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giovedì 6 agosto 2015

Brainville 3 (Daevid Allen/Hugh Hopper/Chris Cutler) - Trial by headline (2008)

Per quanto sia allergico ai supergruppi ... è impossibile ignorare la storia di Gong, Soft Machine, Henry Cow e Art Bears; quattro bands e quattro posizioni nella Nurse With Wound list.
Brainville 3 non è, peraltro, un cimitero dei dinosauri. I Nostri si portano appresso la loro storia (c'è anche una I bin stoned before), certamente, ma il disco (dieci brani che oscillano fra avanguardia, space e progressive), pur non vantando memorabili impennate, a tratti si rivela d'inaspettata vitalità.
Da ascoltare, se non altro per omaggiare i tre leoni (Allen e Hopper riposino in pace).

mercoledì 23 gennaio 2013

AC/DC - Let there be rock. The best of AC/DC 1974-2008 (2012) 1^ parte/2^ parte


Se è vero che spesso il genio è insondabile attrazione verso gli aspetti più obliqui e malati d'una corrente artistica o d'un personaggio - attrazione poi sancita dal riconoscimento collettivo (a volte inopinato) e, infine, santificata dal conformismo, allora Led Zeppelin IV è un album geniale.
I simboli lovecraftiani, il satanismo velato, gli sbuffi sulfurei di Aleister Crowley, l'accorta gestione pubblica, le radici blues etc etc. Cosa possono contrapporre a tale spiegamento di mezzi una cricca di inglesi e scozzesi da esportazione, capitanati da un urlatore lascivo (prima) e da uno starnazzatore (poi; una gallina spennata senza voce: Pino Scotto dixit), una masnada di volgari rissaioli con un chitarrista di inesauribile buffoneria (e l'altro che sembra sempre alle soglie dell'infarto al miocardio), capaci di estenuare il buon gusto con una messa in scena dal vivo di geometrica potenza kitsch? C'è poi la questione delle radici blues ... Nessuno sa cosa siano le radici blues, forse ne saprebbe qualcosa un bluesman radicale degli anni Dieci, ma, in mancanza della testimonianza, la citazione è d'obbligo per chiunque si voglia incensare. I Led Zeppelin e i Rolling Stones c'hanno le radici blues, anzi gli Stones, abundatis abundantiam, hanno pure quelle rhythm 'n' blues, tanto chi controlla. Gli AC/DC, invece, al massimo hanno copiato i Free. Certo le radici blues non possono competere con le radici e le ascendenze jazz, vogliamo scherzare. Ne Il pendolo di Foucault di un Umberto Eco in vena di resipiscenze politiche e accademiche cosa fa il protagonista? Mentre in tutta Italia (anni Settanta) tutti menano le mani e cercano di scapolare un 18 di tanto in tanto, egli studia indefessamente e ascolta musica. Quale? Biglietto per l'Inferno, Battisti, Claudio Villa? Macché: del buon jazz naturalmente, magari in penombra sul divanetto mentre centellina qualche liquorino scelto. Gli AC/DC col jazz e le radici blues c'entrano poco, bevono birra a canna, le ascendenze musicali le hanno sicuramente bastarde e sono pure coatti. Allora? Allora dobbiamo prendere coraggio a parecchie mani, prendere la rincorsa e, nel nome di un sano ingaglioffimento e di David Lee Roth, dichiarare solennemente che Back in black è pari a Led Zeppelin IV e che Shoot to thrill è strepitosa (e meno smancerosa e piacionica di Hairway to Steven), che la tracklist in questione è strepitosa anch'essa e che comunque se questi hanno venduto più di cinquanta milioni di copie con un solo disco tanto fessi non sono.
Come vedete mi prendo delle responsabilità storiche. 
Buon ascolto.

01 - It's a long way to the top (if you wanna rock 'n' roll)
02 - Live wire
03 - TNT
04 - High voltage
05 - Ain't no fun (waiting round to be a millionaire)
06 - Dirty deeds done dirt cheap
07 - Problem child
08 - Dog eat dog
09 - Let there be rock
10 - Whole lotta Rosie
11 - Rock 'n' roll damnation
12 - Down payment blues
13 - Gimme a bullet
14 - Riff raff
15 - Highway to hell
16 - Touch too much
17 - Shot down in flames
18 - Hell's bells
19 - Shoot to thrill
20 - You shook me all night long
21 - Back in black
22 - Givin' the dog a bone
23 - Shake a leg
24 - For those about to rock (we salute you)
25 - Evil walks
26 - Flick of the switch
27 - Nervous shakedown
28 - Who made who
29 - Sink the pink
30 - Shake your foundations
31 - Chase the ace
32 - Heatseeker
33 - Stiff upper lip
34 - Thunderstruck
35 - Ballbreaker

domenica 6 gennaio 2013

Due nuove proposte: Piramide di Sangue - Tebe (2012)/mnttaB - mainsHum (2012)


