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venerdì 9 gennaio 2015

Harder than stone - Boris - Absolutego (1996; 2001 low freq. version)/Sleep - Jerusalem (1996)/Kyuss - Welcome to Sky Valley

Bene, quando non si vuole sentire nulla la prima reazione è quella di tapparsi le orecchie. Ma nel nuovo mondo interconnesso non funziona così; l'unico modo di isolarsi dal mondo consiste nel produrre un rumore superiore al cicaleccio esterno.
Il materiale non manca, ma questo, signori, è rumore di primissima qualità; spesso, granitico, impenetrabile.
Quello che ci vuole.

Boris (Giappone) - Absolutego (1996; 2001 low frequency version). Atsuo, voce, batteria; Wata, chitarra: Takeshi, basso.

Sleep (Stati Uniti) - Jerusalem (1996). Al Cisneros, voce, basso; Matt Pike, chitarra; Chris Hakius, batteria.

Kyuss (Stati Uniti) - Welcome to Sky Valley (1994). John Garcia, voce; Josh Homme, chitarra; Scott Reader, basso; Brant Bjork, batteria.

giovedì 2 gennaio 2014

Electric Wizard - Electric Wizard (1994)/Come my fanatics (1996) ovvero dell'heavy metal e del rincretinimento di massa



Leggo oggi, nell’edizione online de La Stampa: “L’ascolto di musica come l’heavy metal può mettere i giovani a rischio ansia, depressione e suicidio. Lo studio”. E sotto il titolo, l’incipit idiota dell’articolo:”Senza essere degli scienziati, e se possediamo un buon orecchio musicale, a nostro avviso non ci vuole molto a capire che l’heavy metal – che qualcuno chiama “musica” – non è proprio il prodotto di un’armonia di note. Va da sé che suoni disarmonici non possano essere armonizzanti e, di conseguenza, agire anche sulla mente e l’equilibrio di chi li ascolta”.
Disse Gadda: “Io stupiva”. E poi la diarrea new age: “Tutto è vibrazione nell’Universo e noi, che ci stiamo dentro, non siamo da meno. La conseguenza è che siamo influenzati dalle vibrazioni, chi più chi meno, giovani o adulti che sia. Tuttavia, in questo caso, i maggiori fruitori di questo tipo di “musica” sono proprio i giovani, i quali, secondo un nuovo studio, sono a rischio depressione, ansia e possibile suicidio”.
Poi si dà voce alla ricercatrice di tale studio autorevolissimo, così autorevole da aver richiamato l’attenzione dell’altrettanto autorevole (e bennato) quotidiano La Stampa: nientepopodimeno che la dottoressa Katrina McFerran, dell'Università di Melbourne, ameno continente sito alle nostre antilopi, come scriverebbe Flaiano; ecco cosa afferma la luminare: “I giovani a rischio di depressione è più probabile che ascoltino la musica, in particolare l’heavy metal, in modo negativo … Esempi di questa tendenza li abbiamo quando qualcuno ascolta la stessa canzone o un album di heavy metal più e più volte e non ascolta altro. Lo fa per isolarsi o per fuggire dalla realtà. Se questo comportamento continua per un certo periodo di tempo, allora potrebbe indicare che il giovane soffre di depressione o ansia, e nella peggiore delle ipotesi, potrebbe suggerire tendenze suicide”.
Ragion per cui, continua l’articolessa, “ … la scienziata sta cercando di sviluppare un modello d’intervento precoce che possa essere integrato nelle scuole in modo da avere un impatto positivo prima che i problemi comportamentali si verifichino … nel frattempo, i genitori dovrebbero interessarsi riguardo al tipo di musica che i loro figli ascoltano e porre loro delle domande”.
Infine la chiusa, che mi fa disperare non solo dell’Italia (e dell’Australia), ma di quel barlume di sostrato logico che dovrebbe tenere insieme l’universo: “I ragazzi di oggi sono esposti a molti potenziali pericoli, e anche la musica può essere un fattore di rischio. Cerchiamo allora di fare in modo che, al contrario, sia un fattore di positività: la buona musica non manca, quello che forse manca è l’educazione all’ascolto e al discernimento”.
Tempo fa lessi di quest’altra rigorosa ricerca accademica: “Chi cura l’igiene dei denti vive più a lungo”.
Capito? No, dico, avete capito?
Non sarà invece che chi è povero, e non ha migliaia di euri per otturazioni, sbiancature, ponti ed estrazioni campa meno di chi, invece, quei soldi li ha? E li ha non solo per i denti, ovvio, ma per campare bene, e , quindi, campare più a lungo.
Ultimamente ne ho letta un’altra: il batterio della carie provoca il cancro all’intestino. Fantastica. Sublime. Anche qui: non sarà che chi ha i denti guasti ha, in media, un ISEE o 730 o dichiarazione reddituale che non gli permette di ingurgitare cibo di buona qualità, ma solo junk food (ricco di coloranti, additivi, zuccheri e carente di proteine e fibre: una bazza per la carie) e, per questo, ha un metabolismo un pochino diverso da chi si approvvigiona di delicatessen?
Ma questa dell’heavy metal, in pieno 2014 … Ancora, dopo decenni … Causa per effetto, effetto per causa: non sarà che è la società a essere depressiva, ansiogena, autistica e allora ...
Basta. Ora ne ho la conferma: Dio non esiste. Non esiste una ragione, un logos, una dialettica, un senso; non esiste il cosmo. Solo una poltiglia materiale che obbedisce all’imperio di Azathoth, il demiurgo cieco e idiota che si agita folle al centro della totalità gorgogliando bavoso al suono di flauti e sistri abominevoli; e forse heavy metal.
Fra i liquami di questa orgia dell’irrazionale, lo scarto della creazione: l’uomo.
Non ho altre spiegazioni.
Siamo arrivati alla fine: i Devo avevano ragione. Non immaginavo, però, che il declino della ragione fosse così rapido.
Nell'attesa dell'ineluttabile voglio rintronarmi sino all’abbrutimento coi primi due album degli Electric Wizard.
Sino alla perdita di senso, all'estasi da sfinimento, alla depressione, all'ansia indicibile, all'annientamento della speranza, al suicidio.

