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giovedì 31 dicembre 2015

Nurse With Wound list vol. 44 (Tolerance/Tomorrow's Gift/Ton Steine Scherben/Transprovisation/Spacebox/Twenty Sixty Six & Then)

NWW list vol. 44. Twenty Sixty Six & Then

256. Tolerance (Giappone) - Anonym (1979). Tastiere minimali, chitarra blandamente schizofrenica, cauti effetti elettronici, la voce pacata e straniante della Tange: tanto basta a creare un’atmosfera sospesa e morbosa, sorta di piano bar per alienati in stato di sedazione. E va bene: ci sono pazzoidi leggendari e citatissimi (a caso: i Suicide); e poi ci sono i Tolerance. Da ascoltare subito. Masami Yoshikawa, chitarra; Junko Tange, voce, tastiere.

257. Tomorrow's Gift (Germania) - Goodbye future (1973). Brillante inizio con Jazzy jazz, con toni da fanfara che si mutano in marcia progressive; Der Geier Fliegt Vorbei, innervato dalla linea di basso, è un capolavoro; Allerheiligen si lancia verso i territori Canterbury con tastiere à la Ratledge; Naturgemäss ci dona, invece, una psichedelia fluttuante e sommessa, con rare accensioni. Officia il tutto uno dei massimi pontefici del kraut, Conny Planck, qui sotto le spoglie di Maestro Conrado Di Planca. Serve altro? Da ascoltare. Maestro Conrado Di Planca, flauti, percussioni; Manne Rurup, tastiere; Bernd Kiefer, basso; Zabba Lindner, batteria.

258. Ton Steine Scherben (Germania) - Wenn die Nacht Am Tiefsten ist (1975). Terzo disco della lista per Ton Scheine Scherben (son già presenti con Mannstoll - NWW47 - e Paranoia - NWW145 - assieme, rispettivamente, a Brühwarm Theater e Kollektiv Rote Rübe), gruppo affine a Checkpoint Charlie (NWW55) e Floh de Cologne (NWW88) e, perciò, devoto a quel cabaret satirico di sinistra, spietato e aspro sino alla crudeltà (Rainer W. Fassbinder operava in questi anni). Questo doppio Wenn die Nacht, tuttavia, seppur ben suonato, oltre a superare quell'esperienza, scolora desolatamente nell’ordinario; si riprende nella seconda parte (Wir sind im Licht; la jam di Steig ein), ma ben altri son gli eroici furori. Nikel Pallat, voce; Rio Reiser, voce, chitarra, tastiere; R.P.S. Lanrue, chitarra, cori; Jörg Schlotterer, flauto; Werner Götz, sassofono, basso; Funky K. Götzner, batteria; Uli Hammer, percussioni; Angie Olbrich, cori; Britta Neander, cori; Gabi Borowski, cori.

Transcendprovisation (Stati Uniti) - Trans (1976). Occhio: al trombone sovraintende Tim Reed, ovvero il Reverendo Fred Lane, uno dei debosciati sobillatori del NWW226, ‘Ron Pate’s Debonaire. Qui però c’è poco di patafisico; siamo in piena follia improvvisativa: stridori, spetezzi, tastiere insensate, chitarre grattugiate. Non per tutti, insomma, anche se Vlad il disco se lo è ascoltato per intero, senza colpo ferire; e ne ha tratto piacere. Una conferma di ciò che affermava Padre Scaruffi: invecchiando l’ascoltatore ‘forte’ si ritira in zone sonore sempre più inaccessibili, inusitate, metafisiche; desidera, forse, annegare come Ulisse, oltre le Colonne d’Ercole dell’udibile. Davey Williams, chitarra, sassofono; James Hearon, chitarra, violino, clarinetto; Theodore Timothy Reed, flauto, tromba, trombone; Bowen, sassofono, oboe, basso, percussioni; LaDonna Smith, voce, tastiere, viola, batteria.

Spacebox (Germania) - Spacebox (1981). Cos’ha in testa il buon Uli Trepte, bassista dal curriculum mostruoso (Guru Guru, ovviamente, ma anche Faust e Neu!)? Non si capisce gran che: blues bofonchiato? Free jazz? Avanguardia? O magari no wave (con quella chitarrina slabbrata)? Non lo so, non voglio saperlo; mi risultano difficili, inoltre, le classificazioni per genere. Posso garantirvi, però, che, lentamente, il disco entra nel sangue e si dichiara per quello che è: un atto d’amore disperato e residuale (siamo negli Ottanta) per lo spirito anarchico della musica. Con cautela, da ascoltare subito. Julius Golombeck, chitarra; Edgar Hofmann, sassofono, flauto, violino, armonica, nadaswaram; Uli Trepte, voce, basso; Lotus Schmidt, batteria, percussioni; Winfried Beck, batteria, percussioni

Twenty Sixty Six and Then (Germania) - Reflections on the future (1972). Hard-progressive di pregevole fattura, dall’eccitato fascino vintage. Come tutti i prodotti non anglosassoni risente della mancanza di un pezzo davvero caratterizzante e melodicamente indimenticabile (e infatti tutti, quarant’anni dopo, s’intignano a ricomprare e riascoltare Selling England by the pound), ma questo non è un problema; un piccolo problema è, invece, l’interpretazione vocale di Harrison, che tende a normalizzare l’insieme, neutralizzando le spinte più eversive latenti nel versante germanico del gruppo. Buone le parti strumentali, ottimo Mrozeck alla chitarra. Vale un ascolto. Geff Harrison, voce; Gagey Mrozeck, voce, chitarra; Veit Marvos, tastiere; Steve Robinson, voce, tastiere; Dieter Bauer, basso; Konstantin Bommarius, batteria.


domenica 12 luglio 2015

Nurse With Wound list vol. 42 (Demetrio Stratos/Supersister/Taj Mahal Travellers/Tamia/Tangerine Dream/Ghédalia Tazartès/Technical Space Composer's Crew/'Mama' Béa Tekielski)

NWW vol. 42. Tamia Valmont

248. Demetrio Stratos (Italia) - Cantare la voce (1978). Le investigazioni sullo strumento musicale più negletto: la voce. Demetrio Stratos, artista cosmopolita (nacque in Egitto da genitori greci, di fede ortodossa), recupera all’ascolto occidentale alcune tradizioni vocali popolari (siberiane e mongole) in funzione di rottura proprio con l’ordine borghese. L’operazione, assolutamente eversiva dal punto di vista antropologico e politico, mostra inoltre una tecnica stupefacente (basta dare un orecchio a Flautofonie e altro nonché a Investigazioni. Diplofonie e triplofonie [in cui Stratos raddoppia e triplica la voce alterandone il timbro]); il limite del disco risiede in una persistente aria d’incompiutezza, come se ogni traccia fosse un torso per sperimentazioni e studi piuttosto che una scultura finita e polita. Scartafaccio e non libro. Da confrontare, per la comprensione di tali appunti, al lavoro affine di Tamia Valmont.

