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lunedì 11 agosto 2014

Pelican - Australasia (2003)


Album strumentale di mesozoica graniticità e geologica scossa tellurica, prodotto negli anfratti orfici in cui furono precipitati la Gerusalemme degli Sleep, le anfetamine degli Earth e i mantra degli Om.
Lunghi brani che coniano, rinnovano, resuscitano forse, un metal chitarristico progressivo ma schietto e ruvido, direttamente dalle sabbie rosse di Joshua Tree, senza l'alea e il free form totale di un Haino, o il rumorismo di un Brötzmann, ma con l'impatto deformante dei Boris prestati a monologhi che, se a prima vista appaiono flussi destrutturati, sono in realtà incastri meccanici di riff, armonie e ritmi colossali ma pur sempre riconoscibili, addirittura accattivanti; come quando il vento spazza le dune e lascia affiorare le ossa del titano sepolto.
Il dialogo finale di NightEndDay, chitarre che si danno le spalle, schiena contro schiena, parlandosi addosso; l'assalto maledetto dei carri armati in Drought, che avanzano tra popoli di pastori avvolti solo in bandiere verdi, rosse e nere. Una Reign in Blood per un emisfero davvero al buio, mai artatamente horror o fintamente violento, mai auto indulgente, nemmeno nell’enfasi di Angel Tears, inno per una nazione senza più parole. C'è la subdola pressione psicologica al prigioniero altre le linee nemiche, la contestazione all'ordine costituito che culmina con l'assalto caotico ai Wall-Mart di un popolo di consumatori zombie che si mangiano l'un l'altro con perverso compiacimento.
Come se le grandi jam della Baia o del southern - Gold and Silver, Whipping Post, Dark Star - fossero state ricoperte da colate di lava luminescente, solidificatasi nella schiuma dell’oceano, in cordoni di basalto nero che lasciano appena trasparire la melodia sotto un perenne drone sotteso a tutto il racconto, che diventa eco di abbandono nostalgico nell'ultimo capitolo dell'avventura.
Finchè la faglia non arriva talmente in profondità nella crosta continentale da esplorare tutti i colori del rosso, per riemergere su di un lembo di spiaggia al tramonto.
Pelican: notevole (e personale) riscoperta di inizio millennio.

- See more at: http://theevilmonkeysrecords.blogspot.it/#sthash.vLK1oD8t.dpuf

domenica 20 aprile 2014

Patti Smith - Easter (1978)


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(Prego, ringraziate Patti Smith)

Easter Sunday, we were walking.
Easter Sunday, we were talking.
Isabel, my little one, take my hand. Time has come.

Isabella, all is glowing.
Isabella, all is knowing.
And my heart, Isabella.
And my head, Isabella.

Frederick and Vitalie, savior dwells inside of thee.
Oh, the path leads to the sun. Brother, sister, time has come.

Isabella, all is glowing.
Isabella, all is knowing.
Isabella, we are dying.
Isabella, we are rising.

I am the spring, the holy ground,
the endless seed of mystery,
the thorn, the veil, the face of grace,
the brazen image, the thief of sleep,
the ambassador of dreams, the prince of peace.
I am the sword, the wound, the stain.
Scorned transfigured child of Cain.
I rend, I end, I return.
Again I am the salt, the bitter laugh.
I am the gas in a womb of light, the evening star,
the ball of sight that leads that sheds the tears of Christ
dying and drying as I rise tonight.

Isabella, we are rising.
Isabella, we are rising . . .
* * * * *
Era la Domenica di Pasqua, stavamo camminando.
Era la Domenica di Pasqua, stavamo parlando.
Isabel, piccola mia, prendi la mia mano. È giunto il momento.

Isabella, tutto è incandescente.
Isabella, tutto è sapere.
E il mio cuore, Isabella.
E la mia testa, Isabella.

Frederick e Vitalie, il Redentore abita in te.
Oh, il percorso conduce al sole. Fratello, sorella, è ora.

Isabella, tutto è incandescente.
Isabella, tutto è sapere.
Isabella, noi stiamo morendo.
Isabella, noi stiamo risorgendo.

