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sabato 9 gennaio 2016

Italian post industrial vol. 2 - Sigillum S - Boudoir philosophy (1988) ovvero: come sono contento se MTV chiude

Ogni tanto una buona notizia: pare che stia chiudendo MTV.
Lo ripeto piano, a voce bassa, sussurrata: pare che stia chiudendo MTV.
Finalmente una delle fonti sorgive della perversione e del cretinismo giovanili, del disinteresse politico e della catatonia pubblicitaria si sta essiccando; e con essa vien meno uno dei motori propulsivi del politicamente corretto, una sorta di lavaggio cerebrale di massa con cui il potere occidentale, in un sol colpo, sgrava le nostre coscienze consumiste, censura le menti libere e copre i suoi assassinii.
Avete capito?
Lo ripeto: sgrava le nostre coscienze consumiste, censura le menti libere e copre i suoi assassinii.
Vi ricordate il Live Aid, We are the world et similia?
Quando Bono Vox, Ray Charles e Springsteen berciavano We are the world, il potere sgravava le nostre cosceinze del fardello della colpa (come siamo buoni!), censurava la libertà (chi non è d'accordo con noi è razzista, fascista, omofobo, nazista et cetera; e quindi taccia) e copriva i suoi assassinii (chi ha distrutto il Nord Africa mediterraneo? Libia, Egitto, e poi il Sudan, la Somalia? ... mentre Bono Vox manfrineggiava?).
Per questo sono felice (ma lo dico piano) che MTV spenga i suoi riflettori, che sono le luci del Barnum del potere; spero, altrettanto, che tutti quelli che si son prestati a questo ciarpame di propaganda, criminoso, facciano una brutta fine, comprese le miriadi di cantantucoli, imbecilli e zoccoloni che ci hanno propinato in questi anni, a scapito di chi l'arte la ama e sa apprezzarla.
Spero, altrettanto vivamente, che i licenziati da MTV se la passino male, molto male (perché lo dico? perché mi sono incattivito. E allora?).
All'eventuale chiusura (lo ripeto piano, pianissimo ...) voglio brindare sbronzandomi musicalmente coi Sigillum S, misconosciuta accolita di necrofili italiani, fra Sade, elettronica e rituali da magia nera.

venerdì 11 dicembre 2015

The birth of Italian heavy metal vol. 1 - (Death SS/Strana Officina/Metallo Italia)


Cos'è l'heavy metal? L'ultima fase del disimpegno; o meglio: la fine dell'impegno quale mediazione fra istanze sociali e musica. L'inverarsi di questo processo è palesemente rintracciabile nella parabola sonora a cavallo tra Settanta e Ottanta: progressive escapista, quindi punk improvvisato e frontista e, finalmente, l'assalto tribale e viscerale dell'heavy metal. Attenzione: questo non significa un necessario movimento di riflusso ideologico; significa invece questo: che il folk e il rock (e certo prog colto d'area Canterbury, ad esempio) si cibavano d'una contestazione che nasceva da una analisi più o meno profonda della società contemporanea; l'hard rock e il metal erano, invece, eruzioni immediate, emozionali e irriflesse che si opponevano al buon gusto, alla borghesia e alle storture dell'esistenza occidentali. Da tale punto di vista, pur inevitabilmente grossolano, ha senso quella divisione, altrettanto grossolana, fra rock "di sinistra" o "politico" e rock duro "di destra", machista e testicolare.
L'Italia non fece eccezione. Liquidata la gloriosa parentesi prog-sinfonica e cantautorale, esauriti gli ultimi fuochi del 1977 e i petardi a miccia corta del punk, cominciò subito a formarsi, alimentato dalle ventate del New Wave of British Heavy Metal (NWOBHM), una scena heavy (molto limitata e di culto, ma, come le classifiche possono affermare, anche il prog e il punk erano relativamente limitati e di culto). L'Italia usciva dal gelo degli anni di piombo: e s'apprestava al futuro godimento di numerosi anni di merda, per citare Altan; il melodismo da Sanremo, la disco music e la new wave più trita avrebbero continuato a rifornire d'immondizia le orecchie dei conformisti, e la contestazione, pur ridicolmente esigua, sarebbe stata guidata dai metallari (parliamo dell'Italia, lo ripeto).
I primi alfieri di questo cambiamento furono davvero leggendari e la leggenda fra le leggende, anche in virtù della longevità, fu quella dei Death SS. Nonostante i Nostri abbiano ramazzato il trovarobato horror più risibile (in scena si camuffavano da vampiro, mummia, uomo lupo et cetera: i Kiss non passarono invano), il loro metal nero e obliquo ha lasciato in eredità al genere alcune gemme d'assoluta rilevanza. 

