256. Tolerance (Giappone) - Anonym (1979). Tastiere minimali,
chitarra blandamente schizofrenica, cauti effetti elettronici, la voce pacata e
straniante della Tange: tanto basta a creare un’atmosfera sospesa e morbosa,
sorta di piano bar per alienati in stato di sedazione. E va bene: ci sono
pazzoidi leggendari e citatissimi (a caso: i Suicide); e poi ci sono i
Tolerance. Da ascoltare subito. Masami Yoshikawa, chitarra; Junko Tange, voce,
tastiere.
257. Tomorrow's Gift (Germania) - Goodbye
future (1973). Brillante inizio con
Jazzy jazz, con toni da fanfara che si
mutano in marcia progressive; Der Geier
Fliegt Vorbei, innervato dalla linea di basso, è un capolavoro; Allerheiligen si lancia verso i
territori Canterbury con tastiere à la Ratledge; Naturgemäss ci dona, invece, una psichedelia fluttuante e sommessa,
con rare accensioni. Officia il tutto uno dei massimi pontefici del kraut,
Conny Planck, qui sotto le spoglie di Maestro Conrado Di Planca. Serve altro? Da
ascoltare. Maestro Conrado Di Planca, flauti, percussioni; Manne Rurup,
tastiere; Bernd Kiefer, basso; Zabba Lindner, batteria.
258. Ton Steine Scherben (Germania) - Wenn die Nacht Am Tiefsten ist (1975). Terzo disco della lista per Ton Scheine Scherben (son già
presenti con Mannstoll-NWW47 - e Paranoia - NWW145 - assieme, rispettivamente, a Brühwarm Theater e
Kollektiv Rote Rübe), gruppo affine a Checkpoint Charlie (NWW55) e Floh de Cologne (NWW88) e,
perciò, devoto a quel cabaret satirico di sinistra, spietato e aspro sino alla
crudeltà (Rainer W. Fassbinder operava in questi anni). Questo doppio Wenn die Nacht, tuttavia, seppur ben
suonato, oltre a superare quell'esperienza, scolora desolatamente nell’ordinario; si riprende nella seconda parte
(Wir sind im Licht; la jam di Steig ein), ma ben altri son gli eroici
furori. Nikel Pallat, voce; Rio Reiser, voce, chitarra, tastiere; R.P.S.
Lanrue, chitarra, cori; Jörg Schlotterer, flauto; Werner Götz, sassofono,
basso; Funky K. Götzner, batteria; Uli Hammer, percussioni; Angie Olbrich, cori;
Britta Neander, cori; Gabi Borowski, cori.
Transcendprovisation (Stati Uniti) - Trans
(1976). Occhio: al trombone sovraintende Tim Reed, ovvero il Reverendo Fred
Lane, uno dei debosciati sobillatori del NWW226, ‘Ron Pate’s Debonaire. Qui però
c’è poco di patafisico; siamo in piena follia improvvisativa: stridori,
spetezzi, tastiere insensate, chitarre grattugiate. Non per tutti, insomma,
anche se Vlad il disco se lo è ascoltato per intero, senza colpo ferire; e ne
ha tratto piacere. Una conferma di ciò che affermava Padre Scaruffi:
invecchiando l’ascoltatore ‘forte’ si ritira in zone sonore sempre più
inaccessibili, inusitate, metafisiche; desidera, forse, annegare come Ulisse,
oltre le Colonne d’Ercole dell’udibile. Davey Williams, chitarra, sassofono; James
Hearon, chitarra, violino, clarinetto; Theodore Timothy Reed, flauto, tromba,
trombone; Bowen, sassofono, oboe, basso, percussioni; LaDonna Smith, voce,
tastiere, viola, batteria.
Spacebox (Germania) - Spacebox
(1981). Cos’ha in testa il buon Uli Trepte, bassista dal curriculum mostruoso (Guru
Guru, ovviamente, ma anche Faust e Neu!)? Non si capisce gran che: blues bofonchiato?