Piramide di Sangue - Tebe (2012). Ensemble torinese di sette elementi, Piramide di Sangue rivela da subito la poliedricità caratteristica di alcuni gruppi della nuova psichedelia, a cominciare da Black Sun Ensemble e Saqqara Dogs e, con le dovute cautele, Ozric Tentacles. E le suggestioni disseminate nelle tracce, come nei gloriosi antecedenti evocati, sono molteplici: krautrock (la chitarra nelle fase iniziale di Sangue rammenta quella, arcana, di Kanaan); influssi mediorientali (come in Io sono la tigre - influssi dovuti al clarinetto di Stefano Isaia, appassionato dichiarato di etno-jazz); indurimenti post-rock (Locuste). 
Una varietà anche dovuta, oltre alla naturale inclinazione del genere, alle inevitabili esitazioni dell'esordio; la padronanza strumentale, già in atto, e un maggior irrobustimento della drammaturgia musicale, da acquisire nelle prove live, contribuiranno, ne siamo sicuri, al superamento di tale momento di crescita. Il disco, tuttavia, è già compiuto e da ascoltare con attenzione.
Collegamenti:  Facebook, Sound of Cobra e Soundcloud.


mnttaB - MainsHum (2012). Anzitutto mnttaB sta per "means-to- be". Il calderone degli australiani di Melbourne (si definiscono "a Melbourne based new romantic, jazz funk, post-nothing, noise-pop smorgasbord with extra mayonnaise", qualunque cosa voglia dire) ribolle di elettronica aspra, industrial, dance; in ultima analisi un eccitante distillato di puro post-punk dai ritmi martellati, distorti e, perché no, ballabili. Bravi.
Collegamenti: bandcamp 

venerdì 23 novembre 2012

Nurse With Wound list vol. 19 (Jef Gilson/Glaxo babies/Förklädd Gud/Gomorrha/Gong/Good Missionaries/Le Grand Magic Circus et Ses Animaux Tristes)

NWW list vol. 19. Gong
Indice generale/General index

108. Jef Gilson (Francia) - Le massacre du printemps (1971). Già con Dizzy Gillespie e con l’agitatore patafisico par excellence Boris Vian (ma anche con conoscenze della lista come Bernard Lubat, NWW156, e Michel Portal, NWW212), il pianista francese, dissacrando già nel titolo il capolavoro di Igor Stravinsky, regala sfarfallii di free jazz nervoso e provocatorio. Da ascoltare. Jef Gilson, tastiere, tuba; Claude Jeanmaire, tastiere; Jean Claude Pourtier, batteria; Pierre Moret, tastiere.

109. Glaxo Babies (Gran Bretagna) - This is your life (1979)/Put me on the guest list (1980). Post punk assimilabile alle atmosphere della no wave di New York e, in parte, dei Pop Group. Spettrali fraseggi free jazz, accenni dub: incombono anche i PIL. This is your life, Stay awake, Because of you, Who killed Bruce Lee? compongono l’EP del 1979, poi ricompreso nel successivo Put me on the guest. Rob Chapman, voce; Dan Catsis, voce, chitarra; Tom Nichols, voce, basso; Tony Wrafters, sassofono; Geoff Alsopp, batteria [Charles Llewellyn].


110. Förklädd Gud (Svezia) - Förklädd Gud (1977). Fra avanguardia, noise e free-jazz; ottimi i primi due componimenti, la breve Davis' cup e la Suite birth (26'33''). Il nome (Dio in maschera) deriva da un poema del connazionale Hjalmar Gullberg. Gustaf Mattsson, basso, percussioni; Lars Svanteson, chitarra, flauto, percussioni; Anders Mård, sassofono, clarinetto, percussioni; Lasse Sterner, sassofono, percussioni; Per Nordfeldt, trombone, flauto, percussioni; Tomas Gabrielsson, piano, percussioni, batteria.

111. Gomorrha (Germania) - I turned to see whose voice it was (1972). L'aggressività delle chitarre e dell'organo di Krietsch situano il gruppo dalle parti dell'hard rock di derivazione anglosassone. Non mancano i momenti più distesi. Peter Otten, voce; Ad Ochel, chitarra; Ali Claudi, chitarra; Eberhard Krietsch, tastiere; Mike Eulner, basso; Helmuth Pohl, batteria.