- Death SSThe story of Death SS (recordings 1977-1984; 1988) 
- Strana Officina - Rare and unreleased (recordings 1979-1989; 2014)
- AA. vv.Metallo Italia - (1982; compilazione con brani di Raff, Shout, T.I.R., Vanexa, Crossbones, Synthesis, Steel Crown, Elektra Drive).

venerdì 2 ottobre 2015

Steve Albini celebration - Big Black - Lungs (1982)/Bulldozer (1983)/Atomizer (1986) & Rapeman - Budd (1988)

A proposito di dischi della fine.
Dischi per la propria fine.
Il mio funerale avrebbe dovuto essere rumoroso. Parecchio.
Quand'ero molto giovincello dicevo. "Se mi dovete seppellire fatelo con i Black Sabbath. Voglio War pigs".
Quando fui meno giovincello corressi: "Se mi dovete seppellire fatelo con i Black Flag. E cercate di invitare Rollins".
Poi, col tempo ... "Se mi dovete seppellire fatelo con i Melvins. Invitate King Buzzo".
Ma corressi ancora: "Chiamate Pino Scotto. Fategli fare un bel discorso, di quelli che mi piacciono: tre bestemmie e mezzo concetto".
Adesso, che non ho più voglia di fare niente, manco di postare questi post insulsi, mi è venuta voglia di catafottermi nell'altro mondo con Steve Albini.
In fondo Steve Albini è sempre stato con me.
L'inizio sferragliante di Monobrow è depositato nelle mie cellule. Purtroppo non troverete Monobrow fra i dischi che vi offro oggi, ma potete recuperarlo qui:

http://tuningmaze3.blogspot.it/2010/05/rapeman-discography.html

Anzi, facciamo così: ve lo metto fra i video di youtube.
E buona fine a tutti.

martedì 19 maggio 2015

martedì 3 marzo 2015

Public Enemy - It takes a nation of millions to hold us back (1988)


Non ho nessun problema con i Cong, disse Mohammed Alì.
Era il primo Alì, strafottente e gradasso, come solo gli uomini non addomesticati sanno essere; uomini a cui non hanno ancora reciso volontà e radici: africani, indios, pellirosse, terroni.
Essere un ribelle: fascinoso; cool; il rock è ribelle. Essere ribelli, i ribelli, insofferenti al potere. Uno stile di vita che affascina i ribelli per eccellenza, gli adolescenti, e anche i borghesi, perché no, invidiosi della carica eversiva dei giovani, assolutamente scandalosa poiché coincide con la sovversione fisica, biologica, trionfante e beffarda, dei corpi e della menti, liquide e pericolose.

Rebel without a cause, sì, nothung, non serviam, non ci avrete mai, no pasaran.
Ci sono ribelli e ribelli.
I ribelli alla moda si limitano a copiare e incollare l'anticonformismo, come quelli che vanno in giro con la maglietta di Che Guevara o Carlito Brigante. Ribelli da salotto e da tastiera. Una parte è sfilata a Roma l'altro giorno.
Ci sono i ribelli fuori tempo massimo, quelli che fanno fuoco e fiamme a babbo morto, i ribelli dei tempi facili: gl'incendi son domati, il cero dell'odio consunto sino alla bugia, e il potere, ormai, si occupa d'altro. Sono ribelli bibliotecari.
Ci son poi i ribelli veri. Quelli che rischiano la buccia e l'onore. L'esclusione dalla società, le pernacchie, gli sputazzi. Che si schierano quando la fucileria della maggioranza alla moda è in piena azione. Attenti! Il ribelle può avere torto! Non cercate necessariamente il lui la ragione e la ragionevolezza, ma solo la piena sincerità. Il vero ribelle, il ribelle qui e ora, sale in cattedra e di fronte alla platea che si aspetta una sviolinata, si mette a graffiare con le unghie la lavagna e proclama: no, non sono d'accordo, adesso, nella mia patria, davanti a voi e a tutti, nel mondo; sono sincero, non mi convincete, il mio non è forse coraggio, ma solo sventatezza e anima di bastian contrario, iattanza e delirio ... tutto quello che volete, ma questo non lo accetterò mai, ve lo dico, e basta.
Mohammed Ali disse questo, lo disse in piena guerra del Vietnam, e pagò. 25 maggio 1967: revoca della licenza e del titolo mondiale.
Lo disse nel 1967, non vent'anni dopo; e non fece neanche il passo a metà: son d'accordo, ma ... oppure: dico questo, ma, attenti, senza esagerare ...
Poteva fare questo, vendersi a metà, lucrare una rendita: soldi, onore e una vita tranquilla. Dopo vent'anni avrebbe potuto scrivere una bella biografia fasulla spacciandosi per quello che avrebbe voluto essere, e non era stato, per vigliaccheria. Avrebbe potuto farlo, ma non lo fece. Si giocò tutto e subito. Puntò sui cattivi, e perse.
Ma noi su cosa puntiamo?
Ditemelo voi. Le due fiches che vi rimangono su quale casella le gettate?
Ancora il quieto vivere? 
Cosa dobbiamo fare? Sfilare contro Salvini?
Cosa dobbiamo dire? Che il cattivo è Berlusconi, Calderoli, Grillo?
Abbiamo il coraggio di affermare che gli sgherri dell'Unione bancaria e il crucco paralitico hanno fatto più morti di Priebke e Kappler? O che Obama è solo uno dei tanti sanguinari tiranni della storia? Avete il fegato di puntare su questo? O siete barboncini della rivoluzione?