Io sono la primavera, la Terra Santa,
il seme senza fine del mistero,
la spina, il velo, il volto della grazia,
l'immagine sfacciata, il ladro del sonno,
l'ambasciatore dei sogni, il principe della pace.
Io sono la spada, la ferita, la macchia.
Disprezzato figlio trasfigurato di Caino.
Mi lacero, muoio, ritorno.
Ancora una volta sono il sale, la risata amara.
Io sono il gas in un grembo di luce, la stella della sera,
l'occhio che reca e versa le lacrime di Cristo
morire e disseccarsi: io risorgo stasera.

Isabella, noi stiamo risorgendo.
Isabella, noi stiamo risorgendo ...

sabato 6 luglio 2013

Early psychedelia vol. 13 (Finchley Boys/Haunted/Litter)

Finchley Boys
Indice generale/General index

Finchley Boys (USA, Chicago, Illinois) - Everlasting tribute (1972; recordings 1968-1969). Tinteggiature psichedeliche (bella Swelling waters) su una solida base hard blues e garage sostenuta dalla chitarra dell’oriundo olandese Oostdyck (Outcast, Hooked). Da risentire e rivalutare. George Faher, voce, armonica; Garrett Oostdyck, chitarra; Tabe, basso; J. Michael Powers, percussioni.

Haunted (Canada, Montreal) - The Haunted (1967). Altro gruppo parecchio sottovalutato. Notevoli ammicchi al suono rock melodico britannico (Who, Them e compagnia), ma le partiture originali (1-2-5, Horror show) e le suggestioni dylaniane (Untie me) delineano un quadro generale inaspettatamente all’altezza dei gruppi migliori. John Monk, voce; Jurgen Peter, chitarra; Al Birmingham, voce, chitarra; Bob Bozak, basso; Nick Farlowe, batteria.

Litter (USA, Minneapolis, Minnesota) - 100 $ fine (1968). Psichedelia virata verso il rock più roccioso della sponda d’oltreoceano e alleggerita da tocchi beat. Non mancano tentativi arditi di smagliare il tessuto musicale consueto (Apologies to 2069 e la versione da nove minuti di She’s not there, degli Zombies). Da sentire. Dan Rinaldi, voce, chitarra; Danny Waite, voce, tastiere; Tom ‘Zippy’ Caplan, chitarra; Jim Kane, basso; Tom Murray, batteria.

sabato 9 marzo 2013

Beyond the boundaries. Post rock vol. 2 (Shellac/Gorge Trio/Colossamite)

Shellac

Shellac (USA, Chicago, Illinois) - At action park (1994). I tre minuti di My black ass sono, forse, uno dei vertici del math-rock (in cui rientrano anche Gorge Trio e Colossamite): lo sferragliare della chitarra, le impennate asperrime, l’entrata della sezione ritmica, l’indugio catatonico del finale spezzato dalla chiusura bruciante rimangono memorabili. Il minimalismo di Albini traduce un universo disseccato e psicopatico; per ravvisarne i sintomi basta sentire l’iniziale afasia della successiva Pull the cup, le improvvise catatonie (Song of the minerals), gli andamenti scheggiati; l’abbandono all’umanità (la melodia) sembra scientemente precluso: un capolavoro schizoide di potenza rarissima. Steve Albini, voce, chitarra; Bob Weston, voce, basso; Todd Trainer, voce, batteria. 

Gorge Trio (USA, Oakland, California) - Dead chicken fear no knife (1998). La formazione con doppia chitarra permette ai californiani di elaborare un’arte contrappuntistica à la Don Caballero. Dodici strumentali in cui, peraltro, non mancano riferimenti ad altri disarticolatori di classe eccelsa (Polvo, Slint): il padre, però, è sempre il Capitano. John Dieterich, chitarra, Ed Rodriguez, chitarra; Chad Popple, batteria.

