sangue cagliato, braccia e gambe appese come stracci, le palle degli occhi ciondolanti fuor dell'orbita, beccate dai corvi, a segnare traiettorie di sguardi allucinati. Voglio ridere forte a guardare chi piange ai piedi d'ogni minuscolo Golgota, voglio frustare le loro mogli e i loro mariti, le madri e i padri, e voglio prendere a calci nei denti pure i figli, dileggiarli mentre quei papponi oscillano lenti contro un sole tiepido e luminoso.
Ridete, ora?
E voglio ghignare mentre penzolano pure i sacerdoti della bontà, e le diafane pitonesse della correttezza, cogli arti disarticolati dalle slogature, le trippe schiantate, strette dai nodi mortali, le budella che se ne vogliono scappare per uno qualsiasi dei loro beneducati orifizi, per le scintillanti tubature dell'anima - un'autoclave di fratellanza.
Uno degli arrestati annunciava sul proprio sito:
5 PASSI PER LA RIGENERAZIONE
Rigenerazione: è questa l'azione principale che abbiamo scelto per caratterizzare la nostra politica guardando al futuro di Roma Capitale. Rigenerazione è cambiamento. Rigenerazione è crescita. Rigenerazione è nuova vita.
Ben detto, vecchia talpa!
Questa è giusta. Rigenerazione. Traverso il fuoco e il sangue.
N - Hospital murders (2004). N. is the sick death industrial/noise project of one called Davide Tozzoli. No much infos on him, except that he is Italian. Musically he owes much to early MB sound, combined with Atrax Morgue noisy sick soundtracks. This release differs from all his others and it's possibly his best (well for me at least). No noise here. Just ambient soundscapes created by analog sources, creepy voices creating really morbid atmosphere of psychosis, disease and death. It could be perfect soundtrack for a giallo movie about a sick serial killer addicted to sexual murders in hospitals. The tape comes in vinyl box with two nice inserts and it's limited to 100 copies. The tape itself is white with "blood" splashes and Skeletone sticker on A side. Perfect deluxe packaging from Skeletone label! Highly recommended release!
Roberto Donnini - Tunedless (1980). Architect, visual artist and musician, Roberto Donnini has realized some great avantgarde LPs back in the 80s and 90s, pure droning soundscapes with a complex blending of a rich instrumentations played by an enviable cast of guest musicians (including Albert Mayr, Giancarlo Cardini, Donella Del Monaco, Giancarlo Schiaffini, Andrea Centazzo, Lino Capra Vaccina). This LP was released through Lynx label in 1980, as Galerie Schema edition, of course limited (I heard about 100 copies only). Tunedless is contemporary music for synthesiser and electric and acoustic instruments, composed by Roberto Donnini and performed by Roberto Donnini, Stefano Fiuzzi, Jaqueline Darby, Roberto Buoni, Aldo de Bono, Mino Vismara, Albert Mayr. It can be performed by any kind and number of instruments or voices. Only one instruments must play ad libitum the series with the last three or four notes (right) at random, but returning always to a flat. All other instruments and voices can be well tuned or fluctuate within a very small interval above and below the notes frequency of the instrument playng ad libitum: they can't play more then five notes of the series for each performance.
Oronzo De Filippi - Meccanizzazione (1969?). This fabulous Morricone-esque library rarity (issued on the Leo label) is plainly the template for the turn Stereolab would take circa Dots And Loops, its atmosphere of pointillistic op-art modernist cool enacted via percolating cadences, dancing patterned harpsichord hits, stray dissonances, elegantly odd organ elaborations and jaunty period orchestrations.