249. Sweet Okay Supersister (Olanda) - Spiral staircase sass (1974). Abbiamo già presentato i primi due album della formazione olandese, Present from Nancy e To the highest bidder. Il presente Spiral staircase conferma il loro “eclettismo lodevole eppur forzato”, fra episodi di progressive colto, inserti concreti e lazzi di buona lega. Vanno riconosciuti ai Supersister, tuttavia, sia l’originalità d’ispirazione che la perizia nell’esecuzione. Robert Jan Stips, voce, tastiere; Sacha van Geest, voce, flauto, percussioni; Martin Van Wijk, chitarra; Dick De Jong, cornamuse; Anneke Van Der Stee, mandolino; Mien Van Den Heuvel, mandolino; Bertus Borgers, sassofono; Jan Hollestelle, basso; Ron Van Eck, basso; Louis Debij, batteria; Los Alegras Band, batterie; Dorien Van Der Valk, cori; Inge Van Iersel, cori; Josee Van Iersel, cori.

250. Taj Mahal Travellers (Giappone) - August 1974 (1975). Giàpresentato qui, JPR37.

251. Tamia (Francia) - Senza tempo (1981). La cantante francese (Tamia Valmont) recupera e reinterpreta vocalmente la tradizione popolare (medio)-orientale: in Shakuhachi song, ad esempio, una melodia nipponica per flauto di bambù, in First poliphony le polifonie tibetane, e così via. Le punte del disco (Narcissa solis) attingono davvero a un’esperienza atemporale, fuori d’ogni canone occidentale. Da ascoltare.

252. Tangerine Dream (Germania) - Electronic meditation (1970). Il debutto dei Tangerine Dream, formati da tre colonne della musica germanica dei Settanta, è già un capolavoro. Sono passati quarantacinque anni: Electronic meditation non solo non è invecchiato, ma, a tutt’oggi, fa appassire, al confronto, parecchia avanguardia arrivata subito dopo. Essenziale. Edgar Froese, chitarra, tastiere; Conrad Schnitzler, chitarra, violoncello, violino; Klaus Schultze, batteria; Jimmy Jackson, tastiere; Thomas Keyserling, flauto.

253. Ghédalia Tazartès (Francia) - Tazartès' transports (1980). Francese di nascita, ma di ascendenza ebraica (in terra turca), Tazartès fonde con sorprendente fluidità concretismi, loop, effetti elettronici, spezzoni parlati (anche in italiano) e suggestioni di musica popolare nord-africana e medio-orientale: il pout-pourri si snoda sicuro, segno inconfutabile di una sensibilità superiore. Forse è world music, forse no. Eccellente, in ogni caso.

254. Technical Space Composer's Crew (Germania) - Canaxis V (1969). Il capolavoro diHolger Czukay, già recensito qui.

255. 'Mama' Béa Tekielski (Francia) - La folle (1977). Di padre polacco e madre italiana, Béatrice Tekielski si inscrive, per sua stessa ammissione, nella riconoscibile tradizione della canzone francese propria a Brel, Brassens e Léo Ferré. La forza appassionata e ruggente delle interpretazioni, a volte fluviali (La mort, 16’30’’) e dilatate, la pongono ben al di là del semplice manierismo. Da ascoltare.

domenica 26 aprile 2015

Nurse With Wound list vol. 41 (Sally Smmit & Her Musicians/Snatch/Soft Machine/Karl-Heinz Stockhausen/Sperm/Pop & Blues Festival '70/Stooges)

NWW 41. Soft Machine

241. Sally Smmit & Her Musicians (Gran Bretagna) - Hangahar (1980). Cosa significa avere dei maestri? Imparare in pochi anni ciò che, altrimenti, impareremmo in venti o trenta. Oppure, ipotesi nettamente plausibile, mai. Gli estensori della NWW sono maestri. Hanno preservato dall’oblio decine di opere che, personalmente, non avrei mai cercato a breve termine e che giudico (con basica brutalità) belle da ascoltare, e ancor più belle da scoprire: quasi tutte svelano, infatti, un affascinante mondo di corrispondenze e rimandi sotterranei che inducono a ricercare ulteriore musica, spesso occulta (o meglio: occultata dal mainstream). Ad esempio, in tal caso: la Smmit (Sally Timms: Smmit è palindromo del vero cognome) viene dai Mekons (cfr. Early British punk vol. 13), il disco è prodotto da Pete Shelley (già incontrato nella NWW18 con £ 3,33, e nella serie EarlyBritish punk vol. 3 coi Buzzcocks) e così via. Due lunghi brani: il primo, con le voci femminili, aeree e stranianti, a rincorrersi fluttuanti su un tappeto sonoro di elettronica e percussioni è memorabile e merita l’ascolto da subito; il secondo è simile, ma di minore impatto. Il disco dovrebbe essere la colonna sonora del film omonimo: non mi è riuscito, tuttavia, di rintracciare la pellicola. Mistero secondario. Sally Smmit (Sally Timms), Lindsay Lee (Lindsay Reed), Pete Shelley, Francis Cookson, Gerard Cookson.

242. Snatch (Stati Uniti/Gran Bretagna) - Shopping for clothes (1980). Snatch ovvero Judy Nylon e Patti Palladin … chi sono queste due signorine? Mai sentite? Anche qui c’è da scoprire. Judy Nylon, americana, immigrata nel Regno Unito nei primi Settanta, fu un’artista a tutto tondo, uno di quei pesci che amano nuotare nelle misture bollenti della novità: avanguardia, no/new wave, glam, post punk …; vicina (forse sentimentalmente) a Brian Eno, ne condivise gli interessi per la musica ambientale e, forse, addirittura li indirizzò in tal senso (vi è un aneddoto al riguardo, che non cito poiché gli aneddoti sono spesso esagerati, o falsi, o irrilevanti); Patti Palladin militò nei Flying Lizards (NWW17) ed ebbe modo di registrare un disco con Johnny Thunders, ex New York Dolls (un altro NYD, Jerry Nolan, suona invece la batteria nel presente disco). Il sound deviato di Shopping risente conseguentemente sia di certi umori no wave americani che delle sperimentazioni post punk in terra inglese. Molto interessante. Judy Nylon, voce; Patti Palladin, voce; Keeth Paul, chitarra; Bruce Douglas, basso; Nick Plytas, tastiere; Jerry Nolan, batteria.

