David Borden, Steve Drews e Linda Fisher (sotto l'egida, l'influenza e la supervisione morale e tecnica di Robert Moog - inventore del sintetizzatore) licenziarono l'album originale nel 1973; nell'edizione del 1999 includono altre due tracce (Train e Easter), risalenti - come Cloudscape for Peggy - al 1970.
Il suono viene a situarsi sulla scia delle potenti suggestioni minimaliste di Steve Reich e Terry Riley, di pochi anni precedenti (specie nell'iniziale Ceres motion).
Sul disco c'è poco da aggiungere; basta ascoltarlo.
In linea generale (oserei dire: metafisica) mi piace, invece, azzardare questo: gli americani sono pionieri che amano lanciarsi sulle ali della tecnica: tanto più cresce la tecnica tanto più si estende il territorio delle loro scoperte; i tedeschi, al contrario, usano la tecnica per indagare se stessi; come popolo, anzitutto, e perciò quale parte peculiare di una più comprensiva interiorità europea.
L'elettronica americana si volge all'esterno, bulimica e seriale (nonostante i costanti riferimenti ai mantra orientali); quella germanica esplora l'inner space: non sono, forse, i bordoni di Klaus Schulze più un rendiconto dell'animo tedesco che una immersione nelle meraviglia del cosmo?
Tutte session per un programma radio tedesco, di Brema, il Beat Club. Ho scelto quelle hard rock. Roba vecchio stampo, che è girata sul piatto mille volte ... eppure, ogni tanto, vien voglia di risentirla. MC5 sopra tutti. Black Sabbath, 1970 01 - Iron man 02 - Paranoid 03 - Black sabbath 04 - Blue suede shoes MC5, 1972 01 - Kick out the jams 02 - Ramblin' Rose 03 - Motor City's burning 04 - Tonite 05 - Black to comm #2 Led Zeppelin, 1969 01 - Babe I’m gonna leave you 02 - Whole lotta love 03 - You shook me Jeff Beck 25 marzo 1972 01 - Got the feeling 02 - Situation 03 - Morning dew 04 - Tonight I'll be staying here with you 05 - Going down 06 - Definitely maybe
Il disco può situarsi, piuttosto facilmente, presso le regioni della riscoperta folk inglese (Fairport Convention in primis).
La cristallina voce della Humphris guida le danze nelle prime due tracce in modo prevedibile, seppur ammirevole, poi la bellissima Streets of Derry spariglia le carte: l'elettricità sovrasta quelle timide aperture regalandoci sette minuti di meraviglie psichedeliche. I dieci minuti di Sally free and easy sono più rilassati, ma la seconda parte, giocata fra vocalizzi aerei, chitarre e piano, è un piccolo gioiello che potrebbero aver scritto i Jefferson. Fool, Geordie e la finale Polly on the shore mantengono alto il livello. Una bella scoperta. Da ascoltare.
Steppenwolf - Live 1970. Goldy McJohn, tastiere; Jerry Edmonton, batteria; John Kay, voce, chitarra; Larry Byrom, chitarra; Nick St. Nicholas, basso.
Fraternity of Man - Fraternity of Man (1968). Lawrence "Stash" Wagner, voce, chitarra; Elliot Ingber, chitarra; Warren Klein, chitarra, sitar; Martin Kibbee, basso; Richard Hayward, voce, batteria.
Holy Modal Rounders - The mooray eels eat The Holy Modal Rounders (1968). Steve Weber, voce, chitarra; Peter Stampfel, voce, banjo, violino; Richard Tyler, tastiere; Sam Shepard, percussioni.
248. Demetrio Stratos (Italia) - Cantare la voce (1978). Le
investigazioni sullo strumento musicale più negletto: la voce. Demetrio
Stratos, artista cosmopolita (nacque in Egitto da genitori greci, di fede
ortodossa), recupera all’ascolto occidentale alcune tradizioni vocali popolari (siberiane
e mongole) in funzione di rottura proprio con l’ordine borghese. L’operazione,
assolutamente eversiva dal punto di vista antropologico e politico, mostra
inoltre una tecnica stupefacente (basta dare un orecchio a Flautofonie e altro nonché a Investigazioni.Diplofonie e triplofonie [in cui Stratos
raddoppia e triplica la voce alterandone il timbro]); il limite del disco
risiede in una persistente aria d’incompiutezza, come se ogni traccia fosse un
torso per sperimentazioni e studi piuttosto che una scultura finita e polita. Scartafaccio
e non libro. Da confrontare, per la comprensione di tali appunti, al lavoro
affine di Tamia Valmont.
249. Sweet Okay Supersister (Olanda) - Spiral staircase sass
(1974). Abbiamo
già presentato i primi due album della formazione olandese, Present from Nancy e To the highest bidder.
Il presente Spiral staircase conferma
il loro “eclettismo lodevole eppur forzato”, fra episodi di progressive colto,
inserti concreti e lazzi di buona lega. Vanno riconosciuti ai Supersister,
tuttavia, sia l’originalità d’ispirazione che la perizia nell’esecuzione. Robert
Jan Stips, voce, tastiere; Sacha van Geest, voce, flauto, percussioni; Martin
Van Wijk, chitarra; Dick De Jong, cornamuse; Anneke Van Der Stee, mandolino;
Mien Van Den Heuvel, mandolino; Bertus Borgers, sassofono; Jan Hollestelle,
basso; Ron Van Eck, basso; Louis Debij, batteria; Los Alegras Band, batterie; Dorien
Van Der Valk, cori; Inge Van Iersel, cori; Josee Van Iersel, cori.
