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lunedì 28 dicembre 2015

Fascisti, rivoluzionari, sconfitti - Musica e destra nei Settanta (Compagnia dell'Anello/Massimo Morsello/Amici del Vento)


Osservate bene la foto (potete ingrandirla).
C'è tutta l'Italia.
Lo squallore della locandina pornografica, New Luna Club Privé, appiccicata abusivamente su un cassonetto di raccolta indumenti usati; cassonetto, forse, altrettanto abusivo; a sinistra altri cassonetti - più o meno differenziati - lerci, disastrati, abbandonati nell'incuria; a destra le saracinesche di un supermercato di surgelati dismesso da almeno dieci anni, e ridotto a uno spettrale deposito di immondizie.
Corruzione, idiozia, cattivo gusto, declino economico, malgoverno. C'è di tutto, l'avevo detto.
Osservando la scena, poco prima della fotografia, mi sono venuti in mente i fascisti. Perché?
A pochi metri dal cassonetto fatale si trova la sede de Il Foro 753, un'associazione di destra. Se ricordo bene, uno dei promotori del Foro è Giampaolo Mattei. Giampaolo Mattei era (ed è) fratello di Virgilio e Stefano Mattei, vittime di un attentato incendiario avvenuto, nella zona, il 16 aprile 1973. Il padre di Giampaolo, Virgilio e Stefano - Stefano aveva otto anni - era un attivista missino e, come tale, divenne bersaglio di sei gaglioffi di Potere Operaio; fra di loro Achille Lollo, Marino Clavo, Manlio Grillo. Solo Achille Lollo, se ricordo bene, fece un po' di galera.
Quale il lascito di tanto dolore? Nulla.
A destra, ogni 16 aprile, c'è una sfilata di commemorazione nel quartiere. E basta.
Qualche giorno prima, nel medesimo quartiere si celebra - anno dopo anno - una commemorazione simile. A sinistra, stavolta; in onore del comunista Mario Salvi, ucciso da un poliziotto il 6 aprile del 1976, con un colpo alla nuca, durante una manifestazione antimperialista a Via Arenula.
Se volete sapere qualcosa dei fratelli Mattei, leggete il libro di Giampaolo (http://www.ibs.it/code/9788820045531/mattei-giampaolo/notte-brucia-ancora.html).
Se volete sapere qualcosa su Mario Salvi leggete me (http://pauperclass.myblog.it/2015/04/10/storia-mario-salvi-lindiano-sconfitto-la-alceste/)
Comunisti, fascisti, rivoluzionari; contropotere, antagonismo, alternativa, tradizione; popolo, operaio, camerata.
Di tutto questo strepito rimane solo cenere. E frugando tra la cenere si trovano solo morti. Morti per nulla. Per nulla, sono morti per nulla. L'Italia è quella della foto, non c'è niente da fare.
Degli anni Settanta mi ricordo "come per suonno". In sogno. Vorticano colori, suoni, parole, persino odori, ma remoti, e dilatati; irreali; di quelle passioni non arrivano che i sussurri della rovina e della sconfitta.  
Abbiamo perso. Su tutta la linea. Fascisti, comunisti.
Per questo, davanti a quell'immagine, a me, ex comunista, sono tornati in mente i fascisti. Ormai, guardando a ritroso, trovo ch'essi siano stati, come me, reclute e commilitoni di un battaglione votato a morte certa; comandato da generali inetti, o spietatamente collusi col nemico - generali a cui credevamo con fiducia cieca, ma che si son rivelati i nostri primi traditori.
Che altro? Lasciamo perdere. Se volete, leggete pure questo (http://mvl-monteverdelegge.blogspot.it/2014/04/mi-sa-che-io-alla-fin-fine-sono.html), e al diavolo tutto quanto.


* * * * *

Compagnia dell'Anello - Terra di Thule (1983)

Massimo Morsello - Per me ... e la mia gente (1978)

Amici del Vento - Girotondo (1978)

Per un altro gruppo storico di destra, Janus consultate il link:
http://isle-of-noises.blogspot.it/2013/03/fascisti-ma-progressivi-janus-1976-1981.html

venerdì 2 ottobre 2015

Steve Albini celebration - Big Black - Lungs (1982)/Bulldozer (1983)/Atomizer (1986) & Rapeman - Budd (1988)

A proposito di dischi della fine.
Dischi per la propria fine.
Il mio funerale avrebbe dovuto essere rumoroso. Parecchio.
Quand'ero molto giovincello dicevo. "Se mi dovete seppellire fatelo con i Black Sabbath. Voglio War pigs".
Quando fui meno giovincello corressi: "Se mi dovete seppellire fatelo con i Black Flag. E cercate di invitare Rollins".
Poi, col tempo ... "Se mi dovete seppellire fatelo con i Melvins. Invitate King Buzzo".
Ma corressi ancora: "Chiamate Pino Scotto. Fategli fare un bel discorso, di quelli che mi piacciono: tre bestemmie e mezzo concetto".
Adesso, che non ho più voglia di fare niente, manco di postare questi post insulsi, mi è venuta voglia di catafottermi nell'altro mondo con Steve Albini.
In fondo Steve Albini è sempre stato con me.
L'inizio sferragliante di Monobrow è depositato nelle mie cellule. Purtroppo non troverete Monobrow fra i dischi che vi offro oggi, ma potete recuperarlo qui:

http://tuningmaze3.blogspot.it/2010/05/rapeman-discography.html

Anzi, facciamo così: ve lo metto fra i video di youtube.
E buona fine a tutti.

