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mercoledì 1 ottobre 2014

Henry Rollins - Let's have a war. The best 1987-1993 (2014)

Osea, 9,7

Sono venuti i giorni del castigo,
sono giunti i giorni del rendiconto …
Un pazzo è il profeta,
l’uomo ispirato vaneggia -
a causa delle tue molte iniquità,
per la gravità del tuo affronto.

Ci vuole una guerra.
Dolore, lutti, devastazioni, privazioni, chiusura alla speranza, paura.
Lo dico subito: ci pentiremo di aver scritto queste parole; esse ci danneranno. Dovremo trascinarle come un piombo da galeotto per il resto della vita. Calamiteranno infamie. Eppure sono necessarie; dirò di più: inevitabili.
Per la salvezza occorre una guerra: ecco un buon destino per la Patria; per noi tutti.
Arte, bellezza, grandezza, amore, sentimento, purezza: questo viene negato ogni giorno di più; ed è negato e vilipeso poiché ogni maledetto giorno ci allontaniamo dalle fonti del dolore e del lutto.
Si è negata la Morte tenendola a distanza; esorcizzata; derisa. Ma è la nostra Signora e Madre e Benefattrice. Perché non riconoscerlo?
Senza di lei siamo perduti: deboli, stupidi, infrolliti, ridanciani, grossolani, turisti in ciabatte. Ogni moto del cuore mai spontaneo, mediato da un codice di comportamento universale e piatto. Il sentimento è sentimentalismo, l'ardore un focherello da beccuccio del gas; il coraggio spavalderia gradassa; l'amore un andirivieni di salamelecchi; lealtà, perseveranza, fedeltà, magnanimità, ostinazione, fratellanza sono impossibili: non riusciamo a tenerle che per poche ore, poi la volontà si diluisce nella grascia del quotidiano.
La nostra lingua è sparita: attingiamo a una sorgente avvelenata che fa di ogni parola la parola di un altro: ogni invocazione, appena proferita, è già ridicola, eguale a milioni d'altre.
L'arte è sparita. Lontano dal dolore, che rende essenziale il gesto, e moltiplica la forza interiore d'ogni oggetto, ogni fatto artistico può essere goduto non in sé, poiché privo di valore estetico, ma in virtù d'una propaganda che ci sussurra continuamente cosa apprezzare: e noi, obbedienti, non facciamo che testimoniare e ripetere tali istigazioni, credendo d'aver maturato un gusto.
Noi siamo finiti. Finiti. E non d'una fine bruciante e gloriosa, ma spegnendoci nella pura esistenza, giorno dopo giorno, un passo dietro l'altro. Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè, diceva il profeta.
Abbiamo bisogno di una guerra. Di un aguzzino, di massacri, di bagni di sangue, di odio, fame, sopraffazione.
Per questo il Potere ama la pace perpetua; il Potere recherà la morte solo nei campi di chi non s'arrende, di chi ha storia, orgoglio; contro coloro per cui il no è no e il nesso di causalità è ancora un valore. A noi, invece, i finti vincitori, i perduti, annegati nel liquido amniotico del Lete, Esso riserverà la pace. Eterna e immutabile.
Guai a chi pensa altro! Chi non agogna la pace? Tutti la vogliono. Come è possibile non desiderarla?
Ed eccoci, allora, noi uomini della pace! Ogni passione spenta, i tratti snervati, amorfi, flaccidi; non riusciamo più a distinguere alto e basso; tutto ci va bene, non prendiamo niente sul serio; per noi, in fondo, una cosa vale l'altra; la nostra violenza scoppia improvvisa e ridicola riversandosi da subito nel canale di scolo di una fulminea indifferenza. Ma è sempre più raro questo: in genere amiamo la quiete e sopportiamo tutto - tutto, purché non ci si distolga da questa letargia infinita, drogata! E, soprattutto, non ci distolga dalla pace! Vogliamo stare in pace!
Cosa vuoi dalla vita, servo? La pace, la tranquillità. La serenità.
Persuasi al nulla.
Osservate gli uomini di un recente passato, leggete le loro parole. Parole umili, semplici; parole precise, inequivocabili, adamantine, che significavano qualcosa e parlavano senza inganno a tutti. Dopo le tempeste d'acciaio e sangue, uomini e idee, antichi e nuovi al contempo, rifulgevano d'una vitalità sorgiva, insopprimibile, netta - come antichi monili aurei riaffiorati contro la terra nera dopo una pioggia incessante e rovinosa; e la Natura, nell'aria finalmente pulita e tersa, si offriva nuovamente con le linee definitive della verità - ecco l'attimo da desiderare, il tempo della rinascita!
Non abbiamo scampo. Dobbiamo desiderare la guerra e il dolore.
Ognuno, fra sé, la appellerà come crede opportuno.
Succedere a noi stessi, contro noi stessi, a nostro danno - riusciremo a tanto sacrificio?
Give war a chance.