Colossamite (USA, Minneapolis, Minnesota) - All lingo’s clamor (1997). I Gorge Trio con l’aggiunta di Sakes, direttamente dai Dazzling Killmen. Le acrobazie noise dei Nostri assumono, quindi, uno spessore drammatico inaudito liberandosi da qualsiasi autoindulgenza; teso e ben suonato. Nick Sakes, voce, chitarra; John Dieterich, chitarra, Ed Rodriguez, chitarra; Chad Popple, batteria.


giovedì 25 ottobre 2012

Early psychedelia vol. 7 (Shadows of Knight/Music Machine/Seeds/Leaves)

The Seeds

Shadows of Knight (USA, Chicago, Illinois) - Gloria (1966). Psichedelia devota al blues americano e interpretata con piglio britannico. L’esordio è sostenuto dal superclassico Gloria e da altri episodi felici: Oh yeah di McDaniels (a cui avrà dato un orecchio David Bowie per Jean Genie), It always happens that way e Dark side, queste ultime due farina del loro sacco. Nel secondo disco, Back door man, appare una bella cover di Hey Joe. Jim Sohns, voce; Jerry McGeorge, chitarra; George Kelley, Chitarra, armonica; Warren Rogers, basso; Tom Schiffour, batteria. 

Music Machine (USA, San José, California) - (Turn on) The Music Machine (1966). Effimeri, famosi per Talk talk, i Machine dovrebbero venir, in parte, rivalutati almeno per l'energia sottesa ad alcuni brani. Non manca la reinterpretazione di Hey Joe. Sean Bonniwell, voce, chitarra; Mark Landon, chitarra; Doug Rhodes, tastiere; Keith Olsen, basso; Ron Edgar, batteria.

Seeds (USA, Los Angeles, California) - Seeds (1966). Can’t seem to make you mine e l’oscena Pushin’ too hard, il tono jaggeriano del cantante Saxon (Gigi Proietti lo definirebbe: piacionico) e una psichedelia elementare bastarono a creare una sicura leggenda. Difficile dire se furono i tempi del flower power a creare i Seeds o furono questi ultimi, astutamente, a sfruttarne la scia. Il disco, comunque, rimane piacevole. Sky Saxon, voce, basso, armonica; Jan Savage, chitarra; Daryl Hooper, tastiere; Rick Andridge, batteria. 

Leaves (USA, San Fernando Valley, California) - Hey Joe (1966). Cresciuti con il folk elettrico di ascendenza MCGuinn i Leaves basarono le proprie fortune sulla cover (ancora!) di Hey Joe (una delle primissime); tutta l’operina, tuttavia, si fa ancora ascoltare con gusto, specie quando i Nostri allentano le briglie (Back on the Avenue). John Beck, voce, chitarra; Robert Lee Reiner, chitarra; Bobby Arlin, voce, chitarra; Bill Rinehart, voce, chitarra; Jim Pons, voce, basso; Tom Ray, batteria.

giovedì 21 giugno 2012

Eleventh Dream Day - Prairie school freakout (1988)

Echi di Television, Naked Prey, Dream Syndicate, Gun Club e le scabre tirate da garage band acida dei Sessanta innervano Prairie School freakout, l'eccezionale esordio degli Eleventh Dream Day*, da Louisville,  Kentucky**, uno dei gruppi più sottovalutati e meno conosciuti dei Novanta.
I Television vengono alla mente per i fraseggi chitarristici, ma il tono prediletto è quello spontaneo dell'acid-rock-country tutto americano, robusto e sincero, ed acceso, a tratti, dalla voce della Bean (Sweet smell, Among the pines), purtroppo usata solo in funzione vicaria del pur altrettanto bravo Rick Rizzo (ma è la compositrice primaria di Prairie). Il fascino dell'opera consiste in quest'aria verace da loser modesti ed orgogliosi, disperati e felici al contempo: la grande patria americana entro cui si muovono li gratifica del mito della propria grandezza (di cui si sentono parte, per tradizione), ma essi ne presentono l'intima falsità, sperduti come migranti fra stazioni, illusioni perdute e drugstore solitari. L'estetica minimale e da lower class è cantata con discrezione e nostalgia (con l'eccezione della positiva Beach miner), ma con la decisione che promana non tanto dagli interpreti, ma da un'intera tradizione musicale che li precede e risplende tra i loro accordi quasi naturalmente (verrebbe da dire, ad onta degli esecutori). Coercion, Among the pines, Sweet smell tra le gemme, ma il capolavoro è Tenth leaving train (11'15''), dove alla consueta, sommessa forza melodica della prima parte, si aggiungono gl'intricati fraseggi alla Television della seconda.
Colpevolmente ignorati dalla critica, gli Eleventh, nonostante traversie e cambi di formazione, hanno tenuto duro sino ad oggi (l’ultimo Riot now è del 2011): da rivalutare, subito.

