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giovedì 31 dicembre 2015

Nurse With Wound list vol. 44 (Tolerance/Tomorrow's Gift/Ton Steine Scherben/Transprovisation/Spacebox/Twenty Sixty Six & Then)

NWW list vol. 44. Twenty Sixty Six & Then

256. Tolerance (Giappone) - Anonym (1979). Tastiere minimali, chitarra blandamente schizofrenica, cauti effetti elettronici, la voce pacata e straniante della Tange: tanto basta a creare un’atmosfera sospesa e morbosa, sorta di piano bar per alienati in stato di sedazione. E va bene: ci sono pazzoidi leggendari e citatissimi (a caso: i Suicide); e poi ci sono i Tolerance. Da ascoltare subito. Masami Yoshikawa, chitarra; Junko Tange, voce, tastiere.

257. Tomorrow's Gift (Germania) - Goodbye future (1973). Brillante inizio con Jazzy jazz, con toni da fanfara che si mutano in marcia progressive; Der Geier Fliegt Vorbei, innervato dalla linea di basso, è un capolavoro; Allerheiligen si lancia verso i territori Canterbury con tastiere à la Ratledge; Naturgemäss ci dona, invece, una psichedelia fluttuante e sommessa, con rare accensioni. Officia il tutto uno dei massimi pontefici del kraut, Conny Planck, qui sotto le spoglie di Maestro Conrado Di Planca. Serve altro? Da ascoltare. Maestro Conrado Di Planca, flauti, percussioni; Manne Rurup, tastiere; Bernd Kiefer, basso; Zabba Lindner, batteria.

258. Ton Steine Scherben (Germania) - Wenn die Nacht Am Tiefsten ist (1975). Terzo disco della lista per Ton Scheine Scherben (son già presenti con Mannstoll - NWW47 - e Paranoia - NWW145 - assieme, rispettivamente, a Brühwarm Theater e Kollektiv Rote Rübe), gruppo affine a Checkpoint Charlie (NWW55) e Floh de Cologne (NWW88) e, perciò, devoto a quel cabaret satirico di sinistra, spietato e aspro sino alla crudeltà (Rainer W. Fassbinder operava in questi anni). Questo doppio Wenn die Nacht, tuttavia, seppur ben suonato, oltre a superare quell'esperienza, scolora desolatamente nell’ordinario; si riprende nella seconda parte (Wir sind im Licht; la jam di Steig ein), ma ben altri son gli eroici furori. Nikel Pallat, voce; Rio Reiser, voce, chitarra, tastiere; R.P.S. Lanrue, chitarra, cori; Jörg Schlotterer, flauto; Werner Götz, sassofono, basso; Funky K. Götzner, batteria; Uli Hammer, percussioni; Angie Olbrich, cori; Britta Neander, cori; Gabi Borowski, cori.

Transcendprovisation (Stati Uniti) - Trans (1976). Occhio: al trombone sovraintende Tim Reed, ovvero il Reverendo Fred Lane, uno dei debosciati sobillatori del NWW226, ‘Ron Pate’s Debonaire. Qui però c’è poco di patafisico; siamo in piena follia improvvisativa: stridori, spetezzi, tastiere insensate, chitarre grattugiate. Non per tutti, insomma, anche se Vlad il disco se lo è ascoltato per intero, senza colpo ferire; e ne ha tratto piacere. Una conferma di ciò che affermava Padre Scaruffi: invecchiando l’ascoltatore ‘forte’ si ritira in zone sonore sempre più inaccessibili, inusitate, metafisiche; desidera, forse, annegare come Ulisse, oltre le Colonne d’Ercole dell’udibile. Davey Williams, chitarra, sassofono; James Hearon, chitarra, violino, clarinetto; Theodore Timothy Reed, flauto, tromba, trombone; Bowen, sassofono, oboe, basso, percussioni; LaDonna Smith, voce, tastiere, viola, batteria.

Spacebox (Germania) - Spacebox (1981). Cos’ha in testa il buon Uli Trepte, bassista dal curriculum mostruoso (Guru Guru, ovviamente, ma anche Faust e Neu!)? Non si capisce gran che: blues bofonchiato? Free jazz? Avanguardia? O magari no wave (con quella chitarrina slabbrata)? Non lo so, non voglio saperlo; mi risultano difficili, inoltre, le classificazioni per genere. Posso garantirvi, però, che, lentamente, il disco entra nel sangue e si dichiara per quello che è: un atto d’amore disperato e residuale (siamo negli Ottanta) per lo spirito anarchico della musica. Con cautela, da ascoltare subito. Julius Golombeck, chitarra; Edgar Hofmann, sassofono, flauto, violino, armonica, nadaswaram; Uli Trepte, voce, basso; Lotus Schmidt, batteria, percussioni; Winfried Beck, batteria, percussioni

Twenty Sixty Six and Then (Germania) - Reflections on the future (1972). Hard-progressive di pregevole fattura, dall’eccitato fascino vintage. Come tutti i prodotti non anglosassoni risente della mancanza di un pezzo davvero caratterizzante e melodicamente indimenticabile (e infatti tutti, quarant’anni dopo, s’intignano a ricomprare e riascoltare Selling England by the pound), ma questo non è un problema; un piccolo problema è, invece, l’interpretazione vocale di Harrison, che tende a normalizzare l’insieme, neutralizzando le spinte più eversive latenti nel versante germanico del gruppo. Buone le parti strumentali, ottimo Mrozeck alla chitarra. Vale un ascolto. Geff Harrison, voce; Gagey Mrozeck, voce, chitarra; Veit Marvos, tastiere; Steve Robinson, voce, tastiere; Dieter Bauer, basso; Konstantin Bommarius, batteria.


domenica 30 agosto 2015

Beyond the (Italian) boundaries. Post rock vol. 12 (Riz Ortolani/Maurizio Bianchi/Fabio Fabor & Giancarlo Barigozzi) plus Fabio Fabor e Topolino

