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venerdì 26 settembre 2014

Oxbow - Fuckfest (1989)/Let me be a woman (1995)/A love that's last (2006) ovvero America, America, where's your dream?

Vagabondare nelle discografie internazionali può rendere spaesati, e regalare, al contempo, alcune certezze. Questa, ad esempio: nella mia più che trentennale esperienza d'ascoltatore, mai, mai, ho presentito con tangibile immediatezza una intensità di dolore e disperazione come nella musica rock americana.
Perché? Esiste una particolare attitudine di questo popolo verso la sofferenza e l'emarginazione? Quale leviatano dagli occhi ciechi agita le acque sudicie della loro coscienza nazionale?
Me lo chiedevo, en passant, piluccando alcuni scrittori americani consigliati da un'amica; più che scrittori, memorialisti dell'emarginazione. Fra i tanti: Jack Henry Abbott (Nel ventre della bestia), Jack Black (Non c'è scampo), Frederick Douglass (Memorie di uno schiavo fuggiasco), Frederick Exley (Appunti di un tifoso), Jim Tully (Beggars of life). E poi, a livello alto: Edward Bunker e Cormac McCarthy. Malcolm X, Goh-ya-tlay, John Steinbeck. La schiuma della società, un campionario umano di fuorilegge che piacerebbe di sicuro a Bartolo Federico di Dustyroad.
L'ascendenza del calvinismo e del puritanesimo bianco dei neo americani. Una visione intransigente che, negli spazi sterminati e vergini del nuovo mondo, poté dilagare in un Moloch spietato e inemendabile dal perdono.
Goh-ya-tlay
Dramatis personae: un Dio onnipotente e autosufficiente, che distilla la grazia dall'eternità; i crociati della fede, i prescelti, incaricati metafisicamente di fondare la terra promessa; e gli esclusi dal disegno divino: poveri, indiani, negri, eccentrici, vagabondi, eretici, prigionieri, ribelli.
A questi pensava John D. Rockefeller*, l'epitome dell'americano predestinato:
"Lo splendore e la fragranza della rosa American Beauty, che deliziano chi la possiede, si può ottenere solamente sacrificando i boccioli che le nascono intorno. Non è una tendenza malvagia del mercato, ma la semplice applicazione delle leggi naturali e divine".
Uno scelto mazzo di rose preziose e rare cresce a danno dei boccioli minori, quelli più deboli, sacrificabili dal Giardiniere Divino - coloro che, teologicamente, sono fuori della grazia di Dio.
Il Leviatano
Al volto ineffabile e onnipotente di Dio si sovrappone, quindi, la nazione stessa, l'America, e un individualismo economico libero da quelle pastoie morali dimenticate in Europa – il capitalismo purissimo: ed ecco la deità una e trina che ammicca dalle banconote da un dollaro, mattone basico della piramide sociale.
Negare una qualunque persona della nuova Trinità significa negare inevitabilmente le altre due. Per questo chi dice no o rivendica il pane è un sovversivo. Chi è povero merita di esserlo poiché fuori del disegno di Dio; oppure è un apostata del capitalismo, linfa della nazione; o un nemico della Patria. Quante volte abbiamo visto queste tre accuse rincorrersi e avvinghiarsi l'un l'altra, vomitate come un cespo di serpenti dalla bocca di politici, preti, nazionalisti, democratici o redneck?
Chi è fuori è fuori. Non esiste remissione a tali peccati.
Le regole del Gioco sono già dettate e inderogabili.
Appena nasci devi sederti e giocare. Al tavolo possono partecipare tutti, secondo la Legge.
Qualcuno ha poche fiches, alcuni ne hanno di più.
Ad alcuni arrivano le carte migliori, ad altri le scartine. Non si parte a pari merito, mai, nonostante le regole dicano il contrario; ma pochi conoscono le vere regole del Gioco, e quasi tutti i giocatori ignorano la reale natura del Gioco: è sempre stato così! Alcuni possono rilanciare, altri sono costretti a passare la mano, molti si alzano e rimangono nei dintorni: puliscono il tavolo dai cerchi umidi lasciati dai bicchieri, servono i salatini, pietiscono le mance e gli scarti dei pasti, vigilano come buttafuori, aspettano il colpo di fortuna insperato: che qualcun altro ceda il proprio posto al tavolo.
John D. Rockefeller:
la bellezza di una sola rosa
si nutre di migliaia d'altre
In realtà nessuno osa uscire dallo scannatoio. Non ci si ritira mai! Questo è impossibile. È il tacito principio che ognuno porta diluito nel sangue: non si esce dal Gioco**.
Per i temerari vige il dileggio e l'ostracismo civile; il fuoriuscito ideologico può essere ucciso senza temere pena. Egli è il nuovo Waldgänger, il reietto, esiliato nei deserti, nelle paludi, sulle montagne più impervie: qui troverà la morte o la trasfigurazione in eroe (come Beowulf, Karl Moor, Mikhail Kohlhaas).
Ecco perché le voci dell'hardcore e dell’alternative rock americano sono così aspre e definitive. Essi sono banditi; e per loro la scelta è fra morte e vendetta.
David Yow, Rob Tyner, Jello Biafra, Alan Dubin, Mike Hard, Eugene Robinson - centinaia d’altri - gridano l’angoscia di chi è costretto all'obbedienza cieca; o alla perdizione.


* * * * *

Le tre opere degli Oxbow*** (l’esordio, Fuckfest, una delle punte artistiche, Let me be a woman, e la raccolta, con inediti, A love that's last) costituiscono quasi la metà della loro scarna discografia. L’altra metà è su Tuningmaze 3.0.
Difficile trovarne una più feroce e irreprensibile.

* Esemplare perfetto. Discendente di calvinisti francesi; il padre fu un ciarlatano (un medicine man da fiera del West). Accumulò, a capo della Standard Oil, un patrimonio decuplo rispetto a quello di Bill Gates.
** A tale proposito sarebbe bello leggeste il racconto di Shirley Jackson, La lotteria.
*** Eugene S. Robinson, voce; Niko Wenner, chitarra, tastiere;  Dan Adams, basso; Greg Davis, batteria, percussioni.


sabato 5 aprile 2014

Dream Syndicate - The complete live at Raji's (2004)


Gli ultimi fuochi? Le ultime scariche di fucileria? Con i nuovi regolamenti in vigore dal 31 marzo la vedo male. Poiché è bene essere previdenti estendo da subito il mio testamento:

"Molto bello, è stato molto bello amici miei. Tutto iniziato quasi per scherzo (su suggerimento di Webbaticy, in verità), poi, lentamente, ho cominciato a prendere la cosa con sempre più leggerezza: nel mio vocabolario ciò significa che la prendevo molto seriamente. Ho assestato i colpi, cercando di rendermi complementare alle proposte degli altri blogger canaglioni e di ricercare musica insolita e nascosta (anzi: trascurata) nei grandi filoni del rock: punk inglese e hardcore americano, progressive italiano, NWW list, Julian Cope list, la prima psichedelia, zeuhl, musica tradizionale, gruppi britannici alternativi dei Settanta, avanguardia colta. Lo scopo era semplice e l'ho ribadito più volte: di un fenomeno sonoro occorre scandagliare TUTTI i volti e le facce: solo in tal modo è possibile superare le trite canonizzazioni delle storie rock che ci hanno tramandato e riscrivere (sì, riscrivere) le gerarchie di valore.
Altrimenti si fa come a scuola: l'Ottocento? Foscolo, Manzoni, Leopardi. Il Novecento? Ungaretti, Quasimodo, Montale. Zoff, Gentile, Cabrini ... no, non è così. Gioachino Belli si mangia a colazione Ugo, Alessandro e Giacomo e non lo dico da romano: basta leggerlo Gioachino ... 
Il mio scopo, insomma, era divulgare, grazie ai mezzi infiniti che la Rete (suo malgrado, verrebbe da dire) ci fornisce, l'intero spettro cromatico di una corrente, di un'epoca, di un settore sonoro.
Spero che, almeno in parte, sia riuscito nell'intento.
Spero, inoltre, di completare ciò che ho da dirvi.
Spero, infine, d'aver sovvertito alcune certezze: che qualcuno di voi smetta di collegare subliminalmente (ed esclusivamente) il punk inglese ai Sex Pistols e il progressive italiano alla PFM per gustare, senza pregiudizi, New Hearts e Albergo Intergalattico Spaziale.
In attesa dello svolgersi del futuro, quantomai precario, vi saluto

Vlad Tepes" 

Sui Dream Syndicate (nel 1989: Steve Wynn, voce, chitarra; Paul B. Cutler, voce, chitarra; Mark Walton, voce, basso; Dennis Duck, batteria; avevano già perso per strada Karl Precoda e Kendra Smith alla chitarra e al basso) c'è poco da dire: dal vivo o dal morto sono eccezionali. 

sabato 22 giugno 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant sounds vol. 5 (Collettivo Haim/Devil Doll/DsorDNE)



Collettivo Haim - Un fedele struggimento riposto (199?). Issued in a microscopic private edition of 65 copies (50 originally, than a re-issue of 15 more, of which this is one) back around the mid-90's and sounding remarkably close at times to the Two Daughters LP that Steve Stapleton released on United Dairies, this glutinous slurry of taffy stretched and multi-tracked turntablist manipulations finds Italian mystery unit Collettivo Haim folding smeary slowed down slabs of noxious 80's/90's pop fodder into one another to surprisingly far more winning effect than such a description might suggest.

Devil Doll - Sacrilegium (1992). Devil Doll is an experimental dark rock band formed in 1987 by Italian 'Mr. Doctor'. Originally, two lineups were formed, one in Ljubljana in former Yugoslavia (now Slovenia), and one in Venice, Italy. The band has gained a cult following, taking influences from gothic rock, classical and slavonic folk music, and fronted by the sprechgesang of Mr. Doctor himself.
The first work of Devil Doll was The Mark of the Beast, recorded in Tivoli Studios, Ljubljana in the last half of 1987. Among the sound technicians were Jurij Toni, who would work with the band for the next ten years. The Mark of the Beast was finished, and a single copy pressed, in February 1988. The cover to the album was painted by Mr. Doctor himself, who keeps the album in his home to this day. No other copies exist. A few passages from the album, however, are said to make "cameos" in future Devil Doll albums.
Later the same year, work on a second composition began. This work, entitled The Girl Who Was ... Death, was inspired by the 1967 British television series The Prisoner. 500 copies of the album were originally pressed, in the beginning of 1989, of which only 150 were released. These were distributed out amongst the audience of the second live performance of the composition (the first had occurred before the pressing of the album), each with a unique inlay created by Mr. Doctor. Some of these inlays were written in his own blood. The remaining 350 copies of the album were destroyed by Mr. Doctor once he returned home.
In 1989, Mr. Doctor began the work on three different compositions, The Black Holes of My Mind, Eliogabalus, inspired by Antonin Artauds work Heliogabalus : Or, The Crowned Anarchist, and Mr. Doctor Sings Hanns Eisler, an interpretation of four of German composer Hanns Eisler's works. "Mr. Doctor Sings Hanns Eisler" was never released, and the two former compositions were, due to budget limitations, cut down to fit on a single vinyl, named Eliogabalus. The shortened version of "The Black Holes of My Mind" was renamed "Mr. Doctor" for this release, while "Eliogabalus" retained its name. Eliogabalus was released in 1990, in three different pressings, one of 50 and two of 900 copies. One of the pressings of 900 was on CD.
In 1991, after the fall of the Soviet Union and the independence of Slovenia, the two lineups of Devil Doll were combined into one, and in December, the combined lineup entered Tivoli Studios to record Sacrilegium.
Sacrilegium was released in May 1992. It was released only on CD, but the Devil Doll fanclub released 900 numbered vinyl copies with inlays designed by Mr. Doctor and Adriana Marac.
In January the next year, a soundtrack to a movie by Mr. Doctor, The Sacrilege of Fatal Arms, was released. The 900 copies sold out in 72 hours. In March, drummer Roberto Dani left the band, and was replaced by Slovenian Roman Ratej.
In July 1993 Devil Doll entered Tivoli Studios for recording of The Day of Wrath - Dies Irae. During a mixing session, the studio caught fire. Both Jurij Toni and Mr. Doctor were able to escape, although Toni ended up hospitalised for several days. Mr. Doctor refused to rerecord the album, and rumours of a split-up began circulating. 20 copies of a book containing the sheet music for The Day of Wrath - Dies Irae, as well as a tape of the unmixed recording, was released, though.
At the end of 1994 Mr. Doctor finally agreed to rerecord Dies Irae. The recording started in January 1995 in Akademik Studios. Devil Doll was backed by the Slovenian Philharmonic Orchestra, of which band member Sasha Olenjuk was leader and first violinist. Later, Norina Radovan, a Croatian soprano, was recruited to sing a duet with Mr. Doctor on the album. The recording was released in February 1996, and is the only composition to consist of multiple tracks (Eliogabalus consists of two tracks, but these are two different compositions supposed to have been released on two different albums).
A last album, The Day of Wrath, soundtrack to the second of Mr. Doctor's movies, of the same name, was scheduled for release in 1997, but was never released.
While Devil Doll has never been officially disbanded, nothing has been released since Dies Irae. In 2004, a mailing action was started by a fan and the Fan Club to make Mr. Doctor and Devil Doll produce more material. The letters were printed in a book named 'A Thousand Letters to Mr. Doctor'. Mr. Doctor replied to the effort in 2005, and sent the fan, who started the mailing action, a gift of appreciation. This gift was Mr.Doctor´s personal copy (number 1) of Sacrilegium. Handmade and written in a leatherbox and as extra a handmade, signed artwork with the word ´Astonished´ on it.
Mr. DoctorMr. Doctor is the enigmatic and mysterious leader of and creative drive behind Devil Doll. He is extremely secretive about his identity, to protect his privacy. It is known that he is Italian, however, his family originates from Venice, and he supposedly lives in Venice. Since 1992, after being heavily censored in the introduction of a television showing of Sacrilegium, Mr. Doctor has refused to give interviews.
Mr. Doctor is an expert at Sprechgesang, a vocal technique somewhere in between singing and talking, and is often known as 'The Man with a Thousand Voices', due to his ability to change his voice to sound completely different.
A Review
(Courtesy of http://www.progarchives.com )
This record only contains one huge track: it lasts near 80 minutes!! I've never heard such progressive rock so far! It is one of the most disturbing, scariest album i've never heard! The music is funest, diabolic, insane, dement, dark, religious, theatrical, P-O-W-E-R-F-U-L, apocalyptic, and you must be a little crazy to really enjoy it! The recording and the compositions are PROFESSIONALLY made, well structured, absolutely not amateurish! The track gives me the feeling that a super genius serial killer makes a satanic cult and tries to attract some fragile victims by seduction, temptation and magnetism. Punctuated with some Hitlerian crowd ambiences & speeches, the disturbing church organ, the sad violins, the slow solemn piano, the haunting accordions and the poignant religious choirs are complementary to an omnipresent set of extremely deranged & disturbed male voices, obviously exaggerated. As if all this was not enough, an excellent metal rhythmic guitar gives the aggressive & rhythmic mood, when needed. AROUND 22:30, THE MEGA CROWD REACTION, BEFORE THE HITLERIAN SPEECH, WILL MAKE YOU FALL FROM YOUR COUCH, ESPECIALLY IF YOU LISTEN IT VERY LOUD: THAT'S ABSOLUTELY INCREDIBLE!
The composition is, I must admit, absolutely delightful, approaching the genius state, although it may seem for the listener lengthy, because of the numerous long pauses and the overall slow rhythm. Don't listen to it alone in the dark: IT IS A VERY DISTURBING ALBUM, an acquired taste! For maximum effect, turn up the volume!