venerdì 18 ottobre 2013

Country Joe McDonald - Electric music for the mind and body (1967)/I feel like I'm fixin' to die (1967)



Country Joe McDonald, al secolo Joseph Allen McDonald: meno un cantante che una sola canzone live (I feel like I'm fixin' to die rag). Una composizione che assommava, per quelle combinazioni non inusuali nella beffarda sequenza degli eventi manicomiali che appelliamo storia, tutto il sentire politico della purissima stagione contestataria di fine Sessanta: l'istinto antagonista, la ribellione alla sporca guerra, la consapevolezza di classe, i diritti civili and so on.
Una canzone di cui tutti conoscono la versione presentata a Woodstock e ignorano quella presente nell'album omonimo; forse giustamente, poiché ad un'irresistibile carica folk, moltiplicata dal karaoke del pubblico, Country univa un sarcasmo antimilitarista degno di M.A.S.H. e Comma 22, nonché uno dei più divertiti e liberatori vaffanculo della storia rock.
La versione in studio, più complessa, svela, invece, uno dei lati del carattere di McDonald, quello più teatrale, in cui l'improvvisazione popolare da jug band assume i contorni dello scherzo circense. Uno dei lati, dato che in lui convivono anche la denuncia politica schietta e, soprattutto, la canzone più rilassata, spesso virata verso una morbida psichedelia (come ad esempio nell'ottima Grace, dedicata a chi sappiamo).
Non in grado di competere né con le asprezze di Guthrie, nè col melodismo sommo di Bob Dylan; incapace di ricreare la forza d'urto militante dei Fugs, egli raggrumò la propria esperienza più nobile, consumata in un paio d'anni, attorno a un gruppo di composizioni dal tono medio, che hanno il pregio e la fortuna d'esser marchiate da quella delicata atmosfera propria di un periodo politico e musicale irrecuperabile (e chissà se nel sound, ora vintage, dei Country Joe & The Fish non sia decisivo il tastierista David Cohen, uno dei primi ad usare i timbri dei marchigiani organi Farfisa).
Il resto, la gloria che l'ha consacrato sino a oggi, la fecero i tre minuti di Woodstock e una manciate di parole che il tribunale della storia sancì come vere e inoppugnabili:

E un due tre
ma si combatte per che?
Non chiederlo a me, m'importa una sega,
prossima fermata: Vietnam!
E cinque sei sette
spalancate le porte del cielo,
non c'è neanche il tempo di chiedersi che cazzo succede,
yu-uuuu! si muore!

sabato 8 dicembre 2012

Due nuove proposte - Dot Dash/Gustav Rye/Gustav Rye & S. Kinch

I veterani Dot Dash (Terry Banks, voce, chitarra; Bill Crandall, chitarra; Hunter Bennett, basso; Danny Ingram, batteria), da Washington D.C., provengono da gruppi di non poco conto (Jelie Ocean, The Saturday People, Youth Brigade, i bravi Swervedriver, St. Christopher); il loro secondo album, Winter garden light, propone un pop-rock d'intonazione melodica (sentire The past is another country e Shouting in the rain), memore delle esperienze passate
Gustav Rye, da Londra, è un compositore sperimentale e d'avanguardia da tenere d'occhio. Qui il suo Study 1, pagina della rivista CNCPTN ("Concept and design behind the work of selected young composers and artists") in cui potete trovare interessanti compilazioni, liberamente scaricabili. I riferimenti Facebook: per la rivista qui; per Gustav Rye qui.

