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giovedì 31 dicembre 2015

Nurse With Wound list vol. 44 (Tolerance/Tomorrow's Gift/Ton Steine Scherben/Transprovisation/Spacebox/Twenty Sixty Six & Then)

NWW list vol. 44. Twenty Sixty Six & Then

256. Tolerance (Giappone) - Anonym (1979). Tastiere minimali, chitarra blandamente schizofrenica, cauti effetti elettronici, la voce pacata e straniante della Tange: tanto basta a creare un’atmosfera sospesa e morbosa, sorta di piano bar per alienati in stato di sedazione. E va bene: ci sono pazzoidi leggendari e citatissimi (a caso: i Suicide); e poi ci sono i Tolerance. Da ascoltare subito. Masami Yoshikawa, chitarra; Junko Tange, voce, tastiere.

257. Tomorrow's Gift (Germania) - Goodbye future (1973). Brillante inizio con Jazzy jazz, con toni da fanfara che si mutano in marcia progressive; Der Geier Fliegt Vorbei, innervato dalla linea di basso, è un capolavoro; Allerheiligen si lancia verso i territori Canterbury con tastiere à la Ratledge; Naturgemäss ci dona, invece, una psichedelia fluttuante e sommessa, con rare accensioni. Officia il tutto uno dei massimi pontefici del kraut, Conny Planck, qui sotto le spoglie di Maestro Conrado Di Planca. Serve altro? Da ascoltare. Maestro Conrado Di Planca, flauti, percussioni; Manne Rurup, tastiere; Bernd Kiefer, basso; Zabba Lindner, batteria.

258. Ton Steine Scherben (Germania) - Wenn die Nacht Am Tiefsten ist (1975). Terzo disco della lista per Ton Scheine Scherben (son già presenti con Mannstoll - NWW47 - e Paranoia - NWW145 - assieme, rispettivamente, a Brühwarm Theater e Kollektiv Rote Rübe), gruppo affine a Checkpoint Charlie (NWW55) e Floh de Cologne (NWW88) e, perciò, devoto a quel cabaret satirico di sinistra, spietato e aspro sino alla crudeltà (Rainer W. Fassbinder operava in questi anni). Questo doppio Wenn die Nacht, tuttavia, seppur ben suonato, oltre a superare quell'esperienza, scolora desolatamente nell’ordinario; si riprende nella seconda parte (Wir sind im Licht; la jam di Steig ein), ma ben altri son gli eroici furori. Nikel Pallat, voce; Rio Reiser, voce, chitarra, tastiere; R.P.S. Lanrue, chitarra, cori; Jörg Schlotterer, flauto; Werner Götz, sassofono, basso; Funky K. Götzner, batteria; Uli Hammer, percussioni; Angie Olbrich, cori; Britta Neander, cori; Gabi Borowski, cori.

Transcendprovisation (Stati Uniti) - Trans (1976). Occhio: al trombone sovraintende Tim Reed, ovvero il Reverendo Fred Lane, uno dei debosciati sobillatori del NWW226, ‘Ron Pate’s Debonaire. Qui però c’è poco di patafisico; siamo in piena follia improvvisativa: stridori, spetezzi, tastiere insensate, chitarre grattugiate. Non per tutti, insomma, anche se Vlad il disco se lo è ascoltato per intero, senza colpo ferire; e ne ha tratto piacere. Una conferma di ciò che affermava Padre Scaruffi: invecchiando l’ascoltatore ‘forte’ si ritira in zone sonore sempre più inaccessibili, inusitate, metafisiche; desidera, forse, annegare come Ulisse, oltre le Colonne d’Ercole dell’udibile. Davey Williams, chitarra, sassofono; James Hearon, chitarra, violino, clarinetto; Theodore Timothy Reed, flauto, tromba, trombone; Bowen, sassofono, oboe, basso, percussioni; LaDonna Smith, voce, tastiere, viola, batteria.