lunedì 25 maggio 2015

ZZ Top - Eliminator (1983)


La domanda del giorno: perché gente di buon gusto, dai modi urbani, dalle scelte letterarie cinematografiche artistiche di buon livello (diremmo: quasi snob), si lascia poi coinvolgere, entusiasticamente, da coattoni di tal fatta?
I barbogi texani (Billy Gibbons, voce e chitarra; Dusty Hill, basso e tastiere; Frank Beard, batteria; Beard è, ovviamente, quello senza barba) presentano spettacoli kitsch, hanno un andatura hard blues desertica già sentita (lievemente virata verso l'elettronica), declinano testi risaputelli eppure ... 
Perché Sharp dressed man è ancora piacevole all'ascolto? 
La interpreto così: il sound di alcuni gruppi riesce a sintonizzarsi su vibrazioni basiche dell'animo umano. Come fa Beefheart o fanno i Can o i Popol Vuh o fa Terry Riley, per nominare i primi che mi vengono in mente ... non ne faccio una questione spirituale o mistica, no ... assolutamente ... anzi, è una faccenda carnale, di trippa, non altro. 
L'ho già scritto.
Le vibrazioni sonore di Sharp dressed man o I got the six (i timbri di quella chitarra, la miscela di voce e basso ... chi lo sa) coincidono irresistibilmente con specifici ritmi biologici e pulsioni umorali dell'homo erectus; con armonie, battiti, respiri sepolti nel paleoncefalo che vengono ridestati, come il serpente Kundalini, da tali moderne consonanze ... mi sa che qui invece di Scaruffi e Bertoncelli occorre scomodare la teoria dei tre cervelli di Paul MacLean ...
Accetto altre spiegazioni.

sabato 7 febbraio 2015

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 16 (Mr. Andrew/Nicola Frangione/N.O.R.M.A.)


Indice generale/General index

Mr. Andrew - Magic planet (1982). Excellent minimal synth meets space electronics project by Mr. Andrew,of Flo and Andrew fame.Released in 1982 through Base label.

Nicola Frangione - Mail music project (1983). In the spirit of the Mail Art movement of the 1980s comes the Mail Music project. Collecting 47 sound art samples sent in from around the world, Nicola Frangione compiles them together in a pastiche manner similar to the Distruct LP compiled by P16.D4. Each side is one continuous track and the individual sound submissions which are approximately 1 - 1.5 minutes long, overlap giving the impression of a collage work. This was a time when DIY was flourishing and the result is captured beautifully here. Only a few of the artists are well known: Maurizio Bianchi, Vitore Baroni, P16.D4, Masami Akita, Naif Orchestra. But don't let that put you off. This is one of the best compilations in the vein of whacked / experimental music to come out of the 1980s. In a numbered, limited edition of 1000, this LP is very hard to find today.
Thank you Dan for this gem!

N.O.R.M.A. - N.O.R.M.A. (1992). This Italian octet's impishly whimsy-fied approach fuses R.I.O.-lite stylizations to sting quartet, film score and circus-y maneuvers by way of CD DJ scramblification in a rather theatrical fashion that gives the whole a certain Downtown NY patina. Though there's a tendency to get a mite precious here and there (their opening gambit of covering Bernard Hermann's Psycho score a case in point), much of this is quite curious and rewarding in it's own discreetly arch fashion.

martedì 10 giugno 2014

Virgin Forest vol. 5 - A new touch of South America Hermeto Pascoal - Slaves Mass (1977)/Jaivas & Pablo Neruda - Alturas de Macchu Picchu (1981)/Bacamarte - Depois do fim (1983)

Los Jaivas

Ecco Mario Praz nel saggio Edgar Allan Poe, genio d'esportazione*: “Autori poco noti o screditati nel loro paese godono all'estero d'una rinomanza che sembra inesplicabile. Qualunque opinione possa aversi in Inghilterra circa Byron o Wilde, non v'è inglese che non rimanga stupito nel sentir nominare quegli autori  accanto a Shakespeare dalle persone cosiddette colte del continente. Simile è la sorpresa del russo nel veder esaltato ai sette cieli, in Inghilterra ad esempio, Cechov, mentre autori più grandi di lui sono mal noti o ignorati ... Provatevi ... a leggere la History of Italian literature di Garnett. Lì incontrerete il gran poeta Alessandro Arnaboldi che, dice l'autore di quella storia letteraria ‘possedeva un supremo dono per la descrizione ed eccelleva nella lirica grave e solenne, nel genere di Matthew Arnold’ ... Poco sotto, a darvi un quadro della moderna poesia italiana, Garnett citava l' ‘eccellente produzione poetica di Giovanni Marradi, Giuseppe (sic) Pascoli e Alfredo Baccelli’. ... Poche righe più oltre lo squisito dilettante Carlo Placci veniva citato accanto ad Antonio Fogazzaro e via di questo passo, di modo che l'italiano che legga quella storia letteraria non sa più in che mondo si trova: come se una banda d'ubriachi fosse entrata in casa sua e si fosse divertita a mettere gli sgabelli sui tavoli, le poltrone in cucina e le scope nei vasi da fiori".