112. Gong (Australia/Francia/Gran Bretagna) - Camembert electrique (1971). Sospiri cosmici, orgasmi siderei, psichedelia spaziale, una irrecuperabile vena di libertarismo fricchettone filtrato da una perizia strumentale forse sottovalutata; ed una sensazione di felicità che si rinnova ad ogni ascolto. Meno levigato di Angel’s egg, ma egualmente imperdibile. Storica la foto interna al disco. Daevid Allen, voce, chitarra; Blumdido Bad De Grass, flauto, sassofono; Christian Tritsch, basso; Eddy Louiss, tastiere; Pip Pyle, batteria, percussioni; Gilli Smyth, voce.

113. Good Missionaries (Gran Bretagna) - Fire from heaven (1979). Mark Perry, fondatore della rivista Sniffin' glue, gravitò già nell'ambito degli Alternative TV (
NWW8); i Buoni Missionari, a differenza di questi ultimi, e dei Glaxo Babies, tentano però strade più radicali (Thief of fire è cover dei Pop Group): l'andamento è un tappeto di vetri rotti, tra fiati schizoidi, bassi plumbei e recitativi alla Throbbing Gristle. Da ascoltare subito. Gillian Hanna, voce; Dave George, voce, flauto, chitarra, percussioni; Mark Perry, voce, chitarra, clarinetto, tastiere, percussioni; Dennis Burns, basso; Henry Badowski, sassofono, batteria.

114. Le Grand Magic Circus et Ses Animaux Tristes (Argentina/Francia) - Le grand méchant cochon et les trois gentils petits loups (1974). L’argentino Jérôme Savary fu il fondatore della compagnia teatrale Gran Panic Circus (con Fernando Arrabal, Alexandro Jodorowsky, Roland Topor), poi rinominata Le Grand Magic Circus. Il disco fu probabilmente la colonna sonora d’uno spettacolo teatrale, basato sull’inversione sarcastica della fiaba. Difficile apprezzarne tale componente, però, senza l'ausilio delle immagini.

lunedì 15 ottobre 2012

Dirty Three - Horse stories (1996)


I Dirty 3 (Warren Ellis, violino; Mick Turner, chitarra; Jim White, batteria), da Melbourne, sono i gli attori di un folk strumentale dove le assolate e sterminate pianure australiane hanno sostituito i bassipiani del meridione americano.
Ellis è il protagonista indiscusso: il violino, suonato in estese jam, senza nessun iato, guida tutti i nove strumentali, a partire dall'iniziale 1000 miles, dove gli arabeschi dello strumento si sommano sino a creare complesse architetture emozionali; Red, il finale in crescendo di Sue's last ride, I remember a time when once you used to love me sono gli episodi più eccitati dell'album, ma dove i Nostri trovano il loro vero registro sono le parti più distese, il capolavoro Hope, Warren's lament, Horse; qui Ellis può dispiegare la propria arte strumentale che si impreziosisce per accumulo, non per singoli momenti, né per brillantezza di assoli. Il correlativo oggettivo di queste tirate: la natura australiana o, meglio, quella miscela di sensazioni, struggenti e sublimi, che i desolati ed infiniti panorami australiani ingenerano e che il violino evoca e ricrea nel nostro animo. Siamo, insomma, abbastanza vicini alla definizione di folk da camera felicemente coniata per il trio; musica da camera, però, spogliata d’ogni intellettualismo (nonostante la formazione accademica di Ellis) ed eseguita in sale da concerto vaste come il deserto o l’oceano.

sabato 13 ottobre 2012

Grrrls you should know vol. 2 (Babes in Toyland/Bangs/Betty Blowtorch/Breeders/Cadallaca/Chicks on Speed/Devotchkas/Lesbians on Ecstasy)

Babes in Toyland
Babes in Toyland (USA, Minneapolis, Minnesota). Kat Bjelland, voce, chitarra; Michelle Leon, basso; Lori Barbero, batteria.

Bangs (USA, Olympia, Washington State). Sarah Utter, chitarra; Maggie Veil, basso; Jesse Fox, batteria.

Betty Blowtorch (USA, California). Blare N. Bitch, chitarra; Sharon Needles, voce, chitarra; Bianca Butthole, voce, basso; Judy Molish, batteria.

Breeders (USA, Dayton, Ohio). Kim Deal, voce, chitarra; Tanya Donelly, voce, chitarra [Kelley Deal]; Josephine WIggs, basso; Shannon Doughton, batteria [Jim McPherson]; Carrie Bradley, violino.

