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giovedì 23 ottobre 2014

Nurse With Wound list vol. 38 (Boyd Rice/Terry Riley/Rocky's Filj/Claudio Rocchi/Ron 'Pate's Debonaire/Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener)

NWW list vol. 38. Boyd Rice
Indice Generale/General index

222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente (ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore (debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo. Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana, calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici, astenersi come d’uso.

223. Terry Riley (Stati Uniti) - A rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) – inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé, necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.

224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi (1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano, fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno. Notevole. 

225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione progressive italiana, L’ultima spiaggia (12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione di Il soldato, brano più sbilanciato verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz, chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso, batteria.

226. Ron 'Pate's Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio … l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) e una sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye, voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono; Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate" Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno, percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono; Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono; Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso; Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron, percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips "Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria; percussioni; Charles Ogden, batteria.

227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo, Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende, ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con cautela.


sabato 13 agosto 2011

Tony Conrad & Faust - Outside the Dream Syndicate (1973)

 

Tony Conrad (1940) è una delle figure di spicco dell’avanguardia musicale e cinematografica di New York dei Sessanta, segnatamente di quella forma artistica che, pur nella variabilità del significato, viene definita minimalista.
Essa consta di due elementi essenziali: l’impersonalità, ritrovata nell’utilizzo di materiali basici dilavati dalla fascinazione del colore e delle simbologie nonché da qualsivoglia tocco decorativo o artigianale che possa intaccare la fredda oggettività della resa artistica; la ripetizione, propria delle produzioni seriali industriali, o dei ritmi percussivi ed ossessivi, che strutturano certe sonorità etniche o artificiali.
Nel cortometraggio conradiano The flicker (1966), ad esempio, in circa trenta minuti, egli si serve di sole cinque inquadrature: le prime tre, sottolineate da una musica da two-reels* comico, consistono in semplici scritte (Tony Conrad presenta, The flicker ed un ammonimento**); le restanti due, accompagnate da una drone-music disturbante, sono un campo bianco e un campo nero che si alternano, con tempi variabili, fino alla creazione di una pulsazione stroboscopica.
In campo musicale Conrad fu un membro dei Theatre of Eternal Music (fondati da LaMonte Young e ribattezzati in seguito come Dream Syndicate) assieme a Terry Riley, Angus MacLise e John Cale. Nel 1972, invitato dal produttore dei Faust Uwe Nettelbeck, incide, assieme a tre componenti del gruppo, Werner Diermaier (batteria), Jean-Hervé Péron (basso) e Rudolf Sosna (chitarra e tastiere), uno dei lavori più puri e memorabili dell’arte minimale***.
Esso consiste in due pezzi di circa ventisei minuti, From the side of man and womankind e From the side of the machine. Nel primo pezzo Conrad, sorretto da una nenia percussiva estrema, estrae dal proprio violino, senza mai staccare l’archetto dalle corde, accordi prolungatissimi suonati con una totale assenza di finalismo melodico. Nel secondo, il lavoro della sezione ritmica e delle tastiere si fa più variato; per ciò stesso il lavoro di Conrad viene liberato dal fardello di una potenziale monotonia: una volta abbandonati al flusso della sua linea strumentale, quasi una cornamusa a corde, veniamo indotti in uno stato di trance evocativa. Proprio qui risiede la feconda contraddizione del minimalismo musicale rispetto a quello figurativo od architettonico: esso ingenera, con lentissime variazioni di temi elementari, deragliamenti dalla pura resa oggettiva e consegue coinvolgimenti emotivi di tipo quasi sciamanico****.
L’edizione in CD per il trentennale regala, oltre alla versione completa di From the side, alcuni cascami di quella storica registrazione rititolati The pyre of Angus was in Katmandu, dedicato alla morte di MacLise (avvenuta nel 1979, sei anni dopo), e The death of the composer was in 1962 che, come spesso accade, hanno semplice utilità filologica e non di arricchimento artistico di ciò che fu già edito.

* Letteralmente due bobine; tale era la consistenza di molti cortometraggi comici muti (16 minuti circa).
** Si avverte che l’effetto stroboscopico può causare attacchi nei soggetti predisposti all’epilessia.
*** Il disco fu così titolato poiché eseguito fuori del gruppo The Dream Syndicate.
****
Alcuni autori, infatti, derivano le loro rielaborazioni da musiche etniche, africane o mediorientali.