Alludendo alla scarsa fortuna di Poe nei paesi di lingua anglosassone e amplificando il detto 'Nemo propheta in patria', Praz sembra suggerirci: attenti ai giudizi di valore quando rovistate fra le bibliografie altrui ... E potrebbe aggiungere: fra le discografie altrui.
Il pericolo c'è: quando si entra in terra incognita il rischio di sopravvalutazioni, trascuratezze e disomogeneità è altissima. Tempo fa, ad esempio, lessi una recensione inglese o americana all'album degli Etna, band progressive nostrana di seconda fascia: cominciava con queste parole poco cautelose: “The best jazz-rock album ...”.
Addentrandoci nel folto della foresta, insomma, gli abbagli possono moltiplicarsi (la vegetazione, il caldo, il sole a picco), ma, a tal proposito, occorre fare subito due considerazioni piuttosto rassicuranti:

- La musica non è la letteratura. Non esiste la grossolana falsificazione della traduzione, poiché il linguaggio musicale, mi si perdoni la banalità, è universale. Carbonio, silicio e fluoro hanno lo stesso numero di protoni ed elettroni in Italia, su Marte o su Betelgeuse. E 7 + 5 equivale a 12 in una aula elementare oppure in un buco nero ... E così è la musica, simile al Fuoco di Eraclito o alla Volontà di Schopenauer, totale e unica, pur nell'infinita permutabilità dei timbri, degli accenti, delle esecuzioni, dei campanilismi sonori.

- Uno sguardo straniero può fallire nella valutazione di tale permutabilità (gli manca, è vero, la sensibilità primigenia che fa apprezzare certe sfumature e rende naturali al palato alcune soluzioni, ritmiche o compositive), ma, al contempo, nella sua innocenza, tale occhio è libero dal pregiudizio della tradizione; soprattutto in un settore musicale dove l’ingombro del passato è quasi nullo: sempre da Bill Haley e Rock around the clock datiamo la nascita del genere ...

Suggerisco, peraltro, in considerazione di tale terminus post quem, due praticissimi acronimi: A.H. (Ante Haley) e P. H. (Post Haley).
Esempi: La vie en rose è del 9 A. H.; Depois do fim dei Bacamarte fu pubblicato in Brasile nel 29 P. H.; e così via.

Hermeto Pascoal (Brasile) - Slaves mass (1977).

Jaivas/Pablo Neruda (testi di) (Cile) - Alturas de Macchu Picchu (1981). Mario Mutis, voce, chitarra, basso, quena, zampoña; Gato Alquinta, voce, chitarra, basso, quena, ocarina, zampoña; Eduardo Parra, tastiere, flauto; Claudio Parra, tastiere; Gabriel Parra, voce, silofono, corno, batteria, percussioni.

Bacamarte (Brasile) - Depois do fim (1983). Jane Duboc, voce; Marcus Moura, flauto; Mario Neto, chitarra; Sergio Villarim, tastiere; Delto Simas, basso; Marco Veríssimo, batteria; Mr. Paul, percussioni

* Contenuto in Mario Praz, Il patto col serpente, Leonardo, 1995

martedì 27 maggio 2014

Black Flag - Everything went black (1983; recordings 1979-1981) ovvero: welfare e hardcore


I Black Flag SENZA Henry Rollins (sopraggiungerà nel 1981), ma con Greg Ginn (autore di tutti i brani e già manipolatore d'una sei corde catarrosa e trascinante) e Dez Cadena ... già si intuisce tutto. Il punk europeo è una cosa, l'hardcore americano un'altra. Come dire: due popoli divisi da una sola lingua. Il punk si compiace del mondo sottosopra e della provocazione sistematica al perbenismo della classe media (che include il pubblico del punk): una pulsione bruciante e anarchica, ma attutita dal materasso dello stato sociale e risolta spesso in un anelito comune: nazionale, sociale, latamente identitario (If the kids are united!), a volte addirittura giocoso ed esibizionista; negli Stati Uniti, invece, il frontismo è assoluto e, soprattutto, portato a livello individuale con scarsi riferimenti alla mediazione politica (partiti, sindacati, movimenti) anche nei gruppi che potremmo ascrivere, con molta cautela, alla sinistra (Fugazi, Dead Kennedys); la potenza d'urto è fenomenale, irriducibile: essa conferma, peraltro, cosa sia il vero rock da quelle parti: una forma d'arte non popolare, in diretta contrapposizione con i miti fondativi della propria stessa nazione ... una partita a poker che ha la posta più alta: la propria vita ... Ricordate cosa risponde il killer Chiguhr (No country for old men) al proprietario del drugstore che gli chiede cosa si sta giocando? Tutto, gli risponde ... e ci si gioca tutto, in una sorta di ansia distruttiva ... individuo contro Moloch statale: con il corollario clinico di tale scontro impari e fatale: depressione, brutalità, afasia, nichilismo, droga, autolesionismo ... tutti quei condimenti psicologici che insaporiscono le più abissali produzioni sonore della terra di Colombo (Swans, Type 0 Negative, Cop Shoot Cop, ad esempio, fra le migliaia). Essere un fallito in Gran Bretagna o Italia porta il sussidio di disoccupazione o i cento euro della famiglia; in America la vergogna ideologica e il dissolvimento nelle zolle di una terra sempre più straniera. Basta leggere Grapes of wrath.
Presto anche noi godremo di questi trattamenti privilegiati ... il pensiero unico cola giù da Hermosa Beach sino a Modena, Roma e Napoli ... i nostri governanti sono chiari: più Europa e più Stati Uniti d'Europa, questa la sfida della postmodernità. Sindacati, partiti, associazioni sono già stati distrutti. Anche noi deliberemo, perciò, il gusto ineguagliabile del disorientamento, della solitudine, dei parcheggi di roulotte ... case di cartone, espulsione dalla catena sociale, istruzione pressapochista ... il welfare unifica troppo, bene ridurlo con il mantra dell'efficienza ...
Di questo passo prevedo la nascita di bei gruppetti hardcore italiani di qui al 2020; e pongo una domanda che mi sta a cuore: l'arte genuina, dirompente, ha bisogno del disagio sociale? Dell'insicurezza, della malattia? Non saremo diventati troppo morbidi, rispettosi, caldi, pasciuti, viziosi, concessivi verso un potere che ci ricatta minacciando il poco che abbiamo (parva sed apta mihi, il nostro caldo cantuccio borghese)? Non necessitiamo di ingiustizia? D'un tiranno che ci opprima e tiri fuori il meglio di noi stessi - odio finalmente - e una volontà che non si piega poiché non ha nulla da perdere?

