Certo, la notizia qua e là è trapelata, ma poca roba.
Poi ci si lamenta dell'invasione dei profughi. Del dilagare dell'Islam.
Della colonizzazione dei McDonald's.
Del proliferare del commercio cinese.
Del declino industriale europeo.
Se la nostra, di cultura, non esiste più, o è dimenticata, o addirittura dileggiata, e, anzi, nel dileggio di ciò che siamo stati consiste il successo dell'arte attuale - allora cosa dovremmo opporre a tali invasioni?
Niente.
E, infatti, tali siamo: niente.
* * * * *
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Thirsty Moon (Germania) - You'll never come back (1973). Già recensito qui.
This Heat (Gran Bretagna) - This Heat (1979). Webbaticy: "Ciò che lo rende comunque all'altezza del secondo [Deceit] è la formidabile ecletticità della proposta: il noise-rock dissonante di Horizontal hold, la cantilena pastorale dell'orrido di Not waving, la desolazione spoglia di Twilight forniture, l'ottusa danza industriale di 24 track loop. Tutto il resto è sperimentazione brada e senza possibilità di controllo. Essenziale". Un capolavoro essenziale. Charles Bullen, voce, chitarra, clarinetto, viola; Gareth Williams, voce, chitarra, tastiere, basso: Charles Hayward, voce, tastiere, percussioni.
Jacques Thollot (Francia) - Quand le son devient aigu, jeter la girafe à la mer (1971).
Thrice Mice (Germania) - Thrice Mice (1971). Karl-Heinz Blumenberg, voce; Werner von Gosen, chitarra; Wolfram Minnemann, tastiere; Wolfgang Buhre, sassofono; Rainer von Gosen, basso; Arno Bredehöft, batteria.
Throbbing Gristle (Gran Bretagna) - The second annual report (1977). Webbaticy again: "... questo debutto terrificante finì per diventare l'atto primo della musica industriale ... Da qui è partito più o meno tutto il filone (e anche la dark-ambient, con i 20 minuti catacombali di After cease to exist) di menti deviate, di rifiuto totale della standardizzazione musicale, di sperimentazioni ardite ... la vocalità angosciante e manipolata di Orridge, le spirali corrosivo-convulsive della Fanny-Tutti e i lavori terroristico-elettronici di Carter e Christopherson, qui colti quasi esclusivamente in sede live, furono veramente protagonisti di una rottura indicibile, un passaggio di frontiera irreversibile". Capolavoro definitivo. Genesis P-Orridge, voce, chitarra, violino, clarinetto; Chris Carter, tastiere, programmazioni; Cosey Fanni Tutti, voce, chitarra; Peter Christopherson, tromba, programmazioni.
Paolo Tofani (Italia) - Indicazioni (1977).
Tokyo Kid Brothers (Giappone) - Golden bat (1971).
Il gruppo francese (ancora attivo) licenzia un progressive di buona lega che oscilla tra toni folk e corpose accensioni debitrici dei primi Genesis.
Le composizioni sono, però, superiori al semplice manierismo e la voce di Christian Décamps è molto efficace nel drammatizzare alcune tracce (Le long nuits d'Isaac).
Per chi ama rannicchiarsi nel genere c'è più d'un godimento.
Christian Décamps, voce, tastiere; Francis Décamps, voce, tastiere; Jean-Michel Brézovar, chitarra; Daniel Haas, basso; Gérard Jelsch, batteria, percussioni.
248. Demetrio Stratos (Italia) - Cantare la voce (1978). Le
investigazioni sullo strumento musicale più negletto: la voce. Demetrio
Stratos, artista cosmopolita (nacque in Egitto da genitori greci, di fede
ortodossa), recupera all’ascolto occidentale alcune tradizioni vocali popolari (siberiane
e mongole) in funzione di rottura proprio con l’ordine borghese. L’operazione,
assolutamente eversiva dal punto di vista antropologico e politico, mostra
inoltre una tecnica stupefacente (basta dare un orecchio a Flautofonie e altro nonché a Investigazioni.Diplofonie e triplofonie [in cui Stratos
raddoppia e triplica la voce alterandone il timbro]); il limite del disco
risiede in una persistente aria d’incompiutezza, come se ogni traccia fosse un
torso per sperimentazioni e studi piuttosto che una scultura finita e polita. Scartafaccio
e non libro. Da confrontare, per la comprensione di tali appunti, al lavoro
affine di Tamia Valmont.
