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Che dire del chitarrista Dick Taylor?
Che è uscito dai Rolling Stones, anzitutto.
E che è autore di uno dei primi concept della storia del rock, proprio questo S. F. Sorrow; che è un nome, il nome del protagonista del disco, Sebastian F. Sorrow. Una storia intrisa di dolore e maledettismo. Che altro dire? Un paio di cose: pare che Pete Towshend ascoltò questo LP a ruota prima di concepire Tommy, il concept album rock per eccellenza (la prima traccia è S. F. Sorrow is born. Ricorda forse It's a boy?); e che gli Oasis, o quel che ne resta, darebbero un braccio per scrivere alcune delle canzoncine qui ricomprese.
Come in parecchie cose importanti del periodo (i Pink Fairies e i Deviants) c'è Twink alla batteria: sarà un caso?
Phil May, voce; Dick Taylor, voce, chitarra; Wally Waller, voce, chitarra, tastiere, basso; John Povey, voce, chitarra, sitar, percussioni; Twink, voce, batteria.
Nice - Ars longa vita brevis (1968). Lo
ammetto: Keith Emerson mi ha sempre dato fastidio. I primi pezzi di questo
celeberrimo album (tale, almeno, quando Internet non era fra noi: “Ma hai
sentito i Nice?”; “No, dico: ce l’hai il vinile dei Nice?”; “Ah, la tastiera
dei Nice!”, e così via) scorrono via piacevolmente, con accensioni beatlesiane
e muretti sonori per cui i fratelli Gallagher darebbe un braccio; poi Emerson
comincia a fare il gradasso … non è colpa sua … è che nelle sue mani la grande
tradizione classica viene ammorbata dal genio inglese per marcette e pompe: il
kitsch à la Rondò Veneziano è in
agguato e, a volte, colpisce. Per capire la differenza si dia un orecchio (o
anche due: è meglio) ai cecoslovacchi Collegium Musicum, loro contemporanei. Nonostante
tali pecche (che, forse, sono una mia testarda idiosincrasia) nel tutto si rinvengono
dei passaggi notevoli, soprattutto quando le tracimazioni dell’organo vengono
contenute dai compagni. Viva i Nice! Keith Emerson, tastiere; Lee Jackson, basso; Brian Davison,
batteria, percussioni.
Dr. Z - Three parts to my soul (Spiritus, Manes et Umbra) (1971). Il vinile originale, ridotto – pare - a circa 80 copie, è
divenuto un feticcio dei collezionisti. Come spesso accade, in particolar modo
fra gli appassionati del progressive, la rarità diviene un viatico per l'ipervalutazione
critica del prodotto stesso. E tuttavia questo oscuro reperto dei primi
Settanta non demerita tale fama: nonostante la mancanza di pezzi davvero trascinanti
e caratteristici, l’insieme risalta per l’ispirazione plumbea e un pervasivo tono
dark, da rinvenire soprattutto nelle tracce più estese (Spiritus, Manes et Umbra, 11’53’’; In a token of despair, 10’12’’). I testi, improntati a un vago
esoterismo, aiutano. L’assolo di batteria in Spiritus mi ricorda, a naso, quello iniziale di Lust for life: piccola curiosità. Keith
Keyes, voce, tastiere; Rob Watson, basso; Bob Watkins, batteria, percussioni.
Nucleus - We'll talk it
about later (1971). Un capolavoro del
jazz-rock britannico: fluido, potente, inventivo, specie nella prima parte; e ancora non diluito dal funky
più orecchiabile e meno problematico. Da ascoltare subito. Chris Spedding,
chitarra; Karl Jenkins, tastiere, sassofono, oboe; Brian Smith, flauto,
sassofono; Ian Carr, tromba, flicorno; Jeff Clyne, basso; John Marshall,
batteria, percussioni.
Steppenwolf - Live 1970. Goldy McJohn, tastiere; Jerry Edmonton, batteria; John Kay, voce, chitarra; Larry Byrom, chitarra; Nick St. Nicholas, basso.
Fraternity of Man - Fraternity of Man (1968). Lawrence "Stash" Wagner, voce, chitarra; Elliot Ingber, chitarra; Warren Klein, chitarra, sitar; Martin Kibbee, basso; Richard Hayward, voce, batteria.