* Rick Rizzo, chitarra; Baird Figi, chitarra; Douglas McCombs, basso; Janet Beveridge Bean, batteria.
** La coppia Rizzo e Beveridge Bean si unì a Figi-McCombs a Chicago dove il gruppo operò.

mercoledì 14 marzo 2012

Tre nuove proposte: The Star Pillow - Fattore ambientale (2012)/Peopling/FluiD-John 3:16


The Star Pillow - Fattore ambientale (2012)

I due musicisti presentano il disco: "Il lavoro segna la collaborazione di Paolo [Monti] con un vecchio amico dei tempi del liceo, il pianista Federico Gerini. Sull'onda dell'interesse suscitato da due live quasi totalmente improvvisati, di cui uno come apertura ai Fuzz Orchestra, importante gruppo dell'area rock alternativa europea, Paolo e Federico si riuniscono a fine 2011 ... lavorando su alcune piccole bozze compositive, espandendole fino a renderle il più possibile visive, ciascuna con la sua storia da raccontare. Il risultato finale è di ben 70 minuti di musica. Il lavoro di Federico, a tratti minimale, a tratti jazzistico è stato quasi interamente improntato sul suono di un rhodes e di un piano digitale trattato. Per quel che riguarda le chitarre Paolo è partito da un concetto di colore e densità piuttosto che musicale, cercando di lavorare ad un chitarrismo generativo (per dirla con le parole del padre della musica Ambient, Brian Eno...) che sfruttasse il looping senza condividerne l'inespressiva ripetizione, unito ad un sapiente lavoro con archetto ed e-bow.
Dentro al disco ci sono tanti riferimenti: Kid a e Amnesiac dei Radiohead, le colonne sonore di Angelo Badalamenti e Thomas Newman, Michael Nyman, Miles Davis, Steve Reich e il minimalismo americano, ovviamente Brian Eno e la musica
ambient di fine '70 - inizio '80 e tanto altro."


Peopling - Peopling (2011)

Artista di Bushwick (Brooklyn, New York), Peopling propone una miscela noise-elettronica molto spinta, sicuramente interessante. 
Rintracciabile presso il sito; Facebook e iTunes

FluiD-John 3:16 - The pursuit of salvation (2011)

Il disco è un notevole 12'' che riunisce cinque tracce, tre di FluiD (industrial/dub/ambient, vero nome Chris Gilmore da Chicago, Illinois), due di John 3:16 (Post rock/ambient/drone, vero nome Philippe Gerber), entrambi artisti della Alrealon Musique.
Per i curiosi, il vangelo di Giovanni, capitolo 3, versetto 16 recita: "Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna".
Sito di Fluid e di John 3:16. 

The Star Pillow
Peopling
FluiD - John 3:16

domenica 12 febbraio 2012

American punk-hardcore 1980-1986 vol. 6 (Illinois-Indiana-Kansas-Louisiana-Michigan-Ohio-Oklahoma-Wisconsin-Canada) 1^ parte/2^ parte


Indice generale/General index

ILLINOIS

Articles of Faith (Chicago) - AOF (1981)
Articles of Faith (Chicago) - Bad attitude (1982)
Articles of Faith (Chicago) - Up against a wall (1984)
Life Sentence - Punk for profit (1986)
Naked Raygun (Chicago) - I lie (1983)
Naked Raygun (Chicago) - Potential rapist (1983)
Rights of the Accused (Chicago) - Fuck up (1984)
Rights of the Accused (Chicago) - In school (1984)
The Effigies (Chicago) - Below the drop (1981)
The Effigies (Chicago) - Strong box (1981)