249. Sweet Okay Supersister (Olanda) - Spiral staircase sass
(1974). Abbiamo
già presentato i primi due album della formazione olandese, Present from Nancy e To the highest bidder.
Il presente Spiral staircase conferma
il loro “eclettismo lodevole eppur forzato”, fra episodi di progressive colto,
inserti concreti e lazzi di buona lega. Vanno riconosciuti ai Supersister,
tuttavia, sia l’originalità d’ispirazione che la perizia nell’esecuzione. Robert
Jan Stips, voce, tastiere; Sacha van Geest, voce, flauto, percussioni; Martin
Van Wijk, chitarra; Dick De Jong, cornamuse; Anneke Van Der Stee, mandolino;
Mien Van Den Heuvel, mandolino; Bertus Borgers, sassofono; Jan Hollestelle,
basso; Ron Van Eck, basso; Louis Debij, batteria; Los Alegras Band, batterie; Dorien
Van Der Valk, cori; Inge Van Iersel, cori; Josee Van Iersel, cori.
251. Tamia (Francia) - Senza tempo (1981). La cantante francese
(Tamia Valmont) recupera e reinterpreta vocalmente la tradizione popolare (medio)-orientale:
in Shakuhachi song, ad esempio, una melodia
nipponica per flauto di bambù, in First poliphony
le polifonie tibetane, e così via. Le punte del disco (Narcissa solis) attingono davvero a un’esperienza atemporale, fuori
d’ogni canone occidentale. Da ascoltare.
252. Tangerine Dream
(Germania) - Electronic meditation
(1970). Il
debutto dei Tangerine Dream, formati da tre colonne della musica germanica dei
Settanta, è già un capolavoro. Sono passati quarantacinque anni: Electronic meditation non solo non è
invecchiato, ma, a tutt’oggi, fa appassire, al confronto, parecchia avanguardia
arrivata subito dopo. Essenziale. Edgar Froese, chitarra, tastiere; Conrad
Schnitzler, chitarra, violoncello, violino; Klaus Schultze, batteria; Jimmy
Jackson, tastiere; Thomas Keyserling, flauto.
253. Ghédalia Tazartès (Francia) - Tazartès' transports (1980). Francese di
nascita, ma di ascendenza ebraica (in terra turca), Tazartès fonde con
sorprendente fluidità concretismi, loop, effetti elettronici, spezzoni parlati (anche
in italiano) e suggestioni di musica popolare nord-africana e medio-orientale: il
pout-pourri si snoda sicuro, segno inconfutabile di una sensibilità superiore. Forse
è world music, forse no. Eccellente, in ogni caso.
255. 'Mama' Béa Tekielski (Francia) - La folle (1977).
Di padre polacco e madre italiana, Béatrice Tekielski si inscrive, per sua
stessa ammissione, nella riconoscibile tradizione della canzone francese propria
a Brel, Brassens e Léo Ferré. La forza appassionata e ruggente delle
interpretazioni, a volte fluviali (La
mort, 16’30’’) e dilatate, la pongono ben al di là del semplice manierismo.
Da ascoltare.
Mi si chiedono i Doldrums? E io eseguo. Il disco, peraltro, è un capolavoro.
Jasun Martz, già con Zappa e Family East Band? Un altro capolavoro.
Olivier Messiaen? E chi è? dirà qualcuno. Un genio dell'avanguardia, rispondo. Una messa di Pentecoste per organo, straniata e perturbante. Da ascoltare prima di morire.
Con un click, insomma, porterete sul vostro PC tre meraviglie della musica altra. Mi piacerebbe corredare con brevi note questi dischi, come amavo fare un tempo, ma, oggi, giugno 2015, ho perso un po' di voglia.
Buon ascolto, comunque.
Doldrums - Acupuncture (1997). Justin Chearno, chitarra; Bill Kellum, chitarra, basso; Matt Kellum, batteria.