Holy Modal Rounders - The mooray eels eat The Holy Modal Rounders (1968). Steve Weber, voce, chitarra; Peter Stampfel, voce, banjo, violino; Richard Tyler, tastiere; Sam Shepard, percussioni.
Ho deciso di postarlo a parte a causa delle dimensioni dell'opera: quindici composizioni.
Composte nel maggio del 1968 (in sette giorni, appunto), in un momento di forte crisi individuale, esse rappresentano uno dei condensati poetici della musica intuitiva (neologismo dello stesso Stockhausen). Definire la musica intuitiva è difficile; secondo la definizione di Andrea Ceccomori, per musica intuitiva "si intende quella forma di improvvisazione che non pone limiti all’utilizzo e alla fusione degli stili e che condiziona la sua espressione alla 'percezione della necessità' del momento, espressa dal pubblico, e/o dai partecipanti nel tempo e nel luogo dell’evento creativo. Come libera espressione musicale, improvvisativa, legata al momento, al concetto di happening, si pone l’obiettivo di sviluppare una forma d’arte strettamente correlata allo stato di coscienza dell’uomo contemporaneo. Questa musica traduce in suoni il vissuto di un momento, sia esso momento interiore che risultato di di elementi esteriori, come una pittura,una poesia,una situazione fisica. Il musicista al quale si apre la dimensione superiore della mente, o sopramentale, coglie il suono nel suo manifestarsi primo".
Da ascoltare (se non altro per meriti storici), ma l'impresa - avvertiamo - è ostica.
Narra Albert Goldman che, in tournée col marito John, Yoko sedesse al piano elettrico, quale membro effettivo della band; l'impegnato tramestio manuale, tuttavia, pare avvenisse a vuoto: fonti oculari, e fededegne, testimoniarono, infatti, come la spina dello strumento fosse incautamente disinserita. Chissà se riferirono alla signora Lennon l'incresciosa scoperta ... in tal caso, ne sono sicuro, lei avrebbe opposto a tali rivelazioni la propria, consueta impassibilità da insetto predatore ... Nell'episodio (pettegolezzo più o meno vero) c'è tutta Yoko: arrivista, nichilista, velleitaria, anticonformista, artista da fuffa (come solo gli americani della modern art sanno essere), decisamente vuota, ma attuale, attualissima, sempre in linea coi tempi ... e che tempi: gli anni dell'amore libero, della free form, della contestazione ... un mondo in sommovimento in cui tutto era possibile ... persino che un immigrato slovacco, un semplice grafico, armato di epocale faccia bronzea, inaugurasse (con una contraddizione che la dice lunga sul personaggio) la milionaria popular art ...
Yoko (già moglie di Toshi Ichiyanagi, cfr. JPR46 e JPR36) ebbe il merito di liberare definitivamente John Lennon dalle pastoie della melodia piccolo borghese, seppur gravida di talento e gloria; in un certo senso ne allungò la carriera, destinata altrimenti, come per gli altri Beatles, a un doratissimo e irresistibile tramonto.
Se Life with the lions è, come ho scritto, uno dei migliori dischi dei Bitolz (secondo altri, il migliore), Two virgins propone già quelle provocazioni, seppur in tono più acerbo e incompiuto: concretismi, disarmonie, gorgheggi da menade giapponese, giustapposizioni sonore - un universo che assume valenza storica non in sé (altri osarono molto di più e ben prima), ma in relazione alla pregressa avventura pop di Lennon, decorosa e controllatissima anche negli episodi apparentemente più arditi.
Il terzo capitolo, Wedding album, appare, invece, esteticamente irrecuperabile: è di fatto il resoconto del loro matrimonio: una bomboniera sonora, insomma, sospesa tra registrazioni dalla camera d'albergo del bed-in e gridolini orgasmici da lune de miel ... for fanatics only.