martedì 18 novembre 2014

Beyond the boundaries - Post rock vol. 8 (Arcane Device/Azonic/Suteck Hexen)

David Myers

Arcane Device (Usa, New York) Engines of myth (1988). Arcane Device è David Myers, sorta di Ulisse solitario tra i flutti delle colonne d’Ercole del feedback e della dissonanza (Myers fabbrica in proprio i dispositivi - devices – qui adottati). Nelle punte del disco (Terra incognita e il capolavoro Lathe) egli torce il collo alla consueta retorica dell’avanguardia raggiungendo corde assolutamente remote: qui i suoni non consistono semplicemente nella negazione della tradizione o del buon senso millenari (che è facile), ma attingono a pozze neglette dello spirito, sepolte negli anditi del decorso evolutivo dell’uomo. Stimolare ciò che esiste da sempre, risvegliare l’inconoscibile e, per ciò stesso, riguadagnare un fascino arcano e sacro all’arte quale 'motore del mito'. Da ascoltare.

Azonic (Usa, St. Louis) - Halo (1994). L’ex chitarrista dei Blind Idiot God Andy Hawkins si cela dietro il moniker Azonic (il vecchio compagno Gabriel Katz, al basso, e, soprattutto, il produttore Bill Laswell lo assistono al tavolo chirurgico). Quattro pezzi per chitarra elettrica: il primo, Beyond the pale (10’18’’), è un fuoco di distorsioni e feedback che si annulla e risorge senza soste dalle ceneri della propria eversione: Star spangled banner, dov’è la tua vittoria? Con i restanti (tutti fra gli undici e i dodici minuti) si replica: gli scrosci elettrici, in assenza d’un fondale e d’una cornice ritmica che li definisca,  perdono ogni connotazione terrena per trasformarsi in una sorta di mimesi sonora d’infuocati rigurgiti interstellari. Un classico.

Sutekh Hexen (Usa, California, San Francisco) - Behind the throne (2012). Seth, o Sutekh, il dio egizio del caos e della guerra e Hexen, streghe (in tedesco), una crasi demoniaca che già definisce i due pezzi (di circa quindici minuti) del disco: se i Nadja avessero deciso di fare black metal sarebbero arrivati da queste parti. I è il grido cosmico del Signore delle Mosche che chiama a raccolta le proprie legioni di morte; II si assesta su un bordone noise irto di soverchianti riverberi ed echi stellari. L’ennesima processione sonora devota al Male: non ne abbiamo mai abbastanza, però. Motivo? Le ultime righe del post su Arcane Device, poco sopra.


domenica 3 novembre 2013

Ramones - Ramones mania (1988)



Quasi tutti hanno avuto degli amori. E, quasi tutti, hanno avuto degli amori adolescenziali. E tutti (la totalità) saranno stati visitati, almeno una volta nella loro breve vita, da un pensiero a mezzo tra il nostalgico e il sadico: chissà come Luana o Bianca o Maria (sì, proprio quella tipa là) sarà diventata oggi.
Lo stesso penso dei miei vecchi amori discografici. Quelli rock 'n' roll, gli amori per i brontosauri che, complice la mancanza del web, monopolizzavano gli ascolti degli adolescenti alle prime prese con un mondo sonoro sconfinato. Mi dico: chissà come suonerà alle mie orecchie The musical box oppure Isolation o Speed king, oggi, dopo decenni di altri ascolti e interessi. Un esercizio (fra il nostalgico e il sadico anch'esso) che applico, da qualche tempo in qua, con una certa frequenza. Qualche tirannosauro regge all'esame, altri meno. I Ramones a metà. Ammetto che siano trascinanti; ammetto parimenti che i due minuti al fulmicotone delle loro canzoni, portati avanti con tetragona mancanza di serietà, abbiano favorito la nascita del movimento punk-hardcore ovvero della corrente musicale in cui il ribellismo era esplicitato da una rozza goliardia e da una carica antintellettuale e antisistemica. Tuttavia, proprio le qualità più storicamente celebrate (la struttura elementare delle composizioni e la balda sicumera dei loro più sciocchi e irresistibili ritornelli) costituiscono un punto a loro sfavore. I Ramones non celano nulla: i loro giochi sono quello che sono e non hanno la minima carica eversiva; anzi, a dirla tutta, essi sono la versione riadattata dei gruppi surf rock degli anni Cinquanta, il periodo sociale più vagheggiato, nella sua innocenza, dalle nostalgie americane piccolo borghesi. Da questo punto di vista essi sono meno punk e meno frontisti di uno dei tanti gruppi hardcore dei primi anni Ottanta, specialmente quelli più trucibaldi e spontanei. 
Naturalmente, a parte tali considerazioni personali e senili, questa loro raccolta di successi (la prima pubblicata) è tutta da godere; ci sta dentro tutto, da Sheena is a punk rocker a Blitzkrieg bop, da I wanna be sedated a Teenage lobotomy.
Trenta canzoni, trenta divertenti proiettili a salve.