235. Seesselberg - Synthetik 1 (1973). L'unico disco licenziato dai fratelli Seesselberg, nove tracce di effetti spaziali elettronici di oscillatori e sintetizzatori; potremmo dire: un'opera nata sulla scorta di Tangerine Dream, Klaus Schulze e Conrad Schnitzler et cetera, se non fosse che questi ultimi, pur maggiori, sono a sua volta discendenti e debitori di un'unica grande koiné musicale, sorta a Colonia negli anni Cinquanta. Per questo i dischi di Seesselberg (e dei colleghi citati) sono ancora godibili: non risentono di ingenuità pionieristiche, sono già adulti poiché s'avvalgono di ricerche già solide e formate; il loro merito comune fu di volgarizzare presso un pubblico giovane e non accademico tali sperimentazioni (al netto della genialità creatrice individuale: di Schulze e Tangerine, ad esempio). Eckhart Seesselberg, Wolf-J. Seesselberg, elettronica.
236. Semool (Francia) - Essais (1971). 11 saggi, certo, ma partoriti da uno schizofrenico. Ipnotici e sospesi accenni per chitarra che molestano la memoria di Interstellar overdrive (1), deformazioni vocali, strumming scombiccherati, inquietanti echi spaziali (7), schegge di avanguardia per pianoforte (5-6), estratti rock (10), noise redenti da rielaborazioni di Black sabbath (3) ... chi offre di più? I più sbarazzini di noi non potranno sottrarsi all'ascolto. Da sentire. Philippe Martineau, chitarra, percussioni; Olivier Cauquil, chitarra, tastiere; Rémy Dédé Dréano, percussioni.
237. Sonny Sharrock (Stati Uniti) - Monkey-pockie-boo (1970). Puro noise per batteria e chitarra, straziato dai vocalizzi da tribade di Linda Sharrock, moglie del Nostro; la no wave di New York, ma con qualche anno d'anticipo. Per orecchie robuste. Linda Sharrock, voce; Warren 'Sonny' Sharrock, voce, chitarra; Beb Guérin, basso; Jacques Thollot, batteria.
238. Silberbart (Germania) - 4 times sound razing (1971). Power trio roccioso e ben amalgamato per un hard rock tipico dei Settanta; l'architettura di tre delle quattro tracce però, oltre i dieci minuti, stravolge qualsiasi cliché: saliscendi sonori, distorsioni, ritmica di granito, sublimano la consueta materia di genere in una psichedelia dagli accenti corruschi e fascinosi. Bravo (e misconosciuto) Teschner. Hajo Teschner, voce, chitarra; Werner Klug, basso; Peter Behrens, batteria, percussioni.
239. Siloah (Germania) - Siloah (1970). Folk, psichedelia, influssi orientali, reiterazioni ipnotiche cullate da dolci percussività ... nulla di nuovo, nulla di eclatante, eppure tale impasto è inconsciamente rielaborato, come sempre alle latitudini germaniche, con accenti arcani quasi impercettibili all'orecchio, pur allenato; e assolutamente inudibili per quello grossolano. La declinazione gotica dell'orientalismo hippie (già dei maestri Amon Duul I) che, in tale opera, tocca uno dei vertici del periodo con il trionfo di Aluminum wind (18'26''). Inevitabili. Heinrich Stricker, voce; Thom Argauer, voce, chitarra; Wolfgang Görner, basso; Manuela Freifrau Von Perfall, percussioni.
240. Smegma - Glamour girl 1941 (1979). Gruppo genericamente impermeabile alle mode e alla fama, gli Smegma (ancora attivi) s'inscrivono nel magico circolo sperimentale LAFMS (Los Angeles Free Music Society); vi abbiamo felicemente sbattuto le orecchie tre volte (Airway, NWW3 e Doo-dooettes & Le Forte Four, NWW83 e NWW151). Nel caso degli Smegma, il nome e una traccia, la quinta, concettualmente paradigmatica (I am not artist) la dicono già tutta sul contenuto. S'inizia con un jazz dai toni languidi e obliqui, ma le crepe della ragionevolezza permettono presto la colatura dell'insania: vociferazioni, loop, rumoristica assortita e, a chiudere, un inaspettato solo guitar; debitamente sporcato, ovvio: i Nostri non vogliono applausi. Bravi! Kantor (Istvan Kantor), Hair Cess Poole (Harry Cess Poole), voce; Mr. Ritz (Allen Lloyd), voce, tastiere; Frank (Frank Chavez), sassofono; Dr. Id (Mike Lastra), effetti; D.K. (Brad Ostetler), voce, basso; Reet (Eric Stewart), voce, chitarra; basso, effetti; Danton (Danton Dodge), voce, batteria; Erph-Puss (Amy DeWolfe), batteria.