Free jazz? Avanguardia? O magari no wave (con quella chitarrina slabbrata)? Non
lo so, non voglio saperlo; mi risultano difficili, inoltre, le classificazioni
per genere. Posso garantirvi, però, che, lentamente, il disco entra nel sangue
e si dichiara per quello che è: un atto d’amore disperato e residuale (siamo
negli Ottanta) per lo spirito anarchico della musica. Con cautela, da ascoltare
subito. Julius Golombeck, chitarra; Edgar Hofmann, sassofono, flauto, violino,
armonica, nadaswaram; Uli Trepte, voce, basso; Lotus Schmidt, batteria,
percussioni; Winfried Beck, batteria, percussioni
Twenty Sixty Six and Then (Germania) - Reflections on the future (1972). Hard-progressive di pregevole fattura,
dall’eccitato fascino vintage. Come tutti i prodotti non anglosassoni risente
della mancanza di un pezzo davvero caratterizzante e melodicamente
indimenticabile (e infatti tutti, quarant’anni dopo, s’intignano a ricomprare e
riascoltare Selling England by the pound),
ma questo non è un problema; un piccolo problema è, invece, l’interpretazione
vocale di Harrison, che tende a normalizzare l’insieme, neutralizzando le
spinte più eversive latenti nel versante germanico del gruppo. Buone le parti
strumentali, ottimo Mrozeck alla chitarra. Vale un ascolto. Geff Harrison,
voce; Gagey Mrozeck, voce, chitarra; Veit Marvos, tastiere; Steve Robinson,
voce, tastiere; Dieter Bauer, basso; Konstantin Bommarius, batteria.
Il Bomba aveva tuonato: cattiva Germania! Basta le sanzioni alla Russia! Adesso vado là e gliene dico quattro!
Poi si è scoperto, pietosamente, che le sanzioni alla Russia le hanno decise egualmente (gli ambasciatori, manco i Primi Ministri) e che la cattiva Germania farà quel che le pare, come al solito.
Il messaggio però è passato: adesso vado là e glielo faccio vedere io; insomma la sarcastica canzoncina del Ciampi livornese riadattata ai tempi.
Una regina come te in questa casa?
Ma che succede? Ma siamo tutti pazzi?
Ma io adesso sai che cosa faccio?
Che ore sono? Le 11?
Io fra... guarda... fra 5 ore sono qua,
e c'è una casa con 14 stanze,
te lo faccio vedere chi sono io!
E che sono quei cenci che hai addosso? Ma che...
Ma fammi capire... ma se... ma io...
ma come? tu sei la... sei la mia!
E stiamo in questa stamberga con quei cenci addosso!
Ma io adesso esco, sai che cosa faccio?
Ma io ti porto una pelliccia di leone con l'innesto di una tigre!
Te lo faccio vedere chi sono io!
Senti, tanto però c'è un problema...
Siccome devo uscire me le puoi dare 1.000 lire per il tassì,
di modo che arrivo più in fretta a risolvere
questo problema volgare che abbiamo?
Te lo faccio vedere chi sono io!
Lascia fare a me...
lascia fare a me...
lascia fare a me perchè ti devi fidare!
Ma che cosa ti avevo detto? Una casa?
Ma io sai che cosa faccio?
Io ti compro un sottomarino!
Perchè se qui davanti a casa nostra quelli c'hanno la barca
e rompono le scatole, io ti compro un sottomarino.
Così, sai, li fai ridere tutti questi, hai capito!?
Intanto facciamo una cosa, che fra 5 ore sono qua:
tu metti la pentola sul fuoco,
ci facciamo un bel piatto di spaghetti al burro
mentre aspettiamo il trasloco.
Poi ci ficchiamo a letto e te lo faccio vedere chi sono io!
Ti sganghero!
Te lo faccio vedere chi sono io!
Te lo faccio vedere chi sono io!
Sono un uomo associale, ma sono un uomo che...
Io non ti compero un sottomarino, ti compro un transatlantico!
Basta che tu non scappi!
Stai attenta che se scappi col transatlantico
ti affogo nel ... nell'Oceano Pacifico!
Dai dai coricati che ti sganghero!
Te lo faccio vedere chi sono io!