DsorDNE - Grafio ricerca (1989). Excellent release from well-produced Italian artistsSnowdonnia tapes became briefly popular for one shining moment when they first released a split 7" with LegendaryPink dots on one of their rare Premonition volumes.. The7" was extremely limited and the b side was split with Dsordne.
This cassette was marketed as the ambient side of Dsordne..That is when compared to their full LP release and their othercassette Carceri all of which consisted of a more rhythmic nature.
Tracks
1) Cielo (In ascencione) - Superb spirits drifting type soundtrack reminiscient of some Goblin material
2) Terra Del Fuoco - Can't help but compare to Brian Eno... Another Green World material.......but way better
3) Acqua - Sampled Noise combined with ominous soundtrack Really top-notch dream material
4) La Voce 2 - Just a filler track really. Halloween nightmare stuff5) Il respiro - IF you like Ain Soph then you will love this track. Creepy and disturbing
6) Interno - still more Ain soph'ness
7) Stammheim - Possibly my fave experimental track of all time. This track is extremely frightening. This song has to defeat Coils "Hellraiser" themes for spooky effects..... and so well produced
8) La Forma - a taste of Dsordne rhythmic side ...

lunedì 20 maggio 2013

Tangle Edge - In search of a new dawn: the psychological perspective of Tangle Edge (1989)

Esiste una musica borghese (civile, secolare, narrativa) ed una non-borghese (extraurbana, evocativa, spirituale)? Forse sì. La psichedelia strumentale del terzetto norvegese Tangle Edge (Ronald Nygård, chitarra, tastiere, percussioni; Hasse Horrigmoe, basso, chitarra, tastiere; Rune Forselv, batteria), fedele a certe sonorità anni Settanta, e complicata da precise coloriture etniche, appartiene all'ultima, pur lasca, categoria. 
Tutti noi ci siamo esaltati nelle cadenze più lineari e rassicuranti (in quattro quarti: U2, Springsteen, Elton John; anche certo AOR, lo si ammetta), oppure in quelle più malate, feroci ed oblique (il numero è legione, dai Velvet ai Pussy Galore) sino ai mantra più esoterici. I primi accordi di Kanaan, degli Amon Düül II, arcani come un tempio Maya sepolto dalla vegetazione, sono un esempio chiarissimo di musica oltremondana, evocativa, anti-narrativa, spirituale, ciclica, allusiva.
Possiamo affermare, con buona dose di sicurezza e una scusabile tendenza alla grossolanità, che il miglior Springsteen (chiunque può aggiungervi il proprio boss) è un buon romanzo di solide virtù medie e tende al monolinguismo, mentre la psichedelia più radicale o il kraut o l'avanguardia rock dai Novanta in poi tende alla lirica interiore, all'epica religiosa, allo sciamanesimo, alla polisemia.
I Tangle Edge contribuiscono al campo anti-prosastico con uno dei lavori più rimarchevoli di fine anni Ottanta: vi si trovano incastonati, fra altre sfavillanti pietruzze, i quindici minuti di Solorgy, ennesima madeleine di un'epoca irrecuperabile di fuoco e nostalgia.  

mercoledì 17 ottobre 2012

Holger Czukay - Canaxis (1969)/[with David Sylvian] Plight & premonition (1988)/Flux & mutability (1989)/[with David Sylvian, Jon Hassell, Steve Jansen] Words with the shaman (1985)