lunedì 15 ottobre 2012

Dirty Three - Horse stories (1996)


I Dirty 3 (Warren Ellis, violino; Mick Turner, chitarra; Jim White, batteria), da Melbourne, sono i gli attori di un folk strumentale dove le assolate e sterminate pianure australiane hanno sostituito i bassipiani del meridione americano.
Ellis è il protagonista indiscusso: il violino, suonato in estese jam, senza nessun iato, guida tutti i nove strumentali, a partire dall'iniziale 1000 miles, dove gli arabeschi dello strumento si sommano sino a creare complesse architetture emozionali; Red, il finale in crescendo di Sue's last ride, I remember a time when once you used to love me sono gli episodi più eccitati dell'album, ma dove i Nostri trovano il loro vero registro sono le parti più distese, il capolavoro Hope, Warren's lament, Horse; qui Ellis può dispiegare la propria arte strumentale che si impreziosisce per accumulo, non per singoli momenti, né per brillantezza di assoli. Il correlativo oggettivo di queste tirate: la natura australiana o, meglio, quella miscela di sensazioni, struggenti e sublimi, che i desolati ed infiniti panorami australiani ingenerano e che il violino evoca e ricrea nel nostro animo. Siamo, insomma, abbastanza vicini alla definizione di folk da camera felicemente coniata per il trio; musica da camera, però, spogliata d’ogni intellettualismo (nonostante la formazione accademica di Ellis) ed eseguita in sale da concerto vaste come il deserto o l’oceano.

giovedì 28 giugno 2012

For Carnation - Marshmallows (1996)/For Carnation (2000)