243. Soft Machine (Gran Bretagna) - Third (1970). Non so quali note critiche si possano aggiungere al terzo dei Soft Machine. Si potrebbe cominciare con i condivisibili: “È meglio il quarto!” o “È meglio il secondo!” (vedi WBC1/1969 e poi vedi WBC4/1970) oppure iniziare, pour epater les cretins: “Notevole free-jazz, seppur ampiamente sopravvalutato …”, o rincarare, collo snobismo ricercato dei jazzaroli più snob: “L’opera gode di una fama esorbitante, di quella vasta isteria prossima al culto …”. Io mi limito a rilevare che tre pezzi (Facelift, Slightly all the time, Out-bloody-rageous) formano già un’opera memorabile; e che la quarta traccia è Moon in June, interpretata da Robert Wyatt. Riascoltatelo questo disco, ma, vi prego, in modo acconcio: a tarda sera, quando tutta la volgarità del cicaleccio pubblicitario dell’idiozia di massa s’acquieta, almeno nell’emisfero occidentale; ascoltatelo alla luce d’una lampada a bassa intensità, mentre seguite le linee grafiche della copertina del vinile e la puntina superstite graffia con cura la plastica impolverata … ah, che pace, che serenità, che capolavoro … Mike Ratledge, tastiere; Elton Dean, sassofono; Lyn Dobson, flauto, sassofono; Jimmy Hastings, flauto, clarinetto; Nick Evans, trombone; Rab Spall, violino, Hugh Hopper, basso; Robert Wyatt, voce, batteria.

244. Sperm (Finlandia) - Shh! Heinäsirkat (1970). Abbiamo già incontrato Pekka Airaksinen (NWW1), mente motrice del gruppo. Gli Sperm durarono poco; generarono un EP, questo disco e numerosi scandali, grazie a una serie di live oltraggiosi, oltre i confini, allora invalicabili, della pornografia. Shh! è un’opera composita: si passa dai toni free di Jazz jazz, alla dodecafonia per chitarra torturata di Dodekafoninen talvisota sino ai grandi episodi ambientali dell’iniziale Heinasirkat, e di Korvapolikliniikka hesperia, dove il suono si curva al doom. Per le orecchie allenate è da ascoltare subito. Pekka Airaksinen Mattijuhani Koponen, P.Y. Hiltunen, Antero Helander, J.O. Mallander, Markus Heikker.

245. VV. AA. (Germania) - Pop & Blues Festival '70 (1970). Frumpy, Beatique in Corporation, Sphinx Tush, Tomorrow’s Gift, Thrice Mice: le leve secondarie del sound tedesco degli anni Settanta bastano a regalare un grande live: progressive eseguito secondo le inclinazione canoniche: sinfonico, pinkfloydiano, arzigogolato, prog-blues, hard prog … quello che conta sono i timbri dei Settanta, spontanei, sinceri e di inesauribile fascino. Notevoli i sette minuti dei Thrice Mice col loro revival vivaldiano.

246. Karl-Heinz Stockhausen - Aus den sieben Tagen (1968). Già recensito qui.


247. Stooges (Stati Uniti) - Fun house (1970). Vediamo cosa si può dire di questo disco: TV eye non ha nulla a che vedere con la televisione, ma con l’occhio concupiscente di una signorina; l’urlo introduttivo alla medesima TV eye probabilmente fu il suono primario che indusse il cervello di Henry Rollins a fare ciò che poi fece; la grattugia iniziale di Down on the street lascia già intendere tutto; e che Dirt, colla sua andatura trattenuta, è uno dei più grandi brani rock di sempre … volevo limitarmi a citare Webbaticy, ma pure lui non ha molto da dire, a parte lodare il produttore Gallucci, ingiustamente trascurato (così è la vita), e piazzare l’opera al numero uno di una delle sue classifiche annuali all time (WBC1/1970). Anche Fun house va ascoltato in solitario, ma di giorno, in autostrada, con poco traffico tra i piedi; Dirt, però, va bene anche di notte, coll’oscurità tagliata dalle ritmiche luminarie delle alogene, e l’asfalto che inghiotte in silenzio ogni pensiero più futile. Iggy Pop, voce; Ron Asheton, chitarra; Dave Alexander, basso; Scott Asheton, batteria; Steven Mackay, sassofono. 

lunedì 20 aprile 2015

Karl-Heinz Stockhausen - Aus den sieben Tagen (1968) 1^ parte/2^ parte/3^ parte


Numero 246 della Nurse With Wound list.
Ho deciso di postarlo a parte a causa delle dimensioni dell'opera: quindici composizioni.
Composte nel maggio del 1968 (in sette giorni, appunto), in un momento di forte crisi individuale, esse rappresentano uno dei condensati poetici della musica intuitiva (neologismo dello stesso Stockhausen). Definire la musica intuitiva è difficile; secondo la definizione di Andrea Ceccomori, per musica intuitiva "si intende quella forma di improvvisazione che non pone limiti all’utilizzo e alla fusione degli stili e che condiziona la sua espressione alla 'percezione della necessità' del momento, espressa dal pubblico, e/o dai partecipanti nel tempo e nel luogo dell’evento creativo. Come libera espressione musicale, improvvisativa, legata al momento, al concetto di happening, si pone l’obiettivo di sviluppare una forma d’arte strettamente correlata allo stato di coscienza dell’uomo contemporaneo. Questa musica traduce in suoni il vissuto di un momento, sia esso momento interiore che risultato di di elementi esteriori, come una pittura,una poesia,una situazione fisica. Il musicista al quale si apre la dimensione superiore della mente, o sopramentale, coglie il suono nel suo manifestarsi primo".
Da ascoltare (se non altro per meriti storici), ma l'impresa - avvertiamo - è ostica.
D'altra parte: per aspera ad astra.

martedì 10 febbraio 2015

Nurse With Wound list vol. 40 (Seesselberg/Semool/Sonny Sharrock/Silberbart/Siloah/Smegma)

NWW list vol. 40. Siloah

235. Seesselberg - Synthetik 1 (1973). L'unico disco licenziato dai fratelli Seesselberg, nove tracce di effetti spaziali elettronici di oscillatori e sintetizzatori; potremmo dire: un'opera nata sulla scorta di Tangerine Dream, Klaus Schulze e Conrad Schnitzler et cetera, se non fosse che questi ultimi, pur maggiori, sono a sua volta discendenti e debitori di un'unica grande koiné musicale, sorta a Colonia negli anni Cinquanta. Per questo i dischi di Seesselberg (e dei colleghi citati) sono ancora godibili: non risentono di ingenuità pionieristiche, sono già adulti poiché s'avvalgono di ricerche già solide e formate; il loro merito comune fu di volgarizzare presso un pubblico giovane e non accademico tali sperimentazioni (al netto della genialità creatrice individuale: di Schulze e Tangerine, ad esempio). Eckhart Seesselberg, Wolf-J. Seesselberg, elettronica.

