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mercoledì 30 gennaio 2013

Early psychedelia vol. 9 (Fever Tree/Mouse & The Traps/Doors 1^ parte/Doors 2^ parte)

Mouse & The Traps

Fever Tree (USA, Houston, Texas) - Fever Tree (1968). Si comincia con un'infelice volgarizzazione di Bach (Imitation situation - Toccata and fugue), si prosegue con una buona composizione di beat psichedelico (Where do you go, con tocchi dal Bolero di Ravel!, replicati in Filligree & shadow), poi i ragazzi rimettono i piedi a terra, virano sui Beatles (Day tripper) e trovano il loro peculiare registro con le ultime due tracce, la notevole Unlock my door e l'intimista Come with me (Rainsong). Dennis Keller, voce; Michael, chitarra; Rob Landes, tastiere, flauto, violoncello; E. E. Wolfe III, basso; John Tuttle, batteria, percussioni.

Mouse & The Traps (USA, Tyler, Texas) - The Fraternity years (1997; recordings 1965-1968). È nato prima l'uovo (A public esecution dei Mouse Traps) o la gallina (Like a rolling stone o, meglio, il Bob Dylan elettrico)? Ovviamente la gallina, mi affretto a dire con i piedi lambiti dalle fiamme infernali direttamente attizzate da Jimmy 'Aleister' Page di cui ho leso la maestà blues. Certo che l'interpretazione vocale di Weiss e il folk elettrico à la Byrds sono, a tratti, affini in modo sconcertante ai coevi (1965) esperimenti del Vate. Alto il livello, piacevole la varietà (influssi orientali, blues etc etc). Una sorpresa. Mouse (Ronnie Weiss), voce, chitarra; Bugs Henderson, voce, chitarra, banjo; Doug Rhone, voce, chitarra; Tim Gillespie, tastiere; Randy Fouts, tastiere; Robin Hood Brians, tastiere; David Stanley, basso; Don Levi Garrett, batteria; Ken Murray, batteria.

Doors (USA, Los Angeles, California) - Live at The Matrix (2008; recordings 1967). Registrata fra il 7 e il 10 Marzo 1967 al Matrix di San Francisco, questa è una delle migliori esibizioni del miglior periodo dei Doors. Da ascoltare e basta. Jim Morrison, voce; Robbie Krieger, chitarra; Ray Manzarek, tastiere; John Densmore, batteria.

martedì 11 settembre 2012

Early psychedelia vol. 5 (Golden Dawn/Josefus/Ultimate Spinach)

Ultimate Spinach

Golden Dawn (USA, Austin, Texas) - Power plant (1968). George Kinney, voce; Tom Ramsey, chitarra; Jimmy Bird, chitarra; Bill Hallman, basso; Bobby Rector, batteria. Gruppo che si regge sulle rilevanti capacità compositive di George Kinney, amico di lunga data di Rocky Erickson degli Elevators. Psichedelia canicolare nei migliori momenti (Starvation, My time); e tutto il disco fila via piacevolmente.

Josefus (USA, Houston, Texas) - Dead man (1970). Pete Bailey, voce, armonica; Dave Mitchell, chitarra; Ray Turner, basso; Doug Tull, percussioni. Sodali stilisticamente di ZZ Top e Grand Funk Railroad, Josefus propongono un hard rock acido e roccioso e non temono confronti (discreta la versione di Gimme shelter); il picco dell’album è l’eponima Dead man (17’30’’), una jam che si arroventa splendidamente col passare dei minuti. Da ascoltare.

Ultimate Spinach (USA, Boston, Massachussetts) - Ultimate Spinach (1968)/Behold and see (1968). Psichedelia purissima ed intellettuale quella di Bruce-Douglas, sostenitore delle teorie di Timothy Leary sull’allargamento della coscienza. La voce del leader e quella della Hudson, le tastiere alla Doors e una certa aria fluttuante segnano il primo lavoro (notabili Your head is reeling e la bellissima Ballad of the hip death goddess), nonostante alcune tracce abbastanza scontate. Il successivo Behold and see è un gioiello basato su esecuzioni impeccabili e liquide. Su tutto spiccano Mind flowers (9’35’’), Suite. Genesis of beauty (9’49’’) e Fragmentary march of green (6’37’’). Da ascoltare, ovviamente. Ian Bruce-Douglas, voce, chitarra, tastier; Barbara Hudson, voce, chitarra; Geoffrey Winthrop, voce, chitarra, sitar; Richard Nese, basso; Keith Lahteinen, voce, batteria, percussioni.

