Steppenwolf - Live 1970. Goldy McJohn, tastiere; Jerry Edmonton, batteria; John Kay, voce, chitarra; Larry Byrom, chitarra; Nick St. Nicholas, basso.
Fraternity of Man - Fraternity of Man (1968). Lawrence "Stash" Wagner, voce, chitarra; Elliot Ingber, chitarra; Warren Klein, chitarra, sitar; Martin Kibbee, basso; Richard Hayward, voce, batteria.
Holy Modal Rounders - The mooray eels eat The Holy Modal Rounders (1968). Steve Weber, voce, chitarra; Peter Stampfel, voce, banjo, violino; Richard Tyler, tastiere; Sam Shepard, percussioni.
Ci sono vite che non vengono vissute, altre troncate troppo presto o cavalcate con un'intensità stordente. Alexander Spence è tutto questo. Eroe della controcultura (fu nei primi Quicksilver Messenger Service e Jefferson Airplane; fondò i Moby Grape), partorì, da solista, un unico disco, questo Oar, che era e rimane un capolavoro del folk psichedelico. L'unica sua opera. Travolto dalla dipendenza dalle droghe e dalla malattia mentale, Spence troncò la propria carriera artistica, di fatto, a ventitré anni; il resto dell'esistenza naufragò progressivamente, come solo possono fare le esistenze in America: egli divenne indifferente al mondo, al quotidiano; randagio, esiliato da se stesso, straniero nella propria terra.
Il disco è una miscela (ancora oggi sorprendente) di temi folk, accenni blues e dilatazioni psichedeliche, che trovano nei dieci minuti di Grey/Afro la propria sublimazione sonora.
Occorre scivolare nel disco lentamente e farsi avviluppare dalla voce e dalla strumentazione (specialmente dalle percussioni) che egli suona autarchicamente. Si avrà, allora, nei pezzi migliori (This time he has come, ad esempio), un magnifico sfasamento, come se le varie parti recitate dal musicista Spence, pur concorrendo alla melodia, tendano a un impercettibile fuori sincrono.
Tale impressione conferma e accresce il fascino psych di un'opera capace di mostrare, inoltre, se ce ne fosse ancora bisogno, che la qualità artistica duratura proviene, oltre che dalla preparazione, da una potente predisposizione dell'anima: quella che altri cercano invano, a posteriori, di definire o ricostruire a tavolino chiamandola estetica o scuola.
183. Napoli Centrale (Italia/Stati Uniti) - Napoli Centrale (1975). Italia al suo meglio; anzi Napoli al suo meglio: sanguigna, popolare (senza scadere nella guitteria) e capace di assemblare nazionalità ed esperienze musicali in una miscela irripetibile di solarità mediterranea e preciso impegno sociale. Senese, italiano di padre americano, guarda a Miles Davis e Weather Report e confeziona un classico del jazz rock dei Settanta. Da non perdere. James Senese, voce, sassofono; Mark Harris, tastiere; Tony Walmsley, basso; Franco Del Prete, batteria, percussioni.
184. Negativland (Stati Uniti) - Negativland(1980). Elettronica, musica concreta, insorgere delle sonorità post punk, registrazioni dal vero, spetezzi metafisici: un collage inquietante, e a tratti sardonico, della società capitalista a loro coeva (i Negativland se ne intendono: provengono dalla California). Per chi ha lo stomaco corazzato dagli ascolti di Throbbing Gristle e compagnia c'è parecchio da godere. Da ascoltare. David Wills, voce, tastiere, nastri; W. Kennedy M., chitarra; Peter Dayton, chitarra; Richard Lyons, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Mark Hosler, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Joan, percussioni.
185. Neu! (Germania) - Neu! (1972). Dopo decenni è impossibile sottrarsi al fascino di questa opera infinita che continuerà a ricrearsi dopo ogni ascolto, intatta e virginale. Forse, come abbiamo già notato a proposito di Captain Beefheart, essa si modella su pulsazioni segrete del corpo umano o su ritmi ancestrali che, pur dimenticati, continuano a operare in noi. Monumento. Klaus Dinger, voce, chitarra, batteria, banjo; Michael Rother, chitarra, basso, doppio basso.