251. Tamia (Francia) - Senza tempo (1981). La cantante francese
(Tamia Valmont) recupera e reinterpreta vocalmente la tradizione popolare (medio)-orientale:
in Shakuhachi song, ad esempio, una melodia
nipponica per flauto di bambù, in First poliphony
le polifonie tibetane, e così via. Le punte del disco (Narcissa solis) attingono davvero a un’esperienza atemporale, fuori
d’ogni canone occidentale. Da ascoltare.
252. Tangerine Dream
(Germania) - Electronic meditation
(1970). Il
debutto dei Tangerine Dream, formati da tre colonne della musica germanica dei
Settanta, è già un capolavoro. Sono passati quarantacinque anni: Electronic meditation non solo non è
invecchiato, ma, a tutt’oggi, fa appassire, al confronto, parecchia avanguardia
arrivata subito dopo. Essenziale. Edgar Froese, chitarra, tastiere; Conrad
Schnitzler, chitarra, violoncello, violino; Klaus Schultze, batteria; Jimmy
Jackson, tastiere; Thomas Keyserling, flauto.
253. Ghédalia Tazartès (Francia) - Tazartès' transports (1980). Francese di
nascita, ma di ascendenza ebraica (in terra turca), Tazartès fonde con
sorprendente fluidità concretismi, loop, effetti elettronici, spezzoni parlati (anche
in italiano) e suggestioni di musica popolare nord-africana e medio-orientale: il
pout-pourri si snoda sicuro, segno inconfutabile di una sensibilità superiore. Forse
è world music, forse no. Eccellente, in ogni caso.
255. 'Mama' Béa Tekielski (Francia) - La folle (1977).
Di padre polacco e madre italiana, Béatrice Tekielski si inscrive, per sua
stessa ammissione, nella riconoscibile tradizione della canzone francese propria
a Brel, Brassens e Léo Ferré. La forza appassionata e ruggente delle
interpretazioni, a volte fluviali (La
mort, 16’30’’) e dilatate, la pongono ben al di là del semplice manierismo.
Da ascoltare.
Questi film li ho visti troppi anni fa, in un'epoca in cui l'Italia contava ancora qualcosa; era, l'Italia, una nazione in cui ci si poteva permettere di liquidare Dario Argento (il primo Dario Argento) in nome dell'engagement: si era infatti nell'opulenza, ancora viventi Rossellini, Fellini, Visconti, Antonioni, Pasolini nonché, fra gli altri, due dei registi italiani fra i più sottovalutati di sempre: Damiano Damiani e Pietro Germi (se ne avete voglia andatevi a rivedere Il rossetto, pellicola di Damiani interpretata da Pietro Germi; poi mi dite; oppure L'istruttoria è chiusa, dimentichi, un capolavoro di feroce denuncia civile, o Un maledetto imbroglio).
Rivedere oggi le prime fatiche di Argento, con l'occhio smaliziato e disilluso dell'oggi, è un'esperienza che dona godimenti inaspettati. Ad esempio, una delle prime scene de L'uccello dalle piume di cristallo: il protagonista, Toni Musante, osserva, attraverso una doppia vetrata, in una ampia sala con scalinata che ospita delle inquietanti creazioni scultorie, una sanguinosa collutazione, tra una figura nerovestita e una donna; si incuriosisce; si avvicina; la figura in nero, intanto, fugge, lasciando la donna ferita all'addome; tale breve lotta è muta: i vetri impediscono qualsiasi suono; Musante supera cautamente la prima vetrata, ma non la seconda, serrata ermeticamente; l'assassino chiude la prima vetrata; il protagonista rimane perciò, intrappolato, come un insetto nell'ambra, fra le due porte, e costretto, quindi, a guardare, impotente, la donna ferita e gemente che si trascina a fatica, dissanguandosi.
La carica sadica e voyeuristica è intatta, pur a distanza di quasi mezzo secolo: Hitchcock avrebbe approvato (forse l'ha fatto); e approviamo anche noi: nonostante il diluvio di violenza e pornografia degli ultimi decenni (sempre più triviali), l'incanto di questi tre minuti sorprende ancora adesso; esito inevitabile quando si scandagliano regioni potenti e simboliche dell'animo umano.
Breve notazione: quanto dobbiamo a Dario Argento e quanto al decennio in cui operò Dario Argento?
In altre parole: Dario Argento, al netto della perizia tecnica, incontestabile, quanto deve agli anni Settanta? A quel torbido e ribollente brodo di cultura dove erano miscelate istanze libertarie, paure antidemocratiche, cambiamenti epocali del costume, presagi di stragi future?
Perché Dario Argento, nonostante quella perizia, è lentamente svaporato negli anni Ottanta? Come il kraut, il progressive, il punk? C'è bisogno di scomodare Eliot e il suo Tradition and individual talent?
Forse. Una cosa è sicura: i nostri tempi (questi che stiamo vivendo) sono unidimensionali. Molti film che cinquant'anni fa apparivano modeste increspature di genere oggi assumono un rilievo d'eccezione (cult); al contrario, molti film che oggi sono spacciati come capolavori in realtà non lo sono. A tali capolavori, spesso gonfiati dalle buccine della propaganda mainstream, manca proprio la profondità simbolica, la forza critica, e quel retaggio di contrasti e contraddizioni che rendeva notevoli i film degli Argento e dei Damiani. Sarà un caso, insomma, che alcune superstiti riviste cinematografiche si sdilinquano (spesso esagerando) per il cinema di genere italiano (gialli, horror, poliziotteschi)? Non sarà che Tomas Milian, Enrico Maria Salerno e Franco Citti, alla fine della fiera, vantino una filmografia, dal punto di vista del cinema d'arte, superiore a quella di George Clooney, Brad Pitt e Scarlett Johansson?
Sono domande, mica sacrilegi.
Interessantissime le colonne sonore di Ennio Morricone, distanti dal sound delle pellicole di Leone e sbilanciate verso le dissociazioni sonore del contemporaneo Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza, di cui Morricone fu membro fondatore (vedi Post rock vol. 6; Post rock vol. 7; Post rock vol. 9).