Luca Barbareschi in Cannibal holocaust

Riz Ortolani - Cannibal holocaust (1994; recordings 1980). Colonna sonora dell’opera omonima di Ruggero Deodato, Cannibal non è, a primo orecchio, ‘avanguardia’: lo diviene se debitamente incatenata alle scene del film, una raggelante catabasi nell’animo dell’umanità. È solo dopo la visione, infatti, che l’apparentemente innocua main title (e il capolavoro Adulteress’ punishment, d’eccezionale intensità lirica e drammatica) vi si appiccicheranno addosso trasformandosi in simboli sonori dell’orrore. Ruggero Deodato è, pur non artisticamente, oltre Herzog e Conrad: nega ogni afflato poetico e pietismo da colonizzatore compassionevole vietando, al contempo, facili e immediate chiavi interpretative. La struttura del film è lineare quanto geniale: nella prima parte il professor Monroe, assistito da due guide, parte alla ricerca di quattro reporter perduti nella giungla amazzonica; risalendo, come si risale un rivo d’acqua maligna alle sue fonti, sino alla verità (gli esploratori sono stati assassinati dagli indigeni) Monroe si imbatte nei segni di violenze indicibili: unico oggetto sopravvissuto alla strage e alla distruzione è la cinepresa d’uno dei reporter, che custodisce, come un vaso di Pandora, la testimonianza sugli eventi accaduti. La seconda parte è occupata proprio dalle sequenze girate dai quattro, che svelano, a spettatori sempre più attoniti (fra i quali siamo noi, spettatori degli spettatori), il folle carico di violenza innescato dai bianchi into the wild: stupri, incendi, assassini, umiliazioni. Deodato, tuttavia, racconta pure l’altra metà della messa: i cosiddetti selvaggi non sono, infatti, portatori d’un (inesistente) stato edenico: anch’essi (che pure sono stati duramente provocati) partecipano alla violenza (che è violenza umana, congenita) e sono ripresi, perciò, proprio come i bianchi, quali attori di evirazioni, impalamenti, eviscerazioni, decapitazioni (anche nei riguardi di tribù rivali); la differenza colla violenza bianca è puramente antropologica: il manto cultuale e sociale che la avvolge è diverso sol perché frutto d’una diversa evoluzione, dettata esclusivamente dalle condizioni spietate della sopravvivenza (che l’hanno, quindi, formata in tal modo peculiare); certo, sembra suggerire Deodato, essi ci sono forse superiori poiché ‘amorali’, e fuori d’ogni ipocrisia, non essendo riusciti a sublimare adeguatamente il male entro artificiose codificazioni etiche e religiose (quelle che il Conrad di Cuore di tenebra appellava ‘tricks and beliefs’). Solo da tale punto di vista, quindi, i cannibali paiono distanziarci per bontà e naïveté: alla faccia di Rousseau!
Ovvio che tale film, disturbante al di là dell’oggettiva crudeltà della messa in scena, non sia mai stato trasmesso integralmente in televisione (ormai il medium degli idioti).
A voi rimediare.

Maurizio Bianchi - Symphony for a genocide (1981). Devo ammettere che la maggior parte dei titoli del leggendario Maurizio Bianchi mi ha lasciato indifferente (forse anche a causa della qualità delle registrazioni): una serie di borborigmi indistinguibili. Fra le eccezioni troviamo, però, alcune perle; Symphony for a genocide è una di queste: MB ci cala direttamente nelle fucine dell’inferno: loop rumoristici al limite della sostenibilità auditiva, interferenze, risucchi elettronici, concretismi, sardonici girotondi sonori. Da saggiare con cautela.

Fabio Fabor & Giancarlo Barigozzi - Synthetronics (1976). Sedici brevi tracce (notevolissime) che Fabio Fabor (FAbio BORgazzi) licenziò assieme al sassofonista Barigozzi: impossibile capire di chi sia la paternità dei singoli brani, ma pare indubbio l’influsso preponderante del primo. Il disco  è riccamente variegato: si va dalla siderale Flying stars’ ai cupi accenti di Occult sciences e Devil’s foundry sino alle felice intersezioni fra l’avanguardia e il sax di Barigozzi (Erosion, Aberrations) alla free psichedelia di LSD trip. Da ascoltare, ovviamente.
Colgo l’occasione per segnalare che l’ottimo Fabor (almeno dal 1967 al 1970) tenne una rubrica musicale settimanale su Topolino. Lo ignoravo. Evidentemente quando leggevo Topolino non conoscevo Fabor e quando conobbi Fabor non leggevo più Topolino. La rubrica spazia dal jazz alla musica classica al rock sino al pop italico (e allo Zecchino d’Oro), con tono piano e divulgativo; a pensare che milioni di mocciosi italiani appena alfabetizzati potessero leggere di Caterina Caselli, Sinatra, Cino Tortorella quanto di Mozart, Jefferson Airplane e Louis Armstrong mi viene un groppo in gola. Quanta bella Italia abbiamo buttato via?
Due esempi della rubrichetta li vedete sotto; sono compresi, comunque, nel download.