domenica 17 giugno 2012

Pussy Galore - Dial M for Motherfucker (1989)/Corpse love (1992; recordings 1985-1986)


Preceduto da altre brutalizzazioni, Right now (1987), Sugarshit sharp (1988) e una serie di singoli tribali degli inizi (raccolti in Corpse love [1992]), Dial m for motherfucker è uno degli apici della distruzione armonica perseguita dal rock sul finire del decennio.
Usare la parola 'tribale' può ingenerare errori pesanti; l'aggettivo è solo un indicazione, anzi una suggestione, valida per suscitare comprensioni immediate in chi legge. Un trucco verbale per trasporre le sensazioni auditive in parola scritta, spesso ingannevole. In realtà il rock non è quasi mai musica immediata (e tantomeno popolare); spesso ricicla suoni popolari (che, a loro volta, spesso, son di seconda mano), ma, anche nel caso dei Pussy Galore*, li media attraverso operazioni intellettuali di assoluto rilievo. Il fatto che tali fenomeni apparentemente grezzi nascano nelle università è una conferma del carattere mediato del rock: d'altronde il leader dei Galore è John Spencer, semiologo e cineasta. Tra i loro solchi ritroviamo echi del Beefheart coevo, Rolling Stones (sentire One hour later con sguaiataggini alla Jagger**), il voodoobilly dei Cramps, i primi God Bullies, ma gli aborti teriomorfi partoriti dai Nostri sono progetti studiati a freddo e scientemente organizzati riutilizzando cascami della musica blues di almeno un paio di decenni. L'impasto fangoso delle chitarre, il canto derubricato a grugnito e strida, le accelerazioni periclitanti, le percussioni ossessive delineano un quadro devolutivo, ma non degenere, in cui il primitivo è frutto di riorganizzazioni e delibazioni intellettuali.
In tal modo il ritorno alle origini è percorso rinnegando non il fatto musicale sorgivo (sicuramente popolare), ma la sua evoluzione, sia essa positiva oppure compiaciuta e stereotipa: solo un accademico intelligente avrebbe potuto far tanto.
Non è casuale, peraltro, che da cotanto concime nasceranno le malapiante più disparate e bizzarre: Jon Spencer Blues Explosion (Jon Spencer), Chrome Cranks e Bewitched (Bob Bert), Boss Hog (Cristina Martinez), Royal Trux (Neil Hagerty), Velvet Monkeys (Julie Cafritz): una serie eccezionale.
Corpse love, edito nel 1992, raccoglie le prime sconcertanti flatulenze di questi finti naïf: titoli come Teen pussy power, Dead meat, Asshole, Die bitch, Shit rain dovrebbero mettere sull’avviso i deboli di spirito: siamo al nadir del buon gusto e del bel canto; l’esecuzione, però, opera di veri cavernicoli, è ancora peggio. Insomma: un capolavoro.

* John Spencer, voce, chitarra; Julie Cafritz, chitarra; Neil Hagerty, chitarra; Cristina Martinez, organo; Bob Bert, batteria; Kurt Wolf, chitarra.
** I Nostri hanno sulla coscienza anche una coverizzazione, letale e completa, di Exile on Main Street, edita su cassetta nel 1986.

martedì 29 maggio 2012

Fugazi - 13 songs (1989-1990)/Steady diet of nothing (1991)