Fairfield Parlour - From home to home (1970). Morbido e malinconico, il disco si astiene dagli umori progressive per puntare verso i territori rassicuranti del pop melodico. Non manca qualche buon episodio (Emily, Aries) e qualche felice estroversione (Sunny side circus, In my box): anonimo, ma indubbiamente piacevole. Peter
Daltrey, voce, tastiere, percussioni; Eddy Pumer, voce, tastiere, chitarra; Steve
Clark, flauto, basso; Dan Bridgman, batteria, percussioni.
Gracious - This is … Gracious!! (1971). I 24 minuti di Supernova partono alla grande: echi di Pink Floyd e un'ottima tensione, poi il quadro si sfilaccia: nonostante la godibilità di alcuni passaggi si avverte troppo la varietà dell'ispirazione (folk, pop) che finisce per diluire lo stile sino all'anonimato. Abbastanza trascurabili i quattro pezzi della seconda facciata. Paul
"Sandy" Davis, voce, chitarra, percussioni; Alan Cowderoy, voce,
chitarra, percussioni; Martin Kitcat, voce, tastiere; Tim Wheatley, voce,
basso, percussioni; Robert Lipson, batteria.
Fruupp - Future legends (1973). Gruppo irlandese interprete di un notevole progressive d'impronta romantica; alcuni brani sono davvero rimarchevoli per la costruzione (ricca di cambi di ritmo) e l'interpretazione strumentale: Decision è un piccolo capolavoro, buoni anche Graveyard epistle e Old tyme future. Valgono un ascolto. Vincent McCusker,
voce, chitarra; Stephen Houston, voce, tastiere, oboe; Peter Farrelly, voce,
basso; Martin Foye, batteria,
percussioni.
241. Sally Smmit & Her Musicians (Gran Bretagna) - Hangahar
(1980). Cosa
significa avere dei maestri? Imparare in pochi anni ciò che, altrimenti,
impareremmo in venti o trenta. Oppure, ipotesi nettamente plausibile, mai. Gli
estensori della NWW sono maestri. Hanno preservato dall’oblio decine di opere
che, personalmente, non avrei mai cercato a breve termine e che giudico (con basica
brutalità) belle da ascoltare, e ancor più belle da scoprire: quasi tutte svelano,
infatti, un affascinante mondo di corrispondenze e rimandi sotterranei che inducono
a ricercare ulteriore musica, spesso occulta (o meglio: occultata dal
mainstream). Ad esempio, in tal caso: la Smmit (Sally Timms: Smmit è palindromo
del vero cognome) viene dai Mekons (cfr. Early British punk vol. 13), il disco è
prodotto da Pete Shelley (già incontrato nella NWW18 con £ 3,33, e nella serie EarlyBritish punk vol. 3 coi Buzzcocks) e così via. Due lunghi brani: il primo, con le voci
femminili, aeree e stranianti, a rincorrersi fluttuanti su un tappeto sonoro di
elettronica e percussioni è memorabile e merita l’ascolto da subito; il secondo
è simile, ma di minore impatto. Il disco dovrebbe essere la colonna sonora del
film omonimo: non mi è riuscito, tuttavia, di rintracciare la pellicola. Mistero secondario. Sally Smmit (Sally Timms), Lindsay Lee (Lindsay
Reed), Pete Shelley, Francis Cookson, Gerard Cookson.
242.Snatch (Stati Uniti/Gran Bretagna) - Shopping for clothes (1980). Snatch ovvero Judy Nylon e Patti
Palladin … chi sono queste due signorine? Mai sentite? Anche qui c’è da
scoprire. Judy Nylon, americana, immigrata nel Regno Unito nei primi Settanta,
fu un’artista a tutto tondo, uno di quei pesci che amano nuotare nelle misture
bollenti della novità: avanguardia, no/new wave, glam, post punk …; vicina
(forse sentimentalmente) a Brian Eno, ne condivise gli interessi per la musica
ambientale e, forse, addirittura li indirizzò in tal senso (vi è un aneddoto al riguardo, che
non cito poiché gli aneddoti sono spesso esagerati, o falsi, o irrilevanti); Patti Palladin
militò nei Flying Lizards (NWW17) ed ebbe modo di registrare un disco con
Johnny Thunders, ex New York Dolls (un altro NYD, Jerry Nolan, suona invece la
batteria nel presente disco). Il sound deviato di Shopping risente conseguentemente sia di certi umori no wave
americani che delle sperimentazioni post punk in terra inglese. Molto interessante. Judy
Nylon, voce; Patti Palladin, voce; Keeth Paul, chitarra; Bruce Douglas, basso;
Nick Plytas, tastiere; Jerry Nolan, batteria.
243. Soft Machine (Gran Bretagna) - Third
(1970). Non so quali note critiche si possano aggiungere al terzo dei Soft
Machine. Si potrebbe cominciare con i condivisibili: “È meglio il quarto!” o “È meglio il secondo!” (vedi WBC1/1969 e poi vedi WBC4/1970) oppure iniziare, pour epater les cretins: “Notevole
free-jazz, seppur ampiamente sopravvalutato …”, o rincarare, collo snobismo
ricercato dei jazzaroli più snob: “L’opera gode di una fama esorbitante, di
quella vasta isteria prossima al culto …”. Io mi limito a rilevare che tre
pezzi (Facelift, Slightly all the time, Out-bloody-rageous)
formano già un’opera memorabile; e che la quarta traccia è Moon in June, interpretata da Robert Wyatt. Riascoltatelo questo
disco, ma, vi prego, in modo acconcio: a tarda sera, quando tutta la volgarità
del cicaleccio pubblicitario dell’idiozia di massa s’acquieta, almeno
nell’emisfero occidentale; ascoltatelo alla luce d’una lampada a bassa
intensità, mentre seguite le linee grafiche della copertina del vinile e la
puntina superstite graffia con cura la plastica impolverata … ah, che pace, che
serenità, che capolavoro … Mike Ratledge, tastiere; Elton Dean, sassofono; Lyn
Dobson, flauto, sassofono; Jimmy Hastings, flauto, clarinetto; Nick Evans,
trombone; Rab Spall, violino, Hugh Hopper, basso; Robert Wyatt, voce, batteria.