Spacebox (Germania) - Spacebox (1981). Cos’ha in testa il buon Uli Trepte, bassista dal curriculum mostruoso (Guru Guru, ovviamente, ma anche Faust e Neu!)? Non si capisce gran che: blues bofonchiato? Free jazz? Avanguardia? O magari no wave (con quella chitarrina slabbrata)? Non lo so, non voglio saperlo; mi risultano difficili, inoltre, le classificazioni per genere. Posso garantirvi, però, che, lentamente, il disco entra nel sangue e si dichiara per quello che è: un atto d’amore disperato e residuale (siamo negli Ottanta) per lo spirito anarchico della musica. Con cautela, da ascoltare subito. Julius Golombeck, chitarra; Edgar Hofmann, sassofono, flauto, violino, armonica, nadaswaram; Uli Trepte, voce, basso; Lotus Schmidt, batteria, percussioni; Winfried Beck, batteria, percussioni

Twenty Sixty Six and Then (Germania) - Reflections on the future (1972). Hard-progressive di pregevole fattura, dall’eccitato fascino vintage. Come tutti i prodotti non anglosassoni risente della mancanza di un pezzo davvero caratterizzante e melodicamente indimenticabile (e infatti tutti, quarant’anni dopo, s’intignano a ricomprare e riascoltare Selling England by the pound), ma questo non è un problema; un piccolo problema è, invece, l’interpretazione vocale di Harrison, che tende a normalizzare l’insieme, neutralizzando le spinte più eversive latenti nel versante germanico del gruppo. Buone le parti strumentali, ottimo Mrozeck alla chitarra. Vale un ascolto. Geff Harrison, voce; Gagey Mrozeck, voce, chitarra; Veit Marvos, tastiere; Steve Robinson, voce, tastiere; Dieter Bauer, basso; Konstantin Bommarius, batteria.


martedì 27 maggio 2014

Black Flag - Everything went black (1983; recordings 1979-1981) ovvero: welfare e hardcore


I Black Flag SENZA Henry Rollins (sopraggiungerà nel 1981), ma con Greg Ginn (autore di tutti i brani e già manipolatore d'una sei corde catarrosa e trascinante) e Dez Cadena ... già si intuisce tutto. Il punk europeo è una cosa, l'hardcore americano un'altra. Come dire: due popoli divisi da una sola lingua. Il punk si compiace del mondo sottosopra e della provocazione sistematica al perbenismo della classe media (che include il pubblico del punk): una pulsione bruciante e anarchica, ma attutita dal materasso dello stato sociale e risolta spesso in un anelito comune: nazionale, sociale, latamente identitario (If the kids are united!), a volte addirittura giocoso ed esibizionista; negli Stati Uniti, invece, il frontismo è assoluto e, soprattutto, portato a livello individuale con scarsi riferimenti alla mediazione politica (partiti, sindacati, movimenti) anche nei gruppi che potremmo ascrivere, con molta cautela, alla sinistra (Fugazi, Dead Kennedys); la potenza d'urto è fenomenale, irriducibile: essa conferma, peraltro, cosa sia il vero rock da quelle parti: una forma d'arte non popolare, in diretta contrapposizione con i miti fondativi della propria stessa nazione ... una partita a poker che ha la posta più alta: la propria vita ... Ricordate cosa risponde il killer Chiguhr (No country for old men) al proprietario del drugstore che gli chiede cosa si sta giocando? Tutto, gli risponde ... e ci si gioca tutto, in una sorta di ansia distruttiva ... individuo contro Moloch statale: con il corollario clinico di tale scontro impari e fatale: depressione, brutalità, afasia, nichilismo, droga, autolesionismo ... tutti quei condimenti psicologici che insaporiscono le più abissali produzioni sonore della terra di Colombo (Swans, Type 0 Negative, Cop Shoot Cop, ad esempio, fra le migliaia). Essere un fallito in Gran Bretagna o Italia porta il sussidio di disoccupazione o i cento euro della famiglia; in America la vergogna ideologica e il dissolvimento nelle zolle di una terra sempre più straniera. Basta leggere Grapes of wrath.
Presto anche noi godremo di questi trattamenti privilegiati ... il pensiero unico cola giù da Hermosa Beach sino a Modena, Roma e Napoli ... i nostri governanti sono chiari: più Europa e più Stati Uniti d'Europa, questa la sfida della postmodernità. Sindacati, partiti, associazioni sono già stati distrutti. Anche noi deliberemo, perciò, il gusto ineguagliabile del disorientamento, della solitudine, dei parcheggi di roulotte ... case di cartone, espulsione dalla catena sociale, istruzione pressapochista ... il welfare unifica troppo, bene ridurlo con il mantra dell'efficienza ...
Di questo passo prevedo la nascita di bei gruppetti hardcore italiani di qui al 2020; e pongo una domanda che mi sta a cuore: l'arte genuina, dirompente, ha bisogno del disagio sociale? Dell'insicurezza, della malattia? Non saremo diventati troppo morbidi, rispettosi, caldi, pasciuti, viziosi, concessivi verso un potere che ci ricatta minacciando il poco che abbiamo (parva sed apta mihi, il nostro caldo cantuccio borghese)? Non necessitiamo di ingiustizia? D'un tiranno che ci opprima e tiri fuori il meglio di noi stessi - odio finalmente - e una volontà che non si piega poiché non ha nulla da perdere?