Ed ecco due puntate de "Il Vostro Corrierino della Musica" (poi "Il Vostro Corrierino Musicale"), la rubrica che Fabio Fabor teneva settimanalmente su Topolino (cliccare per allargare):



Topolino nr. 621, 22 ottobre 1967 (Jefferson Airplane)



Toponimo nr. 719, 7 settembre 1969 (Joan Baez)

domenica 12 luglio 2015

Nurse With Wound list vol. 42 (Demetrio Stratos/Supersister/Taj Mahal Travellers/Tamia/Tangerine Dream/Ghédalia Tazartès/Technical Space Composer's Crew/'Mama' Béa Tekielski)

NWW vol. 42. Tamia Valmont

248. Demetrio Stratos (Italia) - Cantare la voce (1978). Le investigazioni sullo strumento musicale più negletto: la voce. Demetrio Stratos, artista cosmopolita (nacque in Egitto da genitori greci, di fede ortodossa), recupera all’ascolto occidentale alcune tradizioni vocali popolari (siberiane e mongole) in funzione di rottura proprio con l’ordine borghese. L’operazione, assolutamente eversiva dal punto di vista antropologico e politico, mostra inoltre una tecnica stupefacente (basta dare un orecchio a Flautofonie e altro nonché a Investigazioni. Diplofonie e triplofonie [in cui Stratos raddoppia e triplica la voce alterandone il timbro]); il limite del disco risiede in una persistente aria d’incompiutezza, come se ogni traccia fosse un torso per sperimentazioni e studi piuttosto che una scultura finita e polita. Scartafaccio e non libro. Da confrontare, per la comprensione di tali appunti, al lavoro affine di Tamia Valmont.

249. Sweet Okay Supersister (Olanda) - Spiral staircase sass (1974). Abbiamo già presentato i primi due album della formazione olandese, Present from Nancy e To the highest bidder. Il presente Spiral staircase conferma il loro “eclettismo lodevole eppur forzato”, fra episodi di progressive colto, inserti concreti e lazzi di buona lega. Vanno riconosciuti ai Supersister, tuttavia, sia l’originalità d’ispirazione che la perizia nell’esecuzione. Robert Jan Stips, voce, tastiere; Sacha van Geest, voce, flauto, percussioni; Martin Van Wijk, chitarra; Dick De Jong, cornamuse; Anneke Van Der Stee, mandolino; Mien Van Den Heuvel, mandolino; Bertus Borgers, sassofono; Jan Hollestelle, basso; Ron Van Eck, basso; Louis Debij, batteria; Los Alegras Band, batterie; Dorien Van Der Valk, cori; Inge Van Iersel, cori; Josee Van Iersel, cori.

250. Taj Mahal Travellers (Giappone) - August 1974 (1975). Giàpresentato qui, JPR37.

251. Tamia (Francia) - Senza tempo (1981). La cantante francese (Tamia Valmont) recupera e reinterpreta vocalmente la tradizione popolare (medio)-orientale: in Shakuhachi song, ad esempio, una melodia nipponica per flauto di bambù, in First poliphony le polifonie tibetane, e così via. Le punte del disco (Narcissa solis) attingono davvero a un’esperienza atemporale, fuori d’ogni canone occidentale. Da ascoltare.

252. Tangerine Dream (Germania) - Electronic meditation (1970). Il debutto dei Tangerine Dream, formati da tre colonne della musica germanica dei Settanta, è già un capolavoro. Sono passati quarantacinque anni: Electronic meditation non solo non è invecchiato, ma, a tutt’oggi, fa appassire, al confronto, parecchia avanguardia arrivata subito dopo. Essenziale. Edgar Froese, chitarra, tastiere; Conrad Schnitzler, chitarra, violoncello, violino; Klaus Schultze, batteria; Jimmy Jackson, tastiere; Thomas Keyserling, flauto.

253. Ghédalia Tazartès (Francia) - Tazartès' transports (1980). Francese di nascita, ma di ascendenza ebraica (in terra turca), Tazartès fonde con sorprendente fluidità concretismi, loop, effetti elettronici, spezzoni parlati (anche in italiano) e suggestioni di musica popolare nord-africana e medio-orientale: il pout-pourri si snoda sicuro, segno inconfutabile di una sensibilità superiore. Forse è world music, forse no. Eccellente, in ogni caso.

254. Technical Space Composer's Crew (Germania) - Canaxis V (1969). Il capolavoro diHolger Czukay, già recensito qui.

255. 'Mama' Béa Tekielski (Francia) - La folle (1977). Di padre polacco e madre italiana, Béatrice Tekielski si inscrive, per sua stessa ammissione, nella riconoscibile tradizione della canzone francese propria a Brel, Brassens e Léo Ferré. La forza appassionata e ruggente delle interpretazioni, a volte fluviali (La mort, 16’30’’) e dilatate, la pongono ben al di là del semplice manierismo. Da ascoltare.

venerdì 5 dicembre 2014

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 15 (Minox/Monofonic Orchestra/Monuments)


Minox - Lazare (1986). Minox's art is atmosphere and refinement, melody and instinct, strength and vigor in splendid balance, an avant-garde trend that seeks contact with various artistic genres, without the ideological pretence of defining itself as total art. It does not limit itself only to sound but also moves toward the visual and literary arts, dance and theatre, image and poetry. Minox are already well known on the international front thanks to important collaborations and productions linked to the 'Bruxelles Sound' and tied to the Central-European movement developed in the 80s by labels such as Crammed and Les Disques du Crepuscule. The band has also authored music for theatrical pieces and the first mise-en-scène in 1985 gave birth to the single Suite maniacal for the Artzine Free for Industrie Discografiche Lacerba. One year later, their first album Lazare, produced by Steven Brown of Tuxedomoon, was released to great critical and public acclaim throughout Europe. Serious events subsequently mark the group's activity (Raffaele Banci and Enrico Faggioli, two members of the first Minox line up died in '86) so Mirco Magnani and Marco Monfardini spend a long period of time away from the musical scene, dedicating themselves exclusively to sound experimentation and research, after recording an album which unfortunately never came to be released. They make their comeback in 1991, with a musical-theatrical production entitled "Minox play Lorca", a critical re-reading of the folk songs and the theatrical music of Federico Garcia Lorca.In 1994, Marco and Mirco found their independent label Suite inc. and break the label in with the CD single "Plaza", a release that pieces together the legacy left behind by their collaboration with the legendary Industrie Discografiche Lacerba. A year later they produce B movie show a concept album featuring 4Dkiller, Dubital and Minox which is something of a complex soundtrack to image-less B Movies. This occasion marks the debut of 4Dkiller, a project of electronic syntheses, the fruit of Minox's persistent dedication to sound research and experimentation. Under this guise, they come to remix several of Minox and Dubital's tracks. Over the next two years Minox produce and mix Dubital ep, Ignoranza & cultura, Lite and Technophonic Chamber Orchestra's 1998 release Beats and movements. During the summer of 1998 Minox releases their limited edition CD Single U turn featuring Lydia Lunch and making with her an interesting italian tour. During 2000 Minox went to the studio to work with their friends and collaborators from 1986 Steven Brown and Blaine L. Reininger of Tuxedomoon. A tour with Steven Brown in Italy followed, and on November 2001 has seen the light their new album Downworks featuring The Gentle People, Lydia Lunch, Nobukazu Takemura, Blaine L. Reininger and more.In 2003 Minox have direct the 4th volume of the thematic series Suitable Suitable #3 the downbeatniks and have produced the debut album of Enfantronique "Ecole 72" in 2004 they have produced Nemoretum sonata the second album of Technophonic Chamber Orchestra. Actually Minox are working on their new album, they've invited Jan Jelinek (aka Farben, Gramm - Scape, de) and Dictaphone (City Center Office, de) and are compiling "Suite inc. classics" featuring Murcof, Daedelus, Jan Jelinek, Nobukazu Takemura, etc.
Great atmospheric minimal synth MLP much in the mid 80s european vein of Tuxedomoon...not suprising though as this was produced by Mr Steven Brown.