mercoledì 30 aprile 2014

Virgin Forest vol. 1 - Hidden music from Argentina (Charly Garcia - Clics modernos (1983)/Pescado Rabioso - Artaud (1973)/Manal - Manal (1970))



Foreste vergini, territori sonori da esplorare, hic sunt leones, terrae incognitae, Atlantide, Lemuria, Eldorado, Catai ...
Esistono lande musicali ancora da scoprire (o riscoprire)?
La risposta è: sì, certamente ...
La musica incognita, anzi, supera di gran lunga quella conosciuta, apprezzata, divulgata e sulla quale si esercita il discorso critico ... Attenzione! Ciò non significa necessariamente che la musica sepolta sia ingiustamente dimenticata o, addirittura, superiore, in media, al mainstream; quel che si vuole significare (sin dalla creazione di questo blog) è questo elementare concetto: per giudicare occorre conoscere la totalità di un fenomeno ... solo in tal modo risulteranno accettabili le gerarchie di valore ...
Per decenni siamo stati imbrigliati da storici che propinavano il rock in base a triadi commerciali definite: Beatles, Rolling Stones, Who ... Sex Pistols, Clash, Siouxsie ... Genesis, Pink Floyd, Yes ... Ora, finalmente, il Web rende possibile ciò che prima non era nemmeno pensabile: la riscrittura della storia in base alla reperibilità quasi completa di ciò che è stato prodotto nella storia del rock, dal 1950 a oggi: a qualsiasi latitudine ... si può ascoltare tutto ... il lavoro che ci attende è enorme, immane, ma piacevole ...
Modestamente ho cercato di introdurre il coltello della sovversione in parecchi ambiti: ecco le serie sul punk e l'underground inglese, sulla prima psichedelia e il rock giapponese; ecco le bislacche liste di Nurse With Wound e Julian Cope, l'hardcore americano; le antologie sulla musica dell'Est, sul prog italico; ecco, ancora, l'hard/heavy metal anno per anno, lo zeuhl, il kraut, le sonorità popolari, e, più timidamente, il punk nostrano e la coldwave transalpina ... La legge morale dell'operazione è: chi sente cento album in tutta la vita ha una propria gerarchia; chi ne sente centomila ne possiede una di certo diversa, assai poco mainstream, ma assolutamente veritiera ... questa la nostra mira ...
Ma dove si nascondono queste zone vergini?
1. In piena luce, ma nascoste dal fogliame critico. È il caso, ad esempio, del punk inglese o del progressive: celebrato, famigerato, ridotto quasi a luogo comune: i Sex Pistols, i Clash oppure PFM e Genesis ... Decenni di critici pigri hanno generato utenti torpidi e che reagiscono in automatico come i cani di Pavlov ... suona la campanella e i cani sbavano anche se non c'è il cibo ... suona la campanella punk o prog e gli ascoltatori sbavano Sex Pistols e Genesis ... Di fronte a foreste di conifere immense ci si ferma davanti ai primi due alberi, pur importanti: i Sex Pistols e i Genesis ... ma oltre si stende un territorio dove solo pochi specialisti si avventurano ... ma a noi gli specialisti servono poco ... a noi interessa lo sguardo d'aquila che rende padroni del panorama sonoro totale: ed ecco allora Crass, Modry Efeckt, Czesław Niemen, Collegium Musicum, Come ... Basta potare i luoghi comuni e spuntano in piena luce capolavori all'altezza dei campioni più chiassosamente pubblicizzati (a volte con ragione, a volte no).
2. In piena ombra. Perché? Per l'estinguersi di una moda (non sarà il caso di rivalutare certo country rock? certa new wave?); per la mancanza di ristampe; perché certi ambiti erano ritenuti non degni di considerazione (la library music, il beat, la popular music); per la provenienza da territori musicali non anglosassoni (Sud America, Nord Europa, ex area sovietica, Estremo Oriente, Italia ...) e via così.
Per le zone in piena luce continuerò le serie già innescate; per le zone in ombra ecco la serie Virgin Forest ... si comincia con tre dischi argentini ... poi si continuerà con altre esplorazioni sommarie che, se coronate da successo, avvieranno, a loro volta, serie più articolate ... già vedo in prospettiva il prog nordico o l'hard rock sudamericano ...
Il lavoro è enorme; gli riserverò, come al solito, l'entusiasmo del divulgatore, e i miei migliori ritagli di tempo (la vita incombe ...), ma una cosa definitiva va detta: è ormai doveroso mettere fra parentesi le storie del rock già scritte ... e non dare nulla di scontato ... all'armi, ognuno sia il proprio Bangs o Bertoncelli ...