Narra Albert Goldman che, in tournée col marito John, Yoko sedesse al piano elettrico, quale membro effettivo della band; l'impegnato tramestio manuale, tuttavia, pare avvenisse a vuoto: fonti oculari, e fededegne, testimoniarono, infatti, come la spina dello strumento fosse incautamente disinserita. Chissà se riferirono alla signora Lennon l'incresciosa scoperta ... in tal caso, ne sono sicuro, lei avrebbe opposto a tali rivelazioni la propria, consueta impassibilità da insetto predatore ... Nell'episodio (pettegolezzo più o meno vero) c'è tutta Yoko: arrivista, nichilista, velleitaria, anticonformista, artista da fuffa (come solo gli americani della modern art sanno essere), decisamente vuota, ma attuale, attualissima, sempre in linea coi tempi ... e che tempi: gli anni dell'amore libero, della free form, della contestazione ... un mondo in sommovimento in cui tutto era possibile ... persino che un immigrato slovacco, un semplice grafico, armato di epocale faccia bronzea, inaugurasse (con una contraddizione che la dice lunga sul personaggio) la milionaria popular art ...
Yoko (già moglie di Toshi Ichiyanagi, cfr. JPR46 e JPR36) ebbe il merito di liberare definitivamente John Lennon dalle pastoie della melodia piccolo borghese, seppur gravida di talento e gloria; in un certo senso ne allungò la carriera, destinata altrimenti, come per gli altri Beatles, a un doratissimo e irresistibile tramonto.
Se Life with the lions è, come ho scritto, uno dei migliori dischi dei Bitolz (secondo altri, il migliore), Two virgins propone già quelle provocazioni, seppur in tono più acerbo e incompiuto: concretismi, disarmonie, gorgheggi da menade giapponese, giustapposizioni sonore - un universo che assume valenza storica non in sé (altri osarono molto di più e ben prima), ma in relazione alla pregressa avventura pop di Lennon, decorosa e controllatissima anche negli episodi apparentemente più arditi.
Il terzo capitolo, Wedding album, appare, invece, esteticamente irrecuperabile: è di fatto il resoconto del loro matrimonio: una bomboniera sonora, insomma, sospesa tra registrazioni dalla camera d'albergo del bed-in e gridolini orgasmici da lune de miel ... for fanatics only.
Non credo d'aver mai menato scandalo nella mia vita. Qualche sparata ogni tanto. Soprattutto negli ultimi tempi.
Negli ultimi tempi molte cose che in passato mi regalavano piacere (o meglio: eran piacevoli abitudini) sono scadute, ai miei occhi (o meglio: ai miei sensi) a noiosissime incombenze; tanto da averle cassate dall'esperienza quotidiana. Son diventato, insomma, insofferente; a tratti oltremisura. Dei libri non parliamo; più ne leggo meno mi piacciono. Ho fucilato parecchi autori, dismesso interi settori della biblioteca. Col tempo si diviene essenziali, forse. Fatto sta che ormai sopporto poco e se un disco, uno scritto, un quadro devono appesantire il mio piatto, i miei scaffali o le mie pareti devono essere il risultato di un vaglio spietato.
Ma dicevamo delle sparate. Sparate per delle questioni musicali ne ricordo poche, ma buone. Una volta tentai di strappare una EKO dalle mani importune di un tizio che tentava i primi accordi di Hey Jude. Ancora: mi torna in mente un battibecco a proposito dei Led Zeppelin. Uno screzio a causa di Elton John e Lou Reed. E ricordo gli inevitabili scontri con i cultori delle Corporazioni, ovvero coloro che ammettono dignità solo al genere preferito: i melomani classici (da cui discendono gli odiosissimi audiofili), i proggaroli, i metallari (forse i più fanatici), i jazzaroli (alcuni sono irritanti), e i bluesaroli. Con un bluesarolo ebbi un amabile diverbio qualche centinaio d'anni fa. Sostenevo, in buon ordine e accettabile italiano, questa tesi: l'unico blues degno di rilievo è quello che promana necessariamente dalla sofferenza e dal disagio (sentimento che, infatti, contraddistingue i bluesmen radicali - nati alle radici del blues - oppure personalità d'eccezionale rilievo). Ed è necessario che sia così, poiché tale musica, a causa della propria stessa struttura, risulta chiusa e devota a uno schematismo ben riconoscibile; quindi, se manca tale elemento, essa si risolve o nella prevedibile maniera o nel virtuosismo più stucchevole. Ne concludevo che Blues jam at Chess era un buon album, piacevole e caldo, ma anche datato, ripetitivo, manieristico, e tutt'altro che entusiasmante - un disco il cui alone leggendario (gli inglesi di Mayall a Chicago! C'è Peter Green! E Buddy Guy e Willie Dixon!) riposava sull'eredità di recensioni e considerazioni d'alto conformismo.