Avrei voluto, ardentemente, vivere tempi infernali, invece che questi, ve lo assicuro.
Per il download: basta spuntare la casella e cliccare sul simbolo universale del download (下載 in cinese) e il tutto si avvierà automaticamente.
Ultimo post da summer prog con un gruppo noto più per la militanza di Bill Manzanera dei futuri Rozy Music (e di McCormick dei Matching Mole) che per gli effettivi meriti.
Mainstream è rilasciato nel solco dei Soft Machine: il suono è più duro (crimsoniano? Il che non guasta), ma la costruzione (son pur eccellenti Sol caliente, Bargain classics e Mummy was an asteroid) è, purtroppo, priva di quella profondità propria ai migliori di Canterbury; essa rifugge non tanto dalla complessità quanto dalla problematicità; si rischia poco, insomma, e l'assalto al cielo segna il passo.
Le date, peraltro, non mentono. Nel 1975 si è già in fase calante. Ma il disco è da sentire.
Phil Manzanera, chitarra, tastiere; Dave Jarrett, tastiere; Bill MacCormick, basso; Charles Hayward voce, tastiere, batteria, percussioni.
Quartetto olandese decisamente trascurato dai più, ma, a modesto avviso, superiore, ad esempio, ai più celebrati (e grossolani) Focus.
Disco completamente strumentale; il classico d'apertura (Register magister, 9'21'') dice già tutto: energia, esecuzione impeccabile, raffinatezza nei passaggi e il paniere completo dei topoi progressivi che rinnovano (e lo faranno sempre) il piacere dell'ascoltatore.
Il resto dell'album consegue alle premesse, con qualche compiacimento formale.
Joop van Nimwegen, chitarra; Cleem Determeijer, tastiere; Peter Vink, basso; Beer Klaasse, batteria.
Ogni tanto la realtà, inaspettatamente, subisce delle crepe.
Quella muraglia, senza alcuno iato, candida e inoppugnabile (e praticamente perfetta in quanto noi la riteniamo, per negligenza e pigrizia, scevra da ogni smagliatura), permette, delle volte, d'intravedere barbagli e speranze di un ulteriore piano dell'esistenza.
Da una di tali spaccature del conformismo ieri sera, senza avvertimenti o blande premonizioni, sono filtrati suoni d'altri mondi.
Verso le due di notte, una radio ... i loop di Brian Eno, pulsanti come espirazioni ultraterrene, si costituivano incessanti quale sfondo metafisico a lunghi, atemporali ritagli elettrici: gli accordi di Robert Fripp.
Null'altro.
Sono passati quarant'anni dall'esibizione del duo a Parigi. Nel 2011 se ne è ricavato un triplo album: due ore e dieci di musica. O quel che è. Un flusso ininterrotto di sonorità trascendenti a cui non vale opporsi.
Sì, sciogliete i legami che vi legano al ponte della nave di Odisseo.
Un capolavoro si aggira per l'Europa: Egon Bondy's Happy Heart Club Banned .. Se non l'avete già ascoltato fatelo al più presto ... dirigendovi verso la pagina del volume 35 della Nurse With Wound list (NWW202).
Già che ci siete andate pure ad ascoltarvi i volumi 8 e 9 della Virgin Forest:
La scena cecoslovacca è una delle più importanti del continente.
Solo ora comincia a essere rivalutata. Se il progressive è abbastanza riconosciuto nel suo valore effettivo (il genere conta tenaci aficionados), il lato underground non ha mai avuto una definizione soddisfacente.
Con questa doppia opera dei Plastic si cerca di rimediare. In seguito daremo conto della produzione di DG 307, Psí Vojáci, Už Jsme Doma, Visací Zámek, Garáž. Fra gli altri.
Lo ammetto: mi son lasciato traviare dalle date (1971-1975-1979), che intersecano con amabile simmetria la decade fatale.
Tre dischi diversi fra loro, e rappresentativi, ciascuno, di categorie canoniche del rock dei Settanta: l'hard rock roccioso e viscerale di Human Instinct (non manca il bluesaccio e la ineludibile ballata acustica); il brillante eclettismo di Split Enz, sospeso tra pop, progressive e folk; le ruvide e irresistibili punk songs della raccolta AK 79, notevole silloge di genere della scena di Auckland.
