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giovedì 23 ottobre 2014

Nurse With Wound list vol. 38 (Boyd Rice/Terry Riley/Rocky's Filj/Claudio Rocchi/Ron 'Pate's Debonaire/Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener)

NWW list vol. 38. Boyd Rice
Indice Generale/General index

222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente (ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore (debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo. Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana, calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici, astenersi come d’uso.

223. Terry Riley (Stati Uniti) - A rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) – inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé, necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.

224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi (1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano, fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno. Notevole. 

225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione progressive italiana, L’ultima spiaggia (12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione di Il soldato, brano più sbilanciato verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz, chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso, batteria.

226. Ron 'Pate's Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio … l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) e una sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye, voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono; Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate" Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno, percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono; Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono; Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso; Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron, percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips "Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria; percussioni; Charles Ogden, batteria.

227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo, Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende, ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con cautela.


giovedì 4 settembre 2014

Nurse With Wound list vol. 37 (Public Image Limited/Red Crayola/Red Noise/Steve Reich-Richard Maxfield-Pauline Oliveros/Achim Reichel & Machines/Residents/Catherine Ribeiro + Alpes)

Nww list vol. 37. Achim Reichel

214. Public Image Limited (Gran Bretagna) - Metal box aka Second edition (1979). Già recensito qui.

215. Red Crayola (Stati Uniti) - The parable of arable land (1967). Webbaticy: “Sono passati 46 anni e il suo ascolto ancora colpisce; le 6 Free form freak out, frutti di cacofoniche improvvisazioni in libertà con un capannello di amici, furono quanto di più radicale all'epoca e c'è poco da sorridere sulla loro naiveté. Ciò che resta impresso nella memoria è ovviamente costituito dalle canzoni presumibilmente normali, contrassegnate peraltro da un melodismo e da un dosaggio esponenziale e deviato di psichedelia tipica dell'epoca, comunque in grado di sballare grazie alle infinite trovate ad effetto, su tutte Hurricane fighter plane e Pink stainless tail”.

216. Red Noise (Francia) - Sarcelles-Lochères (1970). Si parte piano, tra flatulenze di sassofoni, canti da ubriachi, provocazioni concrete; quindi il disco si assesta a mezzo fra brani jazz e canzoncine scheletriche: una esitante e variegata propedeutica ai diciotto minuti finali di Sarcelles c’est l’avenir, sorta di fluviale Sister Ray acida stranita dai fiati e ossessionata dalle percussioni: un mezzo capolavoro. Da ascoltare. Patrick Vian, voce, chitarra; Jean-Claude Cenci, voce, flauto, sassofono; Daniel Geoffroy, voce, basso; Philip Barry, voce, chitarra, batteria

217. Reform Art Unit (Austria) - Reform Art Unit (1975). Introvabili.

218. Steve Reich-Richard Maxfield-Pauline Oliveros (Stati Uniti) - New sounds in electronic music (1967). Tre brani: il primo, di Maxfield (1927-1969), Night music, risale alla fine degli anni Cinquanta: è una delle testimonianze sonore sopravvissute di uno dei fondatori della musica elettronica americana; si compone di una serie di effetti prodotti da un registratore e un oscilloscopio; storico; il secondo, Come out (1966), di Steve Reich (1936), uno dei padri del minimalismo, riafferma l’essenza ciclica della sua estetica: un frammento discorsivo viene ripetuto indefinitamente sino al proprio annullamento di senso; il terzo, I of IV (20’45’’), di Pauline Oliveros (1932), è il capolavoro del terzetto: i ‘segnali’, variamente ottenuti, costituiscono una foresta sonora inquietante, ricca di echi e rifrazioni misteriose. Composto presso l’Università di Toronto nel 1966. Da ascoltare, ovvio.