I For Carnation ruotano attorno alla figura chiave di Brian McMahan, già con Squirrel Bait e Slint.
Dopo un primo Ep, Fight songs, il gruppo* licenzia Marshmallows, lavoro notevole e già compiuto. Il suono, che discende dagli Slint, si è però ancor più snervato e liberato da ogni tipo di eccitazione. Il brano cardine rimane Preparing to receive you, quasi nove minuti minuti in cui, assieme alla forma canzone, viene rigettato ogni svolgimento positivo o costruttivo; l'andamento monotono, quasi un girotondo esistenziale, presume che tutto sia stato detto o fatto: si rimane in attesa dell'ineluttabile, qualunque esso sia. Questa poetica crepuscolare, in cui l'uomo ha subito uno scacco decisivo, può assumere toni da ballata (la delicata On the swing, l'eponima Marshmallows), oppure minacciosi (I wear the gold) o minimalisti (Salo): che sia un'etica della rinuncia? McMahan accarezza la propria sei corde come una lira e scruta la linea dell'orizzonte, correlativo oggettivo di un animo mai increspato dai tumulti del cuore o dalla sensazione della novità. Ogni passione spenta, egli presagisce la bianca nave della morte. Quietismo postmoderno? Il successivo For Carnation non si distacca da tale impressionismo compositivo: A tribute to, Snooter sono monologhi intonati al pianissimo, che si snodano fra accenni di percussioni, soffusi accordi di chitarra, blandi effetti elettronici, a metà fra Portishead e i più evoluti Labradford (quelli di Pico, per intenderci). Ancor più rarefatto del precedente, ma più costruito (grazie ad un accorto uso d'elettronica e tastiere), questo nuovo lavoro trova la sua cifra in un sentire spirituale che, come alcune branche della musica d'avanguardia, prende corpo quasi impercettibilmente sulla lunga distanza; l'assenza programmatica di picchi e saliscendi sonori fa sì che il pathos si condensi per accumulo e che possa dirsi compiuto solo alla fine delle sei composizioni.
Un dittico fondamentale che prosegue e rende essenziale la svolta di Spiderland


* La prima formazione include Michael McMahan, chitarra; Doug McCombs, chitarra, basso; Johnny Herndon, batteria; Todd Cook, basso; Britt Walford; Dave Pajo. Nel 2000 abbiamo Michael McMahan, chitarra; Bobb Bruno, chitarra, tastiere; Todd Cook, basso; Rafe Mandel, chitarra, tastiere; Steve Goodfriend, batteria; collaborano: John McEntire; Dan Fliegel; Christian Frederickson; Kim Deal.

venerdì 25 maggio 2012

Swans - Discografia completa 3/3 Swans - Love of life (1992)/The great annihilator (1995)/Die Tür ist zu (1996)/Soundtrack for the blind (1996) 1^ parte-2^ parte/My father will guide me up a rope to the sky (2010)