mercoledì 19 marzo 2014

Nurse With Wound list vol. 34 (Pataphonie/Jean François Pauvros & Gaby Bizien/Pere Ubu/Pierrot Lunaire/Der Plan/John Lennon-Plastic Ono Band)

NWW list vol. 34. Pere Ubu
Indice generale/General index


202. Pataphonie (Francia) - Pataphonie (1975). Ancora un attentato anticommerciale. Due lunghi strumentali: Pataphonie, 18’50’’ e Structure poubelle, 22’22’’; due improvvisazioni sommesse, ma inquiete: itinerari in cui l’ascoltatore (specie in Structure) fluisce lentamente cogliendo un mondo ricco di echi e rintocchi incantati. Da sentire. André Viaud, chitarra; Bernard Audureau, tastiere; Pierre Demouron, basso; Gilles Rousseau, percussioni.

203. Jean François Pauvros & Gaby Bizien (Francia) - No man’s land (1976). Si comincia con una bella aerofagia per trombone, poi si entra nel vivo dell’azione: improvvisazioni snervate per chitarra elettrica (quali sarebbero state partorite di lì a qualche anno alla corte della no wave americana, Arto Lindsay in testa) con sottofondo onnicomprensivo e terroristico delle percussioni di Bizien; quindi stasi; sibili ominosi; fiati mediorientali; e si ricomincia. Da sentire. Jean-François Pauvros, chitarra, tromba; Gaby Bizien, trombone, percussioni.

204. Pere Ubu (Stati Uniti) - Datapanik in the year zero (1978). EP capolavoro edito nello stesso anno di grazia di Dub housing e The modern dance. È rock, sicuramente: e della lega migliore. Eppure tale incedere, riconoscibilissimo e familiare alle orecchie di noi tutti (chitarre, sezione ritmica, tastiere), e addirittura piacevole per certi brandelli melodici che si acchiappano qua e là, convive, come l’anima e il corpo platonici, con una sensibilità straniante, aliena, psicopatica. Le vette sono Heart of darkness e 30 seconds over Tokyo; la quarta traccia, Untitled, diverrà The modern dance; Heaven anticipa, invece, pur nei toni più rilassati, Humor me. Da mandare a memoria. David Thomas, voce; Peter Laughner, chitarra; Tim Wright, chitarra, basso; Allen Ravenstine, tastiere; Scott Krauss, batteria.

205. Pierrot Lunaire (Italia) - Gudrun (1977). Opera dall’ispirazione tanto varia quanto contrastante. Il brano eponimo (11’30’’; più compatto nella versione inedita di sei minuti) è un pout-pourri che miscela arie rinascimentali, incongrui recitativi infantili, minimal music à la Terry Riley, incursioni stranianti della soprano Darby; Giovane madre lambisce territori Gong (con la Darby a gorgheggiare sbarazzina); non mancano momenti rilassati (Dietro il silenzio); altrove sembra d’ascoltare lacerti di Curved Air e Amon Düül e, forse, proprio di Schönberg, autore dell’autentico Pierrot. Derivazioni di levatura che non riescono a precipitare in un’unità emozionale coinvolgente. Belli, comunque, i singoli episodi. Jacqueline Darby, voce; Gaio Chiocchio, chitarra, mandolino, tastiere, sitar, zither; Arturo Stalteri, chitarra, tastiere, flauto, violino, percussioni Massimo Buzzi, batteria.