236. Semool (Francia) - Essais (1971). 11 saggi, certo, ma partoriti da uno schizofrenico. Ipnotici e sospesi accenni per chitarra che molestano la memoria di Interstellar overdrive (1), deformazioni vocali, strumming scombiccherati, inquietanti echi spaziali (7), schegge di avanguardia per pianoforte (5-6), estratti rock (10), noise redenti da rielaborazioni di Black sabbath (3) ... chi offre di più? I più sbarazzini di noi non potranno sottrarsi all'ascolto. Da sentire. Philippe Martineau, chitarra, percussioni; Olivier Cauquil, chitarra, tastiere; Rémy Dédé Dréano, percussioni.

237. Sonny Sharrock (Stati Uniti) - Monkey-pockie-boo (1970). Puro noise per batteria e chitarra, straziato dai vocalizzi da tribade di Linda Sharrock, moglie del Nostro; la no wave di New York, ma con qualche anno d'anticipo. Per orecchie robuste. Linda Sharrock, voce; Warren 'Sonny' Sharrock, voce, chitarra; Beb Guérin, basso; Jacques Thollot, batteria.

238. Silberbart (Germania) - 4 times sound razing (1971). Power trio roccioso e ben amalgamato per un hard rock tipico dei Settanta; l'architettura di tre delle quattro tracce però, oltre i dieci minuti, stravolge qualsiasi cliché: saliscendi sonori, distorsioni, ritmica di granito, sublimano la consueta materia di genere in una psichedelia dagli accenti corruschi e fascinosi. Bravo (e misconosciuto) Teschner. Hajo Teschner, voce, chitarra; Werner Klug, basso; Peter Behrens, batteria, percussioni.

239. Siloah (Germania) - Siloah (1970). Folk, psichedelia, influssi orientali, reiterazioni ipnotiche cullate da dolci percussività ... nulla di nuovo, nulla di eclatante, eppure tale impasto è inconsciamente rielaborato, come sempre alle latitudini germaniche, con accenti arcani quasi impercettibili all'orecchio, pur allenato; e assolutamente inudibili per quello grossolano. La declinazione gotica dell'orientalismo hippie (già dei maestri Amon Duul I) che, in tale opera, tocca uno dei vertici del periodo con il trionfo di Aluminum wind (18'26''). Inevitabili. Heinrich Stricker, voce; Thom Argauer, voce, chitarra; Wolfgang Görner, basso; Manuela Freifrau Von Perfall, percussioni.

240. Smegma - Glamour girl 1941 (1979). Gruppo genericamente impermeabile alle mode e alla fama, gli Smegma (ancora attivi) s'inscrivono nel magico circolo sperimentale LAFMS (Los Angeles Free Music Society); vi abbiamo felicemente sbattuto le orecchie tre volte (Airway, NWW3 e Doo-dooettes & Le Forte Four, NWW83 e NWW151). Nel caso degli Smegma, il nome e una traccia, la quinta, concettualmente paradigmatica (I am not artist) la dicono già tutta sul contenuto. S'inizia con un jazz dai toni languidi e obliqui, ma le crepe della ragionevolezza permettono presto la colatura dell'insania: vociferazioni, loop, rumoristica assortita e, a chiudere, un inaspettato solo guitar; debitamente sporcato, ovvio: i Nostri non vogliono applausi. Bravi! Kantor (Istvan Kantor), Hair Cess Poole (Harry Cess Poole), voce; Mr. Ritz (Allen Lloyd), voce, tastiere; Frank (Frank Chavez), sassofono; Dr. Id (Mike Lastra), effetti; D.K. (Brad Ostetler), voce, basso; Reet (Eric Stewart), voce, chitarra; basso, effetti; Danton (Danton Dodge), voce, batteria; Erph-Puss (Amy DeWolfe), batteria.


mercoledì 10 dicembre 2014

Nurse With Wound list vol. 39 (Ray Russell/Terje Rypdal/Martin Saint-Pierre/Second Hand/Zamla Mammaz Manna/Günter Schickert/Secret Oyster)

NWW vol. 39. Günter Schickert

228. Ray Russell (Gran Bretagna) - Secret asylum (1973). Chi ben comincia è a metà dell’opera: i primi sette minuti consistono in un furibondo duetto noise fra chitarra e batteria; il tutto pare acquietarsi in un andamento jazz quasi classico, ma le Erinni della free form sono dietro l’angolo; e si ricomincia: spetezzi di sassofono, drumming inesauribile, brandelli di chitarra elettrica. La seconda parte è sulla falsariga della prima. Noise jazz di vaglia. Ray Russell, chitarra, tastiere; Gary Windo, fauto, sassofono; Harry Beckett, tromba, corno; Daryl Runswick, basso; Alan Rushton, batteria.

229. Terje Rypdal (Norvegia) - Odissey (1973). Storico doppio album, qui presentato nella versione in vinile (dove sono presenti i quasi ventiquattro minuti di Rolling stone). Otto strumentali impossibili da classificare: si ritrovano atmosfere da tramonto artico (Midnite, Adagio, Fare well), lente e sospese, oppure più calde progressioni (Over Birkerrot, la stessa Rolling stone), o pezzi semplici e struggenti (Ballade). Un classico da ascoltare subito. Terje Rypdal, chitarra, tastiere, sassofono; Brynjulf Blix, tastiere; Torbjørn Sunde, trombone; Sveinung Hovensjø, basso; Svein Christiansen, batteria.

230. Martin Saint-Pierre (Argentina) - Solo création (1977). Francese d’adozione, ma argentino di nascita (fu esule a causa della dittatura), Saint-Pierre è un percussionista e, per quanto il sottoscritto, inetto alla tecnica, possa giudicare – un percussionista d’alto livello. Il disco si compone di tre brani; tre assoli. A questo punto si è di fronte al dilemma già sorto, presso alcuni di voi, con il post Drumming is our life: possiamo andare oltre l’apprezzamento della tecnica o dobbiamo limitarci alla degustazione della pura bravura, pena l’inascoltabilità? Mettiamola così: nei quindici minuti di Document, Saint-Pierre sembra davvero trascendere la bruta essenza del proprio strumento riuscendo a produrre materiale inaudito; per questo, e per la sua storia, merita il nostro interesse.