La canzone di Marinella è uno dei brani più celebri della canzone italiana, senza alcun dubbio. Pubblicato nel 1964, senza alcuno strepito, come lato B di un 45 giri (Valzer per un amore era il lato A), esso fu portato al successo, tre anni più tardi, dall'interpretazione di Mina. La canzone narra di una morte, della morte di una ragazza; e deve il fascino profondo, oltre alla calda scansione di De André, al modo in cui tale tragedia, irrimediabile, viene addolcita da toni delicati e malinconici. Trentacinque anni più tardi, in un’intervista, il cantautore rivelerà: “La canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario. È la storia di una ragazza che a sedici anni ha perduto i genitori, una ragazza di campagna dalle parti di Asti. È stata cacciata dagli zii e si è messa a battere lungo le sponde del Tanaro, e un giorno ha trovato uno che le ha portato via la borsetta dal braccio e l’ha buttata nel fiume. E non potendo fare niente per restituirle la vita, ho cercato di cambiarle la morte». Ma chi era Marinella, nella realtà? Forti di tale dichiarazione (Ipse dixit) alcuni esegeti si son messi in caccia e, dopo lunghe ricerche, son arrivati alla soluzione del tenue enigma. Da Wikipedia: “Il celebre brano potrebbe trarre ispirazione da un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1953 e precisamente il ritrovamento nel fiume Olona tra Rho e Milano del corpo crivellato di colpi di una ballerina/prostituta, una certa Maria Boccuzzi. Secondo lo psicologo astigiano Roberto Argenta la vicenda avrebbe ispirato il brano musicale … Nata l'8 ottobre 1920 nel piccolo centro calabrese di Radicena … Maria Boccuzzi emigrò assieme alla famiglia a Milano all’età di nove anni, in cerca di un lavoro migliore. Nel 1934 iniziò a lavorare sul posto di lavoro conobbe uno studente spiantato, Mario, di cui s'innamorò … Le difficoltà economiche e l’impossibilità di riallacciare i rapporti con la famiglia portarono alla fine del rapporto amoroso. Dopo appena un anno, i due si lasciarono. A questo punto, senza dimora e senza lavoro, decise di intraprendere la strada di ballerina di varietà col nome d’arte di Mary Pirimpò. Qui conobbe Luigi Citi, di cui divenne l’amante, che la 'cedette' a Carlo Soresi … di professione protettore, che l’avviò alla prostituzione ... Iniziò a prostituirsi in una casa chiusa a San Salvario (Torino), poi a Firenze, per approdare a Milano … La notte del 28 gennaio 1953 Maria Boccuzzi venne uccisa a revolverate e spinta nell'Olona forse ancora agonizzante”. Il caso filologico pareva chiuso.
Progg con due 'g' ... progressive svedese, prossimo alle istanze libertarie del coevo Rock in Opposition. In realtà il progressive si trova, brillantissimo e fuori stagione, solo nel disco dei Kultivator. Per Pärson Sound e Träd Gräs och Stenar (sono, di fatto, lo stesso gruppo) si può parlare di psichedelia d'avanguardia. I due ensemble, assieme alla loro terza incarnazione International Harvester (da ascoltare qui, NWW23), hanno licenziato, in pochi anni, una delle più importanti discografie europee nell'ambito musicale sopra delineato.
Il disco edito dai Pärson Soundnel 2001 raccoglie persino un esperimento elettronico (del 1966, a opera di Persson), ma si sostanzia soprattutto di lunghe jam strumentali che anticipano, di quasi trent'anni, la nuova psichedelia degli anni Novanta. From Tunis to India in fullmoon (20'29''), Tio minuter (10'30''), India (slight return) (13'06''), Skrubba (28'57''), stranite dal violoncello di Arne Ericsson, sono processioni acidissime, a mezzo fra il minimalismo orientale di Riley e inflessioni dei Velvet di John Cage; le date di pubblicazione dei dischi, tuttavia, congiurano a una loro indubbia originalità. sciolti i Pärson Sound, i Nostri pubblicano, come International Harvester, l'ottimo Sov gott Rose-Marie, quindi si riassestano attorno a una psichedelia con alcune concessioni rock: come Träd, Gräs och Stenar (Alberi, Erba e Pietre), infatti, licenziano alcune cover (All along the watchtower, The last time, Satisfaction), debitamente stravolte; il tono sonoro, tuttavia, non rinuncia a quelle marce elettriche, fluviali e antimelodiche che caratterizzavano gli esordi: Tidigt om morgonen (13'46) e Amithaba-In kommer gösta (31'54'') alcuni dei monoliti presenti nel live Djungelns lag.
Träd, Gräs och Stenar - Djungelns lag (1971). Torbjörn Abelli, voce; basso, armonica; voce, Thomas Merz Gartz, batteria, armonica; Jakob Sjöholm, voce; chitarra; Bo Anders Persson, voce; chitarra, violino; Arne Eriksson, tastiere; Ulla Berglund, percussioni.