Monofonic Orchestra - Friends' portraits (1981). Awesome mutated avant synth wave into quasi-R.I.O. of an exceedingly ZNR-like sort. What Monofonic Orchestra share with Hector Zazou and Joseph Racaille's ZNR (specifically their antically eccentric Barricade 3 album) is a propensity for wedding Satie-esque piano-led delicacy with with sudden surges of giddy, circus-y avant electropop. Just beautiful.

Monuments - Age (1984). Another crown jewel of the early 80s minimal synth scene. Scanner broken down so no pic sleeve scan

domenica 26 ottobre 2014

Virgin Forest vol. 7 - The Swedish progg Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968)/Träd Gräs och Stenar - Djungelns Lag (1971)/Kultivator - Barndomens stigar (1981)

Träd, Gräs och Stenar

Progg con due 'g' ... progressive svedese, prossimo alle istanze libertarie del coevo Rock in Opposition. In realtà il progressive si trova, brillantissimo e fuori stagione, solo nel disco dei Kultivator. Per Pärson Sound e Träd Gräs och Stenar (sono, di fatto, lo stesso gruppo) si può parlare di psichedelia d'avanguardia. I due ensemble, assieme alla loro terza incarnazione International Harvester (da ascoltare qui, NWW23), hanno licenziato, in pochi anni, una delle più importanti discografie europee nell'ambito musicale sopra delineato.

Il disco edito dai Pärson Sound nel 2001 raccoglie persino un esperimento elettronico (del 1966, a opera di Persson), ma si sostanzia soprattutto di lunghe jam strumentali che anticipano, di quasi trent'anni, la nuova psichedelia degli anni Novanta. From Tunis to India in fullmoon (20'29''), Tio minuter (10'30''), India (slight return) (13'06''), Skrubba (28'57''), stranite dal violoncello di Arne Ericsson, sono processioni acidissime, a mezzo fra il minimalismo orientale di Riley e inflessioni dei Velvet di John Cage; le date di pubblicazione dei dischi, tuttavia, congiurano a una loro indubbia originalità. sciolti i Pärson Sound, i Nostri pubblicano, come International Harvester, l'ottimo Sov gott Rose-Marie, quindi si riassestano attorno a una psichedelia con alcune concessioni rock: come Träd, Gräs och Stenar (Alberi, Erba e Pietre), infatti, licenziano alcune cover (All along the watchtower, The last time, Satisfaction), debitamente stravolte; il tono sonoro, tuttavia, non rinuncia a quelle marce elettriche, fluviali e antimelodiche che caratterizzavano gli esordi: Tidigt om morgonen (13'46) e Amithaba-In kommer gösta (31'54'') alcuni dei monoliti presenti nel live Djungelns lag.

Pärson Sound - Pärson Sound (2001; recordings 1966-1968). Ulla Berglund, voce; Torbjörn Abelli, voce, basso; BoAnders Persson, voce, chitarra; Arne Ericsson, violoncello; Thomas Tidholm, voce, sassofono; Thomas Mera Gartz, voce, batteria.

Träd, Gräs och Stenar - Djungelns lag (1971). Torbjörn Abelli, voce; basso, armonica; voce, Thomas Merz Gartz, batteria, armonica; Jakob Sjöholm, voce; chitarra; Bo Anders Persson, voce; chitarra, violino; Arne Eriksson, tastiere; Ulla Berglund, percussioni.

KultivatorBarndomens stigar (1981). Jonas Linge, voce, chitarra; Ingemo Rylander, voce, tastiere; Johan Hedren, tastiere; Stefan Carlsson, basso; Johan Svärd, batteria, pecussioni; Hädan Sväv, cori.

sabato 5 luglio 2014

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 12 (La Pattona/Laxative Souls/Leibstandarte SS MB)


La Pattona - Reclame (1981). Hyperactive and jaunty as hell, La Pattona's zany post punk stylistic pastiche merit a few winces along with the grins that ensue, though their appropriations of cheeseball musical motifs seem cut with an evident layer of ironic intent unfortunately unavailable to the non-Italian speaking among us. Nevertheless, as kooky shit goes, this is a definite winner, their madcap new wave-isms bearing a certain similarity to their countrymen in Confusional Quartet.