186. AA.VV. (Gran Bretagna/Stati Uniti/Germania/Canada) - Free improvisation (1974). Listato spesso sotto il solo nome di New Phonic Art 1973, in realtà il disco è un set di tre LP che comprende, oltre alla band citata, anche Iskra 1903 e Wired. Improvvisazione pura, che parte, forse, dal jazz per esplorare territori sconosciuti. Si differenziano dal tono generale gli Wired: le due composizioni (25'27'' e 27'47'') sono lunghi cammini sonori insidiati da echi ominosi. In formazione anche Michael Ranta, già con Toshi Ichiyanagi e Takehisa Kosugi (JPR46). New Phonic Art 1973: Michael Portal, clarinetto, sassofono; Carlos Roqué Alsina, tastiere; Vinko GLobokar, trombone; Jean-Pierre Drouet, percussioni. Iskra 1903: Derek Bailey, chitarra; Barry Guy, basso; Paul Rutherford, trombone; Wired: Mike Lewis, voce, tastiere, percussioni; Karl-Heinz Böttner, voce, chitarra, tastiere, basso, ocarina, zither; Michael Ranta, voce, percussioni.
187. Nico (Germania) - The marble index (1968). I sublimi lieder di Nico, voce e harmonium. Attraverso lei irrompe una cultura millenaria. I trovatori europei del Medioevo, le lamentazioni della lirica pagana anglosassone, la Germania, il senso profondo del destino ineluttabile. Tutto questo dal membro meno tollerato dei Velvet Underground. Monumento.
188. Night Sun (Germania) - Mournin' (1972). Assalto sonoro a metà fra progressive e hard rock alla Deep Purple. Genuini e lodevoli. Versatile lo sconosciuto cantante Schaab. Mournin' rimarrà il loro unico disco; unica prova che farà insorgere la consueta domanda: perché, pur nella ovvia diversità di talento, i Deep ingrassano nella Hall of Fame e questi gemono nella Gehenna dove è pianto, stridor di denti e dimenticanza? Per fortuna c'è il web; e ci siamo noi. Per riabilitare chi se lo merita. Bruno Schaab, voce, basso; Walter Kirchgässner, chitarra; Knut Rössler, tastiere, tromba; Ulrich Staudt, batteria.
189. Nihilist Spasm Band (Canada) - No record (1968). Come le spasm band di fine Ottocento (dintorni di New Orleans), i Nichilisti sfruttano strumenti di fortuna (spesso oggetti con finalità quotidiane, come pettini e carta velina, antenati del kazoo) per inscenare una pantomima sbraitata e cacofonica. Sbavanti e cogli occhi iniettati di sangue essi viaggiano al termine della notte sonora. Una registrazione storica. Da ascoltare, ovviamente. William A. Exley, voce, theremin; John Clement, chitarra; Murray Favro, chitarra, batteria; Archie Leitch,clarinetto; Hugh McIntyre, basso; Greg Curnoe, batteria, kazoo; J. B. Boyle, kazoo.
Non ho mai considerato, nella mia vita di ascoltatore, i canadesi Rush (Alex Lifeson, chitarra; Geddy Lee, voce, basso, tastiere; Neil Peart, batteria); per le stesse motivazioni, probabilmente, che m'indussero a trascurare i Dream Theater. La fusione, spesso di cattiva lega, che gruppi a loro simili avevano operato su progressive e hard rock aveva scoraggiato, a priori, un'analisi approfondita (id est, di tutta la discografia).
E questo, naturalmente, fu un errore. Non che i Nostri non abbondino, specialmente nella produzione tarda, in compiacimenti formali, ma alcuni episodi della seconda metà dei Settanta sono innegabilmente notevoli; e in questo live essi vengono riuniti in larga parte e sublimati dall'esecuzione di uno dei power trio migliori di sempre (non si accettano obiezioni). Jacob's ladder, Broon's bane/The trees/Xanadu e i due strumentali, YYZ, con piacionico assolo di Peart, e la straordinaria La villa strangiato (sorta di neologismo angloispanico) valgono, eccome, il prezzo del biglietto.
