Potrebbe capitarvi di effettuare il download da un cloud cinese. Niente paura: basta spuntare la casella e cliccare sul simbolo universale del download (下載 in cinese) e il tutto si avvierà automaticamente.
* * * * *
Che dire del chitarrista Dick Taylor?
Che è uscito dai Rolling Stones, anzitutto.
E che è autore di uno dei primi concept della storia del rock, proprio questo S. F. Sorrow; che è un nome, il nome del protagonista del disco, Sebastian F. Sorrow. Una storia intrisa di dolore e maledettismo. Che altro dire? Un paio di cose: pare che Pete Towshend ascoltò questo LP a ruota prima di concepire Tommy, il concept album rock per eccellenza (la prima traccia è S. F. Sorrow is born. Ricorda forse It's a boy?); e che gli Oasis, o quel che ne resta, darebbero un braccio per scrivere alcune delle canzoncine qui ricomprese.
Come in parecchie cose importanti del periodo (i Pink Fairies e i Deviants) c'è Twink alla batteria: sarà un caso?
Phil May, voce; Dick Taylor, voce, chitarra; Wally Waller, voce, chitarra, tastiere, basso; John Povey, voce, chitarra, sitar, percussioni; Twink, voce, batteria.
It's a Beautiful Day (USA, San Francisco,
California) - It's a Beautiful Day
(1969). L’unico vero gruppo in grado di
competere (solo con questo disco) con la mirabile psichedelia melodica dei
Jefferson Airplane (e Patti Santos, la ragazza che potete ammirare sopra, regge
visivamente e vocalmente il ring con Grace Slick). Un album che unisce l’ingenuità
e la potenza delle illusioni propria dei moti californiani del periodo (libertà,
terzomondismo, influenze orientali) a una costruzione cristallina delle canzoni, impreziosite dagli intarsi vocali e strumentali dei Laflamme e della
Santos. Bellissime White bird e Hot summer day; notevole Time is; storica Bombay calling, a cui i Deep Purple, con perizia manigolda,
applicarono l’espianto fatale buono per rendere immortale Child in time. Se non siete dei bruti l’avrete già ascoltato. In
caso contrario civilizzatevi alla svelta. David Laflamme, voce, violino; Hal
Wagenet, chitarra; Pattie Santos, voce, percussioni; Linda Laflamme, tastiere;
Mitchell Holman, basso; Val Fuentes, batteria; Bruce Steinberg, armonica.
Hapshash & The
Coloured Coat (Gran Bretagna, Londra) - Featuring
the human host and the heavy metal kids (1967). Michael English e Nigel Waymouth furono soprattutto
grafici e designer: i loro manifesti per concerti (Pink Floyd, Incredible
String Band e altri gruppi underground dell’Ufo Club), dagli accesi cromatismi
propri della cultura psych del tempo, sono dei piccoli capolavori; il critico Federico
Zeri che, negli ultimi anni di vita, era sempre più attratto dalle copertine
degli LP quale ulteriore manifestazione dell’animo artistico, li approverebbe
in pieno. Nel 1967 i due ordirono questo eccentrico tour de force sospeso fra
tribalità e reiterazione mantra (Aoum,
infatti, figura fra i cinque brani). L’entrata (H-O-P-P-Why?) e l’uscita (i quindici minuti di Empire of the sun) bastano a guadagnargli uno scranno indiscusso nell’Accademia
dei Lincei degli spostati, magari accanto a Help
I’m a rock di Zappa. Da ascoltare subito. Mike Harrison, voce; Luther Grosvenor, chitarra;
Greg Ridley, basso; Mike Kellie, batteria, percussioni; Guy Stevens, Michael English,
Nigel Waymouth.