Prima ancora dei mirabili Can, Holger Czukay, allievo di Stockhausen presso il centro studi di Darmstadt, era già grande. Egli sintetizzò, come il maestro, i due corni della musica d'avanguardia (musica concreta ed elettronica, fusa in elettroacustica) rivelandola ad un pubblico meno dotto; nel fondamentale Canaxis 5 (scritto con la collaborazione di Rolf Dammers), infatti, il versante concreto consiste nelle registrazioni di canti tradizionali (vietnamiti); tali elementi vengono poi distorti o giustapposti da flussi ed effetti elettronici. Il risultato fu il sorgere della world music, ovvero la ricreazione a nuova vita artistica (a livello mediato ed intellettuale) di un patrimonio musicale primevo ed incontaminato, in tal caso quello delle popolazioni del Sud-Est asiatico.
Canaxis in realtà arrivò subito dopo Telemusik di Karlheinz Stockhausen, registrato fra il Gennaio ed il Marzo 1966 per la Radiotelevisione giapponese, in cui venivano miscelati elementi etnici (cinesi, giapponesi, subsahariani ...) e modulazioni elettroniche. La derivazione, concettuale, è evidente, ma l'opera di Czukay, articolata in due suite, Boat-woman-song, 17'24 (preceduta da una citazione del duecentesco Adam de la Halle) e Canaxis, 20'11'', è superiore. Il materiale etnico viene sfarinato elettronicamente, ma ciò non costituisce un'umiliazione o una storpiatura, anzi: questi suoni ancestrali vengono arricchiti di nuovi toni arcani e rinascono, come detto, ad una superiore vita artistica.  
Canaxis è talmente potente da aver creato un proprio precursore, la composizione di Stockhausen. In realtà l'etnica e la world music (nel senso sopra accennato) nascono con Czukay.
Le collaborazioni alla pari con David Sylvian sono inevitabilmente inferiori, ma interessanti, specialmente l'eccellente Plight & premonition, composta da due suite (18'30'' e 16'22): nella prima, il capolavoro, ad un sommesso drone ronzante si avvinghiano, di volta in volta, accenni di flauto ed archi, effetti elettronici sino all'evocazione, per accumulo, di una smisurata e cangiante nebulosa sonora; la seconda, in cui è evidente l'intervento di Sylvian, si distende infinita e lineare come una prateria new-age.
Flux & mutability (16'57'' e 21'00''; interviene Jaki Liebezeit al flauto) è articolato secondo lo stesso schema e può dirsi una continuazione della seconda composizione di Plight con cui forma un corpo unico; entrambe le composizioni sono nobili e rilassate esplorazioni della mente, ma peccano di profondità; mancano i riverberi (anche politici) originati della sintesi fra popolare ed artificiale (o occidentale) e il fascino insondabile scaturito da quegli accostamenti.
L'EP Words with the shaman (contenuto nel più ampio Alchemy, dello stesso anno), registrato da David Sylvian subito dopo Brilliant trees, vede Czukay in veste di collaboratore (di minore importanza rispetto al percussionista Steve Jansen e al trombettista Jon Hassell); i quindici minuti, esornati dalle frippertronics, sono, però, un vero capolavoro, in special modo Ancient evening: una nenia antichissima, cantata durante un azzurro tramonto desertico e ritmata dalle percussioni moderne; autentica e toccante musica del mondo.

sabato 14 luglio 2012

Band of Susans - Hope against hope (1988)/Love agenda (1989)


La colonna dorsale dei Band of Susans*, da New York, è costituita dalla coppia Robert Poss e Susan Stenger (una delle tre Susan fondatrici), entrambi provenienti dal mondo dell'avanguardia minimalista (Phil Niblock, John Cage …); tale retroterra musicale (un lavoro solista di Poss del 2002 è titolato Distortion is truth), rende ragione del suono del gruppo, un tentativo di coniugare le cacofonie del noise-rock alla melodia. Su Hope against hope tale azzardo è già pienamente riuscito anche se possiamo valutare con agio i due corni dell'ispirazione: se in Elliot Abrams in hell si ha pura distorsione, in All the wrong reasons o Not even close lo spietato muro chitarristico è già in funzione della forma canzone, guidato dalla voce e dal basso, mentre in Learning to sin, nell'eponima Hope against hope o nella bellissima, conclusiva Where have all the flowers gone la triplice linea di chitarre viene sublimata in toni epici; ex pluribus unum: il supposto viluppo caotico di feedback, riff, strumming precipita in una galoppata trascinante ed eroica. Nel successivo Love agenda, l'anaconda chitarristica si snoda in tutte le composizioni ricacciando in secondo piano la voce; ancora una volta essi riescono a caratterizzare melodicamente i pezzi (Tourniquet, It's locked away, Hard light), ma, nelle fasi più aggressive, vanno a diluire quel tratto che li aggancia al pop nel rumore puro (The pursuit of happiness). Non che quest'ultimo rischio non sia consapevole: a parte la tradizione rumoristica di New York, leggendaria, Robert Poss viene giù, come detto, per li rami dell'avanguardia; collaborerà, nel dopo Susans, con Rhys Chatham e, a chiudere il cerchio, con Susan Stenger, dapprima nel gruppo sperimentale Brood, poi nei Gilbertpossstenger (progetto a tre con Bruce Gilbert dei Wire).

* In Hope against hope: Robert Poss, chitarra; Susan Tallman, chitarra; Susan Lyall, chitarra; Susan Stenger, basso; Ron Spitzer, batteria. In Love agenda: Robert Poss, chitarra; Karen Haglof, chitarra; Page Hamilton, chitarra; Susan Stenger, basso; Ron Spitzer, batteria.

mercoledì 4 luglio 2012

Laughing Hyenas - You can't pray a lie (1989)


Le iene che sghignazzano nacquero nel Michigan, ad Ann Arbor, ma il filo elettrico dei loro strumenti era innestato a Detroit, patria di Stooges e MC5.
John Brannon, voce (già nei Negative Approach), Larissa Strickland, chitarra (già nei L-Seven, da non confondere con L7), Kevin Strickland, basso e Jim Kimball, batteria, furono un coagulo di slabbrata irriverenza hardcore-blues: You can't pray a lie rimane il loro capolavoro, ma tra la discografia dei Nostri si pescano solo ostriche perlifere.
Larissa Strickland alza un muro elettrico continuo e senza cedimenti che fa da sfondo ai latrati di Brannon; Kimball e l'altro Strickland costituiscono la sezione ritmica (basso ossessivo e percussioni mercuriali) che asseconda degnamente questo andamento omicidiale. Le pulsioni millenariste del puritanesimo americano (proprio Brannon e Larissa, pare, abbiano genitori impegnati nella predicazione religiosa) a contatto con gli sviluppi ultimi del turbocapitalismo americano (Detroit città-industria) ci hanno donato queste grida disperate; la terra celeste, una delle tante nuove Gerusalemme della predicazione biblica, è ormai una metropoli inumana, meccanica e fatiscente, un Moloch invecchiato che esige, per la propria sopravvivenza, un sempre maggior numero di vittime. Non stupisce che i toni predicatorii dei Laughing Hyenas siano così esacerbati, al limite dell'incomunicabile; oltre ci sono i Cop Shoot Cop; all'orizzonte le apocalissi dei Throbbing Gristle. Solo negli Stati Uniti il fervore della fede, che informò davvero la vita e le ideologie dei bianchi americani, ormai davanti al disinganno epocale e alla fine del sogno, poteva degenerare così brutalmente: nel fanatismo bigotto oppure, come per gli Hyenas, nel nichilismo.
Una nota a margine: Level seven o Level 7 o L7 è anche un romanzo fantastico di Mordecai Roshwald in cui si ipotizza la lenta agonia della popolazione americana durante e dopo un conflitto nucleare: rifugiati a strati nel sottosuolo (il livello 7 è il più profondo, quello dei privilegiati), gli ultimi superstiti moriranno inesorabilmente senza aver più visto il sole, avvelenati dai miasmi radioattivi.
America, America, where is your dream, now?