Kultivator - Barndomens stigar (1981). Jonas Linge, voce, chitarra; Ingemo Rylander, voce, tastiere; Johan Hedren, tastiere; Stefan Carlsson, basso; Johan Svärd, batteria, pecussioni; Hädan Sväv, cori.
It's a Beautiful Day (USA, San Francisco,
California) - It's a Beautiful Day
(1969). L’unico vero gruppo in grado di
competere (solo con questo disco) con la mirabile psichedelia melodica dei
Jefferson Airplane (e Patti Santos, la ragazza che potete ammirare sopra, regge
visivamente e vocalmente il ring con Grace Slick). Un album che unisce l’ingenuità
e la potenza delle illusioni propria dei moti californiani del periodo (libertà,
terzomondismo, influenze orientali) a una costruzione cristallina delle canzoni, impreziosite dagli intarsi vocali e strumentali dei Laflamme e della
Santos. Bellissime White bird e Hot summer day; notevole Time is; storica Bombay calling, a cui i Deep Purple, con perizia manigolda,
applicarono l’espianto fatale buono per rendere immortale Child in time. Se non siete dei bruti l’avrete già ascoltato. In
caso contrario civilizzatevi alla svelta. David Laflamme, voce, violino; Hal
Wagenet, chitarra; Pattie Santos, voce, percussioni; Linda Laflamme, tastiere;
Mitchell Holman, basso; Val Fuentes, batteria; Bruce Steinberg, armonica.
Hapshash & The
Coloured Coat (Gran Bretagna, Londra) - Featuring
the human host and the heavy metal kids (1967). Michael English e Nigel Waymouth furono soprattutto
grafici e designer: i loro manifesti per concerti (Pink Floyd, Incredible
String Band e altri gruppi underground dell’Ufo Club), dagli accesi cromatismi
propri della cultura psych del tempo, sono dei piccoli capolavori; il critico Federico
Zeri che, negli ultimi anni di vita, era sempre più attratto dalle copertine
degli LP quale ulteriore manifestazione dell’animo artistico, li approverebbe
in pieno. Nel 1967 i due ordirono questo eccentrico tour de force sospeso fra
tribalità e reiterazione mantra (Aoum,
infatti, figura fra i cinque brani). L’entrata (H-O-P-P-Why?) e l’uscita (i quindici minuti di Empire of the sun) bastano a guadagnargli uno scranno indiscusso nell’Accademia
dei Lincei degli spostati, magari accanto a Help
I’m a rock di Zappa. Da ascoltare subito. Mike Harrison, voce; Luther Grosvenor, chitarra;
Greg Ridley, basso; Mike Kellie, batteria, percussioni; Guy Stevens, Michael English,
Nigel Waymouth.
Tomorrow (Gran Bretagna) - Tomorrow (1968). Steve Howe, pre-Yes, e il genialoide Twink dei Pink Fairies, innervano il sottovalutato gruppo britannico. White bicycle e Revolution
sono già classici della psichedelia anglosassone, ma il fascino dell’album risiede,
oltre che nell’atmosfera sottilmente sfasata, in una commistione paradossale fra
allure antiborghese e inflessioni sonore da vecchia Inghilterra: un melange che,
con forzatura paradigmatica, potremmo definire beatlesiano; d’altra parte gli Oltremanici,
musicisti bistrattati rispetto alla tradizione germanica, slava e mediterranea,
non eccellono in marcette e fanfare? Non sarà forse la pompa, derubricata dall'ironia da teatranti, la cifra del beat-pop inglese? Stanley Kubrick, in Arancia meccanica, colse pienamente tale
sentire alternando all’elettronica di Walter Carlos (che neutralizzava, nichilista, la cultura alta continentale, da Rossini e Beethoven) il formalismo di Sir
Edward Elgar e il funebre incedere di Henry Purcell. Da ascoltare. Keith Alan Hopkins,
voce; Steve Howe, chitarra; Mark P. Wirtz, tastiere; John Junior Wood, basso;
John Twink Alder, batteria.