martedì 14 maggio 2013

Tripletta di fuoco e nostalgia - (Masters of Reality/Naked Prey/Sister Double Happiness)

Sister Double Happiness
Texas (Sister Double Happiness), New York (Syracuse; Masters of Reality), Arizona (Naked Prey); periodo di fine Ottanta; ogni album una canzone indistruttibile: per i Sister Double Happiness (Gary Floyd proveniva dall’hardcore dei Dicks) la traccia eponima; per i Masters of Reality (che presero il nome da un lavoro dei Black Sabbath) John Brown; per i Naked Prey What price for freedom, già proposta come antidoto alla maliconia.
Chitarre in grande spolvero: pesantissima e melodica per i Sister; insinuante e zeppeliniana per i Masters; epica come una cavalcata nel vento quella dei Naked Prey. Periodo: fine anni Ottanta, quando tutto era finito (da parecchio), ma noi non ce n’eravamo ancora accorti.
Se è vero che si invecchia quando si cominciano ad avere dei rimpianti, si è davvero vecchi quando la nostalgia invade la vita improvvisamente, per motivi apparentemente insondabili; ma il cuore presente la verità.
La vita continua come sempre. Potrei aggiungere, abbastanza felicemente. Se la vita consistesse in questo, ovvero nella cura esclusiva del proprio giardino, allora potremmo bruciare le biblioteche, alzare bandiera bianca e vivere un eterno presente. Che è quello che vuole il potere; quello vero, però. Chi è contro e possiede ciò che una volta si appellava senso morale non può che rimanere stomacato. Che spettacoli, ragazzi miei. Che nani da circo; e che ballerine! In mezzo alla pista una sarabanda infernale. Quelli che non ballano, i pochi, si accapigliano su questioncelle: decidere, davanti alla casa distrutta dalle fiamme, se portare via la televisione a schermo piatto o la posateria d'argento della nonna. Non avevo mai visto insieme tanto cinismo, mediocrità e furfanteria assieme. E che personaggi. Uomini intercambiabili. Capito? Intercambiabili, indifferenti a tutto, adattabili, ghignanti, pronti a salvarsi comunque. E i boccaloni italiani a bordo pista ad applaudire, eternamente. Quale forgia ha prodotto chi disse: Non servirò mai! E quale alambicco ha distillato invece questa poltiglia?

Amleto: Vedete voi quella nuvola che ha quasi la forma di un cammello?
Polonio: Per la messa, assomiglia a un cammello davvero.
Amleto: Mi pare che assomigli ad una donnola.
Polonio: Ha il dorso come una donnola.
Amleto: O come una balena.
Polonio: Proprio come una balena.
   
Stavolta non se ne esce per via democratica o con un trucchetto. Stavolta va a finire male.
Ormai mi gira così, che posso farci. 
Non ho altro da aggiungere.
Questi dischi vanno suonati a volume molto alto.

Sister Double Happiness - Sister Double Happiness (1988). Gary Floyd, voce; Ben Cohen, chitarra; Mikey Donaldson, basso; Lynn Perko, batteria.

Masters of Reality - Masters of Reality (1988). Chris Goss, voce, chitarra; Tim Harrington, chitarra; Mr. Owl, tastiere; Googe, basso; Vinnie Ludovico, batteria.

Naked Prey - Under the blue marlin (1986). Van Christian, voce, chitarra; David K. Seger, voce, chitarra; Richard Baden, voce, basso; Tom Larkins, batteria.

mercoledì 17 ottobre 2012

Holger Czukay - Canaxis (1969)/[with David Sylvian] Plight & premonition (1988)/Flux & mutability (1989)/[with David Sylvian, Jon Hassell, Steve Jansen] Words with the shaman (1985)