Charly Garcia - Clics modernos (1983). Charly Garcia, voce, tastiere; Larry Carlton, chitarra; Pedro Aznar, voce, chitarra, basso; Casey Scheverrell, batteria.

Pescado Rabioso (Luis Alberto Spinetta) - Artaud (1973). Luis Alberto Spinetta, voce, chitarra, tastiere; Emilio Del Guercio, basso; Carlos Gustavo Spinetta, batteria; Rodolfo García, batteria

Manal - Manal (1970). Claudio, chitarra; Alejandro, basso; Javier, voce, batteria.

giovedì 27 marzo 2014

Violent Femmes - Violent Femmes (1983)/Hallowed ground (1984)


1983 ... 1984 .. due dei dischi simbolo di quegli anni. Anni che non credevo di poter rimpiangere ... Da Milwaukee, Wisconsin, le Pappemolli Violente. Gli anni Ottanta: solo a riconsiderare le cotonature delle femmine e le imbottiture delle spalle nei vestiti ... ragazzi: sono anni irrecuperabili. E il cinema poi: tutti pazzi per Ghostbusters e Ritorno al futuro. Primi brividi erotici: La chiave, con Stefania Sandrelli, e Fotografando Patrizia con Monica Guerritore: il convento questo passava ... Chissà cosa portarci appresso da questi di anni: nulla, posso anticiparlo. Anni Ottanta, allora: esce (quasi sicuramente su Ciao 2001) la recensione di Hallowed ground. Entusiastica o giù di lì. A questo punto scatta la ricerca ... oggi, lo ripeterò all'infinito, nessuno può immaginare cosa significasse, trent'anni fa, cercare un disco: niente Internet, niente cataloghi, libri fermi con le lancette sugli anni Settanta ... un deserto ... indagini al buio ... si assediavano i commessi dei negozi ... qualcuno aveva notizie di prima mano ... sì, dovrebbe arrivare nei prossimi giorni ... oppure no: solo d'importazione ... oppure la sentenza: costa ventimila: una mazzata. Oppure, quando avevi sganciato una somma ragionevole (dalle tredici alle quindici mila), e te andavi con la tua busta quadrata, gialla o bianca o nera (sopra i caratteri immaginifici del logo della rivendita), scattava, perfida, la coltellata del bastardo dietro il banco: "Bel disco quello, bello ... però, non me lo ricordavo, non te l'ho detto prima ... ma quello che hanno fatto l'anno scorso ... eh sì, il primo ... come si chiamava? Ehhhh ... boh ... mi sa lo stesso ... Violent Femmes ... sì sì ... omonimo, insomma ... quello ce l'ho su cassetta ... l'ho riversato ... eh, quello sì ... nooo e certo, se lo do a tutti sto fresco ... chissà ... forse la prossima settimana ... bisogna controllare in magazzino ...". E si ricominciava. 
Ahi serva Italia di dolore ostello, cosa mi fai rimpiangere ... no, non rimpiango la mia giovinezza, rimpiango quell'Italia lì.

domenica 5 gennaio 2014

Big Country - The crossing (1983)


I Big Country (Stuart Adamson, voce, chitarra; Bruce Watson, chitarra, mandolino, sitar; Tony Butler, voce, basso; Mark Brzezicki, voce, batteria, percussioni), come gli Smiths (e U2, Alarm, Frankie Goes to Hollywood e, perché no, Culture Club, Wham! Duran Duran), rappresentarono uno dei main event dei primi anni Ottanta.
A distanza di trent'anni cosa resta di cotanti innamoramenti? Un album di buona lega, con un hit notevole (In a big country), altri pezzi rimarchevoli (Fields of fire, Inwards) e una sensazione indefinibile in cui convivono la piacevolezza della nostalgia e la simpatia (altrettanto indefinibile) verso un gruppo che cercava di ricollocare il folk entro una cornice elettrica new wave (per merito del compianto Stuart Adamson, in grado, tramite la propria sei corde, di popolare di inesistenti cornamuse e violini le tracce del disco).
Nonostante la bravura di Adamson si nota, però, una certa freddezza nell'insieme. La costruzione a tavolino. Che sia colpa della produzione di Lillywhite, capace di piallare le asperità di U2, Gabriel e Simple Minds sino a renderli incontrastabilmente mainstream? Senza doppi fondi, senza vertigini?
A voi l'ardua sentenza.

lunedì 14 gennaio 2013

MC5 - '66 breakout (1999; recordings 1965-1966)/Babes in arms (1983)