I Fugazi (Ian McKey, voce, chitarra; Guy Picciotto, voce, chitarra; Joe Lally, basso; Brendan Canty, batteria) nacquero dalla comunanza artistica del grande McKey (già nei Minor Threat, crema dell'hardcore di Washington DC) e di due membri dei Rites of Spring (Lally e Picciotto); essi rappresentano, forse, uno dei migliori lasciti di quella stagione: di essa conservarono la teatralità vocale, ma se ne distinsero per la parte compositiva, sempre in bilico fra irruenza tradizionale, davvero rock 'n' roll, e destrutturazione proprio di quell'impeto sorgivo - destrutturazione attuata per mezzo di brevi riff, staccati, indugi, riprese brucianti e memorabili duetti voce-chitarra; una complessità così ben nascosta da dare l'impressione d'una serie di brani lineari (e dal fascino inspiegabile).
Basta ascoltare il capolavoro Waiting room da 13 songs (somma di due EP, l'omonimo del 1990 e Margin walker dell'anno precedente): il giro di basso iniziale, la grattugia delle chitarre, lo stop inopinato, la ripartenza, il tono recitativo di McKey, il controcanto di Picciotto, son tutti espedienti per poter liberare “Sitting outside town/Everybody’s always down”. Tutto in tre minuti scarsi; una partitura complessa e, al contempo, un incedere irresistibile. Laddove il punk-hardcore europeo ricerca il tono aspro, ma cantabile, politicizzato, ma cameratesco, quello americano, al di là delle differenze di talento interne, suona sicuramente più disperato, problematico e, osiamo dirlo, profondamente asociale nella sua ribellione politica. Nonostante alcune pulsioni comunitarie, tipiche dei movimenti spontanei, l'interezza del movimento hardcore presenta personaggi e piccoli gruppi isolati contro il Sistema e refrattari ad istanze socialiste genericamente intese; questa considerazione può mostrarsi ingenerosa verso alcune formazioni (e verso i Fugazi in particolare), ma è difficile negare che la rivolta americana presenti sempre individui borderline o singoli personaggi, e mai partiti o ideologie unificanti; aneliti comuni che il Sistema aborre e scoraggia attraverso compagne oblique (l'anticomunismo, il culto della bandiera, la paura del terrorismo). La Thatcher (e Reagan) sentenziarono che la società non esiste; Greenspan (memore di Hobbes) teorizzò uno sviluppo basato sul consumatore solo contro tutti, indaffarato per la sopravvivenza ed immemore della solidarietà; Ayn Rand auspicò esplicitamente (ne La fonte meravigliosa) una storia progressiva fondata esclusivamente dalle grandi personalità creative, impensabili in uno stato socialista (o democratico) che tutto livella al basso. Questa tendenza all'individualismo spiega la caducità delle correnti rivoluzionarie (peraltro falciate dagli assassinii politici), l'autodistruttività di gran parte della controcultura, l'irrilevanza dei movimenti sociali americani; dal punto di vista musicale anche un inno come If the kids are united  è, in media, impensabile. Negli USA anche il tifo è individuale (e debitamente interrotto dalla pubblicità). L’hanno spacciato per civiltà: che sia torpore indotto? 
Suggestion, Provisional, Give me the cure, Latin root, And the same, Margin walker, Exit only sono le altre meraviglie disseminate nei due lavori.

venerdì 16 marzo 2012

American punk-hardcore 1980-1986 vol. 7 (Connecticut-DC-Maryland-Massachussetts-New Jersey-Vermont) - 1^ parte/2^ parte



76% Uncertain - Critic (1985)
76% Uncertain - Another (1985)
Bad Attitude - Holy war (1985)
CIA - Commie control (1983)
CIA - Violence (1984)
CIA - Who cares (1983)
Fatal Vision - Bloodbath (1985)
Fatal Vision - Fatal Vision (1985)
Lost Generation - Mind control (1982)
Lost Generation - Silent strangers (1982)
Reflex from Pain - Chemicals (1983)
Reflex from Pain - Media control (1983)
Reflex from Pain - Urban decay (1983)
Seizure - Guns (1985)
Seizure - Slaughterhouse (1985)
Vatican Commandos - Hit squad for God (1983)
Vatican Commandos - Wonder bread (1985)
Violent Children - Violent Children (1983)
White Pigs - Dropout (1984)
White Pigs - Kill kop (1984)
White Pigs - Pigs theme (1984)
Youth Korps - Get a gun (1982)
Youth Korps - Hang on Belushi (1982)