Il lavoro più noto del quartetto è sicuramente quello dei Clearlight Symphony, supergruppo capitanato dal tastierista Cyrille Verdeaux; due composizioni strumentali (20'29 e 20'23''): l'una suonata coi tre Gong Malherbe, Hillage, Blake, l'altra con Christian Boulé e il grande Gilbert Artman, vecchia conoscenza della lista Nurse With Wound (sotto le specie di Lard Free, NWW150, e Urban Sax, NWW23). Ascendenze classiche (le tastiere di Verdeaux), puntate nello space, incalzanti costruzioni progressive: musica, insomma; uno dei vertici dei Settanta.
Anche gli altri tre gruppi, tuttavia, si assestano a livelli di assoluto rilievo. Atoll e Arachnoid aggiungono all'impeccabilità tecnica (parecchi godranno nel ritrovare i mirabili luoghi comuni del genere) la partecipazione emotiva del cantato, tipica dell'area latina: in Le chamandere degli Arachnoid, ad esempio, questa tocca una intensità drammatica non comune (oltre ad una cupezza, invece, peculiare all'area transalpina, e presente, a livelli disturbanti, nello zeuhl vero e proprio). Notevoli anche gli Shylock: dopo gli iniziali tredici minuti dell'eponima Île de fièvre, bignami del progressive, i Nostri si lasciano trasportare dalla chitarra di Frédéric L'Épée entro le regioni controllate e nichiliste del Fripp di Red.
Clearlight Symphony- Clearlight Symphony (1975). Cyrille Verdeaux, basso, percussioni; Steve Hillage chitarra; Christian Boule, chitarra; Tim Blake, tastier, percussioni; Didier Malherbe, sassofono; Martin Isaacs, basso; Gilbert Artman, batteria, percussioni, vibrafono.
Atoll - L'araignée-mal (1975). André Balzer, voce, percussioni; Christian Béya, chitarra; Michel Taillet, voce, tastiere, percussioni; Bruno Géhin, tastiere; Richard Aubert, violino; Jean-Luc Thillot, voce, basso; Alain Gozzo, voce, batteria, percussioni.
Shylock- Île de fièvre (1978). Frédéric L'Épée, chitarra; Didier Lustig, tastiere; Serge Summa, basso; André Fisichella, percussioni.
Arachnoid- Arachnoid (1979). Marc Meryl, voce; Nicolas Popowski, voce, chitarra; Patrick Woindrich, voce, basso, chitarra; François Faugieres, tastiere; Pierre Kuti, tastier; Bernard Minig, batteria.
214. Public Image Limited (Gran Bretagna) - Metal box aka Second edition (1979). Già recensito qui.
215. Red Crayola (Stati Uniti) - The parable of arable land (1967). Webbaticy:
“Sono passati 46 anni e il suo ascolto
ancora colpisce; le 6 Free form freak out, frutti di cacofoniche improvvisazioni in libertà con un capannello di
amici, furono quanto di più radicale all'epoca e c'è poco da sorridere sulla
loro naiveté. Ciò che resta impresso nella memoria è ovviamente costituito
dalle canzoni presumibilmente normali, contrassegnate peraltro da un melodismo
e da un dosaggio esponenziale e deviato di psichedelia tipica dell'epoca,
comunque in grado di sballare grazie alle infinite trovate ad effetto, su tutte
Hurricane fighter plane e Pink
stainless tail”.