Laxative Souls - Twist and decease (1982). Laxative Souls (also known as LXSS, only due to the front cover of the first two releases on cassette) is one of the first industrial power-electronics projects appeared at the beginning of 1980, in Italy second to M.B. only. He mainly worked with raw electronics, distorted vocals, concrete sounds, self assembled electronic circuits, and sample sources, such as news broadcasts, documentaries and recordings. 2 LPs and a certain amount of cassette tapes were released via his personal label Multiple Configuration, each of them being an exquisite art object, enriched by art inserts, photos, texts and strange items attached to the tape boxes and LP jackets."from Discogs
Great Italian early 80s electronic experimental /industrial. Many synths combined with noises and cacophony!Brilliant!

Leibstandarte SS MB [Maurizio Bianchi] - Weltanschauung (1982). Leibstandarte SS was a "side" project of Maurizio Bianchi.In 1981, William Bennett, head of the band Whitehouse and the British Come Org. label, offered Bianchi a record contract, which Bianchi signed unchecked. It was based on a "joke contract" that Steven Stapleton of Nurse With Wound had sketched. The contract assumed all rights to Bianchi's work. After delivery of the tapes Bennett edited-in speeches by Nazi leaders, and instead of the relatively unsensational name MB, it was published under the alias Leibstandarte SS MB, named after the SS unit that worked as bodyguards to Adolf Hitler! The music is harsh electronics sometimes touching the levels of noise. Together with the speeches mentioned create tthe ideal torture/horror soundtrack.Released through Come org in 500 copies and as bootleg in Japan in the 90s in 100 copies edition.

martedì 27 maggio 2014

Black Flag - Everything went black (1983; recordings 1979-1981) ovvero: welfare e hardcore


I Black Flag SENZA Henry Rollins (sopraggiungerà nel 1981), ma con Greg Ginn (autore di tutti i brani e già manipolatore d'una sei corde catarrosa e trascinante) e Dez Cadena ... già si intuisce tutto. Il punk europeo è una cosa, l'hardcore americano un'altra. Come dire: due popoli divisi da una sola lingua. Il punk si compiace del mondo sottosopra e della provocazione sistematica al perbenismo della classe media (che include il pubblico del punk): una pulsione bruciante e anarchica, ma attutita dal materasso dello stato sociale e risolta spesso in un anelito comune: nazionale, sociale, latamente identitario (If the kids are united!), a volte addirittura giocoso ed esibizionista; negli Stati Uniti, invece, il frontismo è assoluto e, soprattutto, portato a livello individuale con scarsi riferimenti alla mediazione politica (partiti, sindacati, movimenti) anche nei gruppi che potremmo ascrivere, con molta cautela, alla sinistra (Fugazi, Dead Kennedys); la potenza d'urto è fenomenale, irriducibile: essa conferma, peraltro, cosa sia il vero rock da quelle parti: una forma d'arte non popolare, in diretta contrapposizione con i miti fondativi della propria stessa nazione ... una partita a poker che ha la posta più alta: la propria vita ... Ricordate cosa risponde il killer Chiguhr (No country for old men) al proprietario del drugstore che gli chiede cosa si sta giocando? Tutto, gli risponde ... e ci si gioca tutto, in una sorta di ansia distruttiva ... individuo contro Moloch statale: con il corollario clinico di tale scontro impari e fatale: depressione, brutalità, afasia, nichilismo, droga, autolesionismo ... tutti quei condimenti psicologici che insaporiscono le più abissali produzioni sonore della terra di Colombo (Swans, Type 0 Negative, Cop Shoot Cop, ad esempio, fra le migliaia). Essere un fallito in Gran Bretagna o Italia porta il sussidio di disoccupazione o i cento euro della famiglia; in America la vergogna ideologica e il dissolvimento nelle zolle di una terra sempre più straniera. Basta leggere Grapes of wrath.
Presto anche noi godremo di questi trattamenti privilegiati ... il pensiero unico cola giù da Hermosa Beach sino a Modena, Roma e Napoli ... i nostri governanti sono chiari: più Europa e più Stati Uniti d'Europa, questa la sfida della postmodernità. Sindacati, partiti, associazioni sono già stati distrutti. Anche noi deliberemo, perciò, il gusto ineguagliabile del disorientamento, della solitudine, dei parcheggi di roulotte ... case di cartone, espulsione dalla catena sociale, istruzione pressapochista ... il welfare unifica troppo, bene ridurlo con il mantra dell'efficienza ...
Di questo passo prevedo la nascita di bei gruppetti hardcore italiani di qui al 2020; e pongo una domanda che mi sta a cuore: l'arte genuina, dirompente, ha bisogno del disagio sociale? Dell'insicurezza, della malattia? Non saremo diventati troppo morbidi, rispettosi, caldi, pasciuti, viziosi, concessivi verso un potere che ci ricatta minacciando il poco che abbiamo (parva sed apta mihi, il nostro caldo cantuccio borghese)? Non necessitiamo di ingiustizia? D'un tiranno che ci opprima e tiri fuori il meglio di noi stessi - odio finalmente - e una volontà che non si piega poiché non ha nulla da perdere?

domenica 27 aprile 2014

French coldwave vol. 1 - Guerre Froide - Cicatrice (1980)/Untitled EP (1981)


Un fenomeno derivativo rispetto alla radice anglosassone più immediata (Throbbing Gristle, Bauhaus, Joy Division, il Bowie berlinese) e alle glaciazioni anaffettive dei maestri Devo, ma non per questo irrilevante.
Rispetto alla matrice sonora i francesi rilevano per un certo tono decadente e languoroso (sorta di marcescenza del romanticismo) o, nel caso dei Guerre Froide (Yves Royer, voce; Patrick Mallet, chitarra, basso; Fabrice Fruchart, chitarra, tastiere; Gilbert Deffais, percussioni elettroniche; dal 1981 Marie José Deffais, tastiere e Jean-Michel Bailleux, basso), per uno straniante filtro elettronico in grado di ricreare gli stati di coscienza della personalità schizoide (l'incapacità dell'empatia, l'indifferenza, il male di vivere, la deprivazione sensoriale) - un modo di porsi che si oggettivò in una vera e propria posa estetica capace di denotare l'intero movimento (nell'ovvia differenza tra le sensibilità dei vari autori).
Da tale punto di vista l'Ep Untitled è sicuramente caratteristico rispetto all'acerbo e più indeciso Cicatrice: il brano Ersatz e Demain Berlin meritano un ascolto non superficiale e incitano una domanda fatale: se è vero che i CCCP non assomigliano a nessuno, non ritroviamo forse nelle cadenze della coldwave transalpina parte dei loro torbidi umori da fine millennio (le percussioni ipnotiche, la voce femminile in secondo piano, le accelerazioni elettriche, un effluvio di cabaret politico tedesco)?