INDIANA

Battered Youth (Indianapolis) - New patriot (1982)
Delinquents (Indianapolis) - Systems pressure (1982)
Delinquents (Indianapolis) - Blind patriot (1983)
Killing Children (Indianapolis) - Killing children (1983)
Killing Children (Indianapolis) - Happy mutants-Certain death (1983)
Repellents (Anderson) - Think for yourself (1982)
Repellents (Anderson) - New image (1983)
Zero Boys (Indianapolis) - Drive in (1984)
Zero Boys (Indianapolis) - High places (1982)

KANSAS

Mortal Micronotz - The police song (1982)

LOUISIANA

Shellshock (New Orleans) - Movie maker (1983)
Shellshock (New Orleans) - Garbage can (1983)
The Manic Depressives (New Orleans) - Silence on the radio (1981)
Toxin III (Crowley) - I wanna be arrested (1981)

MICHIGAN

Angry Red Planet (Detroit) - Apathy (1982)
Angry Red Planet (Detroit) - You're one too (1982)
Blight (Detroit) - The dream was dead (1983)
Blight (Detroit) - Blight (1982)
Bored Youth (Detroit) - Warning (1981)
Bored Youth (Detroit) - Sympathy (1981)
Bored Youth (Detroit) - Bored youth (1981)
Born Without a Face (Grand Rapids) - Maelstrom (1986)
Crucifucks (Detroit-Lansing) - Democracy spawns bad taste (1982)
Crucifucks (Detroit-Lansing) - Hinkley had a vision (1982)
Fate Unknown (Detroit) - Can't have it all (1981)
Fate Unknown (Detroit) - You lose (1981)
Latin Dogs (Battle Creek) - Killed in jail (1982)
Latin Dogs (Battle Creek) - What's wrong (1982)
McDonalds (Detroit) - Miniature golf (1981)
Meatmen (Detroit) - Meatmen stomp (1981)
Meatmen (Detroit) - I'm glad I'm not a girl (1982)
Meatmen (Detroit) - Down to go (1982)
Necros (Detroit) - Bad dream (1981)
Necros (Detroit) - I.Q. 32 (1981)
Necros (Detroit) - Past comes back to haunt me (1981)
Negative Approach (Detroit) - Ready to fight (1982)
Negative Approach (Detroit) - Friend or foe (1983)
Negative Approach (Detroit) - Lost cause (1981)
Radical Left (Detroit) - Society hates you (1982)
Radical Left (Detroit) - LALA (1982)
The Fix (Detroit) - Vengeance (1980)
The Fix (Detroit) - In this town (1980)
The Fix (Detroit) - No idols (1981)
The State (Detroit) - New right (1983)
The State (Detroit) - Attention (1983)
Violent Apathy (Kalamazoo) - I can't take (1981)
Violent Apathy (Kalamazoo) - Hypocrite (1981)
Youth Patrol (Detroit) - America's power (1981)

OHIO

Agitated (Cleveland) - Death warmed over (1983)
Dogs of War - Crime watch block parents (1981)
Idiot Savants (Cleveland) - School's prison (1983)
Moslem Birth - Horror snores (1983)
Negative Element - National socialism (1982)
Negative Element - Anti-pac man (1982)
Negative Element - Just be yourself (1982)
ODFX (Cleveland) - Drop the bomb on me (1984)
Outerwear (Cleveland) - Knife lust (1983)
Primer Gray - Abortion (1984)
Spike Haytrid - Death to preppies (1982)
Starvation Army - Payback (1984)
Suburban Decay - 715 (1984)
The Guns (Cleveland) - Locked inside (1983)
Toxic Reasons (Dayton) - Drunk and disorderly (1982)
Toxic Reasons (Dayton) - Rally round the flag boys (1982)
Zero Defex (Cleveland) - By the day (1983)
OKLAHOMA

NOTA (Tulsa) - This country (1982)
NOTA (Tulsa) - Take away your rights (1982)
NOTA (Tulsa) - Disconnected (1984)