206. Der Plan (Germania) - Geri Reig (1980). Prima fatica del gruppo elettronico pubblicata sul fatidico crinale fra Settanta e Ottanta. A conferma dei più vieti simbolismi epocali: le radici sono nobili, ma la dispersione di talento operata dalla fine dell’impegno politico (non partitico!) genera frutti insapori. Alcune tracce non mancano d’interesse (Hans und Gabi), ma la profonda lucidità metafisica dei padri è vanificata dall’attitudine verso un pop dai limiti angusti (facilmente confondibile con decine di prodotti coevi). I richiami al fascino obliquo della malattia (Ich bin Schizophren, Gefaehrliche Clowns/Manische-Depressiv), una volta naturalmente immanenti alla musica germanica kraut, non trascendono, purtroppo, il superficiale ammicco. Frank Fenstermacher, Moritz R, Pyrolator, elettronica.

207. John Lennon/Plastic Ono Band (Gran Bretagna) - John Lennon/Plastic Ono Band (1970). Il White album dei Beatles senza l’ingombro di Harrison e McCartney. Coesistono l’afflato populista di Power to the people e Working class hero, prodotti DOC come Well well well e Love, song scorticate dal rock come Do the Oz, ciarpame glicemico, ma anche eccezionali estroversioni come God e Mother, suoi indiscussi vertici compositivi. Yoko Ono, come di consueto, non fa nulla, si accaparra meriti non suoi e sovraintende al tutto dietro le quinte, con impassibile e manipolatore sadismo levantino. Doveroso l’ascolto, anche per i detrattori dei Bitolz. John Lennon, voce, chitarra, tastiere; Yoko Ono, fiati; Klaus Voormann, basso; Ringo Starr, batteria.

domenica 29 settembre 2013

Nurse With Wound list vol. 31 (Napoli Centrale/Negativland/Neu!/New Phonic Art 1973/Iskra 1903/Wired/Nico/Night Sun/Nihilist Spasm Band)

NWW list nr. 31. Neu!

183. Napoli Centrale (Italia/Stati Uniti) - Napoli Centrale (1975). Italia al suo meglio; anzi Napoli al suo meglio: sanguigna, popolare (senza scadere nella guitteria) e capace di assemblare nazionalità ed esperienze musicali in una miscela irripetibile di solarità mediterranea e preciso impegno sociale. Senese, italiano di padre americano, guarda a Miles Davis e Weather Report e confeziona un classico del jazz rock dei Settanta. Da non perdere. James Senese, voce, sassofono; Mark Harris, tastiere; Tony Walmsley, basso; Franco Del Prete, batteria, percussioni.

184. Negativland (Stati Uniti) - Negativland (1980). Elettronica, musica concreta, insorgere delle sonorità post punk, registrazioni dal vero, spetezzi metafisici: un collage inquietante, e a tratti sardonico, della società capitalista a loro coeva (i Negativland se ne intendono: provengono dalla California). Per chi ha lo stomaco corazzato dagli ascolti di Throbbing Gristle e compagnia c'è parecchio da godere. Da ascoltare. David Wills, voce, tastiere, nastri; W. Kennedy M., chitarra; Peter Dayton, chitarra; Richard Lyons, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Mark Hosler, chitarra, tastiere, clarinetto, viola, nastri, elettronica; Joan, percussioni.

185. Neu! (Germania) - Neu! (1972). Dopo decenni è impossibile sottrarsi al fascino di questa opera infinita che continuerà a ricrearsi dopo ogni ascolto, intatta e virginale. Forse, come abbiamo già notato a proposito di Captain Beefheart, essa si modella su pulsazioni segrete del corpo umano o su ritmi ancestrali che, pur dimenticati, continuano a operare in noi. Monumento. Klaus Dinger, voce, chitarra, batteria, banjo; Michael Rother, chitarra, basso, doppio basso.