Prima ancora dei mirabili Can, Holger Czukay, allievo di Stockhausen presso il centro studi di Darmstadt, era già grande. Egli sintetizzò, come il maestro, i due corni della musica d'avanguardia (musica concreta ed elettronica, fusa in elettroacustica) rivelandola ad un pubblico meno dotto; nel fondamentale Canaxis 5 (scritto con la collaborazione di Rolf Dammers), infatti, il versante concreto consiste nelle registrazioni di canti tradizionali (vietnamiti); tali elementi vengono poi distorti o giustapposti da flussi ed effetti elettronici. Il risultato fu il sorgere della world music, ovvero la ricreazione a nuova vita artistica (a livello mediato ed intellettuale) di un patrimonio musicale primevo ed incontaminato, in tal caso quello delle popolazioni del Sud-Est asiatico.
Canaxis in realtà arrivò subito dopo Telemusik di Karlheinz Stockhausen, registrato fra il Gennaio ed il Marzo 1966 per la Radiotelevisione giapponese, in cui venivano miscelati elementi etnici (cinesi, giapponesi, subsahariani ...) e modulazioni elettroniche. La derivazione, concettuale, è evidente, ma l'opera di Czukay, articolata in due suite, Boat-woman-song, 17'24 (preceduta da una citazione del duecentesco Adam de la Halle) e Canaxis, 20'11'', è superiore. Il materiale etnico viene sfarinato elettronicamente, ma ciò non costituisce un'umiliazione o una storpiatura, anzi: questi suoni ancestrali vengono arricchiti di nuovi toni arcani e rinascono, come detto, ad una superiore vita artistica.  
Canaxis è talmente potente da aver creato un proprio precursore, la composizione di Stockhausen. In realtà l'etnica e la world music (nel senso sopra accennato) nascono con Czukay.
Le collaborazioni alla pari con David Sylvian sono inevitabilmente inferiori, ma interessanti, specialmente l'eccellente Plight & premonition, composta da due suite (18'30'' e 16'22): nella prima, il capolavoro, ad un sommesso drone ronzante si avvinghiano, di volta in volta, accenni di flauto ed archi, effetti elettronici sino all'evocazione, per accumulo, di una smisurata e cangiante nebulosa sonora; la seconda, in cui è evidente l'intervento di Sylvian, si distende infinita e lineare come una prateria new-age.
Flux & mutability (16'57'' e 21'00''; interviene Jaki Liebezeit al flauto) è articolato secondo lo stesso schema e può dirsi una continuazione della seconda composizione di Plight con cui forma un corpo unico; entrambe le composizioni sono nobili e rilassate esplorazioni della mente, ma peccano di profondità; mancano i riverberi (anche politici) originati della sintesi fra popolare ed artificiale (o occidentale) e il fascino insondabile scaturito da quegli accostamenti.
L'EP Words with the shaman (contenuto nel più ampio Alchemy, dello stesso anno), registrato da David Sylvian subito dopo Brilliant trees, vede Czukay in veste di collaboratore (di minore importanza rispetto al percussionista Steve Jansen e al trombettista Jon Hassell); i quindici minuti, esornati dalle frippertronics, sono, però, un vero capolavoro, in special modo Ancient evening: una nenia antichissima, cantata durante un azzurro tramonto desertico e ritmata dalle percussioni moderne; autentica e toccante musica del mondo.

sabato 14 luglio 2012

Band of Susans - Hope against hope (1988)/Love agenda (1989)


La colonna dorsale dei Band of Susans*, da New York, è costituita dalla coppia Robert Poss e Susan Stenger (una delle tre Susan fondatrici), entrambi provenienti dal mondo dell'avanguardia minimalista (Phil Niblock, John Cage …); tale retroterra musicale (un lavoro solista di Poss del 2002 è titolato Distortion is truth), rende ragione del suono del gruppo, un tentativo di coniugare le cacofonie del noise-rock alla melodia. Su Hope against hope tale azzardo è già pienamente riuscito anche se possiamo valutare con agio i due corni dell'ispirazione: se in Elliot Abrams in hell si ha pura distorsione, in All the wrong reasons o Not even close lo spietato muro chitarristico è già in funzione della forma canzone, guidato dalla voce e dal basso, mentre in Learning to sin, nell'eponima Hope against hope o nella bellissima, conclusiva Where have all the flowers gone la triplice linea di chitarre viene sublimata in toni epici; ex pluribus unum: il supposto viluppo caotico di feedback, riff, strumming precipita in una galoppata trascinante ed eroica. Nel successivo Love agenda, l'anaconda chitarristica si snoda in tutte le composizioni ricacciando in secondo piano la voce; ancora una volta essi riescono a caratterizzare melodicamente i pezzi (Tourniquet, It's locked away, Hard light), ma, nelle fasi più aggressive, vanno a diluire quel tratto che li aggancia al pop nel rumore puro (The pursuit of happiness). Non che quest'ultimo rischio non sia consapevole: a parte la tradizione rumoristica di New York, leggendaria, Robert Poss viene giù, come detto, per li rami dell'avanguardia; collaborerà, nel dopo Susans, con Rhys Chatham e, a chiudere il cerchio, con Susan Stenger, dapprima nel gruppo sperimentale Brood, poi nei Gilbertpossstenger (progetto a tre con Bruce Gilbert dei Wire).

* In Hope against hope: Robert Poss, chitarra; Susan Tallman, chitarra; Susan Lyall, chitarra; Susan Stenger, basso; Ron Spitzer, batteria. In Love agenda: Robert Poss, chitarra; Karen Haglof, chitarra; Page Hamilton, chitarra; Susan Stenger, basso; Ron Spitzer, batteria.

lunedì 2 luglio 2012

Blind Idiot God - Undertow (1988)