216. Red Noise (Francia) - Sarcelles-Lochères (1970). Si parte
piano, tra flatulenze di sassofoni, canti da ubriachi, provocazioni concrete;
quindi il disco si assesta a mezzo fra brani jazz e canzoncine scheletriche:
una esitante e variegata propedeutica ai diciotto minuti finali di Sarcelles c’est l’avenir, sorta di
fluviale Sister Ray acidastranita dai fiati e ossessionata dalle
percussioni: un mezzo capolavoro. Da ascoltare. Patrick Vian, voce, chitarra;
Jean-Claude Cenci, voce, flauto, sassofono; Daniel Geoffroy, voce, basso; Philip
Barry, voce, chitarra, batteria
217. Reform Art Unit (Austria) - Reform Art Unit (1975). Introvabili.
218. Steve Reich-Richard Maxfield-Pauline Oliveros (Stati Uniti) - New sounds in electronic music (1967). Tre brani: il primo, di Maxfield (1927-1969), Night music, risale alla fine degli anni
Cinquanta: è una delle testimonianze sonore sopravvissute di uno dei fondatori
della musica elettronica americana; si compone di una serie di effetti prodotti
da un registratore e un oscilloscopio; storico; il secondo, Come out (1966), di Steve Reich (1936), uno dei padri del minimalismo, riafferma l’essenza ciclica della sua estetica: un
frammento discorsivo viene ripetuto indefinitamente sino al proprio
annullamento di senso; il terzo, I of IV (20’45’’),
di Pauline Oliveros (1932), è il capolavoro del terzetto: i ‘segnali’,
variamente ottenuti, costituiscono una foresta sonora inquietante, ricca di
echi e rifrazioni misteriose. Composto presso l’Università di Toronto nel 1966.
Da ascoltare, ovvio.
219. Achim Reichel & Machines (Germania) - Echo
(1972). Un caposaldo della psichedelia europea: cinque lunghe jam in cui ogni
adepto del kraut che si rispetti troverà rispondenze e richiami con i maggiori
attori della produzione tedesca coeva, a partire dagli Amon Düül; si potrebbe
parlare di folk psichedelico (il ‘fondo’ di chitarra acustica, le dilatazioni
sonore, lo sfasamento), ma l’impasto di Reichel è geneticamente diverso dal
consimile genere angloamericano, quello più conosciuto; in Reichel opera,
infatti, una tradizione culturale naturalmente ricca di echi magici: basti
leggere alcune pagine dei romantici tedeschi più obliqui (Hoffmann, ad esempio): qui ogni evento, anche quello apparentemente più innocuo, rimanda a un
sottofondo insondabile, ma vivo, che coincide con l’anima millenaria della
Germania, succube dell’idea del fato e dell’ineluttabile. Ecco perché Scaruffi
può dire, a proposito degli Amon Düül (ma il tutto può estendersi a Reichel): “Il loro sound era ‘gotico’ nel senso più`
autentico (e meno spettacolare) del termine, non per il gusto di evocare
atmosfere terrificanti ma per la natura stessa delle loro radici culturali”.
Da mettere sul piatto subito. Achim Reichel, voce, strumenti vari; Helmut
Franke, chitarra; Norbert Jacobsen, voce, clarinetto; Arthur C. Carstens, arpa;
Jochen Petersen, sassofono; Dicky Tarrach, batteria; Lemmy Lembrecht, batteria,
percussioni; Hans "Flippo" Lampe, percussioni; Kalle Trapp,
percussioni; Rolf Köhler, percussioni; Conny Plank, voce; Klaus Schulze, voce,
Matti Klatt, voce; Frank Dostal, suoni; Pete Becker, suoni.