186. AA.VV. (Gran Bretagna/Stati Uniti/Germania/Canada) - Free improvisation (1974). Listato spesso sotto il solo nome di New Phonic Art 1973, in realtà il disco è un set di tre LP che comprende, oltre alla band citata, anche Iskra 1903 e Wired. Improvvisazione pura, che parte, forse, dal jazz per esplorare territori sconosciuti. Si differenziano dal tono generale gli Wired: le due composizioni (25'27'' e 27'47'') sono lunghi cammini sonori insidiati da echi ominosi. In formazione anche Michael Ranta, già con Toshi Ichiyanagi e Takehisa Kosugi (JPR46). New Phonic Art 1973: Michael Portal, clarinetto, sassofono; Carlos Roqué Alsina, tastiere; Vinko GLobokar, trombone; Jean-Pierre Drouet, percussioni. Iskra 1903: Derek Bailey, chitarra; Barry Guy, basso; Paul Rutherford, trombone; Wired: Mike Lewis, voce, tastiere, percussioni; Karl-Heinz Böttner, voce, chitarra, tastiere, basso, ocarina, zither; Michael Ranta, voce, percussioni.

187. Nico (Germania) - The marble index (1968). I sublimi lieder di Nico, voce e harmonium. Attraverso lei irrompe una cultura millenaria. I trovatori europei del Medioevo, le lamentazioni della lirica pagana anglosassone, la Germania, il senso profondo del destino ineluttabile. Tutto questo dal membro meno tollerato dei Velvet Underground. Monumento.

188. Night Sun (Germania) - Mournin' (1972). Assalto sonoro a metà fra progressive e hard rock alla Deep Purple. Genuini e lodevoli. Versatile lo sconosciuto cantante Schaab. Mournin' rimarrà il loro unico disco; unica prova che farà insorgere la consueta domanda: perché, pur nella ovvia diversità di talento, i Deep ingrassano nella Hall of Fame e questi gemono nella Gehenna dove è pianto, stridor di denti e dimenticanza? Per fortuna c'è il web; e ci siamo noi. Per riabilitare chi se lo merita. Bruno Schaab, voce, basso; Walter Kirchgässner, chitarra; Knut Rössler, tastiere, tromba; Ulrich Staudt, batteria.

189. Nihilist Spasm Band (Canada) - No record (1968). Come le spasm band di fine Ottocento (dintorni di New Orleans), i Nichilisti sfruttano strumenti di fortuna (spesso oggetti con finalità quotidiane, come pettini e carta velina, antenati del kazoo) per inscenare una pantomima sbraitata e cacofonica. Sbavanti e cogli occhi iniettati di sangue essi viaggiano al termine della notte sonora. Una registrazione storica. Da ascoltare, ovviamente. William A. Exley, voce, theremin; John Clement, chitarra; Murray Favro, chitarra, batteria; Archie Leitch,clarinetto; Hugh McIntyre, basso; Greg Curnoe, batteria, kazoo; J. B. Boyle, kazoo.

mercoledì 14 agosto 2013

Nurse With Wound list vol. 30 (Moving Gelatine Plates/Fritz Müller Rock/(Thierry Müller) Ilitch/Musica Elettronica Viva/Music Improvisation Company/Mythos)

NWW list vol. 30. Mythos
Indice generale/General index

177. Moving Gelatine Plates (Francia) - Moving Gelatine Plates (1971). Progressive purissimo sbilanciato sul versante anglosassone, a mezzo fra Soft Machine e Henry Cow. Grande padronanza dei mezzi tecnici nonostante la giovanissima età (Thibault e Bertam erano sui vent’anni) e una bella fluidità che, però, non desta mai vere sorprese. Da ascoltare comunque. Didier Thibault, voce, basso, chitarra; Gérard Bertram, voce, chitarra; Maurice Helmlinger, tastiere, tromba,sassofono, flauto; Gérard Pons, percussioni; Jack-Henry Robert, nastri preregistrati; Jean-Claude Boufferait, nastri preregistrati.