Presenza costante, Musa tenebrosa, outsider ispiratore: H.P. Lovecraft. Perché uno scrittore reputato di terz'ordine abbia assunto tale allusiva centralità nella nuova musica è dibattuto: il fatto di essere relegato nelle note a pié di pagine delle storie letterarie lo ha, forse, reso simpatico a chi veniva relegato nelle note a pié di pagine delle storie della musica moderna: il richiamo dell'outlaw accademico. Forse, più probabilmente, Lovecraft affascina, perché, dopo secoli, crea una nuova mitologia; egli evoca  una serie di deità inumane, indifferenti all'uomo, incommensurabilmente antiche, e a fronte delle quali le trascurabili creazioni greche, mediorientali ed orientali vengono annientate. Il disagio indotto nel lettore da questo immane cambio di prospettiva è la cifra peculiare dello scrittore – un disagio che rimane ad onta d'una scrittura che, a tratti, nel tentativo di suscitare l'orrore, deborda nel pleonasmo ridicolo.
Azathoth, l'Entità Suprema, il Caos Assoluto, il dio cieco e idiota che gorgoglia tra lo strepito di flauti e sistri al centro di un universo insensato, fornisce il moniker al micidiale trio St. Louis, Missouri* (trasferitosi poi a New York).
John Zorn, Glenn Branca, dub, metal, echi di Pop Group, prodromi di Scorn, informano la fornace ardente di Undertow, undici strumentali in cui brani di alleggerimento dub (il secondo, il quarto, il sesto e il nono) s'alternano a devastanti palle di fuoco fusion, dove il nucleo originario, quasi heavy metal, è sublimato dalle distorsioni e dai grovigli elettrici di Hawkins, dall'inesausto drumming di Epstein, dai gloglottii del basso (su tutti Drowning). La finale e breve Purged specimen riunisce mirabilmente, in meno di due minuti, tutte le istanze ispirative dell'album, vi aggiunge un sassofono distorto e un assolo con la rincorsa di Hawkins: crossover, new-hardcore, dub-metal?
  
* Andy Hawkins, chitarra; Gabe Katz, basso; Ted Epstein, batteria.

giovedì 21 giugno 2012

Eleventh Dream Day - Prairie school freakout (1988)

Echi di Television, Naked Prey, Dream Syndicate, Gun Club e le scabre tirate da garage band acida dei Sessanta innervano Prairie School freakout, l'eccezionale esordio degli Eleventh Dream Day*, da Louisville,  Kentucky**, uno dei gruppi più sottovalutati e meno conosciuti dei Novanta.
I Television vengono alla mente per i fraseggi chitarristici, ma il tono prediletto è quello spontaneo dell'acid-rock-country tutto americano, robusto e sincero, ed acceso, a tratti, dalla voce della Bean (Sweet smell, Among the pines), purtroppo usata solo in funzione vicaria del pur altrettanto bravo Rick Rizzo (ma è la compositrice primaria di Prairie). Il fascino dell'opera consiste in quest'aria verace da loser modesti ed orgogliosi, disperati e felici al contempo: la grande patria americana entro cui si muovono li gratifica del mito della propria grandezza (di cui si sentono parte, per tradizione), ma essi ne presentono l'intima falsità, sperduti come migranti fra stazioni, illusioni perdute e drugstore solitari. L'estetica minimale e da lower class è cantata con discrezione e nostalgia (con l'eccezione della positiva Beach miner), ma con la decisione che promana non tanto dagli interpreti, ma da un'intera tradizione musicale che li precede e risplende tra i loro accordi quasi naturalmente (verrebbe da dire, ad onta degli esecutori). Coercion, Among the pines, Sweet smell tra le gemme, ma il capolavoro è Tenth leaving train (11'15''), dove alla consueta, sommessa forza melodica della prima parte, si aggiungono gl'intricati fraseggi alla Television della seconda.
Colpevolmente ignorati dalla critica, gli Eleventh, nonostante traversie e cambi di formazione, hanno tenuto duro sino ad oggi (l’ultimo Riot now è del 2011): da rivalutare, subito.

* Rick Rizzo, chitarra; Baird Figi, chitarra; Douglas McCombs, basso; Janet Beveridge Bean, batteria.
** La coppia Rizzo e Beveridge Bean si unì a Figi-McCombs a Chicago dove il gruppo operò.

lunedì 21 maggio 2012

Bitch Magnet - Star booty (1988)/Umber (1989)/Ben Hur (1990)