Human Instinct - Stoned guitar (1971). Billy Te Kahika, voce, chitarra; Larry Waide, voce, basso, chitarra; Maurice Greer, voce, batteria, percussioni; Derek Neville, sassofono.
Split Enz - Mental notes (1975). Philip Judd, voce, chitarra; Wally Wilkinson, chitarra; Timothy Finn, voce, tastiere; Eddie Rayner, tastiere; Jonathan Michael Chunn, tastiere, basso; Emlyn Crowther, batteria; Noel Crombie, percussioni.
Il lavoro più noto del quartetto è sicuramente quello dei Clearlight Symphony, supergruppo capitanato dal tastierista Cyrille Verdeaux; due composizioni strumentali (20'29 e 20'23''): l'una suonata coi tre Gong Malherbe, Hillage, Blake, l'altra con Christian Boulé e il grande Gilbert Artman, vecchia conoscenza della lista Nurse With Wound (sotto le specie di Lard Free, NWW150, e Urban Sax, NWW23). Ascendenze classiche (le tastiere di Verdeaux), puntate nello space, incalzanti costruzioni progressive: musica, insomma; uno dei vertici dei Settanta.
Anche gli altri tre gruppi, tuttavia, si assestano a livelli di assoluto rilievo. Atoll e Arachnoid aggiungono all'impeccabilità tecnica (parecchi godranno nel ritrovare i mirabili luoghi comuni del genere) la partecipazione emotiva del cantato, tipica dell'area latina: in Le chamandere degli Arachnoid, ad esempio, questa tocca una intensità drammatica non comune (oltre ad una cupezza, invece, peculiare all'area transalpina, e presente, a livelli disturbanti, nello zeuhl vero e proprio). Notevoli anche gli Shylock: dopo gli iniziali tredici minuti dell'eponima Île de fièvre, bignami del progressive, i Nostri si lasciano trasportare dalla chitarra di Frédéric L'Épée entro le regioni controllate e nichiliste del Fripp di Red.
Clearlight Symphony- Clearlight Symphony (1975). Cyrille Verdeaux, basso, percussioni; Steve Hillage chitarra; Christian Boule, chitarra; Tim Blake, tastier, percussioni; Didier Malherbe, sassofono; Martin Isaacs, basso; Gilbert Artman, batteria, percussioni, vibrafono.
Atoll - L'araignée-mal (1975). André Balzer, voce, percussioni; Christian Béya, chitarra; Michel Taillet, voce, tastiere, percussioni; Bruno Géhin, tastiere; Richard Aubert, violino; Jean-Luc Thillot, voce, basso; Alain Gozzo, voce, batteria, percussioni.
Shylock- Île de fièvre (1978). Frédéric L'Épée, chitarra; Didier Lustig, tastiere; Serge Summa, basso; André Fisichella, percussioni.
Arachnoid- Arachnoid (1979). Marc Meryl, voce; Nicolas Popowski, voce, chitarra; Patrick Woindrich, voce, basso, chitarra; François Faugieres, tastiere; Pierre Kuti, tastier; Bernard Minig, batteria.
Chissà se un giorno Praga verrà riconosciuta quale uno dei principali epicentri del progressive jazz europeo (o del progressive tout court) ... progressive, questa definizione onnicomprensiva che usiamo con tanta disinvoltura ... d'essa, alla fine, posso solo affermare ciò che Sant'Agostino affermava a proposito del tempo: "Se non mi chiedono cosa sia lo so, se me lo chiedono non lo so più". Il progressive non è nemmeno una musica, in realtà, ma l'insieme irripetibile di timbri strumentali, filtri produttivi d'alta scuola, impegno politico e grandi musicisti ... oggi esistono gruppi progressive? Sicuramente, ma siamo restii a chiamarli tali perché si è perso quell'irrecuperabile retrogusto che denotava, come una corrente artistica di portata universale, il rock europeo degli anni Settanta.