Lo sventurato rispose.
E ci attaccammo con foga.
Erano bei tempi. Pensate un poco: due ventenni che si accapigliano per i Fleetwood Mac prima maniera!
222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd
Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove
tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente
(ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il
problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si
considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi
sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori
stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un
contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che
occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili
spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco
antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È
l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a
eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a
quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri
ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes
firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto
emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore
(debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei
critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo.
Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana,
calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le
mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici,
astenersi come d’uso.
223. Terry Riley (Stati Uniti) - A
rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica
moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente
minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur
complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle
tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in
particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la
struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno
importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) –
inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé,
necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.
224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi
(1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il
cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni
sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano,
fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico
dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno.
Notevole.
225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di
uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione
progressive italiana, L’ultima spiaggia
(12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un
micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break
rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di
improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una
autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione
di Il soldato, brano più sbilanciato
verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato
impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i
primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da
ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz,
chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso,
batteria.
226. Ron 'Pate's
Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio
… l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata
letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è
discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del
relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire
che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon
senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim
Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) euna sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto
per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da
giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye,
voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono;
Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate"
Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno,
percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny
Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono;
Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono;
Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick
Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore
Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso;
Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron,
percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips
"Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria;
percussioni; Charles Ogden, batteria.
227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener
militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto
alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo,
Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo
d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi
si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità
della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue
la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti
malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende,
ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento
della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con
cautela.
It's a Beautiful Day (USA, San Francisco,
California) - It's a Beautiful Day
(1969). L’unico vero gruppo in grado di
competere (solo con questo disco) con la mirabile psichedelia melodica dei
Jefferson Airplane (e Patti Santos, la ragazza che potete ammirare sopra, regge
visivamente e vocalmente il ring con Grace Slick). Un album che unisce l’ingenuità
e la potenza delle illusioni propria dei moti californiani del periodo (libertà,
terzomondismo, influenze orientali) a una costruzione cristallina delle canzoni, impreziosite dagli intarsi vocali e strumentali dei Laflamme e della
Santos. Bellissime White bird e Hot summer day; notevole Time is; storica Bombay calling, a cui i Deep Purple, con perizia manigolda,
applicarono l’espianto fatale buono per rendere immortale Child in time. Se non siete dei bruti l’avrete già ascoltato. In
caso contrario civilizzatevi alla svelta. David Laflamme, voce, violino; Hal
Wagenet, chitarra; Pattie Santos, voce, percussioni; Linda Laflamme, tastiere;
Mitchell Holman, basso; Val Fuentes, batteria; Bruce Steinberg, armonica.
Hapshash & The
Coloured Coat (Gran Bretagna, Londra) - Featuring
the human host and the heavy metal kids (1967). Michael English e Nigel Waymouth furono soprattutto
grafici e designer: i loro manifesti per concerti (Pink Floyd, Incredible
String Band e altri gruppi underground dell’Ufo Club), dagli accesi cromatismi
propri della cultura psych del tempo, sono dei piccoli capolavori; il critico Federico
Zeri che, negli ultimi anni di vita, era sempre più attratto dalle copertine
degli LP quale ulteriore manifestazione dell’animo artistico, li approverebbe
in pieno. Nel 1967 i due ordirono questo eccentrico tour de force sospeso fra
tribalità e reiterazione mantra (Aoum,
infatti, figura fra i cinque brani). L’entrata (H-O-P-P-Why?) e l’uscita (i quindici minuti di Empire of the sun) bastano a guadagnargli uno scranno indiscusso nell’Accademia
dei Lincei degli spostati, magari accanto a Help
I’m a rock di Zappa. Da ascoltare subito. Mike Harrison, voce; Luther Grosvenor, chitarra;
Greg Ridley, basso; Mike Kellie, batteria, percussioni; Guy Stevens, Michael English,
Nigel Waymouth.