Cadallaca (USA, Portland, Oregon). Corin Tucker, voce, chitarra; Sarah Dougher, tastiere; sts, batteria. 

Chicks on Speed (Germania/USA/Australia). Melissa Logan; Alex Murray-Leslie; Kiki Moorse.

Devotchkas (USA, New York, New York State). Stephanie, voce; Mande, chitarra; Alaine, basso; Gabrielle, batteria.

Lesbians on Ecstasy (Canada). Fruity Frankie; Veronique Mystique; Bernie Bankrupt; Annagram; Both Hands

sabato 28 luglio 2012

Hey Joe 1962-2012 - 50 years of a song, covers 1965-1967/1968-1974

Niela Miller

I diritti di Hey Joe furono registrati nel 1962 dal cantautore californiano Billy Roberts. La canzone, che parla di un uxoricidio e di una fuga, vien fatta risalire almeno al 1956, quando, sia Roberts che lo scozzese Len Partridge, si esibivano nei club di Edimburgo. Personalmente credo che la maternità del pezzo vada attribuita in larga parte alla compagna di Roberts, Niela Miller, che, nel 1955, registrò Baby don’t go to town.
Il gruppo The Leaves fu il primo a rielaborare Hey Joe nel Dicembre 1965, accendendo un interesse nella folta pattuglia della psichedelia folk del periodo; l’interpretazione della Jimi Hendrix Experience lo rese un classico.
Fra le centinaia di versioni spiccano quelle dei Warlocks (pre Grateful Dead), Band of Joy (pre Led Zeppelin), di Patti Smith; beffarda quella di Zappa, perfetta quella dei Byrds, energica quella degli Stillroven, lodevole la riedizione italiana, di Martò, con testi di Guccini. 
Dopo il 1974 abbonderanno le versioni nobili (Soft Cell, Nick Cave, Battiato), ignobili, e quelle ipertecniche à la Hendrix, ma la segreta ed eversiva carica garage di queste progressioni armoniche rimarrà impossibile da recuperare nella sua purezza (come gli anni Sessanta, del resto).

Hey Joe,
where you goin' with that gun in your hand
Hey Joe,
I said where you goin' with that gun in your hand, oh
I'm goin' down to shoot my old lady
You know I caught her messin' 'round with another man
Yeah, I'm goin' down to shoot my old lady
You know I caught her messin' 'round with another man
Huh! and that ain't cool
Huh hey hoe, I heard you shot your woman down
You shot her down now
Hey Joe,
I heard you shot your lady down
You shot her down in the groud yeah!
Yeah!
Yes, I did, I shot her
You know I caught her messin' round messin' round town
Huh, yes I did I shot her
You know I caught my old lady messin' 'round town
And I gave her the gun
And I shot her
Alright
Shoot her one more time again baby!
Yeah!
Oh dig it
Oh alright
Hey Joe,
Where you gonna run to now where you gonna go
Hey joe, I said
Where you gonna run to now where you gonna go
I'm goin' way down south
Way down to Mexico way
Alright
I'm goin' way down south
Way down where I can be free
Ain't no one gonna find me
Ain't no hang-man gonna
He ain't gonna put a rope around me
You better believe it right now
I gotta go now
Hey, Joe
You better run on down
Goodbye everybody
Hey hey Joe

1955


Niela Miller - Baby don’t go to town


1965

Leaves

1966



Surfaris

Love
The Leaves 
Byrds
Standells
Music Machine
Jimi Hendrix
Shadows of Knight
Warlocks
Tim Rose
Cryan' Shames
Gonn



1967



Spirit

SoulBenders
Stillroven
Hazards
Johnny Hallyday (Francia)
Martò  (Italia)
Los Locos (Messico)



1968

Ant Trip Ceremony

Golden Cups (Giappone)
Creation (Gran Bretagna)
Marmalade (Gran Bretagna)
Mothers of Invention
Deep Purple (Gran Bretagna)
Johnny Rivers
Band of Joy (Gran Bretagna)



1969



Wilson Pickett

Bob Saker (Gran Bretagna)


1970

Fever Tree

Mummie (Italia)

1971

Lee Moses

Les Humphries Singers (Gran Bretagna/Germania)

1973

Carson (Australia)

1974



Roy Buchanan

Patti Smith

giovedì 16 febbraio 2012

Ashera - Color glow (2001)