Gli Swans degli anni Novanta confermano la curvatura purgatoriale del loro leader incontrastato. Michael Gira ha ormai  la consapevolezza dell'iniziato: ha assimilato brutture, umiliazioni, trasalimenti; di tutto ciò non restano che ricordi e, come scrisse Rimbaud, “come caldi escrementi d'una vecchia piccionaia/mille sogni in me fan dolci bruciature*”. D'altra parte cos'è un ricordo se non un sogno**?
Michael Gira lascia la disperazione esclusiva e ritmata degli esordi per la forma della ballata; i suoi toni sono di chi ha vissuto intensamente e ora, snervato dalla lunga consuetudine all'orrore, più saggio, forse più debole, può cantare il passato col distacco di Didimo Chierico (“calore di fiamma lontana”) e, addirittura, trasfigurarlo con accenti fantastici, colla carica empatica d'un favolista. Her, The sound of freedom, Identity, The golden boy that was swallowed by the sea i picchi di Love of life: larghe e bellissime ballate che si caricano, a tratti, quasi impercettibilmente, di toni arcani, medioevali.
Tale parabola, di mestizia e lavoro interiore, viene prolungata da The great annihilator; una certa frenesia percussiva (nel gruppo entra William Rieflin dei Ministry) rimanda, a tratti, ai primi album, ma il suono rimane circoscritto all'ambito crepuscolare imboccato da tempo. Ancora meraviglie: In, Celebrity lifestyle, Warm, I am the sun e Mother/Father, modellata dalla voce di Jane Jarboe.
Dopo Die Tür ist zu, sette improvvisazioni dal vivo, in cui risalta un lato sperimentale fino ad allora inaudito (specialmente nei tre brani più estesi, Ligeti's breath, di ventidue minuti, YRP e Soundsection), i Nostri licenziano il taglio finale Soundtrack for the blind. Per l'occasione arruolano Vudi (chitarra, dagli American Music Club), Joe Goldring (basso, dai Toiling Midgets) e Larry Mullins (percussioni).
Il disco è un capolavoro, superiore persino a Children of God. Non è difficile pensare, vista l'eterogeneità del tutto, ad un recupero di materiale preesistente; due ore e mezzo di musica in cui si ritrovano lacerti di canzoni, schegge live, recitativi, elettronica, accenti industrial, lo sperimentalismo di Die Tür ist zu, ballate tradizionali (di Gira: le eccezionali Helpless child, The sound e The final sacrifice, rispettivamente 15'47'', 13'11'', 10'27''; della Jarboe: la bella Hypogirl e, addirittura, Volcano, pezzetto techno, buono per rimescolare ancor più le carte). In carriera Michael Gira ha dapprima dispiegato le cadenze spietate delle sue Songs of experience e poi, raddolcito e avvolto da una luce morente, quasi filtrata da una vetrata gotica, ci ha donato le sue Songs of innocence: l'infanzia brutalizzata, la vita spezzata, e poi una parvenza di salvezza, sono tutte istanze della sua arte che, sparse nei suoi lavori, coesistono nella miscellanea testamentaria di Soundtrack for the blind.
L'inopinata resurrezione degli Swans due anni addietro con My father will me guide up a rope from the sky, guastò una così coerente dissoluzione. Il lavoro riprende i fili dell'ultimo decadentismo di Gira, ma la sincera disperazione sottesa, patente o sublimata, affiora saltuariamente. Rimangono (non è poco!) belle canzoni: No words/no thought, You fucking people make me sick, Eden prison.
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PS. I due EP Blood women roses, 1987, e Shame humility revenge, 1988, pubblicati a nome Skin, sono per gran parte opera di Jane Jarboe e verranno recensiti prossimamente in un post dedicato interamente a lei.

* Arthur Rimbaud, Orazione della sera (Oraison du soir: “Tels que l'escréments chauds d'un vieux colombier/mille rêves n moi font de douces brûlures”)
** Come conferma l'Anonimo Romano. Nel 1325, allora bambino,  vide l'entrata in Roma, presso il portico d’Ottavia, di numerosi cavalieri armati diretti verso il Campidoglio. Nel rimembrare l’avvenimento così si esprime: “queste cose me recordo como per suonno”.


venerdì 30 dicembre 2011

Black Tape for a Blue Girl - Remnants of a deeper purity (1996)/As one aflame laid bare by desire (1998)


Black Tape for a Blue Girl è il progetto di Sam Rosenthal, originario della Florida, ma cresciuto musicalmente in California. Le due opere prese in esame sono uno dei vertici musicali degli ultimi decenni, due capolavori indiscussi, processioni melanconiche e dolorose capaci di comunicare una commozione profonda ed autentica.
Le voci celestiali, i delicati arrangiamenti per archi, il senso di immane vastità generata dalle tastiere pongono l'animo dell'ascoltatore in uno stato indefinibile di nostalgia, ovvero una sorta di lancinante commistione fra memoria e desiderio: memoria di qualcosa che non è più; desiderio per qualcosa di altissimo e inattingibile; stati del cuore fluttuanti e irriducibili alla comprensione immediata. Tutte le composizioni si reggono su questa potentissimo sentimento d'una perdita  irreparabile e di un desolato riconoscimento della finitezza umana declinato con quella semplicità che promana, come sempre, da un'ispirazione profonda e sentita. Rosenthal non è un romantico: le sue partiture non sono eccitate dall'ansia per il sublime o provocate dall'esperienza della tragedia universale; la sua cifra risiede in un composto pessimismo barocco, in una meditazione sulla vanità umana che può cantare unicamente la manchevolezza: gli affetti scomparsi, l'ineluttabilità della sorte, lo scorrere del secolo. La sua musica è ammantata da una morente luce purgatoriale in grado, tuttavia, pur a tratti, di incedere ferma e solenne come un canto sacro: For you will burn your wings upon sun, I have no more answers, As one aflame laid bare by desire, The green box, The passage alcune delle tracce più rimarchevoli delle due creazioni.