Resta da stabilire se i Nostri siano destri o mancini, un enigma che ha appassionato parecchi in Italia; sulla sponda sinistra, soprattutto. Nella canzone The trees, forse, la risposta: il testo di Peart parla di aceri e querce; i primi sono invidiosi dell'altezza delle seconde e chiedono pari diritti e pari opportunità di luce. La ottengono e così, conclude l'apologo, tutti saranno uguali per l'ascia, la sega e l'accetta.
L'ideologia di Peart, che ha fortemente subito le suggestioni della scrittrice Ayn Rand, è quella di un libertario individualista, ovviamente di destra, devoto della libera impresa e di uno Stato che assommi esclusivamente le funzioni di guardiano della pace sociale; ogni pulsione collettivista e livellatrice di matrice socialista (o comunista) e fascista (o nazionalsocialista), va dunque aborrita. Si delinea una sorta di anarcocapitalismo moderato che contempla esclusivamente la forza creatrice dell'individuo (un egoista razionale) - un individuo che ha il diritto morale, in tali termini, di perseguire la propria felicità senza danneggiare il prossimo. Una visione del mondo che si è inverata, senza residui e sforzi, proprio nella nazione, gli Stati Uniti, che accolse nel proprio seno l'esule ebrea russa Ayn Rand.
Peccato che la Rand non avesse previsto che tale filosofia (garante, a suo dire, di una pace perpetua e della fine della storia) sarebbe rovinata, in virtù proprio delle premesse, entro un capitalismo di guerra sorretto da un nichilismo tecnico e psicopatico. Non stupisce che nel Collettivo Ayn Rand, un gruppo di studio devoto all'ideologia della russa, sedesse il futuro presidente della Federal Reserve, il genocida seriale Alan Greenspan.
Chissà se Neil s'è mai accorto del ginepraio ideologico a monte delle proprie canzonette.
Finchley Boys (USA, Chicago, Illinois)
- Everlasting tribute (1972;
recordings 1968-1969). Tinteggiature
psichedeliche (bella Swelling waters)
su una solida base hard blues e garage sostenuta dalla chitarra dell’oriundo
olandese Oostdyck (Outcast, Hooked). Da risentire e rivalutare. George
Faher, voce, armonica; Garrett Oostdyck, chitarra; Tabe, basso; J. Michael
Powers, percussioni.
Haunted (Canada, Montreal) - The Haunted (1967). Altro gruppo parecchio sottovalutato. Notevoli ammicchi al
suono rock melodico britannico (Who, Them
e compagnia), ma le partiture originali (1-2-5,
Horror show) e le suggestioni
dylaniane (Untie me) delineano un
quadro generale inaspettatamente all’altezza dei gruppi migliori. John Monk,
voce; Jurgen Peter, chitarra; Al Birmingham, voce, chitarra; Bob Bozak, basso;
Nick Farlowe, batteria.
Litter (USA, Minneapolis, Minnesota) - 100
$ fine (1968). Psichedelia virata verso il rock più roccioso della sponda d’oltreoceano e alleggerita da
tocchi beat. Non mancano tentativi
arditi di smagliare il tessuto musicale consueto (Apologies to 2069 e la versione da nove minuti di She’s not there, degli Zombies). Da sentire. Dan Rinaldi, voce, chitarra; Danny
Waite, voce, tastiere; Tom ‘Zippy’ Caplan, chitarra; Jim Kane, basso; Tom
Murray, batteria.
Dietro il moniker Nadja, si nasconde, come si è visto, il geniale multistrumentista Aidan Baker (Nadja è palindromo del nome di battesimo del canadese). La produzione del duo (al Nostro si aggiunge, alla voce e al basso, la compagna Leah Buckareff) assomma, a tutt'oggi, a più di sessanta lavori, fra CD, Ep, ri-registrazioni con bonus tracks, split con bei nomi dell'avanguardia internazionale (Black Boned Angel, Fear Falls Burning, Atavist, fra i tanti).