Ashera, progetto dell'australiano Anthony Wright, è un'immersione, articolata in undici brani, in una regione monocroma e fluttuante dell'anima. Monocroma poiché nessuna evidente sfumatura turba la profondissima distesa lattea delle tastiere di Wright; fluttuante perché le sonorità dell'autore configurano un mondo sospeso e rallentato indeciso fra i tre elementi di acqua, terra o aria. Savannah mirage sembra allargarsi nella contemplazione di un alba maestosa; Music box, invece, ricreare, coi suoi brevi tocchi tastieristici, le profondità marine, ricche di liquidi bisbigli e dense d'una vita sfuggente e rallentata; l'eponima Colour glow, coi suoi cori celestiali, invero al limite del kitsch, pare evocare purissime dimensioni eteree. A dispetto del titolo, è il bianco, ovvero la somma di tutte le gradazioni cromatiche (e quindi la loro negazione), a dare il tono all'opera; tale monotonia è resa in una monolinguismo musicale che, deprivato di qualsiasi sfumatura, rientro o crepa come una perfetta superficie di alabastro, assume le benigne sembianze d'una escursione 'paradisiaca'. Herman Melville (Moby Dick, cap 42, La bianchezza della balena) mostra la duplice natura del bianco: “... in molti oggetti naturali la bianchezza aumenta e raffina la bellezza, come se le impartisse una sua speciale virtù … vari popoli hanno riconosciuto in questo colore una qualche preminenza regale … [ma] sebbene … l'uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate e grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell'anima come uno strano fantasma”. Ashera preterisce del tutto questo secondo significato (che non si riverbera, quindi, nell'espressione musicale), e la sua creazione, benché pregevole, ne esce limitata come un bel manufatto senza le proprie naturali ombreggiature.

giovedì 24 novembre 2011

Hash Jar Tempo – Well oiled (1997)/Under glass (1999)


Incontro tra Robert Montgomery e i Bardo Pond, Hash Jar Tempo è il progetto più puro della moderna psichedelia e, sicuramente, uno dei più audaci tentativi di creare un suono universale attraverso gli strumenti propri della musica rock.
Le sette improvvisazioni strumentali di Well oiled, giustamente senza titolo, sono episodi indefinibili in cui le chitarre disegnano panorami ricchi di echi, riverberi, feedback - panorami sostanzialmente immutabili: solo l’uso della batteria, come di consueto, imprime un moto e una direzione e, in questo senso, una finalità classica alle composizioni (finalità lineare, occidentale); negli episodi sostanziati dalle sole chitarre (specialmente 3, 5, 7), invece, i Nostri raggiungono eccezionali punte di astrazione psichedelica; si può davvero parlare di suono cosmico ovvero del rendiconto sonoro d’uno stato psichico in cui l’anima individuale rifluisce nell’universo, vi si immedesima e può contemplare misticamente la totalità in cui non sussiste più né moto né successione temporale. In questo senso gli Hash Jar Tempo sono davvero figli dei Bardo Pond (a differenza di Subarachnoid Space e Doldrums) e degli episodi maggiori del loro Bufo alvarius*: d’altronde il sostantivo bardo rimanda esplicitamente alla negazioni buddiste del reale a favore dell’esperienza di un mondo fantasmagorico sospeso fra vita e morte di cui si parlò a proposito di Transmigration dei Voice of Eye. Non solo, ma il successivo Under glass conferma anche la visione musicale di Robert Montgomery, delineata nell’album This is not a dream: l’australiano, infatti, cercava in quell’opera di ricreare atmosfere fluttuanti ed oniriche e, in vista di ciò, egli alterava sapientemente ogni traccia sino a renderla indefinita come una figura scorta attraverso le smerigliature d’un cristallo: figura, quindi, (e musica) percepita come nello stato di sonno. Non è meraviglia, quindi, che il secondo lavoro degli Hash Jar Tempo si intitoli in tal modo: d’altra parte le esperienze ultraterrene del Bardo Thodol non sono forse fallaci ed evanescenti come sogni?
Anche in Under glass le percussioni sono ridotte alla sottolineatura essenziale** (quasi rituale) come nelle straordinarie Atropine e Präludium und Fuge. A prevalere è il groviglio elettrico ordito dai chitarristi (Gibbons e Montgomery) attorno alla cui massa ruotano assoli e feedback la cui risultante, come detto, è quella di indurre ad una sensazione di stasi nonostante le incessanti, ma ingannevoli progressioni strumentali. Un grado stazionario della musica che aspira a riprodurre l’eternità e l’immutabilità.
           
* Bufo Alvarius e Well oiled furono registrati nello stesso anno.
** Lo stesso vale per le tastiere.