244. Sperm (Finlandia) - Shh!
Heinäsirkat (1970). Abbiamo già incontrato Pekka Airaksinen (NWW1), mente
motrice del gruppo. Gli Sperm durarono poco; generarono un EP, questo disco e numerosi
scandali, grazie a una serie di live oltraggiosi, oltre i confini, allora
invalicabili, della pornografia. Shh!
è un’opera composita: si passa dai toni free di Jazz jazz, alla dodecafonia per
chitarra torturata di Dodekafoninen
talvisota sino ai grandi episodi ambientali dell’iniziale Heinasirkat, e di Korvapolikliniikka hesperia, dove il suono si curva al doom.
Per le orecchie allenate è da ascoltare subito. Pekka
Airaksinen Mattijuhani Koponen, P.Y. Hiltunen, Antero Helander, J.O. Mallander,
Markus Heikker.
245. VV. AA. (Germania) - Pop & Blues Festival '70 (1970). Frumpy, Beatique in
Corporation, Sphinx Tush, Tomorrow’s Gift, Thrice Mice: le leve secondarie del
sound tedesco degli anni Settanta bastano a regalare un grande live:
progressive eseguito secondo le inclinazione canoniche: sinfonico,
pinkfloydiano, arzigogolato, prog-blues, hard prog … quello che conta sono i
timbri dei Settanta, spontanei, sinceri e di inesauribile fascino. Notevoli i
sette minuti dei Thrice Mice col loro revival vivaldiano.
246. Karl-Heinz Stockhausen - Aus den sieben Tagen (1968). Già recensito qui.
247. Stooges (Stati Uniti) - Fun house (1970). Vediamo cosa si può dire di questo disco: TV eye non ha nulla a che vedere con la televisione, ma con l’occhio concupiscente di una signorina; l’urlo introduttivo alla medesima TV eye probabilmente fu il suono primario che indusse il cervello di Henry Rollins a fare ciò che poi fece; la grattugia iniziale di Down on the street lascia già intendere tutto; e che Dirt, colla sua andatura trattenuta, è uno dei più grandi brani rock di sempre … volevo limitarmi a citare Webbaticy, ma pure lui non ha molto da dire, a parte lodare il produttore Gallucci, ingiustamente trascurato (così è la vita), e piazzare l’opera al numero uno di una delle sue classifiche annuali all time (WBC1/1970). Anche Fun house va ascoltato in solitario, ma di giorno, in autostrada, con poco traffico tra i piedi; Dirt, però, va bene anche di notte, coll’oscurità tagliata dalle ritmiche luminarie delle alogene, e l’asfalto che inghiotte in silenzio ogni pensiero più futile. Iggy Pop, voce; Ron Asheton, chitarra; Dave Alexander, basso; Scott Asheton, batteria; Steven Mackay, sassofono.
Alle 7.25 circa, davanti all'edicola, o meglio: davanti alla copertina (a sinistra) in mostra presso un'edicola (una delle superstiti edicole romane) è partita la prima bestemmia ... non per il contenuto - merda purissima, ça va sans dire - ma per l'inutile ambiguità della sintassi ... "Come non l'avete visto" a cosa si riferisce? Se al "paese" nulla da eccepire ... in una rivista, però, sedicente musicale, che titola un numero "Le cento facce della musica italiana" credo che il "visto" si concordi a "suono" ... un suono mai visto, insomma ... sinestesia di rara sensibilità ...
Un paese meraviglioso, davvero ... peccato che tocca viverci ... il prosieguo della giornata non lo augurerei a uno psicopatico seriale ... la realtà purtroppo è una: l'Italia sta sbracando irreversibilmente. Incredibile la tenacia nel non far funzionare nulla, dai trasporti pubblici alle poste agli snodi essenziali del vivere quotidiano; laddove una pratica qualsivoglia può filare vaselineggiando verso una felice conclusione, ecco il cialtrone di turno tirare fuori dal magico cilindro dell'inettitudine l'ultima circolare o leggina o impedimento (a volte inventati di sana pianta) ... ovvero gli inesausti moltiplicatori (per dieci) di altrimenti inesistenti difficoltà burocratiche ...
Siamo in un cul de sac: impossibile uscirne per via democratica; parimenti impossibile uscirne con una rivoluzione: ecco la nevrosi dell'italiano contemporaneo; sente che ogni via è chiusa, ma non ha la forza di rompere gli schemi e rischiare la pelle ... certo, in un modo ne usciremo: orizzontali, per dirla alla Tex Willer ...
Alla fine di questa giornatina mi son messo ad ascoltare il povero Joe Cocker, altro superclassico che non ho mai ascoltato davvero in vita mia ... mal gliene incolse ... a parte She came in through the bathroom window, vicina al mio cuore sol perché era la sigla televisiva di un programma RAI d'antan, il tutto mi è sembrato straordinariamente ordinario ... straordinariamente ordinario ... vi piace? devo metterci il copyright se no Rolling me lo ruba subito questo meraviglioso calembour ... mi chiedo il motivo per cui certi LP continuino a rimanere punti fissi dell'adorazione rock ... certo, un disco di gospel bianco piacevole e ben suonato, uno dei tanti cresciuti nel fertile solco dell'English blues e affini, ma finiamola qua ...