MARYLAND

Bollocks (Baltimore) - All rock stars should be drafted (1982)
Bollocks (Baltimore) - War on drugs (1982)
Law 'n' Order (Baltimore) - Money (1982)

MASSACHUSSETS

All White Jury - Mind control (1983)
All White Jury - Phi Kappa wanker (1983)
Cancerous Growth - Be yourself (1985)
Cancerous Growth - No chance (1985)
Decadance (Boston) - Slam (1982)
Deep Wound - Deep Wound (1983)
Deep Wound - Don't need (1983)
Deep Wound - Lous anxiety song (1983)
DYS (Boston) - Circle storm (1983)
DYS (Boston) - More than fashion (1983)
DYS (Boston) - Wolfpack (1983)
Gang Green (Boston) - Have fun (1982)
Gang Green (Boston) - Kill a commie (1982)
Gang Green (Boston) - Lie lie (1982)
GG Allin (Boston) - Gimme some head (1982)
GG Allin (Boston) - Hard cock candy (1984)
Grinoids (Boston) - Angel (1982)
Grinoids (Boston) - Empty skull (1983)
Impact Unit (Boston) - Complaint (1984)
Impact Unit (Boston) - My friends-The pit (1984)
Jerry's Kids (Boston) - Machine gun (1983)
Jerry's Kids (Boston) - Straight jacket (1982)
Jerry's Kids (Boston) - Uncontrollable (1982)
Negative FX (Boston) - Government war plans (1982)
Negative FX (Boston) - Might makes right (1982)
Negative FX (Boston) - Negative FX (1982)
Outpatients - GPD (1984)
Outpatients - Land of the lost (1984)
Psycho (Boston) - Destruction (1984)
Psycho (Boston) - Love me (1986)
Siege - Cold war (1985)
Siege - Sad but true (1985)
Slapshot (Boston) - Straight in your face (1986)
SS Decontrol (Boston) - Boiling point (1982)
SS Decontrol (Boston) - Fight them (1982)
SS Decontrol (Boston) - Wasted youth (1982)
The Freeze (Boston) - Boston not LA (1982)
The Freeze (Boston) - Idiots at happy hour (1982)
The Freeze (Boston) - Sacrifice not suicide (1982)
The Fus (Boston) - The CETA sucker (1982)
The Fus (Boston) - Peer police (1982)
The Fus (Boston) - Time is money (1982)
The Proletariat (Boston) - Options (1982)
The Proletariat (Boston) - Religion is the opium of the masses (1982)

NEW JERSEY

Accelerators - Reaganomics fuck off (1984)
Adrenaline (OD) - Infiltrate the State (1985)
Adrenaline - Love song (1985)
Adrenaline - Paul's not home (1981)
Bedlam - Mongoofy (1985)
Bedlam - Knife in my back (1985)
Bodies in Panic - Bodies in Panic (1984)
Bodies in Panic - This ain't rock 'n' roll (1984)
Child Abuse - Live too fast (1983)
Child Abuse - Life to them (1983)
Children in Adult Jails - Houseoweenies (1985)
Chronic Desorder - Blood and honor (1983)
Chronic - Waiting (1985)
Chronic Sick - Dress code (1982)
Chronic Sick - There goes the neighborhood (1982)
Cyanamid - NJ is a mall (1985)
Detention - Start (1984)
Drunk Injuns (Santa Cruz) - Question authority (1983)
Fatal Rage - Die Lady Di (1983)
Fatal Rage - Struggle (1983)
Genocide - Bad name (1983)
Genocide - Peggy's got a problem (1983)
Hogan's Heroes - Corporate life (1985)
Hogan's Heroes - Drugs (1985)
Misfits - Ghouls night out (1980)
Misfits - Green hell (1983)
Misfits - Horror hotel (1980)
Mourning Noise - Underground zero (1982)
My 3 Sons - People who bleed (1985)
Pleased Youth - Nightmare reality (1985)
Pleased Youth – Obedience school (1985)
Psychos - Before (1985)
Rosemary's Babies - Blood lust (1982)
Rosemary's Babies - I'm gonna be sick (1982)
Sacred Denial - Sacred Denial (1985)
Sacred Denial - What religion (1985)
Sand in the Face - I wanna be dead (1983)
Stetz - MADD (1985)
Stetz - Top secret (1985)
Suburbicide - Fugitive (1982)
The Burnt - Midland Park police (1986)