Tu vedi, dovunque guardi, solo vanità sulla terra.
Quello che uno costruisce, è distrutto domani da un altro,
dove ora vivono città, domani vedrai un prato
e un pastorello vi giocherà con la greggia.
                                                              
Quello che ora fiorisce fastoso, verrà calpestato fra poco.
Quello che ora presume tanto e si vanta, è cenere e ossa domani.
Nulla v'è, che sia eterno, non metallo, non marmi.
Ora la sorte ci arride, tuoneranno i lamenti tra poco.

La gloria delle alte imprese passerà come un sogno.
Sosterrà il gioco del tempo, il fragile uomo?
Ah, ciò che stimiamo prezioso, cos'è tutto questo,

se non meschina nullità, polvere, vento e ombra,
se non fiore di prato, che più non si ritrova?
Ma non trovi nessuno che voglia pensare all'eterno*.

* Andreas Gryphius (1616-1664), Tutto è vano, in Antologia della poesia tedesca, 1977.

mercoledì 28 dicembre 2011

The Flying Luttenbachers – The revenge of the Flying Luttenbachers (1996)/Gods of chaos (1998)


Formatisi a Chicago attorno alla figura di Weasel Walter (l'unico membro stabile delle varie incarnazioni del gruppo), i Luttenbachers deviarono ben presto da un pur labilissima ombreggiatura jazz per approdare ad uno sperimentalismo estremo e cacofonico in cui convivono John Zorn e Contortions.
D'altra parte i primi lavori, Constructive destruction e Destroy all music, valgono più di qualsiasi manifesto estetico. The revenge of the Flying Luttenbachers vede una formazione rinnovata (Chuck Falzone, chitarra; Bill Pisarri, basso, violino, clarinetto; Weasel Walter, percussioni, sassofono): le intenzioni sono, da subito criminali: Storm of shit lumeggia mirabilmente il sound (?) del gruppo,  un assalto sonoro alla Chrome, ma spinto sino alla meta segreta: lo stordimento. I ritmi accelerati di Clank, Murder machine muzak (quasi un Dick Dale avanguardistico), Death ray, Thought for Americans sono pachidermi impazziti che stritolano ogni aspettativa di frase musicale riconoscibile e riproducibile; costituisce un limite, a mio avviso, ma anche una lucida testimonianza d'uno scacco metafisico più che artistico, ovvero il naufragio d'un senso razionale della realtà.

Il successivo Gods of chaos tiene fede alla follia pregressa: introdotti à la vaudeville da un ubriaco, i Nostri si scatenano con le quattro parti di The pointed stick variations, che svariano dalla cacofonia totale (in cui la materia sonora dell'universo pare esplodere nell'insoddisfazione per l'ordine e la melodia) a ritmi marziali sovrapposti a ghirigori folli per sassofono, sino all'acquietamento: ancora improvvisazioni e nonsensi percussivi e chitarristici esercitati su rumori di palude. Stream of needles, Floatation method, Alien autopsy (interrotti, per la salute mentale degli ascoltatori, dalla breve registrazione della risacca marina) si materiano di bulldozer sonori, percussioni a vanvera, lamenti, sferragliamenti chitarristici, scarti ritmici: pandemoni dementi che culminano nei dieci minuti di The sun is bleeding, uno dei massimi livelli di destrutturazione rock di sempre, rigetto di qualsiasi tentativo di classicismo e metafora sincera ed estrema dell'incomunicabilità (che, comunque, allignava, sotto forme diverse, ma assimilabili, presso il punk e l'hardcore).
Rimane da scoprire, e dobbiamo stupircene ogni volta, perché tali esplorazioni radicali provengano da continenti musicali storicamente estranei alla speculazione e permeabili alla grossolanità; evidentemente è proprio quest'ultima, col suo serraglio mainstream, a stimolare queste escursioni nelle plaghe dell'assurdo. 