Nonostante il diluvio sonoro (raggiunto in poco più di dieci anni), e le ritenutezze stilistiche proprie del genere, una sorta di epico shoegaze-doom, la qualità delle opere, sorprendentemente, rimane sempre alta, tanto che, a proposito del duo, il giudizio si può ritenere acquisito: sono tra i capifila indiscussi del post rock degli anni Duemila.
Due dei lavori maggiori sono già stati recensiti (Radiance of shadows dal sottoscritto, lo stesso Radiance e Thaumogenesis dal buon Webbatici); ho trascelto, dagli anni 2002-2010, i lavori ritenuti più rappresentativi (a parte gli split che esamineremo in seguito).
Oltre al quartetto da tenere sotto orecchio anche Guilted by the sun e Truth becomes death.
Corrasion (2003). Uno dei primi lavori e già lo stile è affinato: brontosauri sonori, basso pulsante, detumescenze, stasi, riprese ancor più ciclopiche. Il rumore di fondo dell'universo. Conflagrazioni stellari, annientamenti, nascite di nuove galassie, vengono scandite dal basso continuo di Buckareff e dalla drum machine di Baker, veri regolatori della vita stessa di questo cosmo musicale. Non mancano accenni più spiccatamente doom (You're as dust) o meditativi (l'inizio di Corrasion).
Bodycage (2005). Tre pezzi per circa cinquanta minuti; un classico imperdibile, Clynodactil (21'45''), maestoso come il dispiegarsi dell'anima stessa dell'universo.
Touched (2007; re-recorded). Assieme a Radiance of shadows forse il capolavoro dei canadesi; questa è la versione accresciuta dell'omonimo del 2003 (da ascoltare anche quella: alcuni la preferiscono); Mutagen e Flowers of flesh sono gli ennesimi tour de force in cui possiamo udire il respiro stesso del divenire. Musica per sciamani.
Desire in uneasiness (2008). Per la prima volta i Nadja si muniscono di un vero batterista (Jacob Thiesen). Si perde il fascino avvolgente dei primi lavori, ma le progressioni divengono dei bulldozer spaventevoli. Eccellente Uneasy desire.
Flying Brain's Garden - First (2010). Progetto nato a Catanzaro (Cristina Russo, voce, cori, testi e disegni; Raffaello De Fazio, voce, cori, chitarra, basso, tastiere, batteria, percussioni), il Cervello Volante propone una cattivante miscela che oscilla tra robuste suggestioni Gong (The Hades guard, il finale di Thirsty for knowledge), per merito dell'interpretazione della Russo (con gemiti interplanetari molto Gilly Smith) e atmosfere psych tipicamente Seventies, ben suonate e, maggior merito, piuttosto rare presso le latitudini italiane (rare anche ai bei tempi). Bella la copertina con entità che sembrano tratte dal Manoscritto Voynich.
Haiduk - Spellbook (2012). Luka Milojica, multistrumentista attivo in Canada, licenzia questa serie di proiettili blindati di death metal. Attacchi chitarristici ad altezza uomo, batteria ad alzo zero, growl classici, tutti distillati in solitario nelle foreste nordamericane. Sapete cosa vi aspetta. Contatti: sito; Facebook; My Space; Reverb Nation.
John 3:16 - Visions of the hereafter - Visions of Heaven, Hell and Purgatory (2012). Abbiamo già presentato John 3:16 (impegnato in una tournée in Israele), alias Philippe Gerber, in uno split con FluiD. Qui presenta nove tracce che rendono ragione del proprio stile onnicomprensivo: ambientale, shoegaze, drone; in fondo, forse, solo lo stile della nuova psichedelia che allarga ancora i confini mentali sino a visioni maestose, verso quella musica delle sfere (la sola universale) che può affrancarci dai lacci mondani. Contatti: sito, Alrealon Musique.
133. Ibliss
(Germania) - Supernova (1972). Incroci psichedelici e jazz-rock
fortemente ritmati (soprattutto per merito di Hammoudi, già con gli
Organization): un impasto dal sapore fortemente Seventies. L’ultima
traccia, la migliore, dai toni distesi e ammalianti, sfiora il liquido
registro dei Popol Vuh. Basil Hammoudi, voce, flauto, percussioni;
Wolfgang Buellmeyer, chitarra, percussioni; Norbert Buellmeyer, basso,
percussioni; Rainer Buechel, flauto, sassofono; Andreas Homann,
batteria, percussioni.