Dicevamo dei grandi musicisti: la Cecoslovacchia ne aveva di straordinari. Basta sentire per intero la prima raccolta in esame: qui ritroviamo i Fermáta, di cui abbiamo già parlato,Blue Effect (e Modry Efekt), Jazz Q Praha; scopriamo gli ottimi Energit e gli Impuls; i notabili Mahagon, Etc e Jazzrockova Dilna (i cantanti dei Dilna son tutti cecoslovacchi, ho controllato) ... perché ottimi e notabili?
Per questo: se alcuni di loro fossero stati a Woodstock oggi noi li canticchieremmo assieme a With a little help senza esitazioni; la vita è fatta così. Se gli Energit avessero preso il posto di Santana su quel palco fatale ... e (ultima ucronia) se Santana avesse suonato accanto a questi tipi ... probabilmente l'avrebbero incenerito ... Parlo di Energit e taccio dei pezzi grossi, tra cui i Collegium Musicum del grande Marian Várga, su cui ritorneremo prossimamente.
Esagero? No, la pubblicità, signori, crea un conformismo più duro del diamante e il conformismo, si sa, è una droga potente. Provate a dire a un drogato che non potrà più avere i suoi grammi ... poi provate a dire a un nostalgico che Santana è inferiore a Collegium Musicum e Energit ... un inferno.
Altra scoperta il chitarrista Hladik, di cui però ignoro produzioni in proprio ... ma c'è molto da scavare, non ci si ferma qui.
Intanto si cominciano a delineare le prime mappe: Roma Milano Parigi Praga Varsavia Canterbury ...
Bigbít / Československý Jazz Rock 1970-1976
Blue Effect & Jazz Q Praha - Návštěva Tety Markéty, Vypití Šálku Čaje
Energit - Energit (1975). Luboš Andršt, chitarra; Emil Viklický, tastiere; Rudolf Ticháček, sassofono; Jan Vytrhlík, basso; Anatoli Kohout, batteria; Josef Vejvoda, batteria; Karel Jenčík, batteria; Jiří Tomek, percussioni
Energit - Piknik (1978). Luboš Andršt, chitarra; Milan Svoboda, tastiere; Rudolf Ticháček, sassofono; Bohuslav Volf, trombone; Michal Gera, tromba; Zdeněk Zahálka, tromba; Jan Vytrhlík, basso; Jaromír Helešic, basso, percussioni; Jiří Tomek, percussioni.
Rock puro (con inflessioni funk nel caso di Ililonga), essenziale, tanto da apparire povero (a causa anche della produzione, molto spartana); internamente, tuttavia, può avvertirsi una carica sanguigna e sorgiva che difficilmente si ritroverà nella musica occidentale dagli Ottanta in poi. Da ascoltare.
Amanaz - Africa (1975). Isaac Mpofu, voce, chitarra: John Kanyepa, voce, chitarra; Jerry Mausala, voce, basso; Watson Lungu, voce, batteria; Keith Kabwe, voce, percussioni.
222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd
Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove
tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente
(ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il
problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si
considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi
sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori
stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un
contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che
occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili
spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco
antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È
l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a
eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a
quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri
ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes
firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto
emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore
(debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei
critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo.
Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana,
calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le
mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici,
astenersi come d’uso.
223. Terry Riley (Stati Uniti) - A
rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica
moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente
minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur
complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle
tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in
particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la
struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno
importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) –
inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé,
necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.
224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi
(1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il
cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni
sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano,
fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico
dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno.
Notevole.
225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di
uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione
progressive italiana, L’ultima spiaggia
(12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un
micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break
rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di
improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una
autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione
di Il soldato, brano più sbilanciato
verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato
impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i
primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da
ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz,
chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso,
batteria.
226. Ron 'Pate's
Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio
… l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata
letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è
discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del
relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire
che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon
senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim
Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) euna sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto
per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da
giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye,
voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono;
Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate"
Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno,
percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny
Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono;
Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono;
Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick
Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore
Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso;
Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron,
percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips
"Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria;
percussioni; Charles Ogden, batteria.