231. Zamla Mammaz Manna (Svezia) - För Äldre Nybegynnare (1977). E va bene, lo ammetto, al primo ascolto (del loro primo album) li avevo ridimensionati. Invece i Samla, qui provvisti di ‘z’ (ad esacerbare la ragione sociale), sono una colonna dell’alternative svedese. För Äldre Nybegynnare è un capolavoro in cui si ritrovano tutte le asperità del Rock in Opposition: disarmonie, concretismi, sbeffeggiamenti, incedere vaudeville; un progressive sghembo e disarticolato alle soglie della genialità. Da ascoltare subito. Eino Haapala, voce, chitarra; Lars Hollmer, voce, tastiere; Lars Krantz, tromba; Lars Krantz, basso; Hasse Bruniusson, voce, batteria, percussioni.

232. Günter Schickert  (Germania) - Samtovogel (1974). Pioniere della echo-guitar, Schickert licenzia un classico della psichedelia germanica dei Settanta (il termine fa riferimento a quella scena peculiare); tre brani per sola chitarra (5’58’’, 16’30’’, 21’13’’): echi, riverberi, vocalizzi dilatati, sovrapposizioni di strumming spaziali; un andamento sospeso di cui faranno tesoro i gruppi della rinascita psichedelica degli anni Ottanta. Da ascoltare subito.

233. Second Hand (Gran Bretagna) - Death may be your Santa Claus (1971). Già recensiti qui.

234. Secret Oyster (Danimarca) - Secret Oyster (1973). Formati sulle ceneri di tre gruppi preesistenti (Burnin’ Red Ivanhoe, Hurdy Gurdy, Coronarias Dans), gli Oyster propongono un progressive strumentale di notevole fattura declinato secondo le attitudini pregresse dei vari interpreti: si passa, quindi, da soluzioni Canterbury a fluidità jazz-rock sino a inflessioni blues o propriamente rock (non manca, in Vive la quelle un bell’assolo di batteria); la varietà (e la preparazione tecnica individuale) non prevaricano, tuttavia, la piacevole compattezza dell’opera. Claus Bøhling, chitarra; Karsten Vogel, tastiere, sassofono; Kenneth Knudsen, tastiere; Mads Vinding, basso; Bo Thrige Andersen, batteria. 

giovedì 23 ottobre 2014

Nurse With Wound list vol. 38 (Boyd Rice/Terry Riley/Rocky's Filj/Claudio Rocchi/Ron 'Pate's Debonaire/Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener)

NWW list vol. 38. Boyd Rice
Indice Generale/General index

222. Boyd Rice (Stati Uniti) - Boyd Rice (1977). Il disco, noto anche come The black album, è composto da nove tracce: ognuna consta d’un brevissimo segmento sonoro ripetuto indefinitamente (ovvero: mandato in loop). Come classificarlo esteticamente? Ho rigirato il problema come un cubo di Rubik e sono arrivato a due (misere) conclusioni: o si considera tale musica quale sonorizzazione propedeutica a una catarsi sciamanica (quale alienazione che allontana dal quotidiano e invita a superiori stati di coscienza); oppure come musica il cui apprezzamento si regge su un contratto concettuale con l’ascoltatore. Mi spiego: noi guardiamo Boyd Rice che occhieggia dalla copertina, armato di martello, sopra un tappeto di vinili spezzati, e diciamo: “Bene, il pop ha avuto la sua nemesi. Questo è un disco antipop, antisistema, antimelodico, anticapitalista et cetera. Mi piace”. È l’antitesi brutale alla tradizione a suggellare un patto fra lui e noi e a eccitare il consenso. Quando tale patto verrà meno il disco si derubricherà a quello che è: una serie di loop inascoltabili. Lo stesso avviene in altri ambiti: pensiamo (ma è un esempio fra i moltissimi) alle scatole di cornflakes firmate da Andy Warhol, e vendute per centinaia di dollari; grazie al contratto emozionale/concettuale tra il carisma dell’artista creatore e il fruitore (debitamente gonfiato dalla propaganda dei mercanti e dalle elucubrazioni dei critici), ogni scatola di cartone sublima(va) in oggetto artistico ambitissimo. Una volta rotto il contratto (morte di Warhol, disinteresse all’avanguardia americana, calo delle vendite), ogni collezionista o galleria d’arte si ritroverà fra le mani il prodotto nella sua nuda e indubitabile oggettività: nient'altro che una vecchia scatola di cereali. Curioso fenomeno che non avviene, ne converrete, con la Quinta di Beethoven, Blonde on blonde o La tempesta di Giorgione. Da ascoltare, comunque. Melodici, astenersi come d’uso.

223. Terry Riley (Stati Uniti) - A rainbow in a curved air (1969). Uno dei capolavori della musica elettronica moderna. In esso rileva la ripetizione (può ascriversi alla corrente minimalista del tempo, propria dei connazionali Philip Glass e Steve Reich), seppur complicata dalle stratificazioni sonore (Riley suona tutti gli strumenti, dalle tastiere alle percussioni ai fiati) e da sicure derivazioni world, tratte, in particolare, dalla musica indiana. Da quest’ultima il californiano deriva la struttura ritmica (propria dei raga, di cui fu attento studioso) e, non meno importante, l’afflato concettuale (basato sulla eternità dei cicli temporali) – inderogabile concetto metafisico e religioso che informa di sé, necessariamente, anche le epifanie musicali. Da non mancare.

224. Claudio Rocchi (Italia) - Rocchi (1975). L’album che segnò l’inizio di una sperimentazione più ardita per il cantautore milanese. Rocchi rimesta un ciceone di concretismi, space, inserzioni sonore, riecheggiamenti world (che sostanziano integralmente l’iniziale Zen session, 12’59’’) su cui galleggiano, fascinose, le blande sopravvivenze della forma canzone: un folk psichedelico dilatato (Zero, Certa Puglia) e imbevuto di quella siderale lontananza proprio del sogno. Notevole. 