219. Achim Reichel & Machines (Germania) - Echo (1972). Un caposaldo della psichedelia europea: cinque lunghe jam in cui ogni adepto del kraut che si rispetti troverà rispondenze e richiami con i maggiori attori della produzione tedesca coeva, a partire dagli Amon Düül; si potrebbe parlare di folk psichedelico (il ‘fondo’ di chitarra acustica, le dilatazioni sonore, lo sfasamento), ma l’impasto di Reichel è geneticamente diverso dal consimile genere angloamericano, quello più conosciuto; in Reichel opera, infatti, una tradizione culturale naturalmente ricca di echi magici: basti leggere alcune pagine dei romantici tedeschi più obliqui (Hoffmann, ad esempio): qui ogni evento, anche quello apparentemente più innocuo, rimanda a un sottofondo insondabile, ma vivo, che coincide con l’anima millenaria della Germania, succube dell’idea del fato e dell’ineluttabile. Ecco perché Scaruffi può dire, a proposito degli Amon Düül (ma il tutto può estendersi a Reichel): “Il loro sound era ‘gotico’ nel senso più` autentico (e meno spettacolare) del termine, non per il gusto di evocare atmosfere terrificanti ma per la natura stessa delle loro radici culturali”. Da mettere sul piatto subito. Achim Reichel, voce, strumenti vari; Helmut Franke, chitarra; Norbert Jacobsen, voce, clarinetto; Arthur C. Carstens, arpa; Jochen Petersen, sassofono; Dicky Tarrach, batteria; Lemmy Lembrecht, batteria, percussioni; Hans "Flippo" Lampe, percussioni; Kalle Trapp, percussioni; Rolf Köhler, percussioni; Conny Plank, voce; Klaus Schulze, voce, Matti Klatt, voce; Frank Dostal, suoni; Pete Becker, suoni.

220 Residents (Stati Uniti) - The third Reich 'n' roll (1976). Circa trenta hit (anni Sessanta-Settanta) costituiscono i due mostruosi ircocervi del disco: Swastikas on parade (17’36’’) e Hitler was a vegetarian (18’33’’). Da Let’s twist again a To Sir with love, da Hey Jude a In-a-gadda-da-vida, tali punte mainstream del rock sono distorte, amputate, deformate, giustapposte e, infine, riassemblate in forma di collage; il risultato esula dalla parodia accattivante, anzi si colora di tinte sinistre e quasi malsane: l’ascolto è ostico, ma la genialità di alcuni passaggi lo rende doveroso. Nei bonus prendono per i fondelli Rolling (ancora: la traccia isolata di Satisfaction) e Bitolz. Ah, che grandi canaglioni. ?; Honeydew, Pamela Zeibak, voci

221 Catherine Ribeiro + Alpes (Francia) - N° 2 (1970). Patrice Moullet (compositore, inventore di strumenti, attore) e Catherine Ribeiro (d’origine portoghese, anch’ella attrice: con Godard) sono il nucleo di tale sottovalutato ensemble in cui il folk (Ballada des aguas, 15 Août 1970) si sposa a brani psichedelici di rara intensità: Sirba, dominata dall’organo Farfisa, Silen von Kathy e i diciotto minuti di Poème non épique ) sono i vertici sonori, esornati dai vocalizzi della Ribeiro, le cui inflessioni melodrammatiche, tipiche della chanson transalpina, rilucono di una certa teatralità ghiacciata alla Nico; è solo una suggestione, però: le ascriviamo la piena originalità. Da ascoltare. Catherine Ribeiro, voce; Patrice Moullet, voce, chitarra, tastiere; Isaac Robles Monteiro, chitarra; Pires Moliceiro, chitarra; Denis Cohen, tastiere, percussioni.


venerdì 3 maggio 2013

Nurse With Wound list vol. 28 (Mama Dada 1919/Michael Mantler/Albert Marcœur/Maschine No. 9/Mars/Matè-Vallencien/Costin Miereanu)

NWW list vol. 29. Mars


164. Mama Dada 1919 (Stati Uniti) - Slow slits (1979; incompleto)/Slits, quick (1979). Formazione più che misteriosa (e non è detto che siano americani). La prima registrazione, su nastro e qui presentata incompleta (due tracce), è quella contemplata dalla lista, musicalmente omogenea alla seconda, integrale. Sono circa venti minuti di brevi improvvisazioni, che spaziano dall’elettronica agli assoli per chitarra senza alcun centro di gravità, in ottemperanza, peraltro, alla vena anarchica sottesa al nome. Da ascoltare.