giovedì 1 settembre 2011

Voice of Eye - Transmigration (1995)

 
Duo di musica sperimentale formatosi a Houston, Texas, e composto da Bonnie McNairn e Jim Wilson, Voice of Eye riesce ad amalgamare con successo elettronica e suggestioni etniche. Transmigration, basato sulla lettura del Bar do thos grol, è l’evocazione musicale di un viaggio ultraterreno in cui l’uomo, stretto tra morte fisica e attesa di una nuova eventuale rinascita, prova a svincolarsi dalla fallacia delle visioni dettategli dalla propria coscienza per attingere alla purezza liberatoria della luce suprema (Dharmakaya) in cui la Totalità è eternamente presente.

Il Bar do thos grol* o Bardo Thodol (Liberazione dallo stato intermedio attraverso l’udire) è il testo centrale del buddismo tibetano. Esso consiste principalmente in una serie di istruzioni che il lama rivolge all’uomo nei suoi tre stati intermedi – detti appunto bardi (quarantanove giorni intercorrenti fra morte e attesa di una nuova incarnazione) – allo scopo di affrancarlo dal ciclo esistenziale del Samsara**. I Bardi sono tre***:

Il Chikhai descrive le esperienze susseguenti alla morte; l’animo cade in un sonno profondo di quattro giorni, poi una luce lo abbaglia. Ora è consapevole della propria dissoluzione fisica nei quattro elementi naturali e potrà rinunciare alla individuazione per raggiungere la salvezza dalle contingenze del Samsara.

Il Chonyd, che va dalla morte alla ricerca della rinascita: fallito la salvezza nel Chickhai, l’uomo è preda di visioni fantasmatiche ed illusorie: deità benevole, guerrieri celestiali, eroi, i giganteschi guardiani dei quattro punti cardinali, con teste di tigre, maiale, serpente e leone, spaventevoli divinità iraconde****. Anche qui il defunto, se preparato a tali esperienze potrà rendersi conto della natura terrorizzante, ma soggettiva di queste visioni (dettategli dal proprio karma) e cercare di cogliere la seconda possibilità di salvezza.

Il Sidpa Bardo culmina nel giudizio del Signore della Morte: i due geni che accompagnano l’individuo sin dalla nascita, l’uno benevolo, l’altro malvagio, contano, rispettivamente con ciottoli bianchi e neri, le buone azioni e le mancanze del morto. La menzogna è inutile, il Signore della Morte consulta, come in un Aleph borgesiano, lo Specchio del Karma ovvero la serie di azioni commesse dal defunto nella vita passata. Quindi lo assegna, secondo i suoi meriti o demeriti, ad uno dei sei lokas o regni nei quali potrà rinascere: il regno degli dei, degli asuras (dei) belligeranti, degli esseri e bestie subumani, degli umani, dei fantasmi affamati, o dell’inferno.

Transmigration rende perfettamente questo itinerario metafisico tra vita e morte: sin dalla prima traccia Tranmigration - Bardo I la sensazione primaria è quella di un cammino attonito in un mondo sospeso e cangiante; la partitura elettronica (complicata dal ricorso del duo a strumenti da loro modificati) consente al suono di estendersi indefinitamente arricchito da echi minacciosi (Tempest), celestiali voci in sottofondo, ritmi e percussioni orientali (Transcendence), silenzi prolungati (la seconda parte di Oblivion - Bardo III).
La caratterizzazione etnica è congrua e funzionale al progetto e i Nostri evitano ingenui e grossolani prestiti da una tradizione complessa ed irriducibile a quella occidentale. Dobbiamo riconoscere al loro lavoro le stimmate dell’universalità.
* Attribuito al monaco Padma Sambhava (VIII secolo d.C.), ma scoperto alcuni secoli più tardi.
** Ciclo di morti e reincarnazioni terrene.
*** In realtà i Bardi, stati intermedi tra vita e morte, sono sei, comprendendo anche la vita intrauterina, lo stato di sogno e la meditazione profonda.
**** “La prima [divinità iraconda] ha tre teste, sei mani, quattro piedi; è avvolta in fiamme, ornata da crani umani e serpenti neri, le mani destre brandiscono una spada, un’ascia e una ruota; le sinistre, una campana, un aratro e un teschio da cui beve sangue”. Cfr. J.L.Borges, Cos’è il buddismo, 2004.