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martedì 20 gennaio 2015

News from Zealand - Rock from New Zealand 1971-1979 (Human Instinct/Split Enz/AK 79 anthology; reissue 1993)

Split Enz

Ho lasciato da parte Roy Montgomery (già esaminato con Dadamah e Hash Jar Tempo) e, soprattutto, gli amati Dead C.
Lo ammetto: mi son lasciato traviare dalle date (1971-1975-1979), che intersecano con amabile simmetria la decade fatale. 
Tre dischi diversi fra loro, e rappresentativi, ciascuno, di categorie canoniche del rock dei Settanta: l'hard rock roccioso e viscerale di Human Instinct (non manca il bluesaccio e la ineludibile ballata acustica); il brillante eclettismo di Split Enz, sospeso tra pop, progressive e folk; le ruvide e irresistibili punk songs della raccolta AK 79, notevole silloge di genere della scena di Auckland.

Human Instinct - Stoned guitar (1971). Billy Te Kahika, voce, chitarra; Larry Waide, voce, basso, chitarra; Maurice Greer, voce, batteria, percussioni; Derek Neville, sassofono.

Split Enz - Mental notes (1975). Philip Judd, voce, chitarra; Wally Wilkinson, chitarra; Timothy Finn, voce, tastiere; Eddie Rayner, tastiere; Jonathan Michael Chunn, tastiere, basso; Emlyn Crowther, batteria; Noel Crombie, percussioni.

AA. vv. - AK 79 (1979; reissue 1993)

Suburban Reptiles - Megaton
Suburban Reptiles - Coup d'etat
Scavengers - Routine
Scavengers - Mysterex
Terrorways - Never been to borstal
Proud Scum - I'm a rabbit
Scavengers - True love
Proud Scum - Suicide
Terrorways - She's a mod
Swingers - Certain sound
Primmers - Funny stories
Toy Love - Squeeze
Swingers - Baby
Primmers - You're gonna get done
Toy Love - Toy love songs
Suburban Reptiles - Saturday night stay at home
Proud Scum - Suicide 2
Terrorways - Short haired rock'n roll
Features - City scenes
Spelling Mistakes - Feel so good
Marching Girls - First in line
Toy Love - Frogs
Features - Victim
Spelling Mistakes - Hate me hate me
Marching Girls - True love

mercoledì 8 maggio 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 3 (Caspar Brötzmann Massaker/Gate) plus Indonesian post rock

Caspar Brötzmann
Caspar Brötzmann Massaker (Germania) - Der Abend der Schwartzen Folklore (1992). Uno dei maestri dell’hard rock nichilista. Che dire? Gli strumenti son sempre gli stessi, chitarra basso batteria, ma la spinta liberatoria e fiammeggiante si è disseccata e cristallizzata come le interiora di uno schizofrenico. Le impennate hendrixiane (Bass totem) e i ritmi marziali annegano in pantani distorti e in silenzi carichi di minaccia. Caspar Brötzmann, voce, chitarra; Eduardo Delgado Lopez, basso; Danny Arnold Lommen, batteria.

Caspar Brötzmann Massaker - Koksofen (1993). Brötzmann porta a perfezione la sintesi fra il power trio degli anni Settanta e gli echi industriali e apocalittici dei Novanta. L’alternanza è fra disastrose tumescenze elettriche e pozze statiche dove un semplice strumming prefigura un’attesa carica d’angoscia. Disco d’eccezione a cominciare dal classico Hymne. Formazione come sopra.

Gate (Nuova Zelanda) - The lavender head 1.1.1.2-2.1.2.2 (1998). Dead C - Bruce Russell = Michael Morley = Gate. Capita l' equazione? Quattro brani di circa venti minuti: chitarra, tastiere, batteria liofilizzati dall’elettronica e spesso imbozzolati in loop insistiti. Le singole sequenze sono puri pretesti per originare, tramite la serialità, una nuova dimensione sonora ed estetica. Impossibile da definire e resocontare, il disco ripone la propria apprezzabilità solo nell’ascolto diretto. In tale minimalismo inquietante spicca l’eccellente The blurred tree.
* * * * *

Vorrei segnalare inoltre una compilation di post rock indonesiano liberamente scaricabile. Per allargare gli orizzonti.

martedì 13 settembre 2011

Dadamah - This is not a dream (1992)