Tomorrow (Gran Bretagna) - Tomorrow (1968). Steve Howe, pre-Yes, e il genialoide Twink dei Pink Fairies, innervano il sottovalutato gruppo britannico. White bicycle e Revolution
sono già classici della psichedelia anglosassone, ma il fascino dell’album risiede,
oltre che nell’atmosfera sottilmente sfasata, in una commistione paradossale fra
allure antiborghese e inflessioni sonore da vecchia Inghilterra: un melange che,
con forzatura paradigmatica, potremmo definire beatlesiano; d’altra parte gli Oltremanici,
musicisti bistrattati rispetto alla tradizione germanica, slava e mediterranea,
non eccellono in marcette e fanfare? Non sarà forse la pompa, derubricata dall'ironia da teatranti, la cifra del beat-pop inglese? Stanley Kubrick, in Arancia meccanica, colse pienamente tale
sentire alternando all’elettronica di Walter Carlos (che neutralizzava, nichilista, la cultura alta continentale, da Rossini e Beethoven) il formalismo di Sir
Edward Elgar e il funebre incedere di Henry Purcell. Da ascoltare. Keith Alan Hopkins,
voce; Steve Howe, chitarra; Mark P. Wirtz, tastiere; John Junior Wood, basso;
John Twink Alder, batteria.
Come accade nei primi due lavori del gruppo il primo brano è l'epitome dell'album, e ne racchiude il significato profondo, mentre il secondo addolcisce la carica eversiva con un soffice romanticismo abbastanza comune nel primo progressive inglese.
Red, la prima traccia, è quasi inclassificabile; se ne avverte, al di là dell'irruenza e dell'empito strumentale, la potenza nichilista. Il suono è aspro, ma come può esserlo un'entità postmoderna, a mezzo fra macchina e umano: i Crimson si configurano quale power trio del nuovo millennio (dopo il licenziamento di Cross erano, di fatto, ridotti a tre: Robert Fripp alla chitarra; John Wetton alla voce e al basso e Bill Bruford alla batteria), come se l'hard rock dei primi Settanta fosse stato razionalizzato e reso alieno dal fuoco della creazione con una fredda e calcolata lobotomia.
Come detto, non manca il lato romantico e sognante (tributario della voce di Wetton); nella finale Starless i due corni dell'ispirazione convivono: sino al minuto 4'28'' domina Wetton, quindi sopravvengono gli spettrali accordi oltreumani di Fripp a gelare l'empatia: uno stillicidio che si trasforma in sarabanda e quindi riprende, nell'ultimo minuto, il tono iniziale enfatizzandolo sino a un turgore quasi epico.
Red si spinge in territori psicologici poi esplorati, con programmatica decisione, dalla no wave americana o dall'avanguardia dei Throbbing Gristle.
Succede, nella vita. La verità è quella che è, non quella che dovrebbe essere.
La condanna: il libero arbitrio, la facoltà di scegliere. Non la nostra: quella degli altri.
Se le volontà degli altri potessero acconciarsi alle nostre, ecco la felicità.
Ma questo non è dato all'uomo, condannato ai saliscendi della passione, agli andirivieni della fortuna.
D'altra parte se non fossimo eternamente e ineluttabilmente infelici non ci sarebbe bisogno della poesia e della musica.
Non ci sarebbe arte, in effetti.
E nemmeno Shakespeare, Klaus Schulze e Richard Wagner.
Se fossimo perfettamente, pienamente, felici, così felici da non avere sentore della nostra propria felicità, non esisterebbero nemmeno la guerra e la disperazione, concime dell'arte.
E, incredibilmente, non ci sarebbero nemmeno i Motörhead, i tre canaglioni dall'aria truce e coatta, quella dei fascisti da circo, dei birraioli e degli attaccabrighe da quattro soldi.
