venerdì 24 gennaio 2014

Deuter - Aum (1972)



Primi anni Settanta, Germania, krautrock, istanze libertarie, aperture verso le religioni tradizionali del Terzo Mondo, world music, Holger Czukay, Popol Vuh: nel calderone stregonesco si agita, inavvertito poiché confuso con lo sfondo a lui troppo simile, un artista sconosciuto al grande pubblico; colpevolmente sottovalutato.
Il problema di Deuter è ch'egli era, in tempi di proto new age, un pesce qualunque in un mare ricco come non mai; anzi: era un pesce perfetto, che non possedeva branchie o code o colori tali da renderlo un elemento particolarmente distinto nel multicolore acquario dei Settanta.
A distanza di più di quarant'anni è difficile cambiare idea su di lui. Eppure, proprio tale mancanza quasi assoluta di specificità, che allora tendeva a mimetizzarlo nel generale demi-monde misticheggiante, agisce in senso positivo. Quei luoghi comuni, riascoltati oggi su uno sfondo sonoro epocale assolutamente diverso, si rendono meravigliosamente inattuali. Aum sfiora il capolavoro. Forse lo è.
Dodici strumentali: sitar, sommesse nenie orientali, sciabordii d'acque, percussività tribali, tenui sospensioni, chitarre psichedeliche e folk, accordi sospesi: tutto il bric-à-brac che la new age ci incaricherà di portare al nostro disgusto negli anni a venire, qui suona con una purezza primitiva e cristallina; e una semplicità d'intenti disarmante.
Aum, Soham, Sattwa, Susani le stazioni di questo breve rito lustrale.

3 commenti:

  1. "tutto il bric-à-brac che la new age ci incaricherà di portare al nostro disgusto negli anni a venire" meravigliosa, complimenti! :)

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  2. Ah, ma io sono d'accordissimissimo : )

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