venerdì 18 novembre 2011

Mermen – Food for the other fish (1994)/A glorious lethal euphoria (1995)/Songs of the cows (1996)


I Mermen, guidati dal grande chitarrista Jim Thomas (con Allen Whitman e Martyn Jones), sono un trio di San Francisco che propone pezzi strumentali largamente derivati dalla surf music a cavallo tra Cinquanta e Sessanta.
Dick Dale (la cui Misirlou fu messa nuovamente in voga da Pulp fiction), Duane Eddy e, soprattutto, il sottovalutato Link Wray, sono alla base delle loro scorribande elettriche sporcate, tuttavia, da una vena pessimistica propria dei tempi attuali.
La surf music americana era, probabilmente, la concrezione sonora di un’epoca felice e priva di dubbi (in Italia il corrispettivo sono le canzoni dei musicarelli), in cui la nazione, la parte anglosassone bianca almeno, uscita ideologicamente ed economicamente rafforzata da una guerra mondiale vittoriosa, ritrovava la propria salute e forza; proprio la messa in dubbio di tali convinzioni, con le prime sollevazioni delle Università e delle minoranze, minò le radici  ideologiche e il candore di questa età dell’oro e del movimento surf. Pet sounds dei Beach Boys segnò, simbolicamente e musicalmente, l’inizio della fine; il lentissimo degenerare della speranza di Un mercoledì da leoni di Milius (ambientato fra il 1962 ed il 1974) fu, invece, sotto le vesti di un facile romanzo di formazione, la presa d’atto cinematografica e la ratifica del dileguarsi del vero ed unico sogno americano (l’unico mai realizzato peraltro).
Food for other fish inizia la matura storia discografica dei Mermen*; con Be my noir, introdotta dal suono della risacca, si entra da subito nel loro mondo: lunghi assoli evocativi, di spiagge desolate e di tramonti rivissuti con “calor di fiamma lontana”, che, di volta in volta, si acquietano o accelerano oppure vengono sapientemente franti da Thomas con brevi spezzoni quasi noise. Raglan ed Ocean beach sono episodi monocromatici e tranquilli, ma My black bag già ruggisce con toni hard che esulano dalla consuetudine. La finale Dancing on her sleep chiude il cerchio al suono delle onde oceaniche, smorzando i toni della precedente Pull of the moon che riecheggia, nella seconda parte, le tirate psichedeliche californiane dei Sessanta.
Nello splendido A glorious lethal euphoria convivono, ancora una volta, episodi convenzionali (Drub), brucianti accelerazioni (Pulpin’ line, Lizards, la grande Blue xoam) e distese contemplazioni dell’orizzonte oceanico (Under the kou tree, With no definite future, le strazianti Obsession for men e The flowers they’ll bloom), ma sempre tarmate dalla nostalgia e da una riposta irrequietezza per il dileguarsi storico di un’epoca irrecuperabile.
Proprio l’EP Songs for the cows sarà il lavoro più indicativo di questa inclinazione: i Mermen raccoglieranno di nuovo (con l’eccezione di un pezzo, l’iniziale Curve) l’eredità formale ed ideologica della surf music, ma questa, oramai sconfitta nelle proprie credenze intime, verrà coerentemente rappresentata con toni esagitati e distorti; nonostante sia possibile rintracciare, a sprazzi, il puro tessuto originario (Meandher, Varykino show), le galoppate di Thomas, ormai prive di innocenza, sono inevitabilmente acide e furiose. Brainwash (Rumination) riecheggia il Neil Young della colonna sonora Dead man; la paradigmatica A heart with paper walls, che evoca in tono desolato gli assolati paesaggi marini della California, mostra come le composizioni dei Mermen evitino il rischio di una riproposizione retrò evolvendo, anzi, in meditazioni sulla scomparsa di un pezzo di cultura popolare e sulla fine dell’impero americano quale nuovo regno di inesausta speranza e sicura felicità.

* Essi avevano già pubblicato un disco nel 1989, Krill slippin’.