165. Michael Mantler (Austria) - The hapless child and other inscrutable stories (1976). Formazione d’irripetibile levatura: Wyatt alla voce (strepitoso; canta anche la consorte Alfreda Benge), la grande jazzista Carla Bley alle tastiere (allora moglie proprio di Michael Mantler), il norvegese Terje Rypdal (belli i suoi intarsi chitarristici), una sezione ritmica eccezionale, DeJohnette-Swallow, il Pink Floyd Nick Mason … I pezzi (adattamenti dalle opere di Edward Gorey, sospese fra surrealismo e sarcasmo macabro) inclinano verso il progressive di Canterbury più raffinato e nero. Un capolavoro misconosciuto che Wyatt marchia a fuoco con le sue interpretazioni, più narrate che cantate. Robert Wyatt, voce; Albert Caulder, voce; Alfreda Benge, voce; Nick Mason, voce; Terje Rypdal, chitarra; Steve Swallow, basso; Carla Bley, tastiere; Jack DeJohnette, batteria, percussioni.

166. Albert Marcœur (Francia) - Albert Marcœur (1974). Primo lavoro di uno dei maestri europei di un progressive d’avanguardia bacato da un gusto lunare, fitto di sberleffi, dadaismi, provocazioni, marcette vaudeville, ma sempre compositivamente controllato. Qualcuno ha invocato Zappa: per una volta lasciamo riposare il santone californiano; qui è in essere quella maniera apparentemente svagata d’intendere la musica che è propria dell’area continentale europea, Francia in testa. Da ascoltare subito. Maurice Tasserie, voce; Michel Roy, voce; Patrice Tison, chitarra, tastiere, basso, charango; Robert Lafont, trombone; Albert Marcœur, voce, flauto, clarinetto, sassofono; batteria, percussioni; Pascal Arroyo, percussioni; Christian Sarrel, Claude, François Breant, Gerard Marcœur, Jacques Denjean, Joel Jovignot, Pascal Arroyo, Pascal Lefebvre, Pierre Vermeire, cori.

167. Mars (Stati Uniti) - Mars EP (1980) contenuto in The complete studio recordings (2004). Che la sestina volgesse di bene in meglio si era capito da subito … I Mars furono, più di tutti, più di Lydia Lunch, dei Contorsions, di Arto Lindsay, i cantori di quella no wave newyorkese che celebrava l’apocalisse urbana con una colonna sonora da camera imbottita: rumorismo, suoni spastici, dissonanze d’ogni tipo, distruzione armonica totale. Durarono un solo EP (e una manciata di singoli) e fecero epoca. Un capolavoro, ovviamente. Il protagonista maligno de Il seme della follia di Carpenter è Sutter Cane: chissà se il regista ha tratto ispirazione dal nome del chitarrista pazzo dei Mars. Sumner Crane, voce, chitarra; China Burg, voce, chitarra; Mark Cunningham, voce, basso; Nancy Arlen, batteria. 

168. Maschine No.9 (Germania) - Headmovie (1974). Già recensito qui. 

169. Philippe Maté/Daniel Vallancien (Francia) - Maté/Vallancien (1972). Improvvisazioni fra il sassofono di Maté e le tessiture elettroniche di Daniel Vallancien. Risultati variegati; in Cambodge 70 o Campus lo strumento a fiato sembra una delle trombe di Gerico; altre volte si vira verso suggestioni world. Interessante. Philippe Maté, sassofono; Daniel Vallancien, elettronica.

170. Costin Miereanu (Francia) - Luna cinese (1975). Varin M. Broun, voce. Romeno di nascita e francese di adozione, Miereanu studiò con Stockhausen e Ligeti. Luna cinese (fa parte del catalogo Cramps) consta di due lunghe composizioni (20’51’’; 20’23’’): l’una è costruita secondo la tecnica del collage sonoro, giustapponendo, quindi, voci, registrazioni sul campo, effetti acustici; l’altra, che abolisce la vocalità, è una liquida e arcana sequenza elettroacustica. Eccellente.

domenica 21 aprile 2013

Nurse With Wound list vol. 27 (Magical Power Mako/Magma/Colette Magny/Mahjun/Mahogany Brain/Malfatti-Wittwer)

NWW list vol. 27. Makoto Kurita

158. Magical Power Mako (Giappone) - Magical Power (1973). Prima opera di Makoto Kurita (qualche altra informazione qui), è un collage folle e attraente che spazia continuamente fra tribalismi alla Zappa (quelli di Help I’m a rock e zone limitrofe), percussionismi autistici (In a stalactite cavern), esibizioni a cappella, concretismi, pozze folk melodiche (Flying), rock purissimo (Restraint freedom), immersioni nella musica tradizionale. Da riscoprire subito.