220 Residents (Stati Uniti) - The third Reich 'n' roll (1976). Circa
trenta hit (anni Sessanta-Settanta) costituiscono i due mostruosi ircocervi del
disco: Swastikas on parade (17’36’’)
e Hitler was a vegetarian (18’33’’). Da
Let’s twist again a To Sir with love, da Hey Jude a In-a-gadda-da-vida, tali punte mainstream del rock sono distorte,
amputate, deformate, giustapposte e, infine, riassemblate in forma di collage;
il risultato esula dalla parodia accattivante, anzi si colora di tinte sinistre
e quasi malsane: l’ascolto è ostico, ma la genialità di alcuni passaggi lo
rende doveroso. Nei bonus prendono per i fondelli Rolling (ancora: la traccia
isolata di Satisfaction) e Bitolz. Ah,
che grandi canaglioni. ?; Honeydew, Pamela Zeibak, voci
221 Catherine Ribeiro + Alpes (Francia) - N°
2 (1970). Patrice Moullet (compositore, inventore di strumenti, attore) e
Catherine Ribeiro (d’origine portoghese, anch’ella attrice: con Godard) sono il
nucleo di tale sottovalutato ensemble in cui il folk (Ballada des aguas, 15 Août
1970)si sposa a brani
psichedelici di rara intensità: Sirba,
dominata dall’organo Farfisa, Silen von
Kathy e i diciotto minuti di Poème
non épique ) sono i vertici sonori, esornati dai vocalizzi della Ribeiro, le cui
inflessioni melodrammatiche, tipiche della chanson transalpina, rilucono di una
certa teatralità ghiacciata alla Nico; è solo una suggestione, però: le ascriviamo la piena originalità. Da
ascoltare. Catherine Ribeiro, voce; Patrice Moullet, voce, chitarra, tastiere; Isaac
Robles Monteiro, chitarra; Pires Moliceiro, chitarra; Denis Cohen, tastiere,
percussioni.
Vi invito a un esperimento molto soggettivo: confrontate i toni progressive di questi tre gruppi francesi della seconda metà dei Settanta con quelli di formazioni transalpine presenti nella Nurse With Wound list (Archaïa, Magma, Art Zoyd, Ame Son, Jean Cohen-Solal, Lard Free et cetera). Non sentite sulla lingua un sapore diverso? Più aggiustato, rifinito, ordinato, professionale; meno ricco d'empatia e partecipazione: in altre parole, grossolane, ma veritiere: più freddo? Come certi sommelier che sono in grado di distinguere annate, vigneti ed esposizioni con una semplice degustazione, non potete, voi, individuare una sottile crepa strutturale, epocale e rovinosa, rispetto al recentissimo passato (Sessanta e primi Settanta) - un cambio di aria e atmosfera presente nei timbri, nelle percussioni, nella foga d'esecuzione, nella passionalità d'insieme?
Perché la fine dei Settanta e i primi Ottanta sono, al netto della qualità dei singoli interpreti, più falsi, costruiti e controllati rispetto a quel periodo?
Cos'è cambiato in poco tempo?
Sono cambiati gli strumenti? O le produzioni, la tecnica di registrazione? I discografici hanno puntato sulla grana grossa? Ancora: l'avvento d'un nuovo ordine sociale (anzi, del ritorno all'ordine sociale e al conformismo compiaciuto) si riflette anche nella musica?
Oppure la forza ideologica e delle illusioni, che gonfiava quel decennio mirabile, s'era dileguata per sempre, lasciando sul campo solo autori professionali ed eccezionali strumentisti (come in Rahmann o Artcane, ad esempio?).
Nonostante la qualità (alta), lo scarto si avverte, a orecchio (stavo per dire: a naso).
Altri uomini, altri musicisti e cantautori, ovviamente, rinnovelleranno quelle passioni: sempre individualmente, però; mai con quell'urgenza collettiva, unificante, totalizzante; quando ogni cosa pareva possibile.
Artcane - L’Odyssée (1977). Jack Mlynski, voce,
chitarra; Stanislas Belloc, voce, basso; Alain
Coupel, voce, tastiere; Daniel Locci, percussioni.
Rahmann - Rahmann (1979). Louis César Ewandé, chitarra,
percussioni; Gérard Prévost, basso; Michel Rutigliano, tastiere; Amar Mecharaf,
batteria, percussioni.
Ma Banlieue Flasque - Ma Banlieue Flasque (1979). Marc Le Devedec, voce, chitarra; Philippe
Maugars, voce, chitarra; Philippe Botta, flauto, sassofono; Loïc Gauthier,
basso; Chypo, voce, batteria.
Grazie al blogger L'Ostile Libero colmiamo tre lacune della famigerata lista.
Colgo l'occasione per segnalare due fatti, che mi stanno variamente a cuore:
1. L'uscita della terza (e non ultima) revisione di Virgin Forest, libro/saggio sulla musica nascosta (nascosta oppure volontariamente occultata) in progressivo stato di irrobustimento; si potrebbe dire che la creatura, come un Golem, si sta autoconsolidando (e si spera che non fugga dal controllo dei creatori). Si può scaricare qui in pdf.