domenica 17 giugno 2012

Pussy Galore - Dial M for Motherfucker (1989)/Corpse love (1992; recordings 1985-1986)


Preceduto da altre brutalizzazioni, Right now (1987), Sugarshit sharp (1988) e una serie di singoli tribali degli inizi (raccolti in Corpse love [1992]), Dial m for motherfucker è uno degli apici della distruzione armonica perseguita dal rock sul finire del decennio.
Usare la parola 'tribale' può ingenerare errori pesanti; l'aggettivo è solo un indicazione, anzi una suggestione, valida per suscitare comprensioni immediate in chi legge. Un trucco verbale per trasporre le sensazioni auditive in parola scritta, spesso ingannevole. In realtà il rock non è quasi mai musica immediata (e tantomeno popolare); spesso ricicla suoni popolari (che, a loro volta, spesso, son di seconda mano), ma, anche nel caso dei Pussy Galore*, li media attraverso operazioni intellettuali di assoluto rilievo. Il fatto che tali fenomeni apparentemente grezzi nascano nelle università è una conferma del carattere mediato del rock: d'altronde il leader dei Galore è John Spencer, semiologo e cineasta. Tra i loro solchi ritroviamo echi del Beefheart coevo, Rolling Stones (sentire One hour later con sguaiataggini alla Jagger**), il voodoobilly dei Cramps, i primi God Bullies, ma gli aborti teriomorfi partoriti dai Nostri sono progetti studiati a freddo e scientemente organizzati riutilizzando cascami della musica blues di almeno un paio di decenni. L'impasto fangoso delle chitarre, il canto derubricato a grugnito e strida, le accelerazioni periclitanti, le percussioni ossessive delineano un quadro devolutivo, ma non degenere, in cui il primitivo è frutto di riorganizzazioni e delibazioni intellettuali.
In tal modo il ritorno alle origini è percorso rinnegando non il fatto musicale sorgivo (sicuramente popolare), ma la sua evoluzione, sia essa positiva oppure compiaciuta e stereotipa: solo un accademico intelligente avrebbe potuto far tanto.
Non è casuale, peraltro, che da cotanto concime nasceranno le malapiante più disparate e bizzarre: Jon Spencer Blues Explosion (Jon Spencer), Chrome Cranks e Bewitched (Bob Bert), Boss Hog (Cristina Martinez), Royal Trux (Neil Hagerty), Velvet Monkeys (Julie Cafritz): una serie eccezionale.
Corpse love, edito nel 1992, raccoglie le prime sconcertanti flatulenze di questi finti naïf: titoli come Teen pussy power, Dead meat, Asshole, Die bitch, Shit rain dovrebbero mettere sull’avviso i deboli di spirito: siamo al nadir del buon gusto e del bel canto; l’esecuzione, però, opera di veri cavernicoli, è ancora peggio. Insomma: un capolavoro.

* John Spencer, voce, chitarra; Julie Cafritz, chitarra; Neil Hagerty, chitarra; Cristina Martinez, organo; Bob Bert, batteria; Kurt Wolf, chitarra.
** I Nostri hanno sulla coscienza anche una coverizzazione, letale e completa, di Exile on Main Street, edita su cassetta nel 1986.

martedì 29 maggio 2012

Fugazi - 13 songs (1989-1990)/Steady diet of nothing (1991)

I Fugazi (Ian McKey, voce, chitarra; Guy Picciotto, voce, chitarra; Joe Lally, basso; Brendan Canty, batteria) nacquero dalla comunanza artistica del grande McKey (già nei Minor Threat, crema dell'hardcore di Washington DC) e di due membri dei Rites of Spring (Lally e Picciotto); essi rappresentano, forse, uno dei migliori lasciti di quella stagione: di essa conservarono la teatralità vocale, ma se ne distinsero per la parte compositiva, sempre in bilico fra irruenza tradizionale, davvero rock 'n' roll, e destrutturazione proprio di quell'impeto sorgivo - destrutturazione attuata per mezzo di brevi riff, staccati, indugi, riprese brucianti e memorabili duetti voce-chitarra; una complessità così ben nascosta da dare l'impressione d'una serie di brani lineari (e dal fascino inspiegabile).
Basta ascoltare il capolavoro Waiting room da 13 songs (somma di due EP, l'omonimo del 1990 e Margin walker dell'anno precedente): il giro di basso iniziale, la grattugia delle chitarre, lo stop inopinato, la ripartenza, il tono recitativo di McKey, il controcanto di Picciotto, son tutti espedienti per poter liberare “Sitting outside town/Everybody’s always down”. Tutto in tre minuti scarsi; una partitura complessa e, al contempo, un incedere irresistibile. Laddove il punk-hardcore europeo ricerca il tono aspro, ma cantabile, politicizzato, ma cameratesco, quello americano, al di là delle differenze di talento interne, suona sicuramente più disperato, problematico e, osiamo dirlo, profondamente asociale nella sua ribellione politica. Nonostante alcune pulsioni comunitarie, tipiche dei movimenti spontanei, l'interezza del movimento hardcore presenta personaggi e piccoli gruppi isolati contro il Sistema e refrattari ad istanze socialiste genericamente intese; questa considerazione può mostrarsi ingenerosa verso alcune formazioni (e verso i Fugazi in particolare), ma è difficile negare che la rivolta americana presenti sempre individui borderline o singoli personaggi, e mai partiti o ideologie unificanti; aneliti comuni che il Sistema aborre e scoraggia attraverso compagne oblique (l'anticomunismo, il culto della bandiera, la paura del terrorismo). La Thatcher (e Reagan) sentenziarono che la società non esiste; Greenspan (memore di Hobbes) teorizzò uno sviluppo basato sul consumatore solo contro tutti, indaffarato per la sopravvivenza ed immemore della solidarietà; Ayn Rand auspicò esplicitamente (ne La fonte meravigliosa) una storia progressiva fondata esclusivamente dalle grandi personalità creative, impensabili in uno stato socialista (o democratico) che tutto livella al basso. Questa tendenza all'individualismo spiega la caducità delle correnti rivoluzionarie (peraltro falciate dagli assassinii politici), l'autodistruttività di gran parte della controcultura, l'irrilevanza dei movimenti sociali americani; dal punto di vista musicale anche un inno come If the kids are united  è, in media, impensabile. Negli USA anche il tifo è individuale (e debitamente interrotto dalla pubblicità). L’hanno spacciato per civiltà: che sia torpore indotto? 
Suggestion, Provisional, Give me the cure, Latin root, And the same, Margin walker, Exit only sono le altre meraviglie disseminate nei due lavori.