Nel recente telefilm Boss, ambientato nella Chicago d'oggi (e trasmesso a casaccio dai Rai3), vengono evocati, indirettamente, i disordini di Newark e Detroit, del Luglio 1967; nella finzione la rivolta è innescata da un immane processo di gentrificazione, ovvero da una cacciata di massa della popolazione nera da un quartiere periferico in vista di una riqualificazione della stessa area (con annesso casinò, edilizia residenziale, aeroporto ...). Una speculazione da manuale del turbocapitalismo attuale, avido di tangenti e bramoso di un riassetto sociale ormai pensato in funzione di una sempre meno blanda plutocrazia. Nel telefilm i riots, di breve respiro e guidati da una parte politica assai poco disinteressata, si risolvono nel nulla e con un solo morto - morto, peraltro, debitamente strumentalizzato dal sindaco Tom Kane, assassino e manipolatore (forse un omaggio al Citizen Kane di Orson Welles). Nel 1967, fra Newark e Detroit, furono circa settanta le vittime ufficiali (più di cento per le fonti indipendenti); la finzione televisiva, insomma, coglie un punto preciso dell'evoluzione della lotta urbana, a favore, ad esempio, dell'edilizia popolare e dell'allargamento degli spazi pubblici: il martellamento pubblicitario che criminalizza ogni dissonanza (i ridicoli inni alla coesione sociale, allo smorzare i toni, alla concertazione etc etc) ha evidentemente partorito generazioni ormai sazie delle proprie sconfitte e pronte a recarsi al macello senza sospettare alternative. La vittoria delle vittorie per i Tom Kane mondiali. Nel 1967, nel Michigan, tale operazione di snervamento mediatico non era stata affinata; i sentimenti prevalevano sul sentimentalismo (ovvero sulla recitazione indotta degli stessi); la pressione di casta (operata politicamente e militarmente) veniva percepita come innaturale e insopportabile (innaturale poiché in contrasto immediato coi diritti congeniti all'uomo). In tale liquido in ebollizione guazzavano cinque splendidi canaglioni, Rob Tyner, voce; Fred Smith, chitarra; Wayne Kramer, chitarra; Michael Davis, basso; Dennis Thompson, batteria: MC5.
Come si è notato a proposito dei New York Dolls l'esistenza in America è più aspra e conflittuale; genera arte, ma esige un dazio pesante: tre quinti, infatti, son passati a peggior vita, Tyner nel 1991 a neanche 47 anni; Smith nel 1994 a 45; Davis nel 2012 a 69 (praticamente un Matusalemme).
Le registrazioni di Babes in arms sono versioni alternative o b-sides; quelle di '66 breakout mostrano i Nostri che giocherellano con fiaccole blues (cover di Van Morrison, James Brown, Big Joe Williams), in attesa di appiccare incendi di più vasta portata.
Buon ascolto.  

lunedì 5 novembre 2012

Cosey Fanni Tutti - Time to tell (1983; reissue 2000) plus Cosey Fanni Tutti XXX mags collection plus Coum Transmissions/Throbbing Gristle pics

Good birthday (4 Novembre 1951)

Le opere dei Throbbing Gristle sono ormai conosciute; sia quelle mature (recensite in parte qui), sia quelle aurorali (1975-1976, recensite qui); ciò che è meno conosciuto riguarda la loro storia artistica antecedente (1969-1975, cristallizzata come Coum Transmissions in due episodi che indagheremo) e l’aspetto visivo dei loro spettacoli, un lato del loro manifestarsi artistico, almeno nei primi tempi, forse più importante di quello sonoro. Le loro provocazioni erano ordite per colpire la società inglese del tempo, ma la brutalità d’esse, l’anempatia sottesa, l’ansia di auto mortificazione finirono per bruciare qualsiasi riferimento contingente e, soprattutto, la carica eversiva più facile ed esibizionista. Additati come simbolo della degenerazione dell’epoca (un’attestazione di stima più che una critica), essi ricalcarono, forse inconsapevolmente, le gesta dei decadenti francesi, ma senza più l’assillo della classicità e dell’umanesimo. Cosey Fanni Tutti (al secolo Christine Carol Newby) fu parte importante di tale caravenserraglio disumano: prostituzione, masochismo, sberleffi alla religione (cristiana), body painting, nudità, mortificazioni da B-movie (in  uno spettacolo Newby disegnò una svastica sul corpo di Genesis P-Orridge con un sanguinolento assorbente interno, estratto all'uopo), deviazioni sessuali furono i tratti caratteristici di tali “distruttori di civiltà”, come vennero definiti da un esponente della Camera dei Comuni. Ancora una volta il risultato è superiore alla somma delle parti: se le varie provocazioni sono senz’altro più urtanti che politicamente persuasive, la sensazione da esse generate è davvero quella di una finis terrae dove l’umanità affoga nelle pulsioni più bestiali rinunciando alla sottile crosta della civiltà. Verlaine scriveva: “Io sono l’impero alla fine della decadenza/ che guarda passare i grandi barbari bianchi/componendo acrostici indolenti dove danza/ il languore del sole, in uno stile d’oro”, ma i Nostri se ne impipano della poesia: hanno avuto davvero il coraggio di torcere il collo all’eloquenza e ad ogni residuo spirituale; Newby, Megson e Sleazy mettono in scena la devoluzione postrema e il torpore nichilista che ha travolto i bastioni della convenzione sociale.
Cosey, il cui motto fu ed è “my art is my life, my life is my art”, si calò naturalmente nel teatro decadente dei Coum; scacciata da casa a diciannove anni, partecipò a filmetti pornografici (Teenage sin, Sex angle, Die Halbseidene Party o Satin party, il documentario Silent cry) e rallegrò le pagine interne di alcune pubblicazioni hardcore dei Settanta (Park Lane, Fiesta, Pussycats, Lovebirds e Whitehouse, in cui appare a fianco di Genesis P-Orridge); in un certo senso Newby elesse il proprio corpo a mezzo per la creazione di un’arte estrema ed ultima in cui coincidono degenerazione e testimonianza.  
Time to tell è il suo miglior lavoro come solista: tre lunghe tracce di elettronica ambientale assai diverse dal synth-pop del duo Chris and Cosey, uno dei due tronconi in cui si spezzarono i Gristle nei primi Ottanta.
A distanza di anni amiamo riconoscerle una coerenza imperterrita e una disarmante sincerità.