2. Il precedente post sulla Palestina è stato il nadir del blog dalla sua fondazione. Comprendo: ci sono i Mondiali, le spiagge ... oppure: luglio, dolce dormire ... ci sono tante chiavi interpretative. Una, la mia preferita, è questa: subire la storia, evidentemente, può essere piacevole.
4. Albrecht D. (e Josef Beuys) (Germania) - Performance at The ICA London 1. Nov. 1974
(1976). A
causa, probabilmente, della cattiva qualità della registrazione (la low
fidelity va dosata cum grano salis altrimenti si finisce fra i trendy o gli
inascoltabili) tale live, piuttosto raro, risulta esclusivamente quale goffo tramestio di
percussioni; l'occasionale speziatura di sfiati e vociferazioni etniche, buone per
simulare una patina world, non aggiungono fascino all'insieme. Ma forse mi sbaglio.
108. Jef Gilson (Francia) - Le massacre du printemps (1971). Già con Dizzy Gillespie e con l’agitatore patafisico par excellence Boris Vian (ma anche con conoscenze della lista come Bernard Lubat, NWW156, e Michel Portal, NWW212), il pianista francese, dissacrando già nel titolo il capolavoro di Igor Stravinsky, regala sfarfallii di free jazz nervoso e provocatorio. Da ascoltare. Jef Gilson, tastiere, tuba; Claude Jeanmaire, tastiere; Jean Claude Pourtier, batteria; Pierre Moret, tastiere.
144.
Frank Köllges (Germania) - Drums, voices, knispel nie (1977). Ci sono solo Köllges, e i suoi
strumenti, voce e batteria, in questo disco, eppure funziona. Borborigmi, divagazioni,
latrati, grida sommesse giustapposti a rullate, ammicchi, colpi di piatto,
esitazioni, riprese: un catalogo mai monotono e più che divertente. Da
ascoltare. Frank Köllges, voce,
batteria.
208. Plastic People of the Universe (Cecoslovacchia) - Egon Bondy's Happy Heart Club Banned
(1978). Attenzione: i Plastic People si
formano dopo l’invasione sovietica del 1968 (mente del gruppo: il bassista
Hlavsa) sotto l’egida artistica del poeta Ivan Jirous (sorta di Andy Warhol ceco:
i Plastic erano, infatti, devoti ai Velvet Underground); traggono il proprio
nome da Plastic people, brano
d’apertura di Absolutely free di
Frank Zappa; il titolo lo trafugano, ovviamente, al Sgt. Pepper’s dei Bitolz sostituendovi il nome di Egon Bondy, eccentrico
poeta surrealista praghese, studioso marxista in polemica sia con il
totalitarismo sovietico che con le strutture capitaliste mondiali; in fundo: i Plastic
furono osteggiati dal partito comunista cecoslovacco che gli ritirò la licenza
nel 1970: il disco fu, perciò, registrato in Francia … Serve altro? Egon Bondy è un capolavoro; esso spazia
con forza bislacca fra raucedini beefheartiane, arieggiamenti del primo Zappa,
sfiati di sassofono, inserzioni acide di violino: un fondo underground e
notturno (ascrivibile anche al loro esilio artistico) dona un fascino costante
a tutta l’operazione. Da ascoltare subito. Josef Janíček, chitarra, tastiere, vibrafono; Vratislav Brabenec, sassofono,
clarinetto; Jiří Kabeš, chitarra, violino, theremin; Milan Hlavsa, basso;
Jaroslav Vožniak, batteria.
209. Poison
Girls (Gran Bretagna) - Hex (1979). A quarant’anni suonati la
milfettona Frances Sokolov vede i propri figli adolescenti (un maschio e una
femmina) suonare con due distinti gruppi punk. E cosa fa? Li manda dallo
psicologo? Aspetta disperata la menopausa? Macché, mette su una propria band dove
sferraglia rauca il proprio anarco-femmminismo col nom de plume Vi Subversa. Complici politico-ideologici sono i Crass; il disco, quindi,
più che verso gli sbeffeggiamenti anglosassoni, al cui fondo residua un compiacimento
teppistico per l’infrangimento della morale corrente, inclina potentemente
verso le ruvidezze hardcore oltreatlantiche, tanto punk da ignorare il punk. Marciapiede
opposto a Clash e compagnia; un caposaldo. Vi Subversa, voce, chitarra; Richard
Famous, voce, chitarra; Bernhardt Rebours, basso; Lance D'Boyle, batteria; Eve
Libertine, voce.