lunedì 21 maggio 2012

Bitch Magnet - Star booty (1988)/Umber (1989)/Ben Hur (1990)

Nati nell'Ohio, presso l'Oberlin College, i Bitch Magnet (il trio Sooyoung Park, voce, basso; Jon Fine, chitarra; Orestes Delatorre, batteria, poi sostituito da Pete Pollack; oltre a David Galt e David Grubbs alla chitarra) sono alla confluenza tra declino definitivo del rock dei Settanta (sancito dall'hardcore) e sonorità del decennio insorgente.
Dopo l'antipasto lavico di Star booty, i Magnet trovano subito la loro via; Umber possiede l'energia elementale del rock sorgivo, nonché la propensione d'esso allo svolgimento classico della canzone (con evidenti tracce di melodia); tale nucleo, tuttavia, deborda meravigliosamente verso certe istanze dei primi anni Novanta, verso le sessioni infuocate dei Polvo, ad esempio (tra gli altri; qualcuno cita Don Caballero, altri Big Black, altri addirittura Sonic Youth, per quel che vale).
In realtà i Magnet operano una trasmutazione dell'hard rock classico: ne accettano alcune cadenze, ma le scarnificano formalmente; il risultato è una derubricazione di quella carica purissima (ed ingenua) e dell'importanza della parte vocale e della retorica eroica del frontman, a tutto favore di una sorta di un compatto e costruttivo hard rock che non si consegna, però, all'algida stilizzazione, ma vive, anzi, di momenti incandescenti (Goat legged country rock) e ben definiti (Joyless street o Motor e Big pining, due singoli trascinanti e canonici).
Il successivo Ben Hur conferma le doti di Umber; la materia si arroventa ancor più (i nove minuti del capolavoro Dragoon, sorta di progressive hard per power trio), le parti vocali, coerentemente, si riducono alla marginalità. Una festa di sciabolate chitarristiche, acrobazie torride, indurimenti quasi metal, fughe improvvise: un disco eccezionale, all'altezza del predecessore.
Per i Bitch Magnet non è sprecato l'aggettivo seminale: Grubbs fonderà Gastr del Sol e Bastro; Sooyoung Park i Seam. 

domenica 8 aprile 2012

Swans – Discografia completa 2/3: Holy money (1986)/Children of God (1987)/The burning world (1989)/White light from the mouth of infinity (1991)


L'ingresso di Jane Jarboe, come abbiamo visto, aveva contribuito a trasmutare l'algido nichilismo postmoderno degli Swans in una visione sempre disperata, ma dagli accenti rituali e gotici; e tuttavia il sostrato di Holy money, ad onta di tale cambiamento, rimane, come nel precedente Greed, una sconsolata visione dell'umanità, assolutamente infernale. Nonostante i delicati inteventi della Jarboe (You need me), è il registro profetico di Michael Gira, scandito da percussioni liturgiche, a declamare la desolazione e la fine dei tempi. Follia, claustrofobia, morte in vita, sono lo sfondo da cui germinano queste processioni sonore antimelodiche e nichiliste (A hanging, Another you, Coward).
La svolta, preannunciata in Greed trova, quindi, piena espressione solo in Children of God*: se l'iniziale New mind è una nuova preghiera declamata tra i miasmi degli incensi, la seconda traccia, In my garden, sussurrata dalla sua compagna, è una dolce nenia che assurge a vero contraltare del primo pezzo. Il registro dell'opera si struttura così tra questi due poli che s'alternano sottolineandosi vicendevolmente con maggior forza che se fossero isolati: tale dialettica si rende metafora anche d'un flusso di coscienza disperato e stoico; la via di fuga preclusa dal tono plumbeo di Gira si stempera in soprassalti di speranza, pur vana, di cui il canto di Jarboe, in prima o seconda battuta, è portatrice; A Blood and honey risponde Like a drug, a Blackmail e alla bellissima Children of God la caratteristica Sex, God, sex; altrove le carte sono rimescolate: è il caso di Our love lies,  You're not real girl e Real love in cui Gira, svestiti i panni del millenarista, si abbandona ad una languidezza da ballata notturna.
La metamorfosi trova nuova linfa nel successivo The burning world, dove al nucleo storico, (pur privo della vecchia sezione ritmica), s'aggiungono strumentisti di vaglia**: il suono è più accessibile, richiama e presagisce Dead Can Dance o Eden; la tenebra è ormai decantata a favore di un folk disteso e purgatoriale, con screziature medioevali ed orientali. La redenzione (Saved), tuttavia, non cede di fronte alle lusinghe del mainstream più sfacciato; ed i bersagli son sempre quelli, la disfatta  d'ogni residuo morale ed umano. White light from the mouth of infinity prosegue con ancor più convinzione su questa via; il monolinguismo delle origini, le visioni da De contemptu mundi, vengono sublimate in ballate in cui  l'iniziato Gira, sopravvissuto ai riti purificatori, declina la nuova sapienza con toni elegiaci e dolorosi (Failure, Why are we alive), ma aperti, proprio in virtù di tale nuova consapevolezza, alla chiarità dell'esistenza (Song for the sun, We will survive).
White light, opera interamente di Gira, suggella una netta trasformazione musicale, e sottintende un parallelo cammino spirituale, sinceramente sofferto.