Come Baby Grandmothers (Kenny Hákansson, chitarra; Bella Linnarsson, basso; Pelle Ekman, batteria) durarono lo spazio di un mattino, meno di un anno, nonostante l’incubazione datasse dal 1965. Si esibivano al Filips Café, ritrovo della psichedelia svedese, dove passarono The Mothers of Invention (Jimmy Carl Black partecipò ad alcune loro jam) e la Jimi Hendrix Experience (a cui si unirono durante la tournée svedese). Quindi il Filips Café chiuse, sostituito da un grande magazzino, alla fine del 1968: e finirono i Grandmothers. I loro due unici dischi sono collezioni di session dal vivo: gli svedesi, più ancora della Experience e dei Guru Guru, sono l’epitome della psichedelia elettrica di fine anni Sessanta: un diluvio che si sfilaccia, si ingolfa, riprende vorticosamente il corso, si disperde in decine di emissari: sette, dieci, quindici, venti minuti di jam … strumentali che riconfermano tutti i magnifici luoghi comuni della psichedelia da power trio. A tratti si ha la sensazione inequivocabile del capolavoro: il desiderio, cioè, da parte dell’ascoltatore, di lasciarsi portare per ore lungo tali mantra che adducono alla rivelazione rock. “Andavo nel posto peggiore del mondo, e ancora non lo sapevo, per settimane e centinaia di miglia su per un fiume che serpeggiava attraverso la guerra come un cavo elettrico – con il terminale inserito direttamente dentro Kurtz …”.
E Kurtz non è metafora, come spiegai … è la sintonizzazione, magica, fra musica e ritmo biologico, non altro … i tamburi africani, il rosario, la tragedia greca, Nam-myoho-renge-kyo, assolvono alla stessa funzione … la progressiva perdita dell’identità volgare e la risoluzione entro l’unità primordiale ... finalmente … D’altra parte, riflettete: cos’è un concerto rock classico se non una tragedia greca come la intese il Vecchio Matto: c’è un eroe, una storia di amore e morte, il sudore quasi agonico, il sacrificio e la rinascita … tutto questo ciarlare dei front men come sciamani: notazioni non del tutto inaccurate, anzi … I dischi sono da ascoltare, ovviamente; un altro tassello che sconvolge il disegno musivo delle vecchie gerarchie.
Figlio d'arte (del maestro Enrico), Claudio Simonetti può situarsi sulla scia del tramonto progressive. Solo l'album a nome Cherry Five (un capolavoro assoluto gli otto minuti di Country grave-yard) può situarsi sul versante King Crimson/Yes prima maniera, in cui un vago romanticismo di stampo anglosassone si sposa all'impeccabile e potente costruzione strumentale.
Nelle sue colonne sonore, quelle postreme, si respira già la piatta elettronica degli Ottanta (sua la responsabilità, peraltro, del Gioca jouer di Cecchetto, caposaldo del nulla) e i caldi impasti della musica prog vengono meno; le immortali Profondo rosso e Suspiria (visionarie, enfatiche, in bilico sul precipizio del kitsch), sono, in fondo, brevi eccezioni; forse a causa della materia filmica a cui vennero apposte, fradicia di morbosità tipica della sottocultura dei Seventies (le tre S: sesso, sangue e Satana, volgarizzate da ambiti giornalini come Oltretomba e Iacula).
Un vecchio mondo si disfaceva, una nuova visione si imponeva: nel mezzo le ossessioni libertarie dei movimenti di sinistra marcivano e generavano mostri: l'amore libero trasmutava in pornografia, la libertà di parola in vociare indistinto, la libertà tout court in anarchia orgiastica. Chissà se un giorno i primi horror di Dario Argento e Claudio Simonetti (cruente opere d'arte psicotiche) non potranno inquadrarsi in tale ottica ...