A volte mi sorprendo a pensare che tale opera di revisione sia la conseguenza di un declino: quello del potere d'influenza delle majors ... la propaganda, insomma, non riesce più sobillare con la forza di prima ... da un'epoca cinquantennale in cui le storie del rock (cartacee) riportavano - inevitabili! - Mad dogs tra gli imperdibili, si sta lentamente scivolando in un caravanserraglio musicale caotico, pletorico, e con scarsi riferimenti critici, ma, per una volta, dai giudizi assolutamente liberi dai pre-giudizi ... e il povero Cocker ci lascia la pelle ... ma noi gli vogliamo bene comunque: evviva Joe!
235. Seesselberg - Synthetik 1 (1973). L'unico disco licenziato dai fratelli Seesselberg, nove tracce di effetti spaziali elettronici di oscillatori e sintetizzatori; potremmo dire: un'opera nata sulla scorta di Tangerine Dream, Klaus Schulze e Conrad Schnitzler et cetera, se non fosse che questi ultimi, pur maggiori, sono a sua volta discendenti e debitori di un'unica grande koiné musicale, sorta a Colonia negli anni Cinquanta. Per questo i dischi di Seesselberg (e dei colleghi citati) sono ancora godibili: non risentono di ingenuità pionieristiche, sono già adulti poiché s'avvalgono di ricerche già solide e formate; il loro merito comune fu di volgarizzare presso un pubblico giovane e non accademico tali sperimentazioni (al netto della genialità creatrice individuale: di Schulze e Tangerine, ad esempio). Eckhart Seesselberg, Wolf-J. Seesselberg, elettronica.
236. Semool (Francia) - Essais (1971). 11 saggi, certo, ma partoriti da uno schizofrenico. Ipnotici e sospesi accenni per chitarra che molestano la memoria di Interstellar overdrive (1), deformazioni vocali, strumming scombiccherati, inquietanti echi spaziali (7), schegge di avanguardia per pianoforte (5-6), estratti rock (10), noise redenti da rielaborazioni di Black sabbath (3) ... chi offre di più? I più sbarazzini di noi non potranno sottrarsi all'ascolto. Da sentire. Philippe Martineau, chitarra, percussioni; Olivier Cauquil, chitarra, tastiere; Rémy Dédé Dréano, percussioni.
237. Sonny Sharrock (Stati Uniti) - Monkey-pockie-boo (1970). Puro noise per batteria e chitarra, straziato dai vocalizzi da tribade di Linda Sharrock, moglie del Nostro; la no wave di New York, ma con qualche anno d'anticipo. Per orecchie robuste. Linda Sharrock, voce; Warren 'Sonny' Sharrock, voce, chitarra; Beb Guérin, basso; Jacques Thollot, batteria.
238. Silberbart (Germania) - 4 times sound razing (1971). Power trio roccioso e ben amalgamato per un hard rock tipico dei Settanta; l'architettura di tre delle quattro tracce però, oltre i dieci minuti, stravolge qualsiasi cliché: saliscendi sonori, distorsioni, ritmica di granito, sublimano la consueta materia di genere in una psichedelia dagli accenti corruschi e fascinosi. Bravo (e misconosciuto) Teschner. Hajo Teschner, voce, chitarra; Werner Klug, basso; Peter Behrens, batteria, percussioni.
239. Siloah (Germania) - Siloah (1970). Folk, psichedelia, influssi orientali, reiterazioni ipnotiche cullate da dolci percussività ... nulla di nuovo, nulla di eclatante, eppure tale impasto è inconsciamente rielaborato, come sempre alle latitudini germaniche, con accenti arcani quasi impercettibili all'orecchio, pur allenato; e assolutamente inudibili per quello grossolano. La declinazione gotica dell'orientalismo hippie (già dei maestri Amon Duul I) che, in tale opera, tocca uno dei vertici del periodo con il trionfo di Aluminum wind (18'26''). Inevitabili. Heinrich Stricker, voce; Thom Argauer, voce, chitarra; Wolfgang Görner, basso; Manuela Freifrau Von Perfall, percussioni.
240. Smegma - Glamour girl 1941 (1979). Gruppo genericamente impermeabile alle mode e alla fama, gli Smegma (ancora attivi) s'inscrivono nel magico circolo sperimentale LAFMS (Los Angeles Free Music Society); vi abbiamo felicemente sbattuto le orecchie tre volte (Airway, NWW3 e Doo-dooettes & Le Forte Four, NWW83 e NWW151). Nel caso degli Smegma, il nome e una traccia, la quinta, concettualmente paradigmatica (I am not artist) la dicono già tutta sul contenuto. S'inizia con un jazz dai toni languidi e obliqui, ma le crepe della ragionevolezza permettono presto la colatura dell'insania: vociferazioni, loop, rumoristica assortita e, a chiudere, un inaspettato solo guitar; debitamente sporcato, ovvio: i Nostri non vogliono applausi. Bravi! Kantor (Istvan Kantor), Hair Cess Poole (Harry Cess Poole), voce; Mr. Ritz (Allen Lloyd), voce, tastiere; Frank (Frank Chavez), sassofono; Dr. Id (Mike Lastra), effetti; D.K. (Brad Ostetler), voce, basso; Reet (Eric Stewart), voce, chitarra; basso, effetti; Danton (Danton Dodge), voce, batteria; Erph-Puss (Amy DeWolfe), batteria.