Sarebbe una gran perdita? Forse no. Fatto sta che i Motörhead servono, come Black Sabbath, AC/DC, Van Halen, Iron Maiden (vado a decrescere ...) a curare il blues che, di solito, affligge i rockettari intorno alla metà della vita. Elementali, maleducati, trucidi, menefreghisti, i Motörhead rigettano (a parole) tutte le virtù che fanno di un uomo qualunque un cittadino accettabile. I Motörhead simulano il ritorno a una vita brada, pre-borghese, ribellista: possiedono il fascino primario del rock 'n' roll più classico e ferino. I Motörhead assaltano i padiglioni, mettono sotto le vecchie sulle strisce pedonali, ruttano di fronte alla fidanzata, e, soprattutto, quando pisciano (attenzione!) pisciano altissimo. Una bella parabola liberatoria, lunga, distesa, come quella di Arthur Rimbaud ne L'orazione della sera:
Poi, quando ho ringhiottito i miei sogni con cura, mi volgo, dopo aver bevuto trenta o quaranta tazze, e mi raccolgo per dar sfogo all'acre bisogno.
Mite come il Signore del cedro e degli issopi, io piscio altissimo, verso i cieli bruni, col consenso dei grandi eliotropi.
Così si fa. Invece il borghesuccio depresso, che ascolta Vasco Rossi, e si alza piano per non svegliare la moglie coi bigodini, come si libera? Con una pisciatina da stringere il cuore, un filo stentato, intermittente, uno stillicidio plic pluc ploc ...
No, quando si è depressi bisogna riscoprire il galateo dei Motörhead, le rudezze rock, gli istinti basilari, le mani in faccia, i non serviam, e la verginità dell'insulto, poiché l'insulto e la sgarbatezza, come disse Nietzsche, sono indizio di salute. Poi, finita la convalescenza, si torna alla psichedelia e al rock sperimentale. In alto i cuori!
Neanche trenta minuti di musica, per così dire, undici canzoni undici live di cui nove rifacimenti, low fidelity davvero low: questo il meschino resoconto sonoro di uno dei più riconoscibili simboli del punk anglosassone.
Abbiamo già affermato, a proposito di Michelle Shocked, che un'esistenza borderline, vissuta sinceramente, influisce anche sulla considerazione estetica di un dato artista. Spesso, però, è proprio il dato biografico, nel caso di Vicious di sovrabbondante maledettismo, a prevaricare sulla valutazione della figura storica. Vogliamo essere esagerati e crudeli: cosa sarebbe Cobain senza lo spettacolare suicidio? Probabilmente un quarantaseienne che si trascina di palco in palco, imbolsito e sfiatato, riproducendo gli accordi del tempo che fu annegati nelle tracce del nuovo disco presentato fresco fresco su MTV e Rolling Stone... Meglio non pensarci.
Cosa sarebbe Vicious senza l'omicidio dell'amante groupie Nancy, le successive indagini, le intemperanze, l'overdose? Nulla. Le sue doti musicali, interpretative, compositive semplicemente non esistono. Rotten, che genio lo fu davvero, testimonia in tal senso. Di Vicious possiamo congetturare (lo dicemmo al riguardo di Darby Crash, uno parecchie volte meglio di lui, però) ciò che scoprì l'indagatore Gottfried Benn: "Genio è follia, genio è degenerazione ... La comunità culturale ... cerca questa circolazione di psicopatia e anomalie negative; essa forma ... la moderna mitologia fatta di ebbrezza e decadenza e tutto questo lo chiama genio".
Eppure, nonostante la plateale inconsistenza di Vicious, si è riusciti a farne il santino punk dell'Inghilterra ribelle e a strizzare da quella misera esperienza decine di album.
Blossom Toes (Gran Bretagna; Londra) - We are ever so clean (1967). Uno dei primi gruppi della psichedelia britannica, già
impregnato degli umori peculiari di quella terra, fintamente svagati e subdolamente
eccentrici: l’insidiosa fiaba vittoriana, i cori da birreria, le accattivanti melodie
beatlesiane, la ballata levigata o lunare sono i gustosi succhi di un frutto già maturo e da cogliere con gioia. Rimane da capire perché non se li fili nessuno. Delizioso;
e da ascoltare subito. Brian Godding, voce, chitarra, tastiere; Jim Cregan,
voce, chitarra; Brian Belshaw, voce, basso; Kevin Westlake, batteria (Barry
Reeves).