E qui è un tentativo di ricostruzione della carriera di Simonetti nei Settanta:
Marco e Gli Eremiti
Renato Quircio (voce; chitarra)
Sandro Di Nardo (chitarra)
Claudio Simonetti (tastiere)
Marcello Novarini (basso)
Costanzo Quircio (batteria)
Ritratto di Dorian Gray
Luciano Regoli (voce)
Fernando Fera (chitarra)
Roberto Gardin (chitarra)
Claudio Simonetti (tastiere)
Walter Martino (batteria)
Seconda Generazione
Claudio Simonetti (tastiere)
Stefano Cerri (basso)
Walter Martino (batteria)
Oliver/Cherry Five
Tony Tartarini (voce)
Claudio Simonetti (tastiere)
Massimo Morante (chitarra)
Fabio Pignatelli (basso)
Carlo Bordini (batteria)
Reale Impero Britannico
Goblin & Fabio Frizzi
Goblin
Massimo Morante (chitarra, voce)
Claudio Simonetti (tastiere)
Fabio Pignatelli (basso)
Walter Martino (batteria, percussioni; 1974) poi Agostino Marangolo (1975-1978)
VV. AA. - My mind goes high. Psychedelic pop nuggets from WEA vaults (2004; recordings 1967-1968). Bella compilazione, che segue Original artyfacts from the first psychedelic era 1965-1968 (e che pubblicheremo se il dio dei blogger ci conserva dopo il 31 marzo). Nella raccolta rilevano i Monkees (il pezzo è della coppia Goffin/King), la West Coast Pop Art Experimental Band con l’altro hit Smell of incense, Electric Prunes, lo sciroccato Kim Fowley e Association (bravi). C’è parecchio da godere per i cultori del genere.
West Coast Pop Art
Experimental Band (USA, Los Angeles, California) - Part
one (1967). Prodotto di livello della Bay Area:
si comincia con l’hit Shifting hands, non si disdegna la melodia rilassata, a
volte si cade nel pop nazionale da American pie: in generale ci si mantiene
entro il cortile ispirativo Byrds nonostante qualche ardita incursione nel
campo freak (Help I’m a rock di Frank
Zappa, nientemeno); il tono, però, non è mai banale e, a distanza di quasi mezzo
secolo, il disco riesce a rendersi riconoscibile nella legione psichedelica di
fine anni Sessanta.
Jake Holmes (USA, San Francisco, California) - The
above sound of Jake Holmes (1967). Opera prima di un folksinger e, per
questo, abbastanza trascurata dai cultori psych. Se è vero che le epidemie note
come ballo di San Vito e le conseguenti allucinazioni religiose erano da ricondursi,
prosaicamente, all’ergotismo (derivante
dall’infezione delle graminacee, segale in particolare), chissà se anche la
psichedelia e il fenomeno hippie non possano dirsi che degenerazioni folk dovuta
a un consumo smodato e contagioso di LSD … Il folk di Jake Holmes (anche ottimo
interprete) risente di questa obliqua atmosfera del tempo e si può
classificare, con cautela, nel faldone psych. Eccellenti Lonely, Too long, Genuine imitation life e, ovviamente, il
capolavoro Dazed and confused, brano scippato dai Led Zeppelin due anni dopo (Page e compagnia neanche risposero al vero
autore che reclamava i talleri); e così Dazed
divenne una canzone dei Led Zeppelin. “Nel
West se la leggenda diventa realtà è la leggenda a vincere”, afferma un
protagonista di L’uomo che uccise Liberty
Valance.Amen.
Kaleidoscope (USA, Los
Angeles, California) - A beacon from Mars
(1968). Psichedelia purissima, anticipazione della world music (Canaxis5 di Holger Czukay e Alchemy della Third Band usciranno l’anno
seguente), grazie alla splendida Taxim,
e crossover eccezionale che si ciba di influenze (medio)-orientali, ma non
dimentica inflessioni celtiche, western, acid-rock (A beacon from Mars). Il primo capolavoro della triade in esame. Saul Feldthouse, voce; David Lindley, chitarra; Pete Madlem,
dobro; Maxwell Budda, tastiere; Chris Darrow, basso; John Vidican, batteria.
Litter (USA, Mineapolis,
Minnesota) - Distorsions (1967). Secondo disco recensito per i Litter. Psichedelia
che inclina verso la zona Yardbirds e Who (c’è la cover di Substitute; non manca peraltro la tangente Hey Joe). Action woman è
il loro singolo più famoso e dirompente, ma non si va oltre una generica gradevolezza. I loro dischi sono introvabili, ma la rarità di un oggetto non fa salire le quotazioni nel borsino estetico. Dennis Waite, voce, tastiere,
arpa; Dan Rinaldi, voce, chitarra; Tom 'Zippy' Caplan, chitarra; James
Worthington Kane III, voce, basso, tastiere; Tom Murray, batteria, percussioni.