venerdì 18 maggio 2012

Replacements – Hootenanny (1983)/Pleased to meet me (1987)

L'incredibile ondata di ribellismo punk che investì la nazione americana nei primi anni Ottanta, e che abbiamo recentemente investigato in nove post, regalò centinaia di brani memorabili e, soprattutto, personaggi e gruppi che, in virtù del talento superiore, esorbitarono dallo specifico ambito hardcore: Fugazi, Hüsker Dü, Minutemen, Henry Rollins, e, giù per li rametti, Beastie Boys e Moby. 
Fra questi anche i Replacements di Minneapolis, proletari e giovanissimi (Paul Westerberg e Bob Stinson avevano, allora, vent'anni, Chris Mars diciotto, Tommy Stinson quindici*); nati nel brodo contestatario, diversificarono quasi da subito la loro proposta musicale, riuscendo, in pochissimi anni, a distillare Hootenanny, già una svolta rispetto alla media hardcore del periodo: rock 'n' roll energici (Take me down to the hospital, Mr. Whirly con iniziale presa dei fondelli di Strawbeery fields forever), echi dei Cinquanta (Buck Hill), bluesacci (Hootenanny, Treatment bound), esaltazioni delle proprie origini (You lose), moderne ballate (Within your reach) sono le eclettiche e brillanti sfaccettature di un talento già dispiegato.
Con Pleased to meet me le acque sembrerebbero calmarsi: l'ottima I don't know e Can't hardly wait esibiscono persino dei fiati! Falsa impressione: si comincia con un altro piccolo capolavoro, ruvido e trascinante (I.O.U.), si sconfina nel pop d'alto livello (Alex Chilton, The ledge), poi nei ritmi sgocciolanti di Nightclub jitters, si evocano i bei tempi con Red red wine e Shooting dirty pool, ci si rilassa con la ballata acustica Skyway. Difficile trovare un punto morto nel disco: Pleased to meet me è semplicemente un altro White album approntato da Westerberg, uno dei cantautori più geniali, tirannici e sottovalutati di sempre.
Il dittico in questione, abbinato alla coppia classica Tim/Let it be, l'esordio Sorry Ma e Stink (che annovera Go, "il primo pezzo grunge della storia"**), forma uno dei vertici rock degli anni Ottanta; canzoni che, come accade solo alle stoffe ed ai metalli nobili, col tempo e l'ascolto assiduo rilucono con maggior splendore.

* Paul Westerberg, voce, chitarra; Bob Stinson, chitarra, sostituito da Bob Dunlop in Please to meet me; Tommy Stinson, basso; Chris Mars, batteria.
** Vedi la recensione di Webbaticy: "[Go] è il primo pezzo grunge della storia, forte di un atmosfera fatale e plumbea: strofa disarmante, chorus esplosivo, bridge scandito dalle urla belluine, intriso di disperazione e sporchissimo melodismo".

giovedì 22 marzo 2012

Swans – Discografia completa 1/3: Filth (1983)/Cop (1984)/Greed (1986)



Fondati a New York da Michael Gira e Jonathan Kane, nei primi anni Ottanta, gli Swans* hanno dato vita, in quasi trent'anni (l'ultimo disco, dopo quattordici anni di silenzio è del 2010), a una delle discografie più radicali ed impervie mai esibite dal rock.
Discendono dai Chrome, preconizzano l'industrial più cupo (quello dei Cop Shoot Cop, ad esempio), e, ideologicamente, sono affini ai Throbbing Gristle; pur privi del fascino nichilista e morboso degli inglesi, essi calcano però, consapevolmente, i sentieri da loro tracciati nei territori più desolati dell'animo umano; anzi, l'impressione è che, dopo le vociferazioni di Genesis P. Orridge e compagni, tutto sia stato detto o fatto: non rimane, da un luogo eminente che abbracci la sconfinata desertificazione dell'umanità attuale, che decretare la fine della speranza e recitare le ultime definitive litanie funebri. Il turiferario Michael Gira, su un tappeto di chitarra noise e d'una monumentale sezione ritmica, declama, angoscioso, il desolante lascito testamentario sulla“più perniciosa razza di ributtanti vermiciattoli cui la natura abbia mai permesso di strisciare sulla terra”*.
Filth (Right wrong, Stay here, Gang) è una collezione di disperanti trenodie; Cop ripete la struttura della precedente opera, ma, se possibile, ne accentua le cadenze rituali: il suono è più rallentato e massiccio, grazie alla chitarra di Westberg che amplia il suo imperio, con distorsioni e feeback inesorabili (Your property, Thug, Cop, una Half life alla Black Sabbath); Gira ruggisce come un predicatore millenarista.
Siamo in territori di confine; oltre non si trova che la dissoluzione, musicale e concettuale. Un passo decisivo di fronte al quale letterati, filosofi e scienziati sommi vacillarono: alcuni scelsero il silenzio; altri il gran rifiuto, i più conseguenti s'incamminarono oltre. Fuori dell'angusto cono di luce della ragione umana ci si spinge a proprio rischio: il prezzo da pagare è enorme: Nietzsche e Cantor, fra gli altri, impazzirono coerentemente; Huysmans si gettò ai piedi della croce (l'alternativa era un proiettile nel cervello); Gira si ritrae dall'orizzonte degli eventi che rischiava di inghiottirlo (e di indurlo artisticamente alla catatonia e all'autoparodia) e, grazie alla collaborazione di Jane Jarboe (voce e tastiere; sua compagna anche nella vita), derubrica l'impatto delle prime incursioni in un suono più sommesso, vicino ad alcuni accenti di Black Tape for a Blue Girl, ma, a differenza di questi, semplice e austero come un chiaroscuro d'architettura gotica; la bellissima Fool, lenta e profonda come una processione liturgica, assieme a Greed e Heaven, riassumono la nuova estetica degli Swans.
Nei capitoli successivi tale svolta partorirà i capolavori Children of god e White light from the mouth of infinity, che pubblicheremo (assieme a tutti gli album e gli EP di studio).