Creation (Gran Bretagna, Londra) - We are paintermen (1967). “Our music is red with purple flashes!”
assicurava il buon Pickett che, ben prima di alcuni celebrati guitar heroes anglosassoni, stupiva le
folle applicando l’archetto di violino (con profitto) alla propria sei corde. Making time, Painter man, Can I join your
band, debitori dei padri Who e Kinks, e i superclassici Hey Joe e Like a rolling stone costituiscono una pregevole collezione di singoli
eccitanti e da riascoltare. Kenny Pickett, voce; Eddie Phillips, chitarra (Ron
Wood); Mick Thompson, chitarra; Bob Garner, basso (Kim Gardner); Jack Jones, batteria.
Fleurs de Lys (Gran Bretagna, Southampton)
- Reflections (1997; recordings
1965-1969). Togliamoci subito il dente: Jimmy
Page è il nume tutelare del gruppo, suona in Circles (cover Who) e So come on, scrive il bluesettino Wait for me. Le sonorità freak beat fecero da ponte fra mod rock e nuova psichedelia (in quegli
anni si aggirava nei paraggi anche Hendrix); a causa dei radicali cambiamenti
di formazione è difficile individuare una linea stilistica precisa, ma i
singoli episodi sono spesso di alto livello (Daughter of the sun, One city
girls). I reduci rifluirono in gruppi prestigiosi: Sears nei Sam Gopal,
Copperhead, Jefferson Starship; Haskell nei King Crimson; Sawyer nello Spencer
Davis Group. Chris
Andrews, voce, chitarra (Frank Smith; Phil Sawyer; Jimmy Page); Bryn Hawort,
chitarra; Alex Chamberlain, tastiere (Pete Sears; Pete Solley); Gordon Haskell,
basso (Tago Bears; Gary Churchill); Keith Guster, batteria; Tony Head, voce.
John’s Children (Gran Bretagna, Leatherhead) - Orgasm
(1970). La foga esibita sul palco (in cui, pare, si
presentavano vestiti da droogs), qualche
testo esplicito e il passaggio (breve) di Marc Bolan nella formazione hanno
reso i Children un gruppo di culto al di là dei meriti effettivi. Orgasm, un finto live registrato con
fastidiose grida isteriche à la Fab Four, esibisce sonorità aliene da qualsivoglia originalità. Buttateci un
orecchio, comunque. Andy Ellison, voce; Geoff McClelland, chitarra (Marc Bolan);
John Hewlett, basso; Chris Townson, batteria.
I veterani Dot Dash (Terry
Banks, voce, chitarra; Bill Crandall, chitarra; Hunter Bennett, basso; Danny Ingram, batteria), da Washington D.C., provengono da gruppi di non poco conto (Jelie Ocean, The Saturday People, Youth Brigade, i bravi Swervedriver, St. Christopher); il loro secondo album, Winter garden light, propone un pop-rock d'intonazione melodica (sentire The past is another country e Shouting in the rain), memore delle esperienze passate
Gustav Rye, da Londra, è un compositore sperimentale e d'avanguardia da tenere d'occhio. Qui il suo Study 1, pagina della rivista CNCPTN ("Concept and design behind the work of selected young composers and artists") in cui potete trovare interessanti compilazioni, liberamente scaricabili. I riferimenti Facebook: per la rivista qui; per Gustav Rye qui.