Silver Apples (USA, New York) - Silver Apples
(1968). Quasi mezzo secolo ed è ancora un capolavoro vero. Uno dei primi album
elettronici (grazie a The Simeon, “meccanismo
organico composto da nove oscillatori e 86 controlli da manovrare con mani,
gomiti, ginocchia e piedi”), ma che non risente di alcun ingenuità pionieristica,
anzi: il canto e le percussioni di Taylor aggiungono un tocco catatonico e
straniante che garantisce la piena attualità dell’opera. Difficile valutarne la
carica rivoluzionaria vista la ridotta diffusione del debutto e del successivo Contact, ma gli va riconosciuta la
primogenitura, pur lasca, di alcuni generi, come il synth pop, il drum ‘n’ bass
o l’elettronica nichilista di New York, a partire dai Suicide. Dan Taylor,
voce, percussioni; Simeon Coxe, sintetizzatore.
183. Napoli Centrale (Italia/Stati Uniti) - Napoli Centrale (1975). Italia al suo meglio; anzi Napoli al suo meglio: sanguigna, popolare (senza scadere nella guitteria) e capace di assemblare nazionalità ed esperienze musicali in una miscela irripetibile di solarità mediterranea e preciso impegno sociale. Senese, italiano di padre americano, guarda a Miles Davis e Weather Report e confeziona un classico del jazz rock dei Settanta. Da non perdere. James Senese, voce, sassofono; Mark Harris, tastiere; Tony Walmsley, basso; Franco Del Prete, batteria, percussioni.
184. Negativland (Stati Uniti) - Negativland(1980). Elettronica, musica concreta, insorgere delle sonorità post punk, registrazioni dal vero, spetezzi metafisici: un collage inquietante, e a tratti sardonico, della società capitalista a loro coeva (i Negativland se ne intendono: provengono dalla California). Per chi ha lo stomaco corazzato dagli ascolti di Throbbing Gristle e compagnia c'è parecchio da godere. Da ascoltare. David Wills, voce, tastiere, nastri; W. Kennedy M., chitarra; Peter Dayton, chitarra; Richard Lyons, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Mark Hosler, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Joan, percussioni.
185. Neu! (Germania) - Neu! (1972). Dopo decenni è impossibile sottrarsi al fascino di questa opera infinita che continuerà a ricrearsi dopo ogni ascolto, intatta e virginale. Forse, come abbiamo già notato a proposito di Captain Beefheart, essa si modella su pulsazioni segrete del corpo umano o su ritmi ancestrali che, pur dimenticati, continuano a operare in noi. Monumento. Klaus Dinger, voce, chitarra, batteria, banjo; Michael Rother, chitarra, basso, doppio basso.
186. AA.VV. (Gran Bretagna/Stati Uniti/Germania/Canada) - Free improvisation (1974). Listato spesso sotto il solo nome di New Phonic Art 1973, in realtà il disco è un set di tre LP che comprende, oltre alla band citata, anche Iskra 1903 e Wired. Improvvisazione pura, che parte, forse, dal jazz per esplorare territori sconosciuti. Si differenziano dal tono generale gli Wired: le due composizioni (25'27'' e 27'47'') sono lunghi cammini sonori insidiati da echi ominosi. In formazione anche Michael Ranta, già con Toshi Ichiyanagi e Takehisa Kosugi (JPR46). New Phonic Art 1973: Michael Portal, clarinetto, sassofono; Carlos Roqué Alsina, tastiere; Vinko GLobokar, trombone; Jean-Pierre Drouet, percussioni. Iskra 1903: Derek Bailey, chitarra; Barry Guy, basso; Paul Rutherford, trombone; Wired: Mike Lewis, voce, tastiere, percussioni; Karl-Heinz Böttner, voce, chitarra, tastiere, basso, ocarina, zither; Michael Ranta, voce, percussioni.
187. Nico (Germania) - The marble index (1968). I sublimi lieder di Nico, voce e harmonium. Attraverso lei irrompe una cultura millenaria. I trovatori europei del Medioevo, le lamentazioni della lirica pagana anglosassone, la Germania, il senso profondo del destino ineluttabile. Tutto questo dal membro meno tollerato dei Velvet Underground. Monumento.
188. Night Sun (Germania) - Mournin' (1972). Assalto sonoro a metà fra progressive e hard rock alla Deep Purple. Genuini e lodevoli. Versatile lo sconosciuto cantante Schaab. Mournin' rimarrà il loro unico disco; unica prova che farà insorgere la consueta domanda: perché, pur nella ovvia diversità di talento, i Deep ingrassano nella Hall of Fame e questi gemono nella Gehenna dove è pianto, stridor di denti e dimenticanza? Per fortuna c'è il web; e ci siamo noi. Per riabilitare chi se lo merita. Bruno Schaab, voce, basso; Walter Kirchgässner, chitarra; Knut Rössler, tastiere, tromba; Ulrich Staudt, batteria.