* Michael Gira, voce; Harry Crosby, basso; Norman Westberg, chitarra; Jonathan Kane, batteria; Roli Mosimann, batteria; Jane Jarboe (Greed), tastiere.
** Jonathan Swift, Gulliver's travels (righe finali dell'episodio di Brobdingnag).

martedì 8 novembre 2011

Le Masque - Trouvailles pour comediens (1983)/Colloquio (1986)


Il gruppo milanese Le Masque, nato su impulso di Edgardo Moia-Cellerino*, trae il proprio nome dall’omonima poesia di Baudelaire. In tale composizione il parigino descrive una statua di donna, opera dello scultore Ernest Cristophe: ad un primo sguardo, dalla figura traspare un senso di pienezza ed eleganza: “La Voluttà mi chiama e l’amore mi incorona!”. Il volto è ridente, languido e beffardo. Ma tale trionfo si rivela, ad un più attento esame, ingannevole: il viso squisito di prima non è che una maschera; il suo vero aspetto è stravolto dalle lacrime dell’angoscia e dell’affanno di vivere (Domani, ahimé! Bisognerà vivere ancora!/Domani, e poi domani, e sempre!)**. Può darsi che la dicotomia tra vita quotidiana e Arte insita nel poema (o forse la temperie malnata dell’espressionismo di Baudelaire) influenzarono il piccolo ensemble nella composizione del primo lavoro, Trouvailles pour comediennes (1983); questo, cantato in inglese, risente pesantemente della derivazione da modelli dark britannici, ma resta godibile grazie soprattutto all’elegante interpretazione à la David Sylvian di Cellerino che in Ruins e nel synth-pop di Mother and son firma gli episodi più rimarchevoli.
D
opo l’EP The happy flock (1984), i Le Masque,
con Colloquio (1986), abbandonano la lingua inglese e qualunque riferimento al potente simbolismo del Francese (peraltro, come detto, più vissuto a livello di suggestione che praticato) e rifuggono verso un’atmosfera crepuscolare e malinconica, già sottolineata dalla copertina, una stilizzazione delle Impressioni di Monet dominata dai toni violetti. Il delicato strumentale Corpo di una donna, Dal diario di un soffiatore di vetro e La caduta del mascara portano il gruppo sempre più verso i territori della canzone intimista, parva sed apta mihi: l’italiano evidentemente non è più fatto per i grandi spazi. Questo ripiegamento verso la consuetudine musicale, pur pregevole, viene però scosso dalla composizione finale, l’eponima Colloquio, una perla nera di eccezionale valore. Essa non è che la messa in musica della lirica La morte del poeta milanese Carlo Vallini (1885-1920), parte del più generale poema Un giorno, sorta di meditazione buddista sulla rinuncia alla vita***; essa è la presa d’atto del fallimento dell’uomo contemporaneo che ha subito la dannazione della verità: la letteratura non è che ipocrisia (l’artista è un mistificatore), i sentimenti accesi ed i valori eterni sono favole, la vita non è che una continua pena: non rimane che la rinuncia sino all’accettazione della rinuncia totale, la morte (“la materia riposa … rinunzia all’enorme fatica di dover essere unita”). Tuttavia anche l’unica salvezza subisce uno scacco: “la nostra materia/che soffre ed invoca l’oblio/ [grida] pur sempre: Non voglio/morire!”. Impossibilitato a vivere pienamente (“Tarderà molto a finire/questa ridicola farsa?/Io sento che fo da comparsa/e che non ho niente da dire.”), all’uomo si preclude anche la pace del Nulla. Leopardianamente, secondo Vallini, tutto è vano: “E’ vana l’arte. La sorte/vuol che ogni cosa sia vana/vuol che la vita sia vana/e che sia vana la morte”. Tastiere e voce sottolineano in crescendo questo tragico cul de sac metafisico che, concettualmente, è persino più disperato de I fiori del male.
Successivamente Cellerino si inoltrerà con sempre maggior sicurezza nell’ambito della canzone d’autore (vincerà un Premio Tenco) spogliando, però, la sua opera dai chiaroscuri che ne sancivano il fascino originario.

* Edgardo Moia Cellerino (voce, tastiere, chitarre); Tiberio Boncristiano (batteria); Marco Magistrali poi sostituito in Colloquio da Riccardo Caccia (violino, tastiere).
** Il tema della maschera ricorre ossessivamente nella letteratura francese ottocentesca, da Jean Lorrain a Guy de Maupassant.
*** La prima poesia è, infatti, La leggenda del principe Siddharta.