domenica 24 novembre 2013

Modern Lovers - Modern Lovers (1976; reissue 2003)/The original Modern Lovers (1981)


Cominciamo con qualche puntualizzazione: i Modern Lovers NON coincidono con Jonathan Richman & The Modern Lovers.
I bostoniani Modern Lovers, di cui ci occupiamo, operarono dal 1970 al 1974; la formazione classica: Jonathan Richman, voce, chitarra; Jerry Harrison, voce, tastiere; Ernie Brooks, voce, basso; David Robinson, voce, batteria. Robinson, in seguito, confluirà nei Cars, Harrison nei Talking Heads. I Modern Lovers non pubblicarono nulla nella loro vita artistica: il primo album, The Modern Lovers, (che racchiudeva tracce risalenti al 1971 e al 1972, nate sotto gli auspici di John Cale) fu pubblicato nel 1976 e rieditato, con otto bonus tracks, nel 2003; il secondo album, The original Modern Lovers, uscirà, invece, nel 1981, sotto gli auspici del mattacchione Kim Fowley: comprende registrazioni del 1973.
Nel 1976 Jonathan Richman formerà i Jonathan Richman & The Modern Lovers, di cui non ci occupiamo; il primo album dei Jonathan Richman & The Modern Lovers, omonimo, uscirà nel 1976, in contemporanea con Modern Lovers, disco, come detto, dei Modern Lovers: quelli di cui ci occupiamo.
Le registrazioni dei Modern Lovers sono piccoli capolavori. Richman e compagni organizzano un'apparente serie di canzonette che molestano con successo la memoria, ancora fresca, dei Velvet Underground: Roadrunner, ad esempio, dietro una facciata svagata, cela acidezze tastieristiche da Sister Ray; l'interpretazione ennui e strascicata di I'm straight sarebbe piaciuta a Lou Reed; lo strumming notturno e sognante che si respira qua e là sottende una sottile psichedelia decadente, prossima al verbo dei vellutati. 
Qualcuno, più immaginoso, vedrà in tali brani un'anticipazione della new wave; qualcun altro, ancor più immaginoso ci sente persino un po' di Talking Heads prima maniera.
Importa poco. Più importante è ascoltare; e diffondere. E sapere che, mentre i Velvet si preparavano al culto e Lou Reed accumulava gloria con Satellite of love e Walk on the wild side, si aggiravano, non lontano da lì, quattro bostoniani di livello ben superiore al semplice apostolato.

martedì 24 settembre 2013

Rush - Exit ... stage left (1981)


Non ho mai considerato, nella mia vita di ascoltatore, i canadesi Rush (Alex Lifeson, chitarra; Geddy Lee, voce, basso, tastiere; Neil Peart, batteria); per le stesse motivazioni, probabilmente, che m'indussero a trascurare i Dream Theater. La fusione, spesso di cattiva lega, che gruppi a loro simili avevano operato su progressive e hard rock aveva scoraggiato, a priori, un'analisi approfondita (id est, di tutta la discografia).
E questo, naturalmente, fu un errore. Non che i Nostri non abbondino, specialmente nella produzione tarda, in compiacimenti formali, ma alcuni episodi della seconda metà dei Settanta sono innegabilmente notevoli; e in questo live essi vengono riuniti in larga parte e sublimati dall'esecuzione di uno dei power trio migliori di sempre (non si accettano obiezioni). Jacob's ladder, Broon's bane/The trees/Xanadu e i due strumentali, YYZ, con piacionico assolo di Peart, e la straordinaria La villa strangiato (sorta di neologismo angloispanico) valgono, eccome, il prezzo del biglietto.
Resta da stabilire se i Nostri siano destri o mancini, un enigma che ha appassionato parecchi in Italia; sulla sponda sinistra, soprattutto. Nella canzone The trees, forse, la risposta: il testo di Peart parla di aceri e querce; i primi sono invidiosi dell'altezza delle seconde e chiedono pari diritti e pari opportunità di luce. La ottengono e così, conclude l'apologo, tutti saranno uguali per l'ascia, la sega e l'accetta.
L'ideologia di Peart, che ha fortemente subito le suggestioni della scrittrice Ayn Rand, è quella di un libertario individualista, ovviamente di destra, devoto della libera impresa e di uno Stato che assommi esclusivamente le funzioni di guardiano della pace sociale; ogni pulsione collettivista e livellatrice di matrice socialista (o comunista) e fascista (o nazionalsocialista), va dunque aborrita. Si delinea una sorta di anarcocapitalismo moderato che contempla esclusivamente la forza creatrice dell'individuo (un egoista razionale) - un individuo che ha il diritto morale, in tali termini, di perseguire la propria felicità senza danneggiare il prossimo. Una visione del mondo che si è inverata, senza residui e sforzi, proprio nella nazione, gli Stati Uniti, che accolse nel proprio seno l'esule ebrea russa Ayn Rand. 
Peccato che la Rand non avesse previsto che tale filosofia (garante, a suo dire, di una pace perpetua e della fine della storia) sarebbe rovinata, in virtù proprio delle premesse, entro un capitalismo di guerra sorretto da un nichilismo tecnico e psicopatico. Non stupisce che nel Collettivo Ayn Rand, un gruppo di studio devoto all'ideologia della russa, sedesse il futuro presidente della Federal Reserve, il genocida seriale Alan Greenspan.
Chissà se Neil s'è mai accorto del ginepraio ideologico a monte delle proprie canzonette.