189. Nihilist Spasm Band (Canada) - No record (1968). Come le spasm band di fine Ottocento (dintorni di New Orleans), i Nichilisti sfruttano strumenti di fortuna (spesso oggetti con finalità quotidiane, come pettini e carta velina, antenati del kazoo) per inscenare una pantomima sbraitata e cacofonica. Sbavanti e cogli occhi iniettati di sangue essi viaggiano al termine della notte sonora. Una registrazione storica. Da ascoltare, ovviamente. William A. Exley, voce, theremin; John Clement, chitarra; Murray Favro, chitarra, batteria; Archie Leitch,clarinetto; Hugh McIntyre, basso; Greg Curnoe, batteria, kazoo; J. B. Boyle, kazoo.
Personaggio al limite; non solo perché bislacco e oltraggioso, e attratto irresistibilmente (lui, di buona famiglia) dai fenomeni più alternativi e quasi baracconeschi della musica leggera, ma per la presenza costante, lungo il mezzo secolo di carriera, al limitare della fama. Kim Fowley c'é: come produttore di complessini inizio Sessanta, mentore delle proto-riot grrls Runaways, incoraggiatore dei Soft Machine, officiante in studio di registrazione assieme a Frank Zappa in Freak out!; c'é con Gene Vincent, i Byrds, Jonathan Richman and The Modern Lovers. Produttore, autore. C'è con Kris Kristofferson, ma anche con Leon Russell e, incredibile, con maestri del bon ton come Alice Cooper e Kiss.
Kim Fowley gira attorno a fenomeni da milioni di copie, ma non lo conosce nessuno, o quasi.
In anticipo su tutto? Forse, ma soprattutto autore indefinibile, sorta di creatore di un vaudeville eterogeneo, in cui il guitto sul palco rimane lo stesso durante ogni canzoncina: egli offende, rutta (su Animal man: "I'm vulgar" e Barefoot country boy), bestemmia, si lamenta, ammicca lascivo, fa versacci, ansima, dà in escandescenze orgasmiche, se la ride di gusto e sinceramente. Animal man è, ovviamente, un capolavoro di questa tendenza al garage sbalestrato: chissà se l'aveva presente Zappa con Dinah Moe Humm. Probabilmente no, ma insomma ...
Wildfire, Nightrider, Up sono le altre tappe istrionesche di un genio a metà. Nella prima registrazione, però, incontrollata, sorgiva e selvatica, un genio a metà assolutamente memorabile.
Finchley Boys (USA, Chicago, Illinois)
- Everlasting tribute (1972;
recordings 1968-1969). Tinteggiature
psichedeliche (bella Swelling waters)
su una solida base hard blues e garage sostenuta dalla chitarra dell’oriundo
olandese Oostdyck (Outcast, Hooked). Da risentire e rivalutare. George
Faher, voce, armonica; Garrett Oostdyck, chitarra; Tabe, basso; J. Michael
Powers, percussioni.
Haunted (Canada, Montreal) - The Haunted (1967). Altro gruppo parecchio sottovalutato. Notevoli ammicchi al
suono rock melodico britannico (Who, Them
e compagnia), ma le partiture originali (1-2-5,
Horror show) e le suggestioni
dylaniane (Untie me) delineano un
quadro generale inaspettatamente all’altezza dei gruppi migliori. John Monk,
voce; Jurgen Peter, chitarra; Al Birmingham, voce, chitarra; Bob Bozak, basso;
Nick Farlowe, batteria.
Litter (USA, Minneapolis, Minnesota) - 100
$ fine (1968). Psichedelia virata verso il rock più roccioso della sponda d’oltreoceano e alleggerita da
tocchi beat. Non mancano tentativi
arditi di smagliare il tessuto musicale consueto (Apologies to 2069 e la versione da nove minuti di She’s not there, degli Zombies). Da sentire. Dan Rinaldi, voce, chitarra; Danny
Waite, voce, tastiere; Tom ‘Zippy’ Caplan, chitarra; Jim Kane, basso; Tom
Murray, batteria.