* Michael Gira (chitarra, tastiere); Norman Westberg (chitarra); Jane Jarboe (tastiere); Algis Kizys (basso); Theodore Parsons (batteria).
** Nicky Skopelitis (chitarra); Garo Yellin (violoncello); Bill Laswell (basso); Ravi Shankar (sitar). In seguito s'aggiungeranno Anton Fier (batteria), Jenny Wade (basso) e Vincent Signorelli (batteria).


venerdì 27 gennaio 2012

Ozric Tentacles - Pungent effulgent (1989)/Erpland (1990)/Strangeitude (1991)


Ozric Tentacles è un ensemble raggruppato attorno al chitarrista inglese Ed Wynne e rappresenta una delle più travolgenti riedizioni dello space-rock dai tempi delle sbornie strumentali degli anni Settanta.
Il loro debutto ufficiale su vinile, Pungent effulgent, irruppe nelle radio romane alla fine degli anni Ottanta; il primo estratto, Dissolution, fece subito sensazione: un lento innesco strumentale, operato da chitarre e percussioni, culminava nella deflagrazione spaziale che liberava l'eccezionale assolo di Wynne e le folate interstellari di voce e tastiere. Questo andamento, ritmato ed eccitante, informa tutto il disco vieppiù arricchito, oltre che da toni dub (The domes of G'Bal, Ayurvedic), da influenze world (Phalarn dawn; Shaping the pelm; la stessa Ayurvedic, ispirata, evidentemente, alle raccolte religiose indiane del Yajurveda, Veda delle preghiere e delle formule); il risultato è, perciò, variegato, ma assolutamente compatto nel tono, grazie proprio a quel sostrato evidenziato nel primo pezzo, una sintesi fra Gong e kosmische krautrock aggiornata ai ritmi ballabili insorgenti a cavallo delle due decadi.
Il successivo Erpland non aggiunge nulla al fascinoso equilibrio del primo album: il folclore indiano, sudamericano (Toltec spring) e addirittura mediorientale (Mysticum arabicola) viene impastato e rielaborato da una strepitosa sezione ritmica, con accenti dub e capace di potenti accelerazioni; dal liquido sottofondo space di sintetizzatori e campionatori, ricco, come detto, di echi etnici e financo tribali; dai meravigliosi intarsi chitarristici di Wynne. L'operazione è simile a quella dei coevi Black Sun Ensemble, ma i tentacolari riescono ad assemblare gli spunti diversissimi evitando, non solo, la giustapposizione meccanica, ma, anzi, riuscendo nella creazione di un suono peculiare e riconoscibile.
In Strangeitude i Nostri rischiano la maniera, ma il sincretismo sonoro (affiorano con più consistenza allusioni arabeggianti, come in Saucers) rimane coinvolgente e mai stucchevole grazie a mirabili cambi di tempo, dettati da un Pepler sempre più essenziale, e alla consueta dialettica tra il bisturi chitarristico di Wynne e l'alveo acquatico in cui fermentano i vari stili, guidati dalle tastiere (paradigmatica, in questo ultimo senso, la borbogliante Sploosh!). Più evidente un certo filtro elettronico.
Jurassic Shift, registrato due anni dopo, donerà agli Ozric fama mainstream e vendite meritatissime; i successivi dischi, orbati dalle defezioni decisive di Pepler e Hinton, suoneranno, purtroppo, derivativi sia rispetto alla tradizione seventies così nobilmente rinverdita che alla loro stessa iniziale produzione.


* Il cerchio magico comprende John Egan (flauto); Nick Van Gelder (batteria); Tom Brooks (tastiere); Roly Wynne (basso), Paul Hankin (percussioni); Joie Hinton (tastiere); Merv Pepler (batteria).

 

venerdì 20 gennaio 2012

God Bullies - Discografia 1989-1995 (Mama mama womb-Plastic eye miracle-Dog show)/(War on everybody-Kill the king-Join Satan's army-Millennium)

Da Kalamazoo, Michigan, i God Bullies* misero a ferro e fuoco il Midwest per circa un lustro e cinque album prima di venire probabilmente inghiottiti da un crepaccio infernale.
Essi organizzarono una serie di sarabande elettriche contrassegnate dall'interpretazione di Hard (più che un cantante un candidato alla camicia di forza) materiata da urla trattenute, gemiti distorti, singulti recitativi; dal lavoro di Livingstone, ricco di riff pesanti e ripetitivi; da inserzioni sonore spurie (dialoghi ripresi dalla televisione, comizi, finti annunci ...). Il risultato è una bolgia sferragliante, con echi di Cramps e Sisters of Mercy, densa di episodi sonori degni di una camera imbottita, spesso ispirati dal grand-guignol cinematografico, e tuttavia sempre melodicamente riconoscibili e dotati di una propria interna ironia (raggelante). Nel capolavoro Mama womb womb non ci sono cadute, da Act of desire a Creepy people, da All I want is my mamma a Shit (in cui un Hard assolutamente antipetrarchesco piagnucola: “you're ugly and I love you oh shit”) sino a Follow the leader (allude a Jim Jones, il predicatore che si suicidò nella Guyana assieme a 911 adepti).
I successivi Plastic eye miracle e Dog show (1990) non allentano la tensione, anzi. Nello stesso anno viene inoltre pubblicato il doppio 7'' Join Satan's army che vale davvero come manifesto. I God Bullies aggiungono code di rospo e denti di lupo al loro fumante calderone: It's over, She's wild, Let's go to hell, Do it again, I am invisible sono eccezionali rock 'n' roll (con tocchi hard) depravati ed eccitanti in cui il tono franto e scheggiato del primo album è abbandonato a favore di una sepolcrale compattezza che si abbandona persino alla ballata (Abigail). Il livello è sempre alto. Il successivo War on everybody non molla la presa: la sezione ritmica è più pesante e marziale (Automaker), Hard ripristina l'interpretazione vecchia maniera, minacciosa e filtrata (Book report time), e si ritrovano le incastonature di materiale sonoro diverso (Senojmot), tanto più inquietanti poiché immesse in un contesto in cui la scorza più facile e gigioneggiante sottintende un tono da tragedia universale irrimediabile (vedi anche il dialogo Pretty on the inside, nell'ultimo, imperdibile, Kill the king, sottolineato da distorsioni chitarristiche e litanie alla Goblin).
Come spesso accade in terra americana anche i God Bullies, dietro una figura truce e più facilmente riconoscibile nella sua sovversività, rivelano in filigrana un disagio profondo, sociale e metafisico, che è la fonte prima e reale delle loro devastazioni sonore.

* Mike Hard (voce); David Livingstone (chitarra, tastiere); Mike Corso (basso); Adam Berg (batteria), questi ultimi due sostituiti rispettivamente da Eric Polcyn e Toni Oliveri dal terzo album in poi.