WISCONSIN

Clitboys (Milwaukee) - I hate the Ku Klux Klan (1982)
Clitboys (Milwaukee) - Funny (1982)
Clitboys (Milwaukee) - I don't play the game (1983)
Die Kreuzen (Milwaukee) - Think for me (1982)
Die Kreuzen (Milwaukee) - Don't say please (1982)
Die Kreuzen (Milwaukee) - Hate me (1981)
Distain - Killer kops (1983)
Distain - School (1983)
GFO - Police raid (1983)
GFO - Girl problems (1983)
Imminent Attack - Who are you (1983)
Imminent Attack - Bad habits (1983)
Killdozer (Madison) - Ed Gein (1984)
Malignance - Interrogation (1983)
Malignance - Frozen popsicle (1983)
Mecht Mensch (Madison) - Govt lies (1982)
Mecht Mensch (Madison) - Functional riot (1982)
Mecht Mensch (Madison) - Acceptance (1982)
NFOD - Stand your ground (1983)
No - Anti-Christ (1983)
No Response - Dirty layer (1984)
No Response - I (1984)
Sacred Order - The right to be poor and radical (1983)
Sacred Order - Eric Estrada (1983)
Suburban Mutilation - Police state (1983)
Suicidal Youth (Waukesha) - Punks and skins and anarchy (1985)
Suicidal Youth (Waukesha) - Suicidal youth (1985)
Tar Babies (Madison) - Be humble (1982)
Tar Babies (Madison) - Red white and blues (1983)
The Crusties (Milwaukee) - Dairyland youth (1983)
The Crusties (Milwaukee) - Who cares so what (1983)

CANADA

Direct Action (Toronto) - Damn age (1986)
DOA (Vancouver) - Fucked up Ronnie (1981)
DOA (Vancouver) - The prisoner (1981)
Flesh Colums (Windsor) - Where did they go (1984)
Flesh Colums (Windsor) - Muammar Khadafi (1984)
Neos (Vancouver) - Ripped off (1982)
Personality Crisis - Waiting (1981)
Suburban Menace (Victoria) - Serena Dank go away (1982)
Suburban Menace (Victoria) - Get outta my way (1982)

lunedì 2 gennaio 2012

Praxis - Transmutation (mutatis mutandis) (1992)


Ennesima reincarnazione di Bill Laswell, Praxis si avvale della collaborazione di Bootsy Collins (basso), Bernie Worrell (tastiere), entrambi nei Parliament e nei Funkadelic, Bryan Mantia (batteria; già in Primus e Godflesh), AF Next Man Flip (mixer) e dell'inverosimile stuntman della sei corde, Buckethead.
La labirintica produzione di Laswell (che svaria dal rock più duro, al jazz, al funky ipertecnico, all'improvvisazione) si rispecchia quasi compiutamente in questo lavoro dove la formazione all-star riesce a far coesistere spinte stilistiche apparentemente inconciliabili.
Spesso i generi si incrociano all'interno della stessa traccia: in Shock victim la prima parte quasi hard rock collassa in un hip hop inopinato; il funky nervoso di Animal behaviour si distende in una seconda parte meditativa; in Seven laws of Woo l'assolo dell'organo prepara ad uno scatenamento da guitar-hero di Buckethead (così bravo che non sempre si capisce cosa stia combinando); in After shock  l'iniziale e consueta mistura fusion è sostituita da tastiere ed effetti elettronici spettrali con varie inserzioni sonore …
Laswell è un artista preparato e multiforme, siamo d'accordo; Transmutation è un disco eccellente, vario e splendidamente suonato; eppure proprio tale ecletticità, unita alla perizia sopraffina, sua e dei suoi collaboratori, finisce per costituire un limite. Alcune volte il sincretismo sonoro pare preordinato ed insincero, le acrobazie strumentali fini a se stesse e, forse, compiaciute; non a caso il pezzo più memorabile, a distanza di anni, rimane The interworld and the new innocence, ennesima traccia bifronte, in cui i semplici toni elegiaci della prima parte (su uno sfondo sonoro da panorama marino) si accendono nel susseguente assolo, retto magnificamente dallo space bass di Collins. Tale concessione, abbastanza facile in verità, al sentimento che prevarica, per una volta, sulla tecnica strumentale sembra, a sua volta, abbastanza preordinata …
Rimane, comunque, la miglior testimonianza di un ensemble d’eccezionale levatura, un’ora di fusion sperimentale con brandelli melodici, stasi e ripartenze micidiali, assoli strabilianti.