Tomorrow (Gran Bretagna) - Tomorrow (1968). Steve Howe, pre-Yes, e il genialoide Twink dei Pink Fairies, innervano il sottovalutato gruppo britannico. White bicycle e Revolution
sono già classici della psichedelia anglosassone, ma il fascino dell’album risiede,
oltre che nell’atmosfera sottilmente sfasata, in una commistione paradossale fra
allure antiborghese e inflessioni sonore da vecchia Inghilterra: un melange che,
con forzatura paradigmatica, potremmo definire beatlesiano; d’altra parte gli Oltremanici,
musicisti bistrattati rispetto alla tradizione germanica, slava e mediterranea,
non eccellono in marcette e fanfare? Non sarà forse la pompa, derubricata dall'ironia da teatranti, la cifra del beat-pop inglese? Stanley Kubrick, in Arancia meccanica, colse pienamente tale
sentire alternando all’elettronica di Walter Carlos (che neutralizzava, nichilista, la cultura alta continentale, da Rossini e Beethoven) il formalismo di Sir
Edward Elgar e il funebre incedere di Henry Purcell. Da ascoltare. Keith Alan Hopkins,
voce; Steve Howe, chitarra; Mark P. Wirtz, tastiere; John Junior Wood, basso;
John Twink Alder, batteria.
Un altro carotaggio ... stavolta la Norvegia. Quattro dischi che provengono dal decennio magico 1967-1977 della musica europea: si parte con le delicate atmosfere hippie/orientali di Oriental Sunshine (un piccolo gioiello; bella la voce della Johansen); quindi abbiamo il disco più celebrato dei Settanta norvegesi, Friendship, dei Junipher Greene (celebrato giustamente occorre dire e ben noto agli appassionati di genere; ero, infatti, indeciso se inserirlo o meno); poi il sottovalutato Ranshart dei Ruphus, sospeso fra i Genesis di Lamb e gli Yes (con la voce di Jahren à la Jon Anderson); infine Høst, Hardt mot hardt, un tardo, ma robusto cascame di heavy prog ... tardo per i tempi a esso coevi eppur anticipatore delle nuove, pletoriche, leve nordiche devote alle costruzioni lambiccate del progressive metal.
Oriental Sunshine - Dedicated to
the bird we love (1969). Nina Johansen, voce, chitarra; Rune Walle, voce,
chitarra, sitar; Satnam Singh, voce, flauto, table; Helge Grøslie, tastiere; Sture
Jansen, basso; Espen Rud, batteria
Quando, nei dialoghi finali de Il mucchio selvaggio, un omonimo di Randy, William Holden, esclama, rivolto ai fratelli Oates: "Andiamo!", uno dei due si limita a rispondere: "Sì, andiamo". Borgnine, che li aspetta fuori, si limita ridacchiare e si unisce a loro.
Senza parole. E che bisogno c'è di parole?
I quattro vanno a morire, ovviamente, e non in nome di un ideale; in nome di qualcosa d'inesprimibile che li lega intimamente (idee senza parole) e senza cui non sarebbero ciò che sono.
Sapeste quante volte mi hanno detto di scegliere il meglio o l'utile per il mio bene. E ho fatto il contrario. Questo accadeva tanti anni fa. Ora non è più questione di scelta. Devi fare il contrario. Un indizio di salute: fare il contrario.
Una cosa voglio dirvi: vivendo in tal modo, giorno dopo giorno, anno dopo anno, non si campa granché bene. Diventa tutto difficile. Scorrere in senso favorevole alla corrente, scivolare lungo un declivio prestabilito rende, invece, un senso di pienezza inimitabile, inutile negarlo. Eppure, alla lunga, giunti a un certo grado della propria esistenza, se non si è degli imbecilli a tutto tondo (moralmente inespugnabili, quindi), lisciare il pelo alla vita provoca dei rimorsi profondi e inconsapevoli e insinua l'infelicità più amara: quella di cui non si riesce a scoprire l'origine; viceversa, risalire le pietraie e le strade meno battute della montagna, può farti sbucciare le ginocchia e le mani, e imprecare contro chiunque, e rimpiangere coloro che scendono comodamente a valle, ma quando, seppur laceri, si arriva alla vetta ... sì, da lì si può dominare tutta la pianura, col cuore libero dai pesi dell'utile e del vantaggio, e scorgere la forma definitiva delle cose; e tutti quelli che prima schernivano, ora, al massimo, possono alzare il naso verso di te (anche se, spesso, si limitano a fissare le scarpe).