178. Fritz Müller Rock (Germania) - Fritz Müller Rock (1977). Rock ‘n’ roll fuori tempo massimo declinato secondo un certo tono sguaiato e fuori le righe. La coda del disco risveglia l’interesse con Ich Stehe Morgens, l’inaspettata Fritz Müller Traum (nove minuti di musica concreta e marcette inopinate) e I don’t understand it, una canzoncina ai limiti del punk che sarebbe piaciuta a Lou Reed. Eberhard Kranemann (Fritz Müller), voce, chitarra, basso, violoncello, sassofono, clarinetto, tastiere, effetti elettronici; Egon Stüwe, chitarra, cori; Norbert Foltynowicz, tastiere, tromba, accordion, cori; Oliver Petry, tastiere, cori Dirk Fleck, basso, cori; Marvin Dillmann, didgeridoo; Peter A. Schmidt, batteria, cori; Rüdiger Braune, batteria, cori; Marianne Green, voce.

179. (Thierry Müller) Ilitch (Francia) - Periodik mindtrouble (1978). La traccia omonima (25’25), in cui domina l’organo, dopo alcuni rovesci iniziali, si sintonizza su un ipnotico raga minimale memore, ovviamente, di Terry Riley. Le Ballades urbaines (in tre momenti, per un totale di venticinque minuti) sono studi per chitarra e nastri preregistrati in cui i radi accordi risultano tanto più perturbanti poiché prendono corpo da un fondo silente e spettrale. Ottime anche le dodici Innerfilmsequences, dove la chitarra fraseggia con bordoni di tastiere (l’harmonium: Nico è dietro l’angolo) e litanie di percussioni. Da ascoltare subito.

180. Musica Elettronica Viva (Stati Uniti/Francia) - Leave the city (1970). Ensemble internazionale (formato a Roma, nel 1966) che include alcuni grandi nomi della sperimentazione come Alvin Curran, Teitelbaum, Steve Lacy. Leave the city si compone di due tracce elettroacustiche (Message, 22’32’’ e Cosmic communion, 22’29’’) che risentono di espliciti influssi orientali. Il primo è un disteso OM, il secondo un raga che vira su un versante cosmico più inquieto. Incombono gli influssi di John Cage con cui i Nostri si esibirono nel 1967. Da ascoltare. Alvin Curran, Richard Teitelbaum, Frederic Rzewski, Allan Bryant, Ivan Vandor, Jon Phetteplace, Steve Lacy, Garrett List, Franco Cataldi, Gunther Carius.

181. Music Improvisation Company (Gran Bretagna) - The Music Improvisation Company (1970). Noise e improvvisazione allo stato puro, ma derubricati ad un tappeto sonoro quasi sempre sommesso, fitto di aborti di chitarra, spetezzi di sassofono, accenni di percussione. Per tre quarti d’ora camminerete su un pulviscolo di vetri spezzati. Per orecchie allenate. Derek Bailey, chitarra; Evan Parker, sassofono, autoharp elettrico; Hugh Davies, tastiere, effetti elettronici; Jamie Muir, percussioni.

182. Mythos (Germania) - Mythos (1972). Notevole esempio di psichedelia irriducibilmente anni Settanta. A parte l’inizio, Mythoett, l’iniziale tributo a Händel, l’album si compone di due suite. La prima, Oriental journey/Hero’s death (18’03), grazie all’uso del sitar, sconfina nei dilatati territori etnici à la Popol Vuh; la seconda, Enciclopedya Terra (17’42), è una prevedibile, ma gustosa miscela di suggestioni Pink Floyd e Amon Düül. Stephan Kaske, voce, chitarra, sitar, tastiere, flauto; Harald Weisse, chitarra, basso; Thomas Hildebrand, batteria, percussioni.

martedì 5 marzo 2013

Nurse With Wound list vol. 25 (Komintern/Kraftwerk/Krokodil/Steve Lacy/Lard Free/Le Forte Four)