225. Rocky's Filj (Italia) - Storie di uomini e non (1973). Il disco inizia con uno dei capolavori della stagione progressive italiana, L’ultima spiaggia (12’54’’); così lo presenta un competente estremo di quel periodo, John, amministratore del blog John’s Classic Rock: “Dopo un micro-attacco orchestrale e un breve innesto melodico, scatta di colpo un break rock dalle sonorità conturbanti che spiana il terreno ad una sorta di improvvisazione free basata principalmente sul sax, sul flauto e su di una autorevole linea di basso che detta legge sino al finale”. Con l’eccezione di Il soldato, brano più sbilanciato verso un topico melodismo italiano, il resto dell’album (suonato impeccabilmente) conferma un empito jazz rock che richiama, a tratti, i primissimi King Crimson. A distanza di anni li trovo sorprendenti. Da ascoltare, ovvio. Rocky Rossi, voce, sassofono, clarinetto; Roby Grablovitz, chitarra, flauto; Luigi Ventura, basso, trombone; Rubino Colasante, basso, batteria.

226. Ron 'Pate's Debonaire (Stati Uniti) - Raudelunas pataphysical revue (1977). Occhio … l’apostrofo prima di Pate’s indica l’appartenenza alla ‘Patafisica, corrente fondata letterariamente e ideologicamente da Alfred Jarry. Cosa sia la patafisica è discutibile: la scienza dell’identità dei contrari, delle eccezioni, del relativismo fenomenologico … a distanza di anni non l’ho capito … posso dire che i patafisici sono provocatori, ricercatori del futile, sobillatori del buon senso. E così i Nostri: guidati dal reverendo Fred Lane (nome d’arte di Tim Reed) aprono e chiudono il disco con due pericolanti versioni da big band, My kind of town (Chicago is) e una sguaiata Volare; nel mezzo, patafisicamente incongrui, abbiamo un concerto per gracidii di rane, noise puro, avanguardia free jazz, musica spettrale da giostrina, monologhi. Indefinibile e da ascoltare. Fred Lane, voce; Adrian Dye, voce, tastiere; Nolan Hatcher, voce, corno; Cyd Cerise, chitarra, sassofono; Omar Bagh-dad-a, tastiere; Ron 'Pate, trombone; Bob "Cheapskate" Cashion, trombone; Mitchell Cashion, tromba, trombone, sassofono, corno, percussioni; Craig Nutt, voce, sassofono, trombone, corno, percussioni; Johnny Williams, sassofono; Davey Williams, sassofono; Johnny Fent-Lister, sassofono; Nolan Hatcher, corno; Dick Foote, oboe, sassofono; Fred McGann, sassofono; Roger Hagerty, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Dick Foote, oboe, sassofono; Don "Pretty Boy" Smith, tromba; Theodore Bowen, cembalo; Cathy Mehler, violoncello; Abdul "Ben" Camel, basso; Theodore Bowen, basso; "Bill" The Kid Dap, batteria; Anne LeBaron, percussioni; arpa; LaDonna Smith, tromba, viola; Davey Williams, corno; Nips "Napes" Newton, arpa, percussioni; Mark Lanter, batteria; percussioni; Charles Ogden, batteria.

227. Dieter Roth-Gerhard Rühm-Oswald Wiener (Austria/Svizzera) - 3. Berliner Dichterworkshop 12./13.7.73 (1973). Gli austriaci Gerhard Rühm e Oswald Wiener militavano nel Wiener Gruppe, sorta di cenacolo letterario d’avanguardia devoto alle correnti più radicali sorte nei primi decenni del secolo breve (Surrealismo, Dadaismo …). L’inizio (i primi dieci minuti) si stabilizzano su un pianismo d’avanguardia piuttosto prevedibile (per chi è avvezzo alla lista NWW), quindi si spalancano le celle imbottite: un coro intona in ordine sparso la vocalità della propria follia dannata, quasi una parodia del Ligeti lunare di Kubrick; segue la quiete, rotta quasi subito da giustapposizioni di fischi e fischietti malandrini: la voliera del disagio mentale. Ci si ferma di nuovo, si riprende, ci si trastulla con bizzarrie assortite, e poi via così, sino allo sfinimento della ragionevolezza. Ognuno lo definisca a modo suo. Da ascoltare, ma con cautela.


martedì 13 maggio 2014

Nurse With Wound list vol. 35 (Plastic People of the Universe/Poison Girls/Pôle/Pop Group/Michel Portal-John Surman-Barre Phillips-Stu Martin-Jean-Pierre Drouet/Bomis Prendin)

NWW list vol. 35. Plastic People of the Universe

208. Plastic People of the Universe (Cecoslovacchia) - Egon Bondy's Happy Heart Club Banned (1978). Attenzione: i Plastic People si formano dopo l’invasione sovietica del 1968 (mente del gruppo: il bassista Hlavsa) sotto l’egida artistica del poeta Ivan Jirous (sorta di Andy Warhol ceco: i Plastic erano, infatti, devoti ai Velvet Underground); traggono il proprio nome da Plastic people, brano d’apertura di Absolutely free di Frank Zappa; il titolo lo trafugano, ovviamente, al Sgt. Pepper’s dei Bitolz sostituendovi il nome di Egon Bondy, eccentrico poeta surrealista praghese, studioso marxista in polemica sia con il totalitarismo sovietico che con le strutture capitaliste mondiali; in fundo: i Plastic furono osteggiati dal partito comunista cecoslovacco che gli ritirò la licenza nel 1970: il disco fu, perciò, registrato in Francia … Serve altro? Egon Bondy è un capolavoro; esso spazia con forza bislacca fra raucedini beefheartiane, arieggiamenti del primo Zappa, sfiati di sassofono, inserzioni acide di violino: un fondo underground e notturno (ascrivibile anche al loro esilio artistico) dona un fascino costante a tutta l’operazione. Da ascoltare subito. Josef Janíček, chitarra, tastiere, vibrafono; Vratislav Brabenec, sassofono, clarinetto; Jiří Kabeš, chitarra, violino, theremin; Milan Hlavsa, basso; Jaroslav Vožniak, batteria.

209. Poison Girls (Gran Bretagna) - Hex (1979). A quarant’anni suonati la milfettona Frances Sokolov vede i propri figli adolescenti (un maschio e una femmina) suonare con due distinti gruppi punk. E cosa fa? Li manda dallo psicologo? Aspetta disperata la menopausa? Macché, mette su una propria band dove sferraglia rauca il proprio anarco-femmminismo col nom de plume Vi Subversa. 
Complici politico-ideologici sono i Crass; il disco, quindi, più che verso gli sbeffeggiamenti anglosassoni, al cui fondo residua un compiacimento teppistico per l’infrangimento della morale corrente, inclina potentemente verso le ruvidezze hardcore oltreatlantiche, tanto punk da ignorare il punk. Marciapiede opposto a Clash e compagnia; un caposaldo. Vi Subversa, voce, chitarra; Richard Famous, voce, chitarra; Bernhardt Rebours, basso; Lance D'Boyle, batteria; Eve Libertine, voce.