134.
L’Infonie (Canada) - Volume 333 (1972). Free-jazz, progressive,
improvvisazione, si susseguono felicemente in questo rimarchevole lavoro
proveniente dal Quebec canadese. Provocazioni alla John Cage,
progressive cerebrale di derivazione Canterbury, Beethoven, Zappa,
concessioni all’elettroacustica (Boudreau è ammiratore di Stockhausen,
Xenakis, Ligeti) compongono un pout-pourri inesauribile. Raôul Duguay,
voce; Michel Lefrancois, chitarra; Yvon Trudeau, chitarra; Jacques
Beaudoin, basso; Jacques Valois, basso; Gilles Henault, tastiere; Michel
Gonneville, tastiere; Andre Pelchat, sassofono; Walter Boudreau,
sassofono; Jean Grimard, sassofono; Pierre Daigneult, sassofono; Jacques
Beaudoin, contrabbasso; Ysengourd Knörh, percussioni.
135.
International Harvester (Svezia) - Sov-gott Rose Marie (1968). Gli
International Harvester (il nome deriva da una fabbrica di macchine
agricole statunitense) scaturirono dai Pärson Sound, una delle prime
radici del progg finlandese, anticommerciale e libertario (non
necessariamente riconducibile al prog continentale - una ‘g’). Gli
Harvester reagirono ad una trasformazione della società scandinava in
atto a cavallo fra i Sessanta e i Settanta tesa all’occidentalizzazione
più convulsa (come si può desumere, ad esempio, dai gialli degli svedesi Maj
Sjöwall e Per Wahlöö). Nell’album convivono sketch più immediatamente
politici e vignette polemiche contro lo sviluppo capitalistico (The
Runcorn report on Western progress) assieme a improvvisazioni di più
ampio respiro: I mourn you (12’47’’) e le litanie How to survive
(11’42’’) e Skördetider (24’59), echeggianti il minimalismo di Terry
Riley, cui i Nostri pagheranno un tributo artistico nei lavori
successivi. Bo Anders Persson, voce, chitarra; Thomas Tidholm, voce,
corno; Arne Ericsson, violoncello; Urban Yman, violin; Torbjörn Abelli,
basso; Thomas Gartz, batteria.
136.
Iskra (Svezia) - Allemansrätt (1977). Reparto bizzarrie, ma non troppo:
tribalismi (Den Ensamme Ciclysten), squittii alla Chipmunks, marcette
vaudeville (Halte Kameraden), influssi mediorientali. Sfugge un senso
unitario; a meno che questi non sia da ricondurre ad una ribalda
anarchia. Iskra fu un giornale pre-rivoluzionario russo che vantò come
redattore Vladimir Lenin. Allan Olsson, sassofono, oboe, flauto; Jörgen
Adolfsson, sassofono, flauto, vibrafono, percussioni; Tuomo Haapala,
basso, tromba, percussioni; Arvid Uggla, basso, tuba, percussioni; Sune
Spångberg, batteria, percussioni.
137.
Island (Svizzera) - Pictures (1977). Capolavoro indiscutibile del tardo
progressive europeo. Tutte le sonorità pregresse del genere sembrano
convenire nell’opera: Yes, Genesis, le architetture di Canterbury (lato
Henry Cow, NWW21), anche se l’ascendenza più suggestiva è da ricercarsi nelle
complesse introversioni dei Van der Graaf Generator. Il tutto vale solo
come indicazione, però: la perizia strumentale e la miracolosa fluidità
compositiva (per più di settanta minuti), ottenuta senza il ricorso a
basso e chitarra, rendono gli Island unici. Benjamin Jäger proveniva dai
Toad. Copertina storica di H.R. Giger, creatore di Alien. Benjamin
Jäger, voce, percussioni; Peter Scherer, voce, basso, tastiere; Güge
Jürg Meier, batteria, percussioni; René Fisch, voce, flauto, clarinetto,
sassofono, triangolo.