Il neozelandese Roy Montgomery è uno dei segreti meglio custoditi della musica contemporanea. La sua produzione non ha mai avuto cedimenti, confermandosi, nella sua espressione solista o nelle collaborazioni (Hash Jar Tempo, Dissolve), di livello altissimo, ma, ad onta di ciò, sembra sfuggire non solo al riconoscimento pieno delle sue capacità, ma anche alla sbrigativa notazione encomiastica*.
Dadamah (Kim Pieters, basso e voce; Janine Stagg, tastiere; Peter Stapleton, batteria) è una delle prime prove** con cui lascia intravedere, da subito, uno spessore compositivo ed intellettuale cospicuo, oltre a regalarci uno dei dischi fondamentali dei Novanta. This is not a dream, difatti, informato proprio dall'onirico strumming di Montgomery, non pare un richiamo dotto alla provocazione di René Magritte “Ceci n'est pas une pipe”, ovvero “questa non è una pipa”? Il grande belga aveva vergato tale asserzione in calce alla pittura d’una pipa significando, in modo logicamente ineccepibile, che l’oggetto dipinto non era quello reale, ma solo la rappresentazione d’esso. Il titolo d’un successivo lavoro del Nostro, The allegory of hearing, prova, forse, la non temerarietà di questa interpretazione.
La cifra di This is not a dream, quindi, a dispetto del titolo, è il sogno, o, meglio, come suggerito dianzi, la sua ricreazione mediata dalla musica - sogno di cui il disco conserva la peculiare indefinitezza, allo stesso modo d’un oggetto percepito traverso la smerigliatura d’un cristallo. L’inveramento artistico, che pur varia dalla ballata liquida (le bellissime High tension house e High time, Nicotine, Prove) alle accelerazioni di Brian’s children e Radio brain sino alla concitazione trattenuta di Scratch sun, rimane fedele a tale caratterizzante proprietà.
Il fascino dell’opera risiede in una generale sospensione e indeterminatezza (l’organo bislacco, la riuscita simbiosi vocale fra una Pieters à la Patti Smith e i toni profondi di Montgomery, la batteria velvettiana, lo strimpello della chitarra) che, se allude in parte all’ensemble notturno di Warhol (suggestione ascrivibile soprattutto all’incedere di Papa Doc, ricalco evidente del ritmo di Waiting for my man), se ne distacca per l’assenza delle precise coordinate, sociali e geografiche, di quel milieu irripetibile.
Le successive incarnazioni di Montgomery esploreranno questo lato profondo e dilatato (riuscendo anche nella preterizione della sezione ritmica) sino a pervenire ad una psichedelia rarefatta di cui Dadamah è il prodromo di pari valore.

* A parte i soliti noti.
** Alcune registrazioni, a nome Shallows e Pin Group, risalgono agli anni Ottanta.

 

venerdì 9 settembre 2011

Birchville Cat Motel - Beautiful speck triumph (2004)

          
Ci sono creazioni adatte a qualsiasi situazione ed altre da limitare ad alcune occasioni. Giampaolo Dossena scrisse che Dante è buono anche sotto i bombardamenti, ma non lo è Petrarca (che pure egli amava)*. Incantesimo di George Cukor è un film delizioso, un capolavoro della commedia; anche Salò di Pasolini è un capolavoro, ma risulta davvero inapprezzabile se non si è seguito un particolare cammino estetico. Alcuni fatti artistici, insomma, richiedono luoghi appropriati e preparazioni altrettali: lo esige, con l’addizione di quasi due ore di libertà, l’ascolto dell’opera di Birchville Cat Motel, progetto drone-ambientale del multistrumentista neozelandese Campbell Kneale. La sua assimilazione, doverosa (Beautiful speck triumph è un monolite ineludibile del decennio passato), ripaga, d’altra parte, con la moneta aurea dell’edificazione: per aspera ad astra.
White ground elder (30’32’’) parte con un inquietante bordone distorto a cui Kneale giustappone lentamente, per tutta la mezzora, una crescente sinfonia rumoristica (frinfrinire di fiati, percussioni, grattuge, tastiere) che invade naturalmente lo spazio sonoro. L’ampia durata è necessaria per sviluppare una traccia che è anche la registrazione di un flusso interiore della coscienza.

Il resoconto della canicola di un primo pomeriggio estivo sembra ispirare Trembling forest spires (18’31’’): il verseggiare delle cicale è affiancato, e poi sostituito, da un concerto di campane tubolari da veranda; in sottofondo prendono corpo dei rumori da sobbollimento, quindi il ronzio di una vespa intrappolata, dapprima furibonda, poi lentamente morente, rimane l’unico attore sonoro tramutantesi, nei minuti finali, in un ronzio elettronico avviluppato in uno scrocchiare da vinile polveroso. Questo spunto deborda e si spegne nella successiva Speck fears (19’30’’) per lasciar posto ad un bellissimo tappeto organistico, sottolineato da un possente background ed impreziosito da accenni tipicamente new age. 
It’s more fun to compute (5’56’’), un distorto ed onirico concertino da camera, è il porticato in penombra che prepara alle tenebre gotiche di The romance of certain old clothes (19’51’’): l’ennesimo bordone è la quinta sonora di una silloge di rumori da magione hantée**: cigolii di porte, tramestii, calpestii, voci indistinte ed accenni di pianoforte popolano i venti minuti del pezzo.
Nella pietra miliare Beautiful speck triumph (36’38’’), innervata da un drone cangiante, il concerto fra rumori industriali, un insistito frinire ed un organetto in loop viene gradatamente alluvionato da titaniche distorsioni della sei corde scandite da percussioni rituali e sottolineate dalla maestosità delle tastiere. Il crescendo, veramente eccezionale, raggiunge apici di intensità mistica per poi spegnersi lentamente in un bozzetto campestre accompagnato da radi accordi di chitarra.
La produzione di Kneale, come spesso accade cogli autori sperimentali, risulta polverizzata in numerose registrazioni (alcune di alto livello come Birds call home their dead e Chi vampires), ancora da valutare nel loro insieme; è possibile già affermare, tuttavia, che sarà la svolta doom-metal del progetto Black Boned Angel (2005-2009) a riportarlo, a tratti, sui livelli del trionfo appena esaminato.

* Giampaolo Dossena, Storia confidenziale della letteratura italiana, II, L’età del Petrarca, 1989.
** The romance of certain old clothes è, infatti, un racconto dello scrittore fantastico M.R. James pubblicato nel 1868 (tit.it. La romanzesca storia di certi vecchi vestiti, pubblicata in numerose antologie).