210. Pôle (Francia) - Kotrill (1975). Disco oscurissimo, sorto dalla collaborazione di tre sperimentatori elettroacustici. Opera che, in virtù dell’appartenenza alla NWW list, e di tale irrilevanza commerciale, ha assunto, nel tempo, statuto leggendario. Non del tutto usurpato, tuttavia; loop, saliscendi elettronici, frequenze intergalattiche, gong ominosi, e la lunga sequenza purgatoriale di Villin-gen (21’00’’), esornata da sgocciolii à la Neu!, formano un impasto retro al cui fascino è impossibile sottrarsi. Da ascoltare. Daniel Bodon, Paul Putti, Thierry Aubrun, elettronica.

211. Pop Group (Gran Bretagna) - Y (1979). Ecco Webbaticy: “Devo confessare che ci ho messo un po' di tempo a riconoscere il valore di questo gruppo pop ... ma col passare del tempo ho iniziato ad amarlo, senza riserve. Non serve raccontare molto di Y, è un po' uno di quei dischi dei quali si è parlato e scritto così tanto e così profondamente che non ritengo di dover aggiungere un granché. Mi sento solo di riconoscere l'immensa valenza artistica di una voce come quella di Stewart, un pazzo delirante che canta come uno strumento aggiunto, soltanto che non assomiglia a nessun ferro/legno/avorio di mia conoscenza … Y è un monumento non solo della new-wave (lo affiancherei a Soldier talk dei Red Krayola), ma un po' di tutto il free-rock”. Non aggiungo altro. Mark Stewart, voce, chitarra; John Waddington, chitarra; Gareth Sager, tastiere, sassofono; Simon Underwood, basso Bruce Smith, batteria.

212. Michel Portal/John Surman/Barre Phillips/Stu Martin/Jean-Pierre Drouet (Francia/Gran Bretagna/Stati Uniti) - Alors!!! (1970). Ascritto al solo Michel Portal (metà composizioni portano la firma di Phillips), il disco è, invece, un’opera a più mani che prende le mosse dal free jazz più classico per inoltrarsi nei territori dell’avanguardia elettroacustica. Portal e Drouet collaboreranno nel progetto consimile New Phonic Art 1973 (NWW186). Michel Portal, sassofono, clarinetto; John Surman, sassofono, clarinetto; Barre Phillips, basso; Stu Martin, batteria; Jean-Pierre Drouet, percussioni.


213. Bomis Prendin (Stati Uniti) - Test (1979). Si parte scanzonati con il pop di Rastamunkies, si piega subito verso la psichedelia slabbrata di Artemia salinas, quindi si aprono inopinate le porte del manicomio elettronico: giustapposizioni, loop, interferenze, cacofonie, segnali radio vomitati nella cisterna vuota dell’insensatezza (Umbral vectors). Voce e chitarra fanno capolino ancora con 2%,  poi di nuovo l’abisso. Gran finale con il pop deviante di Auto-acupuncture. Da ascoltare. Bomis Prendin, voce, tastiere, percussioni, nastri; Miles Anderson, voce, chitarra; Hungry "Isaac" Hidden, voce, basso; Candee, effetti sonori; Corvus Crorson, effetti sonori.





domenica 26 gennaio 2014

Nurse With Wound list vol. 33 (Opus Avantra/Orchid Spangiafora/Out of Focus/Ovary Lodge/Tony Oxley/Evan Parker & Paul Lytton)

NWW list vol. 33. Keith Tippett

196. Opus Avantra (Italia) - Introspezione (1974). Opus Avantra, ovvero l’opera a mezzo fra tradizione e avanguardia. Il lied di Les plaisirs sont deux, straniato dai recitativi, la filastrocca infantile di La marmellata, un monologo da teatro off, arie d’opera ingentilite dai flauti e spezzate da controllate sfuriate progressive … Un pout-pourri ben studiato e d’interessante eclettismo, specie nelle composizioni lunghe: manca, tuttavia, come spesso accade alla coeva musica italiana alternativa, sia il melodismo inarrivabile degli anglosassoni che la lucida follia dei continentali. Da ascoltare comunque. Donella Del Monaco, voce; Enrico Professione, violino; Pieregidio Spiller, violino; Alfredo Tisocco, tastiere; Luciano Tavella, flauto; Riccardo Perraro, violoncello; Tony Esposito, percussioni; Pierdino Tisato, batteria.

197. Orchid Spangiafora (Stati Uniti) - Flee past’s ape elf (1979). Undici collage concreti: dialoghi e spezzoni di trasmissioni radiofoniche e televisive scomposti e riassemblati per mezzo di reiterazioni, frantumazioni, esitazioni, in accordo a un gusto satirico che nasce dallo snaturamento della fonte originale. Non per tutti, ovvio. Rob Carey (è lui Orchid) li ideò e compose, ancora studente, nel 1974.

198. Out of Focus (Germania) - Four letter Monday afternoon (1972). Progressive/jazz piuttosto eclettico. Come spesso accade (è inevitabile vista la pubblicità martellante di tutte le storie del rock) si è portati a giudicare anche quest’album rilevando i manierismi e i richiami con i correlativi e coevi gruppi d’estrazione anglosassone, Jethro Tull e Soft Machine, ad esempio. Se riusciamo a far astrazione di tali ascendenze, giudicheremo il disco per quello che è: una miscela intelligente e fascinosa di timbri e sonorità anni Settanta (con un eccellente sezione fiati) che, pur senza evidenti picchi, riesce lentamente a consegnarsi alla nostra ammirazione. Da sentire. Moran Neumüller, voce, sassofono; Peter Dechant, voce, chitarra; Remigius Drechsler, voce, chitarra, flauto, sassofono; Michael Thatcher, tastiere; Hennes Hering, tastiere; Hermann Breuer, trombone; Jimmy Polivka, tromba; Ingo Schmid-Neuhaus, sassofono; Stepen Wisheu, basso; Grand Roman Langhans, bonghi; Klaus Spöri, batteria.