214. Public Image Limited (Gran Bretagna) - Metal box aka Second edition (1979). Già recensito qui.
215. Red Crayola (Stati Uniti) - The parable of arable land (1967). Webbaticy:
“Sono passati 46 anni e il suo ascolto
ancora colpisce; le 6 Free form freak out, frutti di cacofoniche improvvisazioni in libertà con un capannello di
amici, furono quanto di più radicale all'epoca e c'è poco da sorridere sulla
loro naiveté. Ciò che resta impresso nella memoria è ovviamente costituito
dalle canzoni presumibilmente normali, contrassegnate peraltro da un melodismo
e da un dosaggio esponenziale e deviato di psichedelia tipica dell'epoca,
comunque in grado di sballare grazie alle infinite trovate ad effetto, su tutte
Hurricane fighter plane e Pink
stainless tail”.
216. Red Noise (Francia) - Sarcelles-Lochères (1970). Si parte
piano, tra flatulenze di sassofoni, canti da ubriachi, provocazioni concrete;
quindi il disco si assesta a mezzo fra brani jazz e canzoncine scheletriche:
una esitante e variegata propedeutica ai diciotto minuti finali di Sarcelles c’est l’avenir, sorta di
fluviale Sister Ray acidastranita dai fiati e ossessionata dalle
percussioni: un mezzo capolavoro. Da ascoltare. Patrick Vian, voce, chitarra;
Jean-Claude Cenci, voce, flauto, sassofono; Daniel Geoffroy, voce, basso; Philip
Barry, voce, chitarra, batteria
217. Reform Art Unit (Austria) - Reform Art Unit (1975). Introvabili.
218. Steve Reich-Richard Maxfield-Pauline Oliveros (Stati Uniti) - New sounds in electronic music (1967). Tre brani: il primo, di Maxfield (1927-1969), Night music, risale alla fine degli anni
Cinquanta: è una delle testimonianze sonore sopravvissute di uno dei fondatori
della musica elettronica americana; si compone di una serie di effetti prodotti
da un registratore e un oscilloscopio; storico; il secondo, Come out (1966), di Steve Reich (1936), uno dei padri del minimalismo, riafferma l’essenza ciclica della sua estetica: un
frammento discorsivo viene ripetuto indefinitamente sino al proprio
annullamento di senso; il terzo, I of IV (20’45’’),
di Pauline Oliveros (1932), è il capolavoro del terzetto: i ‘segnali’,
variamente ottenuti, costituiscono una foresta sonora inquietante, ricca di
echi e rifrazioni misteriose. Composto presso l’Università di Toronto nel 1966.
Da ascoltare, ovvio.
219. Achim Reichel & Machines (Germania) - Echo
(1972). Un caposaldo della psichedelia europea: cinque lunghe jam in cui ogni
adepto del kraut che si rispetti troverà rispondenze e richiami con i maggiori
attori della produzione tedesca coeva, a partire dagli Amon Düül; si potrebbe
parlare di folk psichedelico (il ‘fondo’ di chitarra acustica, le dilatazioni
sonore, lo sfasamento), ma l’impasto di Reichel è geneticamente diverso dal
consimile genere angloamericano, quello più conosciuto; in Reichel opera,
infatti, una tradizione culturale naturalmente ricca di echi magici: basti
leggere alcune pagine dei romantici tedeschi più obliqui (Hoffmann, ad esempio): qui ogni evento, anche quello apparentemente più innocuo, rimanda a un
sottofondo insondabile, ma vivo, che coincide con l’anima millenaria della
Germania, succube dell’idea del fato e dell’ineluttabile. Ecco perché Scaruffi
può dire, a proposito degli Amon Düül (ma il tutto può estendersi a Reichel): “Il loro sound era ‘gotico’ nel senso più`
autentico (e meno spettacolare) del termine, non per il gusto di evocare
atmosfere terrificanti ma per la natura stessa delle loro radici culturali”.
Da mettere sul piatto subito. Achim Reichel, voce, strumenti vari; Helmut
Franke, chitarra; Norbert Jacobsen, voce, clarinetto; Arthur C. Carstens, arpa;
Jochen Petersen, sassofono; Dicky Tarrach, batteria; Lemmy Lembrecht, batteria,
percussioni; Hans "Flippo" Lampe, percussioni; Kalle Trapp,
percussioni; Rolf Köhler, percussioni; Conny Plank, voce; Klaus Schulze, voce,
Matti Klatt, voce; Frank Dostal, suoni; Pete Becker, suoni.
220 Residents (Stati Uniti) - The third Reich 'n' roll (1976). Circa
trenta hit (anni Sessanta-Settanta) costituiscono i due mostruosi ircocervi del
disco: Swastikas on parade (17’36’’)
e Hitler was a vegetarian (18’33’’). Da
Let’s twist again a To Sir with love, da Hey Jude a In-a-gadda-da-vida, tali punte mainstream del rock sono distorte,
amputate, deformate, giustapposte e, infine, riassemblate in forma di collage;
il risultato esula dalla parodia accattivante, anzi si colora di tinte sinistre
e quasi malsane: l’ascolto è ostico, ma la genialità di alcuni passaggi lo
rende doveroso. Nei bonus prendono per i fondelli Rolling (ancora: la traccia
isolata di Satisfaction) e Bitolz. Ah,
che grandi canaglioni. ?; Honeydew, Pamela Zeibak, voci
221 Catherine Ribeiro + Alpes (Francia) - N°
2 (1970). Patrice Moullet (compositore, inventore di strumenti, attore) e
Catherine Ribeiro (d’origine portoghese, anch’ella attrice: con Godard) sono il
nucleo di tale sottovalutato ensemble in cui il folk (Ballada des aguas, 15 Août
1970)si sposa a brani
psichedelici di rara intensità: Sirba,
dominata dall’organo Farfisa, Silen von
Kathy e i diciotto minuti di Poème
non épique ) sono i vertici sonori, esornati dai vocalizzi della Ribeiro, le cui
inflessioni melodrammatiche, tipiche della chanson transalpina, rilucono di una
certa teatralità ghiacciata alla Nico; è solo una suggestione, però: le ascriviamo la piena originalità. Da
ascoltare. Catherine Ribeiro, voce; Patrice Moullet, voce, chitarra, tastiere; Isaac
Robles Monteiro, chitarra; Pires Moliceiro, chitarra; Denis Cohen, tastiere,
percussioni.