138.
Martin Davorin Jagodic (Jugoslavia) - Tempo furioso (Tolles Wetter)
(1975). Pubblicato dall’italiana Cramps, il lavoro risente
dell’influenza del concretismo francese; si compone di due lunghe tracce
(20’08’’ e 21’58’’) in cui vengono allineati rumori da foresta
pluviale, inquietanti interferenze elettroniche, estratti da radio e
televisione, rumori di fondo interstellari, monologhi desolati. Il tutto
avvolto in una atmosfera incombente da finis terrae. Da ascoltare.
Il 6 Agosto 1945, un Lunedì, e il successivo Giovedì 9, le due città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki e i loro duecentomila abitanti vennero vaporizzati da due ordigni atomici, Little boy e Fat man, sganciati rispettivamente dai bombardieri statunitensi Enola Gay e dal Boeing B-29 Superfortress.
Il fisico americano Robert Oppenheimer (1904-1967), direttore scientifico del Progetto Manhattan di armamento nucleare, poche settimane prima, di fronte all’enormità delle conseguenze della propria ricerca, aveva dichiarato: “Ora io sono diventato Morte, il distruttore di mondi”*. La sentenza, tratta dal Bhagavad Gītā, il sostrato teologico più rilevante dell’induismo, fornirà ai Nadja materiale per uno dei capolavori doom-shoegaze del decennio passato.
Nato come progetto solista del canadese Aidan Baker (voce, chitarra, tastiere), Nadja si arricchì di un secondo membro, Leah Buckareff (voce, basso), per le esibizioni dal vivo. Gruppo sin troppo prolifico, nel 2007 diede alla luce i suoi migliori lavori, Thaumogenesis, Guilted by the sun e, appunto, Radiance of shadows.
Quest’ultimo si articola in tre possenti composizioni (rispettivamente 23, 27, 29 minuti circa).
La prima traccia, Now I am become death the destroyer of worlds, inizia lentamente, a simulare l’arrivo della morte dal chiaro cielo agostano; viene quindi scandita dal pesante incedere degli strumenti (i colpi di un destino ineluttabile) per poi rallentare nuovamente: l’attesa prima della deflagrazione; quindi l’epifania atomica vera e propria risolta musicalmente con un clamoroso scrosciare chitarristico che sembra allargarsi all'universo tutto**.
I have tested the fire inside your mouth è una canzone d’amore ("I have tested the fire inside your mouth/I have turned beneath the touch of your tongue/I am blinded by the radiance of your eyes/I am turned to dust by the heat of your breath, sospirano i quattro versi), ben presto stravolta da vaste distorsioni e da ininterrotte praterie chitarristiche poi sviluppate in un crescendo stordente, che i Nadja intermezzano, tuttavia (come in Now I am become) con accorti rallentamenti.
Anche Radiance of shadows si struttura con flebili accordi di chitarra (una dichiarazione d’amore alla Cronenberg prima maniera***) interrotti ex abrupto da accensioni sonore devastanti; ed anche qui una cacofonia quasi insostenibile occupa la seconda parte del brano per sciogliersi nel tema iniziale.
Una certa ripetitività compositiva, seppur abile (si alternano momenti di stasi, ritmiche marziali ed amplissime distese elettriche) viene riscattata dalla forza debordante dell’esecuzione che, specialmente nella prima traccia, assurge ad altezze quasi titaniche.
* La frase esatta: “Se la brillantezza di mille soli bruciassero in un istante nel cielo, quello sarebbe come lo splendore dell’Unico … Sono diventato morte, il distruttore di mondi”. Sulla morte dal cielo rimandiamo ancora a Sven Lindqvist, A history of bombing, 1999 (tit.it., Sei morto! Il secolo delle bombe, 2001) ** Lo schema si ripete tre volte nell’arco dei circa ventiquattro minuti *** Già comparsa in un EP del 2003 **** “Reduced to subatomic particles/Leeching thru your skin/I scrawl my initials/In your DNA and change you/As you change me".