227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener
militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto
alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo,
Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo
d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi
si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità
della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue
la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti
malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende,
ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento
della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con
cautela.
Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza - Niente (2010; recordings 1971). Registrato l'anno successivo a The feed-back, Niente conferma tutti i pregi di quell'operazione. Se la tromba di Morricone imprime uno scapigliato tono d'avanguardia jazz, chitarra e batteria imbrigliano tali impennate con un affascinante motorik d'ascendenza kraut. Ma poi, a pensarci bene: ascendenza? Crediamo davvero che gente come Morricone, Macchi, Evangelisti e D'Amario soggiacessero a influenze esterne? Meglio dire: consonanza. Da ascoltare con cura. Battisti D'Amario, chitarra; Egisto Macchi, tastiere, violino; Franco Evangelisti, Mario Bertoncini, tastiere; Ennio Morricone, tromba; Walter Branchi, basso.
Egisto Macchi - Voix (1975). Una delle opere più coinvolgenti e variegate del maestro grossetano. In Voix ritroviamo gli accenti intensamente drammatici a lui più congeniali (Phonèmes), plaghe contemplative (La calme, bellissima), escursioni à la Ligeti (Voix), cori di sottile inquietudine (Moonsong), brani (al theremin) di vena facile, ma riscattati, per il gioco dei tempi, dalla commozione ingenerata dal vintage. Uno dei tasselli fondamentali per la valutazione di una figura di assoluto rilievo della musica italiana del secondo dopoguerra.
Prima Materia - La coda della tigre (2005; recordings 1977). Rispetto al disco originale, tale versione assomma due live ulteriori: Berlino (19 Ottobre 1974) e Roma (17 Gennaio 1976). La prima materia è la voce, modulata secondo schemi rituali tantrici propri dell'Asia centrale. I vari bordoni vocali si susseguono avviluppandosi l'uno con l'altro, spenti e riattizzati con impercettibili sfumature: il fine è quello di creare una unità emozionale in grado di recare l'ascoltatore fuori degli stati consueti di coscienza. Notevole. Claudio Ricciardi, Gianni Nebbiosi, Roberto Laneri, Susan E. Hendricks, voce.
Luciano Cilio - Dell'universo assente (2004; recordings 1977). L'album raccoglie i brani dell'unico album lasciatoci dallo sfortunato musicista napoletano (suicida a trentatré anni), Dialoghi del presente, e una serie di inediti, più deboli. Nelle composizioni dei Dialoghi le più varie influenze (folk, classica, prog) si fondono sommessamente, con naturale grazia cristallina, filtrate dalla personalità inquieta e autunnale dell'autore. Per la riscoperta di Cilio in ambito internazionale molto ha operato il grande Jim O'Rourke. Da ascoltare. Luciano Cilio, chitarra, mandolino, flauto, basso; Patrizia Lopez, cori; Peppino Romito, oboe, corno inglese; Elio Lupi, violoncello; Girolamo De Simone, tastiere; Roberto Fix, sassofono; Peppo Cerciello, violino; Paolo De Simone, basso; Toni Esposito, percussioni.
214. Public Image Limited (Gran Bretagna) - Metal box aka Second edition (1979). Già recensito qui.
215. Red Crayola (Stati Uniti) - The parable of arable land (1967). Webbaticy:
“Sono passati 46 anni e il suo ascolto
ancora colpisce; le 6 Free form freak out, frutti di cacofoniche improvvisazioni in libertà con un capannello di
amici, furono quanto di più radicale all'epoca e c'è poco da sorridere sulla
loro naiveté. Ciò che resta impresso nella memoria è ovviamente costituito
dalle canzoni presumibilmente normali, contrassegnate peraltro da un melodismo
e da un dosaggio esponenziale e deviato di psichedelia tipica dell'epoca,
comunque in grado di sballare grazie alle infinite trovate ad effetto, su tutte
Hurricane fighter plane e Pink
stainless tail”.