VERMONT

The Wards – Pershing two (1984)
The Wards - Poison gas (1984)

WASHINGTON DC

Artificial Peace (DC) - Artificial Peace (1982)
Artificial Peace (DC) - Outside looking in (1982)
Bad Brains (NY-DC) - How low can a punk get (1982)
Bad Brains (NY-DC) - Pay to cum (1980)
Bad Brains (NY-DC) - Sailin' on (1982)
Beaver - Georgetown sucks (1981)
Beaver - Trendy (1981)
Black Market Baby - Potential suicide (1981)
Deadline - Stolen youth (1982)
Double O - Putting DC on the map (1983)
Double O - The end (1981)
Government Issue - Cowboy fashion (1981)
Government Issue - No rights (1983)
hate from Ignorance - Through posterity (1982)
Iron Cross - New breed (1982)
Iron Cross - Wargames (1982)
Malefice - Lost sheep (1983)
Malefice - Overboard (1983)
Marginal Man - Identity (1984)
Marginal Man - Marginal man (1984)
Media Disease - Life unfullfilled (1982)
Media Disease - Redneck asshole (1982)
Media Disease - Sit down (1982)
Minor Threat - Filler (1981)
Minor Threat - Stand up (1982)
No Trend - Mass sterilization (1983)
No Trend - Teen love (1983)
Nuclear Crayons - Nuclear Crayons (1982)
Red C - Assassins (1982)
Red C - Pressures on (1982)
Scream - Came without warning (1982)
Scream - U. suck A./We're fed up (1982)
Scream – Fight/American justice (1982)
SOA - Disease (1982)
SOA - Lost in space (1981)
Social Suicide - Beat them (1982)
Social Suicide - Born again (1982)
Teen Idles - I drink milk (1982)
Teen Idles - Teen Idles (1981)
The Faith - Face to face (1982)
The Faith - You're x'ed (1982)
The Untouchables - Nic fit (1982)
The Untouchables - The patrol (1982)
United Mutations - DC screws the world (1982)
United Mutations - Out of hand (1982)
Void - Black Jewish 'n' poor (1983)
Void - Who are you-Time to die (1982)
Youth Brigade - It's about time (1982)
Youth Brigade - Moral majority (1982)

giovedì 8 dicembre 2011

Skull Kontrol – Deviate beyond all means of capture (1999)/Zzzzzz (2000)


Gruppo di Washington D.C. formato dai cascami di tre esperienze musicali affini (Born Against, Delta 72 e Monorchid, già nati dalla dissoluzione dei Circus Lupus), gli Skull Kontrol* concretano la loro avventura in questi due mini album per un totale di poco più di mezzora di musica.
Cosa aspettarsi da un power trio di reduci hardcore? Nulla, per fortuna. Una sezione ritmica dura e pura, un notevole biascicatore punk e un grattugiatore di primo livello come Andy Coronado confezionano, come da copione, un prodotto con impennate melodiche (New rock critic), provocazioni vecchie come il cucco (Satan is Jesus to me), disastri elettrici assortiti (False ceilings e il carro armato di Long wave su tutti) e un potente contenuto politico leftist.
Zzzzzz
uscì postumo: questi vecchi gattoni pieni di cicatrici si sbandarono presto per coagularsi in nuove formazioni e progetti. In loro rivive, fuori tempo massimo, il furore originario del punk-hardcore dei primi anni Ottanta che il grunge (da Seattle, Washington State, non DC) stava cercando di replicare, con meno foga, più educazione e un discreto occhio per gli affari.
Il tentativo di restaurare una musica senza compromessi era destinata al fallimento: ne rimane questa testimonianza, isolata, ma di livello. 