Occhio alle date. Gli olandesi furono tra i primi a distillare un progressive puro e non derivativo dai modelli anglosassoni. Le ottime Present for Nancy e Memories are new, dal primo album, oscillano fra il brillante e fluido incedere e gli arabeschi più complessi e acidi delle tastiere. Il resto dell'opera prima si compone di un eclettismo lodevole seppur forzato (da una cover di Eight miles high sino ad accenni di musica sacra per organo); To the highest bidder conferma tale vena (A girl named you; No tree will grow) nonostante le prime infiltrazioni d'una attitudine pop piuttosto facile.
Robert Jay Stips, voce, tastiere, vibrafono; Ron van Eck, basso; Marco Vrolijk, voce, batteria, percussioni; Sacha Van Geest, voce, flauto [solo su Present for Nancy]
208. Plastic People of the Universe (Cecoslovacchia) - Egon Bondy's Happy Heart Club Banned
(1978). Attenzione: i Plastic People si
formano dopo l’invasione sovietica del 1968 (mente del gruppo: il bassista
Hlavsa) sotto l’egida artistica del poeta Ivan Jirous (sorta di Andy Warhol ceco:
i Plastic erano, infatti, devoti ai Velvet Underground); traggono il proprio
nome da Plastic people, brano
d’apertura di Absolutely free di
Frank Zappa; il titolo lo trafugano, ovviamente, al Sgt. Pepper’s dei Bitolz sostituendovi il nome di Egon Bondy, eccentrico
poeta surrealista praghese, studioso marxista in polemica sia con il
totalitarismo sovietico che con le strutture capitaliste mondiali; in fundo: i Plastic
furono osteggiati dal partito comunista cecoslovacco che gli ritirò la licenza
nel 1970: il disco fu, perciò, registrato in Francia … Serve altro? Egon Bondy è un capolavoro; esso spazia
con forza bislacca fra raucedini beefheartiane, arieggiamenti del primo Zappa,
sfiati di sassofono, inserzioni acide di violino: un fondo underground e
notturno (ascrivibile anche al loro esilio artistico) dona un fascino costante
a tutta l’operazione. Da ascoltare subito. Josef Janíček, chitarra, tastiere, vibrafono; Vratislav Brabenec, sassofono,
clarinetto; Jiří Kabeš, chitarra, violino, theremin; Milan Hlavsa, basso;
Jaroslav Vožniak, batteria.
209. Poison
Girls (Gran Bretagna) - Hex (1979). A quarant’anni suonati la
milfettona Frances Sokolov vede i propri figli adolescenti (un maschio e una
femmina) suonare con due distinti gruppi punk. E cosa fa? Li manda dallo
psicologo? Aspetta disperata la menopausa? Macché, mette su una propria band dove
sferraglia rauca il proprio anarco-femmminismo col nom de plume Vi Subversa. Complici politico-ideologici sono i Crass; il disco, quindi,
più che verso gli sbeffeggiamenti anglosassoni, al cui fondo residua un compiacimento
teppistico per l’infrangimento della morale corrente, inclina potentemente
verso le ruvidezze hardcore oltreatlantiche, tanto punk da ignorare il punk. Marciapiede
opposto a Clash e compagnia; un caposaldo. Vi Subversa, voce, chitarra; Richard
Famous, voce, chitarra; Bernhardt Rebours, basso; Lance D'Boyle, batteria; Eve
Libertine, voce.
210. Pôle (Francia) - Kotrill
(1975). Disco oscurissimo, sorto dalla collaborazione di tre sperimentatori
elettroacustici. Opera che, in virtù dell’appartenenza alla NWW list, e di tale
irrilevanza commerciale, ha assunto, nel tempo, statuto leggendario. Non del
tutto usurpato, tuttavia; loop, saliscendi elettronici, frequenze intergalattiche,
gong ominosi, e la lunga sequenza purgatoriale di Villin-gen (21’00’’), esornata da sgocciolii à la Neu!, formano un
impasto retro al cui fascino è impossibile sottrarsi. Da ascoltare. Daniel
Bodon, Paul Putti, Thierry Aubrun, elettronica.
211. Pop
Group (Gran Bretagna) - Y (1979). Ecco Webbaticy: “Devo
confessare che ci ho messo un po' di tempo a riconoscere il valore di questo
gruppo pop ... ma col passare del tempo ho iniziato ad amarlo, senza riserve. Non
serve raccontare molto di Y, è un po' uno di quei dischi dei quali si è parlato
e scritto così tanto e così profondamente che non ritengo di dover aggiungere
un granché. Mi sento solo di riconoscere l'immensa valenza artistica di una
voce come quella di Stewart, un pazzo delirante che canta come uno strumento
aggiunto, soltanto che non assomiglia a nessun ferro/legno/avorio di mia
conoscenza … Y è un monumento non
solo della new-wave (lo affiancherei a Soldier
talk dei Red Krayola), ma un po' di tutto il free-rock”. Non aggiungo
altro. Mark Stewart, voce, chitarra; John Waddington, chitarra; Gareth Sager,
tastiere, sassofono; Simon Underwood, basso Bruce Smith, batteria.
212. Michel Portal/John Surman/Barre Phillips/Stu
Martin/Jean-Pierre Drouet (Francia/Gran Bretagna/Stati Uniti) - Alors!!! (1970). Ascritto al solo Michel Portal (metà composizioni portano
la firma di Phillips), il disco è, invece, un’opera a più mani che prende le
mosse dal free jazz più classico per inoltrarsi nei territori dell’avanguardia
elettroacustica. Portal e Drouet collaboreranno nel progetto consimile New Phonic
Art 1973 (NWW186). Michel Portal, sassofono, clarinetto; John Surman,
sassofono, clarinetto; Barre Phillips, basso; Stu Martin, batteria; Jean-Pierre
Drouet, percussioni.
