
“I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”
sentenziò Thomas Stearns Eliot. Siam d’accordo con l’autore di The waste land che, riguardo ai furti,
era un artista. Tale capolavoro, The
waste land appunto, è un collage
di citazioni (Dante, ad esempio), allusioni (ai miti della fertilità trattati
dalla Weston e da Frazer), prese di possesso di interi versi (Spenser, ad
esempio) e di intere stanze poetiche (dalla moglie), nonché di eleganti
appropriazioni dal poema del contemporaneo Madison Cawein che, modestamente,
scrisse un'operina titolata, udite gente!, The
waste land. Che tale rospo (come ne scrisse un critico) fosse ulteriormente
vagliato nello stile, migliorato nella struttura, limato nelle esagerazioni (da
Ezra Pound) rende veritiera la frase iniziale; il Vate alla Terra desolata contribuì pochino e, nella sentenza
prima riportata, evidentemente, si riferiva a se stesso (scrivo “se stesso” senza accento: tale
è l’opinione dell’Accademia della Crusca).
Ovviamente
T.S.E. rimane un genio. Andiamo avanti. I Led Zeppelin furono degli eccitanti musicisti;
dopo anni li si ascolta ancora con piacere, ma, diciamolo, adesso siamo un po’
più cattivi e smaliziati. Trent’anni fa ascoltavo un centinaio di dischi all’anno,
soprattutto compilazioni di fortuna su vecchie cassettacce BASF o MAXELL (al
ferro! Al cromo costavano care), da 46 o da 60, perché quelle da 90 sforzavano
troppo il mio macinino, un pezzo d’antiquariato comprato a Porta Portese (di
marca si chiamava Silvano; era fornito di due manopole rotonde per radio AM/FM;
di una manopola per RW/STOP/PLAY + levetta per FW e, sulla sinistra, di un
tasto che, premuto assieme al PLAY permetteva di registrare la voce su nastro,
grazie anche ad un microfono; le registrazioni accendevano una spia centrale
che s’illuminava in proporzione all’intensità del suono). Ora gusto almeno tre
o quattro dischi al giorno e ne spizzico altrettanti. Mi sono emendato da ogni
autorità in materia; sento, paragono, giudico; alle mie spalle vi sono decine
di migliaia di ascolti. Non ho timori reverenziali; non ho miti; non ho
nostalgie; non ho amici da favorire. Mi son liberato dai macigni del passato e
da libri della scuola dell’obbligo che se ne uscivano con tesi come queste: “tra la musica popolare e rock ci sono begli esempi di canzone. La canzone
napoletana, ad esempio. Oppure Michelle,
dei Beatles. Possiamo dire che la più bella canzone rock o popolare si avvicina alla più brutta aria
classica oppure orchestrale”. Direbbe Pantagruele: “molto ben ca-cantato”. In altre parole non ho più rispetto per
nessuno, mando al diavolo chiunque per un nonnulla, odio il più piccolo caso di
divismo musicale, non sopporto certe pose glam,
brucerei volentieri tutte le copertine con rockettari in posa, i Live Aid mi
fanno imbizzarrire come un elefante imbizzarrito, la sola visione di Rolling
Stones Italia mi provoca fumo dalle narici, alle magnificazioni di Black Keys o
Green Day o Muse le mie gambe
cominciano a muoversi da sole trascinandomi in un bilioso ballo di San Vito.
Sono un nemico del partito preso, del mainstream,
ma anche dell’underground, dell’off, dell’off-off, dei melodici, degli atonali, dei cori russi e della nera
africana e soprattutto di coloro che, a fronte di milioni di opere prodotte
dall’uomo in campo musicale riascoltano sempre le stesse cose, quelle che gli
hanno instillato a dodici anni o quelle che, a ruota, propongono gli assassini
seriali delle radio a pagamento. Liberiamoci. Rivalutiamo. Milioni di dischi.
Migliaia di gruppi misconosciuti. Migliaia di sopravvalutati. Con calma. Sarà
un lavoro di decenni, ma la rivoluzione arriverà. Torniamo a noi. I Led
Zeppelin scopiazzavano. È un fatto. Anche Stairway?