mercoledì 14 dicembre 2011

Locrian - The crystal world (2010)


Ispirato dall'omonimo romanzo di James Graham Ballard (tradotto in italiano come Foresta di cristallo), The crystal world è il lavoro più compiuto del duo di Chicago (André Foisy, chitarre; Terence Hannum, synth, corroborati, per l'occasione, da Steven Hess, percussioni) e uno dei migliori dischi dell'anno.
Nell'opera di Ballard, ambientata in Africa, una sorta di lebbra o cancro cristallizza tutte le entità, più o meno organiche: il mondo viene gradualmente immobilizzato in una sorta di mistico annullamento di tempo e spazio. Questa apocalissi (forse benigna poiché ogni cosa è illuminata e trasfigurata come in un'aldilà inveratosi sulla Terra) conclude la quadrilogia catastrofica di Ballard  imperniata sui quattro elementi, aria (Vento dal nulla), acqua (Deserto d'acqua), fuoco (Terra bruciata) e, appunto, terra.
I Locrian ricreano l'atmosfera ambigua e allucinata del romanzo, nonostante tutti i cliches del genere dark ambientale vengano sfruttati. D'altra parte, come scrisse Umberto Eco a proprosito di Casablanca, "un cliché ci fa sorridere, cento ci commuovono". Le urla di Obsidian facades (7'36'') risucchiate da un impressionante vortice chitarristico; Elevation and depths (10'44''), simile alla precedente ma, stavolta, "chiusa dal suono desolato dell’accordion"; i monumentali OM di At night's end (7'19''); la progressione percussiva nel finale di Pathogens (11'01''); il manierismo post-rock del pezzo eponimo (5'37'), formano una costellazione sonora già ascoltata, seppur egualmente affascinante.
Tuttavia è con il tour de force di Extinction (53'43''), materiata da palpiti enigmatici, respiri siderali, pozze elettroniche, chitarre ligetiane ... che i Nostri ricreano i panorami asettici del romanzo dove "le foglie brillano come gemme, i coccodrilli con una seconda corazza navigano in fiumi solidificati e gli uomini, se immobili, si trasformano in statue di ghiaccio fuse con il terreno circostante e incrostate di gemme brillanti" - panorami desolati che possiamo considerare metafore d'un ansia d'immortalità (come detto) oppure d'una impossibilità nell'instaurare rapporti sulla base dell'empatia.
Sebbene meno radicali di Gnaw Their Tongues (a tratti vengono recuperati brandelli di melodismo), i Locrian testimoniano una poderosa incursione nei territori più nichilisti dell'inner space.

venerdì 2 dicembre 2011

H.P. Lovecraft - H.P. Lovecraft I (1967)/H.P. Lovecraft II (1969)