159. Magma (Francia) - Köhntarkösz (1974). Il fascino dei Magma è immarcescibile. Questo è un altro capolavoro dall’incedere liquido e possente, ma, al tempo stesso, denso di inquietudine, come se i Gong fossero minacciati da qualche entità maligna. Grande la sezione ritmica, come nel miglior zeuhl progressive. Stella Vander, voce; Klaus Blasquiz, voce, percussioni; Brian Godding, chitarra; Michel Graillier, tastiere; Gérard Bikialo, tastiere; Jannick Top, voce, tastiere, percussioni, basso; Christian Vander, voce, tastiere, percussioni, batteria.

160. Colette Magny & Free Jazz Workshop (Francia) - Transit (1975). Figura obliqua, attiva sin dagli anni Cinquanta, impegnatissima nei diritti civili, ed eccellente interprete jazz-blues, sempre pericolante, però, verso certi toni anticonformisti a metà fra cabaret politico e sensibilità confidenziale. Fa eccezione la sperimentale La bataille in cui la Magny opera su basi preregistate. Colette Magny, voce, chitarra; Patrick Vollat, tastiere; Rémy Gevron, tastiere; Louis Sclavis, sassofono, clarinetto; Maurice Merle, sassofono; Jean Mereu, tromba; Jean Bolcato, basso; Christian Ville, batteria.

161. Mahjun (Francia) - Mahjun (1973)/Mahjun (1974). I due album omonimi sono qui riuniti. I Mahjun miscelano goliardicamente bizzarrie lunari, marcette, valzer, con lo stile lieve di Kevin Ayers (bella Les enfants sauvages). Si fanno preferire però sui brani lunghi (Chez Planos, 13'21''; La ville pue, 13'41'') laddove il tono svagato si fissa su un più diluito progressive memore del lato colto di Canterbury. D. Barouh, voce; Mouna, voce; J.L. Lefebvre, voce, chitarra, flauto, violino; Haira, tastiere; P. Rigaud, sassofono, tromba; P. Beaupoil, tastiere, basso, percussioni;  J.P. Arnoux, batteria, percussioni.

162. Mahogany Brain (Francia) - With (junk-saucepan) When (spoon-trigger) (1971). Rock free-form con tutti gli strumenti in libera uscita e impossibile a coagularsi in una frase melodica neanche per pochi secondi. Siccome l’anno è il 1971 parecchi riannodano l’esperienza a Captain Beefheart, ma, a tratti, pare di essere dalle parti dell’avanguardia di New York, anni Novanta. Da ascoltare. Dominique, voce; Benoît Holliger, chitarra; Mine, chitarra; Gilles Mézière, tastiere; Zéno Bianu, flauto; Michael Bulteau, flauto; Claude Talvat, violino; Patrick Geoffrois, basso; Yves Berg, percussioni.

163. Malfatti-Wittwer (Austria/Svizzera) - Thrumblin' (1976). Quattro duetti free fra gli spetezzi del trombone di Radu Malfatti (austriaco; ancor oggi attivo sul versante dell’improvvisazione e del minimalismo) e i disastri elettrici di Stephan Wittwer (svizzero; collaboratore di Steve Lacy e Jim O’Rourke, fra gli altri). Avete presente: "Le bionde trecce, gli occhi azzurri e poi"? Questo è il contrario. Stephan Wittwer, chitarra; Radu Malfatti, trombone.

lunedì 17 dicembre 2012

Nurse With Wound list vol. 21 (Friedrich Gulda/Guru Guru/Hairy Chapter/Hampton Grease Band/Pierre Henry/Henry Cow)