NWW list vol. 25. Krokodil

146. Komintern (Francia) - Le bal du rat mort (1971). Nati dagli umori fervorosi del 1968 (Komintern fu l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti fra i due conflitti mondiali), i francesi (nell’episodio maggiore, la suite eponima, 16’31’’) cominciano esplicitamente con la rielaborazione di Bandiera rossa, poi sublimano in un progressive mercuriale in cui paiono convergere tutte le maggiori tendenze europee. La seconda parte concede di più allo sberleffo e al cabaret politico, ma, a tratti, il loro lato lunare risplende ancora con forza. Da ascoltare. Jeanne de Valène, voce;  Pascale Chassin, chitarra; Olivier Zdrzalik, voce, tastiere, basso; Joss Baselli, clavicembalo; Serge Catalano, batteria, percussioni; Francis Lemonnier, voce, sassofono; Raymond Katarzynsky, trombone; Fred Gérard, tromba; Pierre Thibaus, tromba; Richard Aubert, violino.

147. Kraftwerk (Germania) - Kraftwerk (1970). Il primo album dei Kraftwerk è già un capolavoro. Klaus Dinger è della partita. E si sente. Per un brevissimo periodo, lo sarà anche Michael Rother. Sui primi Kraftwerk si allunga, insomma, l’ombra smisurata dei Neu. Affidatevi a queste risonanze: Neu!, Cluster, Harmonia … Ruckzuck da sola vale l’ascolto dell’opera. Forse è una prova per Hallogallo e Für immer. E il finale di Von Himmel Hoch? I Kraftwerk troveranno poi il meritato successo con polpette elettroniche di altro sapore, ma questo è il loro disco inevitabile. Ralf Hütter, tastiere;  Florian Schneider-Esleben, flauto, violino, percussioni; Andreas Hohmann, batteria; Klaus Dinger, batteria. 

148. Krokodil (Svizzera) - Swamp (1970). Sonorità paradigmatiche dei tardi Sessanta, ma gestite senza quella personalità in grado di evitare la maniera. Accenni blues (musica da cui nacquero; Human bondage), brani rilassati e melodicamente apprezzabili (Sunlight’s beautiful daughterLight of day), accompagnamenti di flauto, aleggiamenti di sitar … Come spesso accade è proprio il manierismo il punto di forza di tali lavori: affascinati da questi timbri (nostalgia canaglia) amiamo preterirne l'eventuale mediocrità. Walty Anselmo, voce, chitarra, basso, sitar; Terry Stevens, voce, chitarra, basso; Hardy Hepp, voce, tastiere, violino; Mojo Weideli, flauto, armonica; Düde Dürst, batteria, percussioni, vibrafono.

149. Steve Lacy (Stati Uniti) - Straws (1977). Registrato a Milano nel Novembre 1976 (edito dalla Cramps), Straws è la magnificazione del sassofono soprano dell’artista di New York (allievo di Cecil Taylor e Gil Evans), qui impegnato in una serie di prove ai limiti dello sperimentalismo (la finale Rise).

150. Lard Free (Francia) - Gilbert Artman's Lard Free (1973). Multistrumentista, collaboratore di Pierre Henry (cfr. I e II), Urban Sax (NWW5) e Richard Pinhas, Artman organizza sei brani di jazz acido minato da tocchi elettronici (12 ou 13 Juillet que je sais d'elle), attraversato da assoli chitarristici frippiani (Honfleur écarlate) e non esente da meritorie derive krautrock (Culturez-vous vous même). Un capolavoro. François Mativet, chitarra; Philippe Bolliet, sassofono; Hervé Eyhani, tastiere, basso; Gilbert Artman, tastiere, batteria, vibrafono.

151. Le Forte Four (Stati Uniti) - Live at the Brand (1976). Sodali degli Airway (NWW1; entrambi fanno parte della Los Angeles Free Music Society), i Nostri mettono in scena una teoria di scenette per disturbati mentali, pregne di concretismo, prese per i fondelli, jazz andato a male, folate elettriche, catatonie, rimbombi elettronici scaturiti da un universo malato, blues da camera imbottita. Da ascoltare. Per dimenticare Sanremo. O per farselo piacere. Dipende. Qui la lista dei musicisti.