199. Ovary Lodge - Ovary Lodge (1976). Avanguardia, jazz, improvvisazione. In Fragment #6 lo scatenamento degli interpreti, esacerbato dai vocalizzi di Julie Tippets, segue il filone prevedibile dell’antiortodossia: nell’eresia sappiamo cosa attenderci. Nell’iniziale Gentle one says hello affiora, invece, una vena inquietante alla Ligeti che, in Communal travel (17’42’’), si tinge di un obliquo esotismo grazie alla strumentazione orientale. Da ascoltare. Keith Tippett, voce, tastiere, maracas; Julie Tippetts, voce; Harry Miller, basso; Frank Perry, voce, flauto, percussioni

200. Tony Oxley (Gran Bretagna) - Tony Oxley (1975). Improvvisazione pura anche per il batterista Oxley, qui con il suo sestetto. Come accade per la registrazione di Tippet, la prima traccia ci consegna una free form piuttosto prevedibile; gli altri brani si assestano, invece, su un incedere sommesso, irto di un insistito tramestare. Fa eccezione il borborigmo di South east of Sheffield. Howard Riley, tastiere; Evan Parker, sassofono; Paul Rutherford, trombone; Dave Holdsworth, tromba; Barry Guy, basso; Tony Oxley, batteria.

201. Evan Parker & Paul Lytton (Gran Bretagna) - Collective calls (urban) (two microphones) (1972). Improvvisazione jazz? Macché, devoluzione jazz. Parker suona il sassofono, forse il flauto, e sfiata in altri strumenti non immediatamente identificabili traendo ghiribizzi da camera imbottita; Lytton percuote il percuotibile a completamento d’uno scalpiccìo sonoro fitto di cocci e frantumaglie. Da ascoltare subito. Non in sequenza coi due precedenti di Ovary e Oxley, opere affini a Collective calls: ne uscireste, infatti, paghi d’eccentricità, ma stremati. Evan Parker, sassofono, flauti; Paul Lytton, percussioni.

mercoledì 14 agosto 2013

Nurse With Wound list vol. 30 (Moving Gelatine Plates/Fritz Müller Rock/(Thierry Müller) Ilitch/Musica Elettronica Viva/Music Improvisation Company/Mythos)

NWW list vol. 30. Mythos
Indice generale/General index

177. Moving Gelatine Plates (Francia) - Moving Gelatine Plates (1971). Progressive purissimo sbilanciato sul versante anglosassone, a mezzo fra Soft Machine e Henry Cow. Grande padronanza dei mezzi tecnici nonostante la giovanissima età (Thibault e Bertam erano sui vent’anni) e una bella fluidità che, però, non desta mai vere sorprese. Da ascoltare comunque. Didier Thibault, voce, basso, chitarra; Gérard Bertram, voce, chitarra; Maurice Helmlinger, tastiere, tromba,sassofono, flauto; Gérard Pons, percussioni; Jack-Henry Robert, nastri preregistrati; Jean-Claude Boufferait, nastri preregistrati.

178. Fritz Müller Rock (Germania) - Fritz Müller Rock (1977). Rock ‘n’ roll fuori tempo massimo declinato secondo un certo tono sguaiato e fuori le righe. La coda del disco risveglia l’interesse con Ich Stehe Morgens, l’inaspettata Fritz Müller Traum (nove minuti di musica concreta e marcette inopinate) e I don’t understand it, una canzoncina ai limiti del punk che sarebbe piaciuta a Lou Reed. Eberhard Kranemann (Fritz Müller), voce, chitarra, basso, violoncello, sassofono, clarinetto, tastiere, effetti elettronici; Egon Stüwe, chitarra, cori; Norbert Foltynowicz, tastiere, tromba, accordion, cori; Oliver Petry, tastiere, cori Dirk Fleck, basso, cori; Marvin Dillmann, didgeridoo; Peter A. Schmidt, batteria, cori; Rüdiger Braune, batteria, cori; Marianne Green, voce.

179. (Thierry Müller) Ilitch (Francia) - Periodik mindtrouble (1978). La traccia omonima (25’25), in cui domina l’organo, dopo alcuni rovesci iniziali, si sintonizza su un ipnotico raga minimale memore, ovviamente, di Terry Riley. Le Ballades urbaines (in tre momenti, per un totale di venticinque minuti) sono studi per chitarra e nastri preregistrati in cui i radi accordi risultano tanto più perturbanti poiché prendono corpo da un fondo silente e spettrale. Ottime anche le dodici Innerfilmsequences, dove la chitarra fraseggia con bordoni di tastiere (l’harmonium: Nico è dietro l’angolo) e litanie di percussioni. Da ascoltare subito.

180. Musica Elettronica Viva (Stati Uniti/Francia) - Leave the city (1970). Ensemble internazionale (formato a Roma, nel 1966) che include alcuni grandi nomi della sperimentazione come Alvin Curran, Teitelbaum, Steve Lacy. Leave the city si compone di due tracce elettroacustiche (Message, 22’32’’ e Cosmic communion, 22’29’’) che risentono di espliciti influssi orientali. Il primo è un disteso OM, il secondo un raga che vira su un versante cosmico più inquieto. Incombono gli influssi di John Cage con cui i Nostri si esibirono nel 1967. Da ascoltare. Alvin Curran, Richard Teitelbaum, Frederic Rzewski, Allan Bryant, Ivan Vandor, Jon Phetteplace, Steve Lacy, Garrett List, Franco Cataldi, Gunther Carius.

181. Music Improvisation Company (Gran Bretagna) - The Music Improvisation Company (1970). Noise e improvvisazione allo stato puro, ma derubricati ad un tappeto sonoro quasi sempre sommesso, fitto di aborti di chitarra, spetezzi di sassofono, accenni di percussione. Per tre quarti d’ora camminerete su un pulviscolo di vetri spezzati. Per orecchie allenate. Derek Bailey, chitarra; Evan Parker, sassofono, autoharp elettrico; Hugh Davies, tastiere, effetti elettronici; Jamie Muir, percussioni.

182. Mythos (Germania) - Mythos (1972). Notevole esempio di psichedelia irriducibilmente anni Settanta. A parte l’inizio, Mythoett, l’iniziale tributo a Händel, l’album si compone di due suite. La prima, Oriental journey/Hero’s death (18’03), grazie all’uso del sitar, sconfina nei dilatati territori etnici à la Popol Vuh; la seconda, Enciclopedya Terra (17’42), è una prevedibile, ma gustosa miscela di suggestioni Pink Floyd e Amon Düül. Stephan Kaske, voce, chitarra, sitar, tastiere, flauto; Harald Weisse, chitarra, basso; Thomas Hildebrand, batteria, percussioni.