Formatisi a Chicago, ma attivi soprattutto in California, gli H.P. Lovecraft* durarono lo spazio di due album (in tre anni). Abbastanza trascurati all'epoca, si imposero, come a volte accade, sul lungo periodo. Sgombriamo subito il campo: il richiamo al celebre solitario di Providence fu voluto esclusivamente da Bill Traut e George Badonsky, proprietari della casa discografica Dunwich (The Dunwich horror è uno dei migliori racconti dello scrittore): nonostante i musicisti stessi dichiarassero di ispirarsi al mondo alternativo di Lovecraft (in cui la Terra e l'universo sono retti da entità maligne, antichissime e irriducibilmente inumane) il loro primo album consiste unicamente in un piacevole mélange di psichedelia e folk. Gran parte dei pezzi sono rifacimenti di Fred Neil (Country boy & Bleeker Street, That's the bag I'm in), Dino Valente (Let's get together), Travis Edmonson (The drifter), Randy Newman (I've been wrong before) cui si somma il tradizionale Wayfaring stranger; le canzoni originali si limitano al blando jazz di That's how much I love you baby, a Time machine, garbata marcetta da teatrino vaudeville e a The white ship, il loro singolo più famoso: basato su una ritmica da bolero, arricchito da tocchi orientaleggianti e dai toni potenti e cullanti di Edwards e Michaels, esso conserva una indubbia qualità ipnotica ed insinuante. D'altra parte, nel racconto omonimo di Lovecraft, la nave era una efficace metafora della morte.
Il disco seguente confermerà la vocazione per le piacevoli ballate da West Coast (High flying bird, Keeper of the keys) e le celebrazioni psichedeliche (At the mountains of madness, sorta di replica di The white ship**, e la notevole Electrallentando, scritta da Edwards); il tutto risulterà inoltre più compiuto giovandosi del lavoro dell'ingegnere sonoro Chris Huston abile a conferire all'album un retrogusto vago e sognante e una pulizia nell'impasto strumentale davvero eccellente.
Due opere nel solco della tradizione californiana e hippy, con toni scontati, almeno nel primo episodio; non mancano certo punte memorabili e l'effetto nostalgia (canaglia?) alza il livello estetico. Rimane da capire l'esaltazione per i debolissimi allacci con la prosa di Lovecraft e per l'individuazione di atmosfere “misteriose ... ispirate da ...”, davvero inesistenti. Potenza dei nomi. 


* George Edwards (voce, chitarra); Tony Cavallari (chitarra); Dave Michaels (voce, tastiere); Jerry McGeorge (voce, basso) poi sostituito da Jeff Boyan (basso); Michael Tegza (batteria).
** At the mountain of madness è, infatti, il titolo d'un altro racconto di Lovecraft.

sabato 17 settembre 2011

Arcanta - Arcanta (1996)/The eternal return (1997)


Arcanta, progetto del cantante americano (di Chicago) Thomas-Carlyle Ayres, è uno dei migliori tentativi di affrancazione dagli stereotipi di certa musica etnica (spesso meccanica nella riproposizione ed impudica nell’accostamento alla tradizione popolare), conseguito con l’adesione alla struttura dell’inno religioso, massimamente mediorientale.
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el primo ep del 1996 solo Maya, delicato impasto di dulcimer e percussioni, si giova della forma canzone; i restanti tre pezzi sono effusioni liriche, a cappella o appena sottolineate dalle tastiere, in cui preghiera, venerazione e fiducioso abbandono al divino sono rielaborati come il richiamo (Adhān) che il muezzin rivolge ai fedeli per invitarli all’orazione della Salāt. La prima traccia di The eternal return, infatti, There is no God but God non è che la traduzione di Ašhadu an lā ilāh illā Allāh, seconda parte della formula scandita dal minareto per cinque volte durante il giorno.
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el lavoro successivo (che coopta la precedente Via dolorosa) Ayres smarrisce, in parte, la compatta sobrietà dell’esordio introducendo nuovi elementi quali il canto gregoriano (Kirie, Eleison, la struttura della stessa There is no God) e canzoni facili e lineari (Bodhisattva) rischiando, in tal modo, di ricreare quel vieto sincretismo new age che affastella temi e ritmi esotici per sdilinquire i borghesi midcult; fortunatamente tali mende sono riscattate da episodi affascinanti sulla falsariga della prima opera e dall'ispirazione sincera (Awake as if from slumber, caratterizzata dalla maestosità dell’organo, Estranging sea con una coda insolitamente cupa, The solitary pilgrim).
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unto d’incontro fra sensibilità occidentale e suggestioni orientali, Arcanta riecheggia nei migliori episodi (forse inconsapevolmente) i canti liturgici dei Melchiti* (cattolici di rito bizantino, ma di lingua greco-araba); queste invocazioni, la cui apparente semplicità è simbolo dell’umile sottomissione a Dio, sottendono, infatti, una osmosi millenaria fra tradizione cristiana ed influenze islamiche.

* Possono ascoltarsi nella bellissima Basilica di Santa Maria in Cosmedin a Roma, in Piazza Bocca della Verità.