giovedì 12 gennaio 2012

Fetchin Bones - Discografia 1985-1989


Originari della North Carolina i Fetchin’ Bones miscelano con felicità vari generi, dal folk country al rock garage. Tale virtù ne decretò il passaggio folgorante, ma inavvertito, nella seconda metà degli anni Ottanta e, anche oggi, epoca di improbabili ripescaggi, continuano a circolare pochissimo, almeno in Europa.
Probabilmente tale disattenzione risiede nella mancanza di vere hits; il gruppo è incapace di coagulare il suono trascinante e concitato in alcuni pezzi facilmente individuabili, gli unici che l’industria dominante (e quindi, spiace dirlo, il pubblico) possa sanzionare con la piena riconoscibilità (e i pieni riconoscimenti in termini pubblicitari e di venduto).
E’ un peccato perché questo loro primo album abbonda di canzoni memorabili: le chitarre di Gary White e Aaron Plotkin s’accendono nervose (Briefcase, Kitchen of life) o indulgono alla ballata (Spinning o la bellissima Too much con inserti preziosi della violinista Danna Pentes) sempre assecondati dalle grandi interpretazioni di Hope Nicholls, nevrotiche e scatenate, eppure sempre in controllo; la sua voce ricorda (ascoltare A fable) indubbiamente la migliore Patti Smith, ma sono sicuro che la grande vecchia, onusta di gloria, non vorrebbe mai che la terribile Nicholls aprisse le sue esibizioni: qualcuno potrebbe fare confronti.
In ultima analisi Cabin flounder, assieme ai due successivi Bad pumpkin e Galaxy 500, ci appare simile a certi romanzi di cui abbiamo scorso con piacere alcune pagine, ma che solo retrospettivamente, si lasciano cogliere nella loro interezza ed eccellenza. Il livello dell'esordio, peraltro, rimane intatto ad onta delle dolorose defezioni, in special modo del chitarrista Gary White.
Il loro ultimo episodio conferma una lenta trasmutazione in un sentire meno immediato e spontaneo e più 'urbano'; anzi, proprio in Monster la purezza irsuta dei primi lavori si derubrica ad un compatto incedere quasi hard rock in vista, forse, di insinuarsi nel montante fenomeno grunge. Si tratta di pecche minori, tuttavia, che non scalfiscono l'assoluta freschezza della loro produzione.


sabato 12 novembre 2011

Fushitsusha - Live I (1989)/Live 1991


Anche Keiji Haino, qui nell’ulteriore mascheramento Fushitsusha (1989-2001), appartiene, in virtù della discografia oceanica e farraginosa, a quella parte del rock ove “sunt leones”. Infatti, occorre ammetterlo, certe sue opere rimangono sconosciute o scarsamente fruibili a causa delle difficoltà di reperimento, dell’ostacolo linguistico, di una ricercata aura di mistero, della sciatteria delle registrazioni. Quest’ultimo elemento pare comune ai giapponesi: questi, evidentemente, padroni e colonizzatori hi-tech, provano un brivido di disgusto ad applicare la razionalità e la pulizia del suono alle loro proprie creazioni. Les Rallizes Denudes e J.A.Caesar o Seazer, per citare alcune delle terrae incognitae in cui è bene avventurarsi prima di tirare le cuoia, necessitano urgentemente di filologie accurate che il pur effervescente Japrocksampler di Julian Cope* è riuscito a costruire solo superficialmente (il merito principale di Cope risiede, piuttosto, nell’aver additato queste plaghe sonore, tuttora largamente inesplorate).
Il chitarrismo di Haino, ispirato dalla musica free-form di Takayanagi Masayuki, spazia dalla sperimentazione radicale alle formalizzazioni rock nell’alveo della tradizione più consolidata e meno urtante (dagli esordi nei primissimi Settanta coi Lost Aaraff ai progetti Vajra e Nijiumu, dalle improvvisazioni elettriche ed acustiche ai tentativi per organo, dalle più varie collaborazioni – con membri di Ruins e Merzbow; con Brotzman e Loren Mazzacane, tra gli altri - alle sfiancanti ed interminabili jam che sembrano prosciugare l’intero spettro sonoro dell’universo).
I due Live a cavallo del 1990 non danno adito a dubbi: sono due capolavori. Live I (con Maki Miura, chitarra; Yasushi Ozawa, basso; Jun Kosugi, batteria) si compone di otto brani dalla durata media di dieci minuti (esclusa la gloriosa mezzora dell’ultimo), in cui Haino sciorina tutta la sapienza multicolore della propria sei corde: dai blues sferraglianti (1), alle jam dall’andamento minaccioso e distorto (le eccezionali 2 e 4, con interpretazioni vocali disperate seppur mai fuori registro; ed un affilatissimo assolo, in 2, che si staglia sopra il tappeto sonoro approntato da Miura), dalle rarefatte sospensioni psichedeliche (3 e, in parte, 7) sino alla ballata accorata (5). Chiude la variegata 8, “intro per flussi chitarristici alla Sonic Youth; hard-rock spastico su tempi dispari; stasi di rintocchi minimali spezzate da improvvisi (seppur moderati) stacchi ritmici; finale leggiadro su un vocalizzo espanso di circa trenta secondi”**).
Fushitsusha
, nuovo live del 1991, si conferma a livelli altissimi, a mio avviso persino superiori a Live I; certamente l’atmosfera è più inquietante, quasi apocalittica: tredici composizioni per quasi due ore e mezzo con l’ensemble ridotto a tre elementi (Ozawa e Kosugi alla ritmica). Ogni traccia meriterebbe un commento a parte. Haino si inoltra deciso in territori allucinati e post-industriali: 1 è una tirata con chitarra a mo’ di sega circolare, in 2 un riff metalmeccanico domina per circa quattro minuti, poi evolve in un incredibile assolo che potrebbe trapanare da parte a parte l’intero Fujiyama.  In 3 Haino, tra feedback e distorsioni, rantola e grida come una menade giapponese; ogni breve ristagno prepara a disastri elettrici sempre più radicali. Con 4 si rifiata, ma con 5 assistiamo all’ennesima colata di magma incandescente che sbigottirebbe anche Hendrix. 6 è sonata da sabba nero; in 7 l’assolo rotola sferragliante e tintinnante per sedici minuti: la chitarra di Haino, novello medium, pare conficcata nella terra infera da cui trae risonanze ultraterrene; non c’è requie: 8 è un groviglio inestricabile di feedback, serpenti elettrici di una Gorgone ipnotica che debordano anche in 9 dove, finalmente, la sezione ritmica si ritaglia uno spazio apprezzabile. Il fiume monocromo di 10 sfocia nel limaccioso delta di 11, appena stranito dagli spasmi vocali del Nostro; con 12 la quiete paludosa viene di nuovo scossa da anaconde infernali che Haino richiama come un Mefistofele del teatro Nō; la finale 13 ci illude con l’apparente resa ad un classico hard rock, ma ben presto la chitarra-bisturi di Haino affonda impietosa nelle tenere carni del déjà entendu con un assolo più che degno di Star spangled banner.
È mirabile che un artista, proveniente da una cultura dell’Estremo Oriente, con mezzi elementari (un power trio) e la semplice incuranza di generi e formalizzazioni pregresse possa generare improvvisazioni di tale folgorante intensità. E donarci esperienze sonore ardue, ma inaudite.

* Il suo inglese immaginifico, peraltro, aiuta poco la causa.
** Così Federico Romagnoli di Onda Rock, cfr. http://www.ondarock.it/pietremiliari/live.html.