Non hai desideri di rivalsa, però: a te basta la vetta.
Quindi: che fare? Semplice, si va. Attenti! Non sempre è necessario fare il contrario. Ci sono età felici, chi lo nega. Questa, tuttavia, è un'epoca grigia, stupida, autistica, schizoide, immobile. Bisogna muoversi, andare in alto. Non c'è alternativa. Non mi oppongo: non serve più. Nessuno sta a sentire i ragionamenti, le prediche, gli insegnamenti, i sermoni. Occorre incamminarsi e salire. E sperare. Sperare che, una volta giunti in cima, ci sia qualcuno ad aspettarti o che altri ti abbiano seguito. Ma se anche su quella cima non ci fosse nessuno, né un albero né un sasso e neanche il diavolo, bisogna andarci lo stesso.
Ci sono vite che non vengono vissute, altre troncate troppo presto o cavalcate con un'intensità stordente. Alexander Spence è tutto questo. Eroe della controcultura (fu nei primi Quicksilver Messenger Service e Jefferson Airplane; fondò i Moby Grape), partorì, da solista, un unico disco, questo Oar, che era e rimane un capolavoro del folk psichedelico. L'unica sua opera. Travolto dalla dipendenza dalle droghe e dalla malattia mentale, Spence troncò la propria carriera artistica, di fatto, a ventitré anni; il resto dell'esistenza naufragò progressivamente, come solo possono fare le esistenze in America: egli divenne indifferente al mondo, al quotidiano; randagio, esiliato da se stesso, straniero nella propria terra.
Il disco è una miscela (ancora oggi sorprendente) di temi folk, accenni blues e dilatazioni psichedeliche, che trovano nei dieci minuti di Grey/Afro la propria sublimazione sonora.
Occorre scivolare nel disco lentamente e farsi avviluppare dalla voce e dalla strumentazione (specialmente dalle percussioni) che egli suona autarchicamente. Si avrà, allora, nei pezzi migliori (This time he has come, ad esempio), un magnifico sfasamento, come se le varie parti recitate dal musicista Spence, pur concorrendo alla melodia, tendano a un impercettibile fuori sincrono.
Tale impressione conferma e accresce il fascino psych di un'opera capace di mostrare, inoltre, se ce ne fosse ancora bisogno, che la qualità artistica duratura proviene, oltre che dalla preparazione, da una potente predisposizione dell'anima: quella che altri cercano invano, a posteriori, di definire o ricostruire a tavolino chiamandola estetica o scuola.
190. Nine Days’ Wonder (Germania) - Nine Days’ Wonder (1971). Piccolo capolavoro che schizza, mercuriale, fra progressive
colto (Henry Cow, Soft Machine, Jethro Tull), accensioni rock e tonalità
acustiche più rilassate. Inclassificabile. Grande John Earle, ma una menzione
va alla sezione ritmica che bracca sassofono e flauto senza tregua imprimendo
un ritmo impetuoso, seppur controllato, all’intera vicenda. Da sentire, ovvio. Rolf
Henning, chitarra, tastiere; John Earle, voce, chitarra, flauto, sassofono; Karl
Mutschlechner, basso; Walter Seyffer, voce, batteria, percussioni; Martin
Roscoe, batteria.
191. Nosferatu (Germania) - Nosferatu
(1970). Disco bifronte sospeso fra una psichedelia manierata e derivativa e brani
dal ritmo rallentato e dilatato (Willie
the fox, 10’49’’) o meritoriamente inacidito (No. 4, 8’48’’), che meritano il prezzo del biglietto: ovvero l’ascolto.