domenica 9 giugno 2013

Nurse With Wound list vol. 29 (Min Bul/Mnemonists/Blue Effect & Jazz Q Praha/Moolah/Anthony Moore/Mothers of Invention)

NWW list vol. 29. Mothers of invention

171. Min Bul (Norvegia) - Min Bul (1970). Uno dei lavori migliori del grande chitarrista Terje Rypdal (già con Lester Bowie), che qui si cimenta anche col sassofono. Il distillato, eccellente, è un jazz-rock d’avanguardia poderosamente variegato, dal noise (Ved Soveratn), ad inflessioni più classiche (Notteliten) sino a pieni toni rock (il bellissimo assolo di Champagne of course). I compagni di strada sono all’altezza. Da ascoltare, ovviamente. Terje Rypdal, chitarra, sassofono;  Bjørnar Andresen, basso; Espen Rud, batteria.

172. Mnemonists (Stati Uniti) - Horde (1981). Accolita geniale e semisconosciuta (originaria del Colorado) che, in pochi anni, dal 1979 al 1983, ha sfornato un’irresistibile serie di colonne sonore per disturbati mentali. Violini ominosi (The undergrowth), fiati impazziti, frastuoni magmatici (Puncture) amplificati dalle distorsioni di chitarra e da spetezzi elettronici (Horde): Madamina, il catalogo, imperdibile, è questo. Randy Yeates, voce; Torger Hougen, voce; William Sharp, voce, tastiere, clarinetto; Steve Scholbe, chitarra, sassofono, clarinetto; Mark Derbyshire, elettronica, violoncello, ciaramella, cromorno; Sara Thompson, tastiere, basso;

173. Blue Effect & Jazz Q Praha (Cecoslovacchia) - Coniunctio (1970). Noti in patria come M. Efekt o Modrý Efekt (li abbiamo già esaminati nel post sui Settanta cecoslovacchi), i Blue Effect distillarono, sin dalla fondazione, nel 1968, un ottimo progressive che, qui, viene ibridato dal combo jazz di Martin Kratochvíl. Il risultato è un impasto fra blues e jazz strutturato secondo gli schemi del prog più colto del periodo. Il tour de force Coniuntio I (19’15’’) è un superclassico. Jirí Stivín è anche eccellente interprete della musica medioevale e rinascimentale-barocca. Radim Hladík, chitarra; Jirí Stivín, sassofono, flauto; Martin Kratochvíl, tastiere, tromba; Jirí Kozel, basso; Jirí Pellant, contrabbasso; Vlado Cech, batteria; Milan Vitoch, batteria.

174. Moolah (Stati Uniti) - Woe ye demons possessed (1974). Gruppo sconosciuto, capolavoro riconosciuto. Situato fra psichedelia e krautrock, il disco, si compone di sei pezzi strumentali assolutamente evocativi, paragonabili, in terra americana, al Bobby Beausoleil di Lucifer rising. Vociferazioni ctonie, tastiere acide, percussioni velvettiane. Un'esplorazione esoterica; e la copertina, peraltro, parla chiaro: il moniker Moolah è stampigliato sulla piramide massonica dello stemma degli Stati Uniti (e sul retro del dollaro, che è la stessa cosa). Da ascoltare subito. Walter Burns, voce, elelttronica; Maurice Roberson, elettronica, strumenti vari.

175. Anthony Moore (Gran Bretagna) - Pieces from the cloudland ballroom (1971). Già fondatore degli Slapp Happy, Moore si discosta dalle origini e colleziona tre pezzi di impervia fruizione, ma di sicuro fascino. Se Mu na h-uile ni a shaoileas è più rilassato, A.B.C.D. gol'fish già gode dell’ipnotica attrattiva della reiterazione. Ma è la traccia iniziale (Jam jem jim jom jum, 21’23’’), un vertiginoso intersecarsi di tre bordoni vocali (ritmati liturgicamente) a caratterizzare un gioiellino dell’avanguardia minimale; è della partita anche Werner Diermeier dei Faust, che, nel 1973, realizzerà con Tony Conrad in Outside the Dream Syndicate, altro caposaldo della minimal music. Anthony Moore; Ulf Kenklies, voce; Glyn Davenport, voce; Gieske Hof-Helmers, voce; Werner 'Zappa' Diermeier.

176. Mothers of Invention (Stati Uniti) - Freak out! (1966). Quasi mezzo secolo di vita. Inutile dilungarsi etc etc. Anni Cinquanta doo-wop, accenni d’attualità (Trouble every day), sberleffi alla classe media americana, influenze assimilate del maestro Edgar Varèse. A distanza di decenni e di centinaia di ascolti Help I’m a rock rimane quella che è, un capolavoro assoluto. E il resto pure. Frank Zappa, voce, chitarra; Ray Collins, voce, armonica, percussioni; Elliot Ingber, chitarra; Roy Estrada, voce, basso; Jim Black, batteria.

venerdì 7 giugno 2013

French zeuhl and progressive vol. 3 (Jannick Top/Serge Bringolf/Dün)

Jannick Top

Jannick Top (Francia) - Infernal machina (2008). Numerosi reduci dall’esperienza Magma per un rimarchevole disco firmato proprio dal batterista della formazione principe dello zeuhl transalpino. L’opera, suddivisa in dodici parti, esordisce con toni evocativi e poi con una vocalità d’ascendenza etnica à la Dead Can Dance; le ritmiche inquietanti sono però quelle tipiche dello zeuhl classico e, infine, prevaricano i toni iniziali, più eccentrici rispetto al genere. Da ascoltare. Klaus Blasquiz, Natalia Ermilova, Veronika Boulytcheva, voce; Antoine Paganotti, Himiko Paganotti, Stella Vander, seconde voci; François Delfin, chitarra; James McGaw, chitarra; Jim Grandcamp, chitarra; Thibault Abrial, chitarra; Fabine Colella, tastiere; Mathias Leconte, tastiere; Jannick Top, voce, basso, violoncello, percussioni; Christian Vander, batteria; Damien Schmitt, batteria; Marc Chantereau, percussioni.