I Throbbing Gristle nascono già grandi. Furono, infatti, (l'opinione è ormai condivisa) i fondatori dell'industrial. Non solo, ma l'ensemble artistico da cui trassero origine, COUM Transmissions (di cui presto sveleremo qualcosa), agiva (e si agitava) sin dalla fine degli anni Sessanta; essi, quindi, già da tempi non sospetti, cominciarono a distillare la colonna sonora dell'umanità postmoderna, avviata alla progressiva autodistruzione (cfr. il precedente post), che vedrà il suo culmine negli Annual Reports; e questa intuizione epocale, degna di intellettuali veri e profetici, venne altresì declinata tramite la fusione dei due corni principali dell'avanguardia musicale della seconda metà del Ventesimo Secolo: la musica concreta e quella elettronica - una sintesi resa plastica, dal vivo, grazie al ricorso ad un vaudeville sarcastico e spietato degno di Karl Kraus, Ernst Friedrich e della Repubblica di Weimar piuttosto che della bonomia di certo cabaret inglese.
Basterebbe questo (e la consapevolezza che le radici dei Throbbing sono ancora da esplorare) a ritagliare al gruppo di Londra un posto di rilievo accanto ai protagnisti dell'avanguardia del secolo passato.
The best of Throbbing Gristle vol. 1 (Settembre-Novembre 1975). Alcune tracce risalgano al 30 Luglio 1976 e furono registrate dal vivo a Stoccarda assieme all'enigmatico Albrecht D. (live che poi confluirà in Music from the Death Factory).
The best of Throbbing Gristle vol. 2 (Dicembre 1975-Ottobre 1976).
Music from the Death Factory (Stoccarda, 30 Luglio 1976).
I Bonzo Dog (Vivian Stanshall, voce, tromba, ukulele; Neil Innes, voce, chitarra, tastiere; Rodney Slater, sassofono; Roger Spear), nati a Londra verso la metà degli anni Sessanta, rappresentano un brillante tentativo di trasportare nella nuova musica le eterogenee macchiette del vaudeville.
Essi non hanno alle spalle un retroterra culturale come quello americano: il loro sangue non ha assimilato quell'impasto inimitabile di riti sociali e menzogne pubblicitarie che hanno informato il sardonico disprezzo, tinto di nostalgia, di Frank Zappa; non possiedono, inoltre, il profondo pessimismo continentale, proprio di quelle correnti artistiche - Dadaismo – che vengono a loro spesso accostate. Il Dadaismo, nato durante il più grande sfracello umano del Novecento, la Prima Guerra Mondiale, si può esprimere nelle parole di André Gide: “Tabula rasa. Ho spazzato ogni cosa. Fatto! Mi levo nudo sulla terra vergine, dietro il cielo da ripopolare”. Dietro questa semplice frase s'eleva il rifiuto della logica classica, del linguaggio, della coscienza e dell'estetica: da-da erano, peraltro, i primi bisillabi che pronunciavano gli infanti ignari di ogni pensiero pregresso. Tale rifiuto era accompagnato da uno scetticismo assoluto: “Misurata col metro dell'eterno ogni azione è vana” declamava Tristan Tzara, il fondatore; e Breton rincarava: “E' inammissibile che un uomo lasci una traccia del suo passaggio sulla terra”.
I Bonzo Dog hanno poco in comune con tali terroristi se non un certo gusto della provocazione e dello scherzo. Essi attingono a numerose tradizioni musicali, francese (My pink half of the drainpipe), swing (Hello Mabel), blues (Can blue man sing the whites), rock (We are normal) e non per sbeffeggiarle, ma per imbastire una collezione di nitide canzoncine dal tono cabarettistico di netto stampo britannico, alla Monthy Python.
Più eclettici commedianti che anarchici, inclini ad una certa compostezza melodica, essi inscenarono un teatrino che dileggiava gli aspetti borghesi del proprio tempo, ma senza metterlo in discussione. In fondo, di quel ceto, ne facevano parte. D'altra parte non riuscivano a vedere neanche lo strappo metafisico sul cielo che ci protegge, continuo e rassicurante; furono intrattenitori brillanti e sagaci e sbarazzini.