Certo, ragazzo, anche quella ha il suo piccolo scheletro nell’armadio. E Dazed? Quella è proprio rubata. E Moby Dick? Pure chilla, guagliò, ma
Bonham è salvo. I can’t quit you, baby
e You shook me? No, quelle erano già cover, il problema sono le altre, non
accreditate. E Baby, I’m gonna leave you?
Pure quella, pure quella … Non abbattiamoci troppo. Capisco, la nostalgia è
canaglia, qualcuno si sente ferito, ma è così. Valutiamoli come tanti altri:
Led Zeppelin, Granicus, Medusa … Amedeo Tommasi, Aphex Twin, Zanagoria …
Genesis, Muffins, Pink Floyd, Jane … È il web,
bellezza, è il web e tu non puoi
farci niente, niente.
Onore ai Led Zeppelin!
01 - Babe I'm gonna
leave you. L’autrice è Anne Bredon. La canzone è stata ripresa, fra gli altri, da Joan
Baez di cui presentiamo la versione. Una causa legale obbligò i Led Zeppelin a
riconoscere la maternità del pezzo, ora firmato Bredon/Page/Plant.
02 - Black mountain side.
In realtà un tradizionale arrangiato splendidamente da Bert Jansch.
03 - Dazed and confused.
La canzone è di Jake Holmes. Forse l’appropriazione più sconcertante. Holmes rinunciò a citare gli Zeppelin.
04 - How many more times. Centone composto, nella prima parte,
da How many more years di Howlin’
Wolf e, nella seconda, dalle liriche di The
hunter di Albert King; nella parte centrale si riecheggia il Beck’s bolero di Jeff Beck, da Truth.
05 - Communication
breakdown. I due minuti più fulminanti del rock classico potrebbero derivare da Nervous breakdown di Eddie Cochran. A primo orecchio si negherà la
derivazione, ma riascoltando …
06 - Whole lotta love.
Liriche riprese da You need love di
Willie Dixon. Invocate affinità con You
need loving degli Small Faces, soprattutto per la vocalità di Steve
Marriott, vicina a quella di Plant (anzi, il contrario).
07 - The lemon song.
Altra cover, questa volta da Howlin’
Wolf. Led Zeppelin citati e costretti all’accordo. Alcuni versi derivano da Travellin’ riverside blues del pioniere
del Delta Robert Johnson.
08 - Moby Dick.
Cover di Watch your step di Bobby Parker, al netto dell’assolo di batteria,
pleonastico ed evitabile già al tempo.
09 - Bring it on home.
Già di Willie Dixon, fu riproposta da Sonny Boy Williamson. Da meditare la
prima parte.
10 - Since
I’ve been loving you. I testi sono ripresi da Never dei Moby Grape.
11 - Hat’s off to Roy Harper. La musica è quella di Shake ‘em down di Booker Bukka White.
12 - Staiway to heaven. Il celeberrimo arpeggio
iniziale di Stairway to heaven
ricorda brandelli di Taurus,
strumentale degli Spirit.
13 - Custard pie. Si invoca ancora Booker Bukka
White, con Shake ‘em down, ma i testi
sono di Drop down Mama di Sleepy John
Estes.
14 - In my time of dying.
L’esecuzione di Sleepy John Estes, Jesus
make up my dying bed, e la relativa cover
del primissimo Bob Dylan, In my time of
dyin’, sono alle basi della canzone.
15 - Nobody’s faults but mine.
Ascoltare l’omonima di Blind Willie Johnson.
16 - White summer. Affinità con lo
strumentale She moved
through the fair di Davey Graham.
17 - Rock and roll. Simpatiche
coincidenze con Keep a knockin’ di
Little Richard.
18 - When the levee breaks. Graziose coincidenze
con l’omonimo classico blues, qui
nella versione di Kansas Joe McCoy.
19 - Your time is gonna
come. Eleganti
coincidenze con Dear Mr. Fantasy, dei
Traffic.
20 - Bron-y-aur stomp. Deliziose coincidenze con The waggoner's lad di Bert Jansch.
21 - Black dog. Curiose coincidenze con Oh well dei Fleetwood Mac.