Michael "Mick" Thierfelder, voce; Michael "Xner" Meixner,
chitarra; Reinhard "Tommy" Grohé, tastiere; Christian Felke,
sassofono, flauto; Michael "Mike" Kessler, basso; Byally Braumann,
batteria.
192. Nu Creative Methods (Francia) - Nu jungle dances (1978). Improvvisazioni
jazz con tocchi esotici che donano un (retro)gusto malfermo e squilibrato all’intera
opera. Free macerato al punto giusto. Ottima la seconda parte di No jungle folies (19’50’’). Attenzione: è
per orecchie allenate. Pierre Bastien, chitarra, basso, tastiere, sassofono,
flauto, clarinetto, corno, cembalo, nastri, percussioni; Bernard Pruvost, voce,
chitarra, basso, tastiere, sassofono, flauto, oboe, clarinetto, corno, cembalo,
nastri, shenai, percussioni.
193. Oktober (Germania) - Die
Pariser Commune (1977). Rock politico (celebra la Comune parigina del 1871 in
polemica contro eventi storici più prossimi, come il Vietnam), seppur immemore
della vena sarcastica, virulenta e funebre di Brecht e degli espressionisti, e
orientata ai Genesis di The battle of
Epping Forest. Quattro lunghe suite (venti minuti circa), a tratti
piacevoli; già si avverte, però, la graveolenza del declino ideologico e
musicale del fiume germanico, avviato verso il grossolano oceano sonoro degli
Ottanta. Carl-F. Dörwald, voce, flauto; Kalla Wefel, voce, chitarra, basso; Hans-Werner
Schwarz, chitarra; Pierre Meyn, chitarra, basso; Michael Iven, voce, chitarra,
tastiere; Peter Robert, tastiere; Klaus-Peter Harbort, percussioni.
194. John Lennon & Yoko Ono
(Gran Bretagna/Giappone) - Unfinished
music vol. 2. Life with the lions (1969). Yoko Ono, la mente della coppia,
volto da strega e strega a tutto tondo; artista i cui meriti, di sabotatrice goliarda,
dell’accademia e delle trite e irresistibili canzonette del marito, assumono,
già da oggi, un rilievo non banale. Scrittrice, regista (celebre il film sulle
natiche) e pesce a suo completo agio in quel demi-monde sperimentale americano
in cui tutti fanno qualcosa anche se non hanno nulla da dire. Ma a Yoko va
riconosciuto un coraggio sfacciato: i 26’33’’ di Cambridge 1969 coi suoi vocalizzi etnici da sciroccata giustapposti
ai feedback di Lennon; il silenzio à la John Cage di Two minutes of silence; il battito cardiaco del figlio mai nato (Baby’s heartbeat); i folli concretismi
radio di Radio play; le intonazioni
infantili e malate di Mulberry: tutta
farina dell’ottuagenaria di Tokyo. Da sentire. Uno dei migliori dischi dei
Beatles. Yoko Ono, voce; John Lennon, voce, chitarra.
195. Opération Rhino (Francia) - Fête
de politique hebdo Lyon 76 (1976). Claude Bernard e Raymond Boni (NWW40), Gilbert
Artman (NWW23), Pierre Berrocal (NWW35), Pierre Bastien (NWW192) uniscono le
forze per un album sospeso fra jazz e sperimentazione: se Improvisation 1 (18’56’’), e la coda di Improvisation 1. Suite, ricreano le inquiete atmosfere da grande
orchestra come in Urban Sax di Artman, la Improvisation
2 cede a un free jazz paradossalmente più rassicurante. Opera obliqua, notturna,
da sentire assolutamente. Mallot Vallois, chitarra; Patrice Raux, chitarra;
Raymond Boni, chitarra; François Tusques, tastiere; Evan Chandlee, flauto,
clarinetto; Dominique Christian, basso; Harald Kenietzo, basso; Pierre Bastien,
basso; Claude Bernard, sassofono; Richard Raux, sassofono; Daniel Deshays, tromba;
Itaru Oki, tromba; Tonia Munuera, trombone; Philippe Pochan, violoncello; Alain
Pinsolle, vibrafono; Jacques Berrocal, corno, trombone, oboe; Gilbert Artman,
batteria; Mion Cinellu, percussioni.