216. Red Noise (Francia) - Sarcelles-Lochères (1970). Si parte
piano, tra flatulenze di sassofoni, canti da ubriachi, provocazioni concrete;
quindi il disco si assesta a mezzo fra brani jazz e canzoncine scheletriche:
una esitante e variegata propedeutica ai diciotto minuti finali di Sarcelles c’est l’avenir, sorta di
fluviale Sister Ray acidastranita dai fiati e ossessionata dalle
percussioni: un mezzo capolavoro. Da ascoltare. Patrick Vian, voce, chitarra;
Jean-Claude Cenci, voce, flauto, sassofono; Daniel Geoffroy, voce, basso; Philip
Barry, voce, chitarra, batteria
217. Reform Art Unit (Austria) - Reform Art Unit (1975). Introvabili.
218. Steve Reich-Richard Maxfield-Pauline Oliveros (Stati Uniti) - New sounds in electronic music (1967). Tre brani: il primo, di Maxfield (1927-1969), Night music, risale alla fine degli anni
Cinquanta: è una delle testimonianze sonore sopravvissute di uno dei fondatori
della musica elettronica americana; si compone di una serie di effetti prodotti
da un registratore e un oscilloscopio; storico; il secondo, Come out (1966), di Steve Reich (1936), uno dei padri del minimalismo, riafferma l’essenza ciclica della sua estetica: un
frammento discorsivo viene ripetuto indefinitamente sino al proprio
annullamento di senso; il terzo, I of IV (20’45’’),
di Pauline Oliveros (1932), è il capolavoro del terzetto: i ‘segnali’,
variamente ottenuti, costituiscono una foresta sonora inquietante, ricca di
echi e rifrazioni misteriose. Composto presso l’Università di Toronto nel 1966.
Da ascoltare, ovvio.
219. Achim Reichel & Machines (Germania) - Echo
(1972). Un caposaldo della psichedelia europea: cinque lunghe jam in cui ogni
adepto del kraut che si rispetti troverà rispondenze e richiami con i maggiori
attori della produzione tedesca coeva, a partire dagli Amon Düül; si potrebbe
parlare di folk psichedelico (il ‘fondo’ di chitarra acustica, le dilatazioni
sonore, lo sfasamento), ma l’impasto di Reichel è geneticamente diverso dal
consimile genere angloamericano, quello più conosciuto; in Reichel opera,
infatti, una tradizione culturale naturalmente ricca di echi magici: basti
leggere alcune pagine dei romantici tedeschi più obliqui (Hoffmann, ad esempio): qui ogni evento, anche quello apparentemente più innocuo, rimanda a un
sottofondo insondabile, ma vivo, che coincide con l’anima millenaria della
Germania, succube dell’idea del fato e dell’ineluttabile. Ecco perché Scaruffi
può dire, a proposito degli Amon Düül (ma il tutto può estendersi a Reichel): “Il loro sound era ‘gotico’ nel senso più`
autentico (e meno spettacolare) del termine, non per il gusto di evocare
atmosfere terrificanti ma per la natura stessa delle loro radici culturali”.
Da mettere sul piatto subito. Achim Reichel, voce, strumenti vari; Helmut
Franke, chitarra; Norbert Jacobsen, voce, clarinetto; Arthur C. Carstens, arpa;
Jochen Petersen, sassofono; Dicky Tarrach, batteria; Lemmy Lembrecht, batteria,
percussioni; Hans "Flippo" Lampe, percussioni; Kalle Trapp,
percussioni; Rolf Köhler, percussioni; Conny Plank, voce; Klaus Schulze, voce,
Matti Klatt, voce; Frank Dostal, suoni; Pete Becker, suoni.