* Chris Thompson (voce) e Andy Coronado (chitarra) dai Monorchid; Kim Thompson (basso) dai Delta 72; Brooks Headly (batteria) dai Born Against.

sabato 15 ottobre 2011

Lida Husik - Bozo (1991)/Your bag (1992)/The return of red Emma (1993)

Lida Husik, da Washington, appartiene, quasi inevitabilmente in Italia, a quella cerchia di artisti destinati alla clandestinità sonora (per l’impossibilità fisica di procurarsene gli album) e che, col tempo, vengono derubricati a flatus vocis, ovvero a figure di cui si parla o a cui si fa riferimento solo perché qualche benemerito, da lidi musicalmente propizî, ne ha parlato con reverenza nei decenni scorsi. Si verifica, quindi, quel curioso fenomeno, di cui parlava Gianfranco Contini, per cui storici valenti stilano ricchissime bibliografie su autori di cui non hanno letto nemmeno una riga. Gli album proposti (i primi tre, il vertice della sua creatività) cercano di colmare questo vuoto.
L
a Husik gravitava attorno a personaggi come Don Fleming (militò per breve tempo nei Velvet Monkeys) e Mark Kramer (duo che ritrovammo nei B.A.L.L.); grazie agli arrangiamenti minimali di quest’ultimo (anche alla chitarra) nell’esordio Bozo (capolavoro) essa presentò un pop psichedelico caratterizzato da liriche recitate laconicamente, rese ancor più straniate dall’uso dell’organo e da inserzioni vocali; la sua psichedelia apparentemente può richiamare quella di Azalia Snail, ma, ad esame più attento, se ne distingue per un pessimismo più marcato, per l’uso tradizionale di batteria e chitarra e per il tono che, alieno dalle gioiose sfasature di Snail, raggiunge la rarefazione psichedelica in virtù proprio di quella indefinibile languidezza vocale che permette atmosfere sospese come materia di sogno in Billboard, Mom, Hitchhiker e nella bellissima Diamond day nonché di formalizzare deliziosi quadretti come Halloween e Snow.
I
n Your bag i pezzi si allungano e vengono screziati dall’elettronica (nel brano eponimo e in The match from Mars), come si notava nel precedente Farmhouse. Notevole, inoltre, la varietà offerta: alle ballate Whirlybird e Ship going down ed ai toni danzerecci di Your bag (con inserzioni vocali e percussioni à la Laurie Anderson) si affiancano episodi più complessi: Toy surprise (le iniziali cadenze infantili presto si accendono in una linea chitarristica ripetitiva ed ipnotica), la bellissima Marcel (anche qui la ballata decade in un affascinante mantra materiato dal blocco sonoro della sei corde, da canti eterei, da tasselli vocali), The match from Mars (impasto di cadenze elettroniche e dance, registrazioni di rumori dal vero, recitativi …) donano spessore all’intera operazione.
I
n The return of red Emma, come lascia intuire il titolo, segna un ritorno alla forma canzone di Bozo. Husik reitera i suoi quadri declamati con toni quasi apatici, e vi ritrova la naturale semplicità degli inizi, appena venata dagli effetti di tastiere e fiati, grazie agli arrangiamenti davvero essenziali (sempre di Kramer). Suicide sedan, Earthquake blues (con ruttino finale), Pyramus and Thisbe, Match girl alcuni degli episodi più eclatanti.

La multi strumentista proseguirà la carriera alternando il registro di Your bag (nelle collaborazioni con Beaumont Hannant) a quello intimistico, a lei più congeniale: con maggior consapevolezza musicale e produzioni sempre di buon livello, ma forse definitivamente deprivate dell’aura delle prime tre prove.