Serge Bringolf (Francia) - Vision (1981). Bringolf, autore di tre dischi solisti e di collaborazioni con Jaco Pastorius, ricade solo marginalmente nel genere da noi considerato, assestandosi su un eccellente jazz-rock attratto, però, dalla gravitazione degli anni Settanta. Ottimi gli interventi dei fiati e ammirevole, ça va sans dire, la sezione ritmica. Mano, voce; A. Eckert, chitarra; A. Lecointe, chitarra; P.Geiss, sassofono; E. Séjourné, tromba; B. Eck, tuba; E. Séjourné, vibrafono; C. Boussard, basso; Serge Bringolf, batteria.

Dün (Francia) - Eros (1981). Il capolavoro della triade in esame, unico lavoro di un gruppo scomparso nel nulla. Chitarra fusion, basso potente e pastoso, e un andamento erratico, tipico del progressive strumentale continentale, messo spesso a disagio da un inquieto basso continuo, nello stile dello zeuhl francese. Jean Geeraerts, chitarra; Bruno Sabathé, tastiere; Pascal Vandenbulke, flauto; Thierry Tranchant, basso; Laurent Bertaud, batteria; Alain Termol, percussioni.

sabato 30 marzo 2013

French zeuhl and progressive vol. 1 (Zao/Eskaton/Weidorje)

Weidorje

Zao (Francia) - Shekina (1975). Innervato da due ex-componenti dei Magma (Seffer e Cahen), il gruppo licenzia un jazz-rock strumentale fluido e preciso, in cui si intarsiano con naturalezza notevoli interventi d’archi. Shekina è la presenza divina; i titoli delle tracce rimandano alla cabala ebraica. Yochk'o Jeff Seffer, voce, sassofono, clarinetto; Claudine Lassere, violoncello; Françoise Douchet, viola; Marie-Françoise Viaud, viola;  Michèle Margand, viola; François "Faton" Cahen, tastiere;  Gérard Prévost, basso; Pierre Guignon "Ty Boum", percussioni; Jean-My Truong, batteria.

Weidorje (Francia) - Weidorje (1978). Autori di un solo album, ma è un album capolavoro. Ancora due transfughi dei Magma (Gauthier e Paganotti; Weidorje è parola kobaiana) quali architravi del nuovo gruppo. A differenza di Zao si ritrovano certe litanie vocali (non cantate) proprie della band madre, inquietanti e spettrali, ma l’impianto è un jazz-rock liquido, con splendidi intarsi di fiati, sorretto da percussioni implacabilmente precise e dal basso grandioso di Paganotti. Bernard Paganotti, voce; Yvon Guillard, voce; Michel Ettori, chitarra; Jean-Philippe Goude, tastiere; Patrick Gauthier, tastiere; Kirt Rust, batteria.

Eskaton (Francia) - 4 visions (1981). Altra gemma del progressive zeuhl, gioiosamente frenetico dall’inizio alla fine grazie alla bravura delle due cantanti (favellano in francese) e della inesauribile sezione ritmica. La traccia eponima è un classico immortale. Amara Tahir, voce; Paule Kleynnaert, voce; Alain Blésing, chitarra; Gilles Rozenberg, tastiere; Eric Guillaume, tastiere; André Bernardi, basso; Gérard Konig, batteria.


giovedì 21 febbraio 2013

Beyond the boundaries. Post rock vol. 1: Keiji Haino (Milky way/Watashi Dake/Affection)



Keiji Haino - Ama-no gawa (Milky way; 2003; recordings 1973). Haino vanta una discografia, non ufficiale, di circa 203 unità. Ama-no gawa è la registrazione più risalente dopo le due, storiche con i Lost Aaraaff (entrambe del 1971), già apprezzati nel Genya Concert (cfr. JAP45). Ama-no gawa consta di un'unica traccia (47'45''), tre quarti d'ora di noise purissimo: lo strazio elettrico della chitarra, lamento di una bestia antidiluviana ferita a morte, è sovrastato da una ininterrotta folata apocalittica. Per padiglioni robusti e allenati.

Keiji Haino - Watashi dake (1981). Solo la voce di Haino e la chitarra. La voce è un lamento, una confessione, un sussurro, un grido angosciato; la chitarra accenna un blues, uno sberleffo, uno strumming straniante, si accende improvvisamente con uno sferragliare folle (Isn't it delicious), riposa accennando sommessi motivi da tempio giapponese, esala pigolii, molesta la memoria di Hendrix. Mostruoso il finale con Sacrifice (28'56''), orgia inaudita di feedback che derubrica Star spangled banner a blando rumorismo. 

Keiji Haino Itsukushimi (Affection1992; live in Tokyo 30 Dicembre 1991). Registrato nel periodo degli eccezionali live di FushitsushaAffection si discosta dalle profondità ignee di quel progetto e ci consegna un'improvvisazione (voce e chitarra; per cinquantotto minuti!) dai plumbei toni folk elettrici, rigorosamente lo-fi, increspata brevemente dai consueti disastri feedback del Nostro. Nonostante la bassa qualità della registrazione (alla lunga disturbante), il fascino esercitato rimane intatto; l'estetica pervicace, che non ammette minime concessioni a qualunque genere consolidato, o, forse, l'evocazione di pulsioni ancestrali del nostro animo, sono alla base dell'inspiegabile magnetismo di tali sonorità.