220 Residents (Stati Uniti) - The third Reich 'n' roll (1976). Circa
trenta hit (anni Sessanta-Settanta) costituiscono i due mostruosi ircocervi del
disco: Swastikas on parade (17’36’’)
e Hitler was a vegetarian (18’33’’). Da
Let’s twist again a To Sir with love, da Hey Jude a In-a-gadda-da-vida, tali punte mainstream del rock sono distorte,
amputate, deformate, giustapposte e, infine, riassemblate in forma di collage;
il risultato esula dalla parodia accattivante, anzi si colora di tinte sinistre
e quasi malsane: l’ascolto è ostico, ma la genialità di alcuni passaggi lo
rende doveroso. Nei bonus prendono per i fondelli Rolling (ancora: la traccia
isolata di Satisfaction) e Bitolz. Ah,
che grandi canaglioni. ?; Honeydew, Pamela Zeibak, voci
221 Catherine Ribeiro + Alpes (Francia) - N°
2 (1970). Patrice Moullet (compositore, inventore di strumenti, attore) e
Catherine Ribeiro (d’origine portoghese, anch’ella attrice: con Godard) sono il
nucleo di tale sottovalutato ensemble in cui il folk (Ballada des aguas, 15 Août
1970)si sposa a brani
psichedelici di rara intensità: Sirba,
dominata dall’organo Farfisa, Silen von
Kathy e i diciotto minuti di Poème
non épique ) sono i vertici sonori, esornati dai vocalizzi della Ribeiro, le cui
inflessioni melodrammatiche, tipiche della chanson transalpina, rilucono di una
certa teatralità ghiacciata alla Nico; è solo una suggestione, però: le ascriviamo la piena originalità. Da
ascoltare. Catherine Ribeiro, voce; Patrice Moullet, voce, chitarra, tastiere; Isaac
Robles Monteiro, chitarra; Pires Moliceiro, chitarra; Denis Cohen, tastiere,
percussioni.
9. Takehisa Kosugi - Catch-wave (1975). E se fosse Kosugi il maestro segreto della
musica rock giapponese del dopoguerra (assieme a Keiji Haino, ovvio)? Le sue
idee innervano altri quattro dischi presenti nel Japrocksampler: JPR46, JPR40 (Group
Ongaku), JPR37 e JPR35 (Taj Mahal Travellers). Qui è al suo meglio: due
composizioni (26’35’’ e 22’39’’) in cui bordoni cosmici si avviluppano
lentamente su se stessi, una incarnazione elettronica dell’Om, mantra di
meditazione e via per l’immersione nell’inner space. Da ascoltare; melodici
astenersi.
8. Geinoh Yamashirogumi - Osorezan/Doh No Kembai (1976). Primo disco di un collettivo fondato
nel 1974. Due composizioni influenzate dai tradizionali nipponici: se la prima,
Osorezan (La montagna di fuoco, 18’51’’), rielabora la materia sino a
calibrarsi su una psichedelica ampiamente apprezzabile anche ai palati europei,
la seconda (Doh No Kembai, 18’40, La
ballata della spada di rame) è il probabile resoconto, senza
accompagnamento strumentale, d’uno spettacolo teatrale: molto più ostica per l’ascoltatore,
ma affascinante nella sua spettrale ritualità. Seiji Hayamizu,chitarra;
Takayuki Inoue, chitarra; Katsuo Ohno, tastiere; Takanori Sasaki, basso; Jiro
Suzuki, batteria.
7. Masahiko Satoh & Sound Breakers - Amalgamation (Kokotsu no Showa Genroku)
(1971). Abbiamo già incontrato Satoh (JPR21 e JPR34). Il primo brano, con l’apporto di Kimio Mizutani
(JPR16 e JPR27) e Yanagida dei Food Brain (NWW17), è una giustapposizione affascinante di rock, funky, inserti di musica colta (e discorsi hitleriani); il secondo s’instrada nei binari più riposanti dell’improvvisazione
jazz. Notevole. 1° brano: Shigenobu Okuma, voce; Kimio Mizutani, chitarra;
Shungo Sawada, chitarra; Hiro Yanagida, tastiere; Wehnne Strings Consort; D.D.
Dickson, trombone; Jochen Staudt, trombone; Jackie Heimann, tromba; Peter
Davis, tromba; Masaoki Terakawa, basso; Louis Haynes, batteria. 2° brano:
Masahiko Sato, tastiere; Mototeru Takagi, sassofono, clarinetto; Hideaki
Sakurai, voce, batteria, percussioni; Sabu Toyozumi, percussioni; Kayoko Ishu,
scat.