NWW list vol. 21. Guru Guru

121. Friedrich Gulda (Austria) - Gegenwart (1976). Pianista eccezionale (specializzato nel repertorio beethoveniano; non gli furono indifferenti sassofono e flauto; fu anche cantante sotto lo pseudonimo Albert Golowin) ed insofferente all’accademia, Gulda fu instancabile miscelatore di classica e jazz (assieme a Chick Corea, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Cecil Taylor). Non solo, ma la sua eclettica vena libertaria lo rese permeabile ad ambiti più rock, come si può rilevare nelle famose variazioni di Light my fire (una potete gustarla qui). Gegenwart riunisce sei improvvisazioni (tre giocate assieme alla percussionista Ursula Anders), in cui si esibisce al pianoforte e al clavicordo.

122. Guru Guru (Germania) - UFO (1970). L’hard di marca anglosassone (Black Sabbath o il David Bowie di The man who sold the world, tra i tanti), dilavato dalla patina melodica, dalle fioriture posticce e distorto secondo direttive psichedeliche note soltanto ai tre geniacci coinvolti. Dopo più di quarant’anni rimane un capolavoro in cui l’elettricità pare scaturire direttamente da crepacci inferi. Ottimo per resettare i padiglioni e rinsaldare la fiducia nel rock. Storica Der LSD marsch, ma Stone in è davvero una roccia atemporale. Ax Genrich, chitarra; Uli Trepte, basso; Mani Neumeier, voce, batteria.

123. Hairy Chapter (Germania) - Can’t get through (1971). Hard rock senza tentennamenti: costante tensione, accenni zeppeliniani (consapevoli), trascinanti ed infuocate sessioni per sei corde e un guitar hero che, lo ammetto, ho colpevolemente dimenticato d’inserire nella serie Fools & villains (ma compare nell'Hardrocksampler). Chiediamo scusa a Meister Harry Unte. Più sfacciatamente rock and roll dei Guru Guru, ma da ascoltare, subito. Harry Unte, voce, chitarra; Harry Titlbach, chitarra; Heinz Schachtner, tromba; Rudolf Oldenburg, basso; Heinz Greven, contrabbasso; Ulrich Hübinger, armonica, percussioni; Werner Faus, batteria; Rudi Haubold, batteria.

124. Hampton Grease Band (USA) - Music to eat (1971). Album eccezionale quanto misconosciuto in cui convivono l’anima del Southern rock (con gl’intricati fraseggi chitarristici, come nell’iniziale Halifax), bozzetti zappiani (Maria), ascendenze vocali  beefheartiane e tirate à la John Cipollina (il finale della strepitosa Evans). Una godibile brezza anarchica, a maggior gloria, sfiora le forme di questo monumento sonoro. Bruce Hampton, voce, tromba; Harold Kelling, voce, chitarra; Glenn Phillips, chitarra, sassofono; Mike Holbrook, basso; Jerry Fields, voce, percussioni.

125. Pierre Henry (Francia) - Le voyage (d'apres le Livre des Morts Tibétain) (1967; recordings 1963). Uno dei grandi protagonisti della musica concreta (di cui abbiamo già investigato l’opera, cfr. Pierre Henry I e Pierre Henry II), che qui ricrea le atmosfere del libro cardine del buddismo tibetano (su cui ci siamo soffermati nel post Transmigration dei Voice of Eye). Da ascoltare, ovviamente.

126. Henry Cow (Gran Bretagna/Germania) - Concerts (1976). Qui c’è poco da dire: è il resoconto sonoro di alcuni concerti tenuti in Europa: Londra, Groningen, Oslo, Udine (oltre alla sessione BBC registrata il 5 Agosto 1975, già esaminata qui). In Bad alchemy e Little red riding hood hits the road c’è Robert Wyatt alla voce. Un capolavoro, ovviamente. Greaves (assieme a Blegvad) licenzierà l’anno seguente l’ottimo Kew.Rhone. (NWW115). Dagmar Krause, voce; Fred Frith, chitarra, tastiere; Lindsay Cooper, contrabbasso, flauto, oboe; Tim Hodgkinson, tastiere, Clarinetto, sassofono; John Greaves, voce, basso, tastiere; Chris Cutler, batteria.