Nati nell'Ohio, presso l'Oberlin College, i Bitch Magnet (il trio Sooyoung Park, voce, basso; Jon Fine, chitarra; Orestes Delatorre, batteria, poi sostituito da Pete Pollack; oltre a David Galt e David Grubbs alla chitarra) sono alla confluenza tra declino definitivo del rock dei Settanta (sancito dall'hardcore) e sonorità del decennio insorgente.
Dopo l'antipasto lavico di Star booty, i Magnet trovano subito la loro via; Umber possiede l'energia elementale del rock sorgivo, nonché la propensione d'esso allo svolgimento classico della canzone (con evidenti tracce di melodia); tale nucleo, tuttavia, deborda meravigliosamente verso certe istanze dei primi anni Novanta, verso le sessioni infuocate dei Polvo, ad esempio (tra gli altri; qualcuno cita Don Caballero, altri Big Black, altri addirittura Sonic Youth, per quel che vale).
In realtà i Magnet operano una trasmutazione dell'hard rock classico: ne accettano alcune cadenze, ma le scarnificano formalmente; il risultato è una derubricazione di quella carica purissima (ed ingenua) e dell'importanza della parte vocale e della retorica eroica del frontman, a tutto favore di una sorta di un compatto e costruttivo hard rock che non si consegna, però, all'algida stilizzazione, ma vive, anzi, di momenti incandescenti (Goat legged country rock) e ben definiti (Joyless street o Motor e Big pining, due singoli trascinanti e canonici).
Il successivo Ben Hur conferma le doti di Umber; la materia si arroventa ancor più (i nove minuti del capolavoro Dragoon, sorta di progressive hard per power trio), le parti vocali, coerentemente, si riducono alla marginalità. Una festa di sciabolate chitarristiche, acrobazie torride, indurimenti quasi metal, fughe improvvise: un disco eccezionale, all'altezza del predecessore.
Per i Bitch Magnet non è sprecato l'aggettivo seminale: Grubbs fonderà Gastr del Sol e Bastro; Sooyoung Park i Seam. 

domenica 18 marzo 2012

My Bloody Valentine - EP 1985-1987/EP 1988-1991

Formatisi a Dublino nella prima metà degli anni Ottanta, My Bloody Valentine sono unanimente noti per la coppia Isn't anything e Loveless, registrati alla fine della decade.
Il loro suono, uno dei più caratteristici ed innovativi, è sostanziato, in tale fase più matura, da cascate di feedback chitarristici, distorsioni, e, pur secondariamente, da interventi elettronici: il risultato è un mantra celestiale e mesmerico, a tratti più apparentato alla nuova psichedelica che agli spigoli rock (e, in questo ultimo ambito, più ai Cocteau Twins che ai Jesus and Mary Chain).
I due album citati sono largamente diffusi in rete; non è così per gli EP: ho cercato, per quanto possibile, di ricostruire cronologicamente il progressivo formalizzarsi dello stile dei My Bloody Valentine (in parallelo coi cambi di formazione): dagli inizi, debitori della nuova corrente dark-wave (con influenza dei Cramps), sino alla svolta del 1987-1988, con l'ingresso in formazione della chitarrista Bilinda Butcher e la registrazione di You made me realise e Feed me with your kiss. 

1985 - This is your bloody valentine (David Conway, voce; Kevin Shields, chitarra, Colm O'Ciosoig, batteria; Debbie Googe, basso; Tina, organo)

01 - Forever and again
02 - Homelovin' guy
03 - Don't cramp my style
04 - Tiger in my tank
05 - The love gang
06 - Inferno
07 - The last supper

1985 - Geek!

01 - No place to go
02 - Moonlight
03 - Love machine
04 - Sandman never sleeps

1986 - The new record by My Bloody Valentine

01 - Lovelee sweet Darlene
02 - By the danger in your eyes
03 - Another rainy Saturday
04 - We're so beautiful

1987 – Sunny Sundae smile

01 - Sunny Sundae smile
02 - Sylvie's head
03 - Paint a rainbow
04 - Kiss the eclipse

1987 - Strawberry wine (Bilinda Butcher, chitarra; Kevin Shields, chitarra; Deborah Googe, basso; Colm O'Ciosoig, batteria)

01 - Strawberry wine
02 - Never say goodbye
03 - Can I touch you

1987 – Ecstasy

01 - She loves you no less
02 - The things I miss
03 - I don't need you
04 - (You're) Safe in your sleep (by this girl)
05 - Clair
06 - You're got nothing
07 - (Please) Lose yourself in me

1988 – Feed me with your kiss

01 - Feed me with your kiss
02 - I believe
03 - Emptiness inside
04 - I need no trust

1988 – You made me realise

01 - You made me realise
02 - Slow
03 - Thorn
04 - Cigarette in your bed
05 - Drive it all over me

1990 – Glider

01 - Soon
02 - Glider
03 - Don't ask why
04 - Off your face

1991 – Tremolo

01 - To here knows when
02 - Swallow
03 - Honey power 
04 - Moon song


 

domenica 25 dicembre 2011

Black Sun ensemble – Lambent flame (1988)