213. Bomis Prendin (Stati Uniti) - Test (1979). Si
parte scanzonati con il pop di Rastamunkies,
si piega subito verso la psichedelia slabbrata di Artemia salinas, quindi si aprono inopinate le porte del manicomio
elettronico: giustapposizioni, loop, interferenze, cacofonie, segnali radio
vomitati nella cisterna vuota dell’insensatezza (Umbral vectors). Voce e chitarra fanno capolino ancora con 2%, poi di nuovo l’abisso. Gran finale con il pop
deviante di Auto-acupuncture. Da
ascoltare. Bomis Prendin, voce, tastiere, percussioni, nastri; Miles Anderson,
voce, chitarra; Hungry "Isaac" Hidden, voce, basso; Candee, effetti
sonori; Corvus Crorson, effetti sonori.
Foreste vergini, territori sonori da esplorare, hic sunt leones, terrae incognitae, Atlantide, Lemuria, Eldorado, Catai ...
Esistono lande musicali ancora da scoprire (o riscoprire)? La risposta è: sì, certamente ...
La musica incognita, anzi, supera di gran lunga quella conosciuta, apprezzata, divulgata e sulla quale si esercita il discorso critico ... Attenzione! Ciò non significa necessariamente che la musica sepolta sia ingiustamente dimenticata o, addirittura, superiore, in media, al mainstream; quel che si vuole significare (sin dalla creazione di questo blog) è questo elementare concetto: per giudicare occorre conoscere la totalità di un fenomeno ... solo in tal modo risulteranno accettabili le gerarchie di valore ...
Per decenni siamo stati imbrigliati da storici che propinavano il rock in base a triadi commerciali definite: Beatles, Rolling Stones, Who ... Sex Pistols, Clash, Siouxsie ... Genesis, Pink Floyd, Yes ... Ora, finalmente, il Web rende possibile ciò che prima non era nemmeno pensabile: la riscrittura della storia in base alla reperibilità quasi completa di ciò che è stato prodotto nella storia del rock, dal 1950 a oggi: a qualsiasi latitudine ... si può ascoltare tutto ... il lavoro che ci attende è enorme, immane, ma piacevole ...
Modestamente ho cercato di introdurre il coltello della sovversione in parecchi ambiti: ecco le serie sul punk e l'underground inglese, sulla prima psichedelia e il rock giapponese; ecco le bislacche liste di Nurse With Wound e Julian Cope, l'hardcore americano; le antologie sulla musica dell'Est, sul prog italico; ecco, ancora, l'hard/heavy metal anno per anno, lo zeuhl, il kraut, le sonorità popolari, e, più timidamente, il punk nostrano e la coldwave transalpina ... La legge morale dell'operazione è: chi sente cento album in tutta la vita ha una propria gerarchia; chi ne sente centomila ne possiede una di certo diversa, assai poco mainstream, ma assolutamente veritiera ... questa la nostra mira ...
Ma dove si nascondono queste zone vergini?
1. In piena luce, ma nascoste dal fogliame critico. È il caso, ad esempio, del punk inglese o del progressive: celebrato, famigerato, ridotto quasi a luogo comune: i Sex Pistols, i Clash oppure PFM e Genesis ... Decenni di critici pigri hanno generato utenti torpidi e che reagiscono in automatico come i cani di Pavlov ... suona la campanella e i cani sbavano anche se non c'è il cibo ... suona la campanella punk o prog e gli ascoltatori sbavano Sex Pistols e Genesis ... Di fronte a foreste di conifere immense ci si ferma davanti ai primi due alberi, pur importanti: i Sex Pistols e i Genesis ... ma oltre si stende un territorio dove solo pochi specialisti si avventurano ... ma a noi gli specialisti servono poco ... a noi interessa lo sguardo d'aquila che rende padroni del panorama sonoro totale: ed ecco allora Crass, Modry Efeckt, Czesław Niemen, Collegium Musicum, Come ... Basta potare i luoghi comuni e spuntano in piena luce capolavori all'altezza dei campioni più chiassosamente pubblicizzati (a volte con ragione, a volte no).
2. In piena ombra. Perché? Per l'estinguersi di una moda (non sarà il caso di rivalutare certo country rock? certa new wave?); per la mancanza di ristampe; perché certi ambiti erano ritenuti non degni di considerazione (la library music, il beat, la popular music); per la provenienza da territori musicali non anglosassoni (Sud America, Nord Europa, ex area sovietica, Estremo Oriente, Italia ...) e via così.
Per le zone in piena luce continuerò le serie già innescate; per le zone in ombra ecco la serie Virgin Forest ... si comincia con tre dischi argentini ... poi si continuerà con altre esplorazioni sommarie che, se coronate da successo, avvieranno, a loro volta, serie più articolate ... già vedo in prospettiva il prog nordico o l'hard rock sudamericano ...
Il lavoro è enorme; gli riserverò, come al solito, l'entusiasmo del divulgatore, e i miei migliori ritagli di tempo (la vita incombe ...), ma una cosa definitiva va detta: è ormai doveroso mettere fra parentesi le storie del rock già scritte ... e non dare nulla di scontato ... all'armi, ognuno sia il proprio Bangs o Bertoncelli ...
Pescado Rabioso (Luis Alberto Spinetta) - Artaud (1973). Luis Alberto Spinetta, voce, chitarra, tastiere; Emilio Del Guercio, basso; Carlos Gustavo Spinetta, batteria; Rodolfo García, batteria