Nati su impulso del chitarrista Jesus Acedo (da Tucson, Arizona), i Black sun Ensemble costituiscono un curioso sincretismo fra psichedelia sudista (caratterizzata dal chitarrismo canicolare di Acedo) e le più varie influenze tipiche della world music (cadenze mediorientali, zingaresche, nordafricane).
L
a pletora di ascendenze (arabe o mediorientali: Arabian nights, Celestial cornerstone; indiane: Three picks in a bottle; spagnoleggianti: The burning lamp …) rischiano continuamente la derubricazione a giuochi di bravura fini a sé stessi, ma, come detto, il lavoro del leader riesce a raggrumare sotto lo stesso tono l'eterogeneità del materiale.
Il capolavoro rimane, a distanza di anni, Leviathan song; nell'anno di uscita il pezzo  costituiva uno dei tormentoni di Radio Rock. Radio Rock, fondata nel 1985, fu, per poco più di un decennio, il tentativo più riuscito, almeno a Roma, di divulgare il rock autentico senza cedere alla gogna della pubblicità, delle playlist a comando e delle intrusioni modaiole. Vicissitudini burocratiche e giudiziarie, lotte interne, defezioni letali (sul finire degli anni Novanta) portarono al lento ed inevitabile scadimento nell'ordinarietà, nella goliardia avvilente, nella ricerca, astuta, ma di breve respiro, di cattivare la fascia media attraverso una programmazione accorta e non troppo ruvida. Tale conformismo, peraltro, spinto dal nuovo direttore (ora riposa in pace), liquidò anche anni di battaglie sociali sostituendovi un frontismo ruffiano degno dell'antipolitica più retriva e, per ciò stesso, intimamente ossequiosa al vero ordine costituito.
Prima di questo diluvio la radio, oltre a divulgare i classici, ebbe il merito di lanciare una serie di gruppi che, a distanza di anni, ancora vengono ricordati vividamente. Ricordo che, d'improvviso, le energie adoranti degli ascoltatori erano calamitate da una nuova scoperta in virtù di aspetti oggi probabilmente trascurabili: un particolare riff, un giro di tastiere, l'incrollabile entusiasmo del DJ preferito (per me, Franz Andreani, Prince Faster e Flavia Cardinali); Tangle Edge, Saqqara Dogs, Outskirts on Infinity, Plan 9 from Outer Space, Le Masque, Sister Double Happiness, Masters of Reality, Naked Prey erano alcune delle stelle più lucenti di questo provvisorio universo cult.
Certe infatuazioni d'allora possono oggi essere ridimensionate. Web killed the radio stars: nostalgia e giudizio ponderato non possono coesistere. Il profluvio di musica godibile su Internet ha ridimensionato giudizi e sconvolto le gerarchie estetiche più granitiche. Rimane un indefinibile rimpianto e la consapevolezza che, nonostante i nuovi mezzi, una guida musicale, a Roma, rimanga insostituibile. Nell'attesa ci si può riconsolare con Radio Città Aperta (FM 88.900) e con i reduci online di Radio Rock riuniti presso Radiorock.to, da cui è possibile scaricare eccellenti podcast.


martedì 29 novembre 2011

Peter Frohmader - Homunculus (1987-1988)


Peter Frohmader, tedesco di Monaco, ci consegna con Homunculus, strutturato in quattro sinfonie permeate di elettronica, uno dei vertici della propria produzione.
Già dal titolo affiorano i toni gotici e perturbanti propri del compositore germanico: l’homunculus, essere asessuato ed umanoide, dalle parvenze di feto e dotato di poteri sovrannaturali, è una creazione alchemica. Lo stesso Paracelso (1493-1541), in una sua opera, ne descrive il processo di realizzazione; lui stesso fu ritenuto il fattore d’una di queste entità ch’egli custodiva in un’ampolla nutrendola di sangue umano (Frohmader è anche pittore, seguace dello svizzero H.R. Giger, disegnatore di Alien, e dei rinascimentali tedeschi come Bosch e Grünewald).
Q
uesto richiamo ad un sapere premoderno è l’unico tratto in comune con la produzione dei Lightwave: mentre i francesi dipanano lentamente le proprie atmosfere avvolgenti, la musica di Frohmader, infatti, continuamente cangiante, vive di incessanti trasformazioni generate dai vari strumenti, dai cori e dall’uso dei droni; in 1 (22’44’’), ad esempio, gli interventi del piano e del flauto, l’inquietudine delle tastiere, il breve irrompere delle percussioni, si succedono senza soluzione di continuità garantendo, paradossalmente, nonostante l’assenza di qualsivoglia indugio meditativo, una convincente unità emozionale all’insieme.

A
nche in 2 (22’14’’) l’iniziale aria di soprano viene ben presto prevaricata dalla minacciosità delle tastiere ed infine dileguata dall’attacco deciso della batteria che cede il posto, a metà del brano, nuovamente ai tappeti elettronici, con motivi insistiti e ripetuti, sottolineati dagli archi; il sottofondo finale è incupito da brandelli di motivi di pianoforte, echi arcani, sgocciolii tastieristici.

3
(24’03’’) vive delle medesime trasmutazioni: l’iniziale accenno di melodia, pesantemente scandita, genera un breve intervento di chitarra che annega gradatamente nel clangore dei droni elettronici su cui, inopinatamente, a due terzi del brano, galleggiano i gargarismi d’un sassofono. 4 (24’00’’) dà prova, ancora una volta, del virtuosismo di Frohmader: come le schiere degli storni, formate da centinaia di animali, si infittiscono per creare affascinanti geometrie aeree, per poi disperdersi improvvisamente solo allo scopo di riorganizzare nuove figure, così la musica del compositore di Monaco vive della propria interna mercurialità.

È impossibile riuscire a rendere con la parola scritta la complessità di queste orchestrazioni, notturni inquietanti e rapsodici.