210. Pôle (Francia) - Kotrill
(1975). Disco oscurissimo, sorto dalla collaborazione di tre sperimentatori
elettroacustici. Opera che, in virtù dell’appartenenza alla NWW list, e di tale
irrilevanza commerciale, ha assunto, nel tempo, statuto leggendario. Non del
tutto usurpato, tuttavia; loop, saliscendi elettronici, frequenze intergalattiche,
gong ominosi, e la lunga sequenza purgatoriale di Villin-gen (21’00’’), esornata da sgocciolii à la Neu!, formano un
impasto retro al cui fascino è impossibile sottrarsi. Da ascoltare. Daniel
Bodon, Paul Putti, Thierry Aubrun, elettronica.
211. Pop
Group (Gran Bretagna) - Y (1979). Ecco Webbaticy: “Devo
confessare che ci ho messo un po' di tempo a riconoscere il valore di questo
gruppo pop ... ma col passare del tempo ho iniziato ad amarlo, senza riserve. Non
serve raccontare molto di Y, è un po' uno di quei dischi dei quali si è parlato
e scritto così tanto e così profondamente che non ritengo di dover aggiungere
un granché. Mi sento solo di riconoscere l'immensa valenza artistica di una
voce come quella di Stewart, un pazzo delirante che canta come uno strumento
aggiunto, soltanto che non assomiglia a nessun ferro/legno/avorio di mia
conoscenza … Y è un monumento non
solo della new-wave (lo affiancherei a Soldier
talk dei Red Krayola), ma un po' di tutto il free-rock”. Non aggiungo
altro. Mark Stewart, voce, chitarra; John Waddington, chitarra; Gareth Sager,
tastiere, sassofono; Simon Underwood, basso Bruce Smith, batteria.
212. Michel Portal/John Surman/Barre Phillips/Stu
Martin/Jean-Pierre Drouet (Francia/Gran Bretagna/Stati Uniti) - Alors!!! (1970). Ascritto al solo Michel Portal (metà composizioni portano
la firma di Phillips), il disco è, invece, un’opera a più mani che prende le
mosse dal free jazz più classico per inoltrarsi nei territori dell’avanguardia
elettroacustica. Portal e Drouet collaboreranno nel progetto consimile New Phonic
Art 1973 (NWW186). Michel Portal, sassofono, clarinetto; John Surman,
sassofono, clarinetto; Barre Phillips, basso; Stu Martin, batteria; Jean-Pierre
Drouet, percussioni.
213. Bomis Prendin (Stati Uniti) - Test (1979). Si
parte scanzonati con il pop di Rastamunkies,
si piega subito verso la psichedelia slabbrata di Artemia salinas, quindi si aprono inopinate le porte del manicomio
elettronico: giustapposizioni, loop, interferenze, cacofonie, segnali radio
vomitati nella cisterna vuota dell’insensatezza (Umbral vectors). Voce e chitarra fanno capolino ancora con 2%, poi di nuovo l’abisso. Gran finale con il pop
deviante di Auto-acupuncture. Da
ascoltare. Bomis Prendin, voce, tastiere, percussioni, nastri; Miles Anderson,
voce, chitarra; Hungry "Isaac" Hidden, voce, basso; Candee, effetti
sonori; Corvus Crorson, effetti sonori.
Un fenomeno derivativo rispetto alla radice anglosassone più immediata (Throbbing Gristle, Bauhaus, Joy Division, il Bowie berlinese) e alle glaciazioni anaffettive dei maestri Devo, ma non per questo irrilevante.
Rispetto alla matrice sonora i francesi rilevano per un certo tono decadente e languoroso (sorta di marcescenza del romanticismo) o, nel caso dei Guerre Froide (Yves Royer, voce; Patrick Mallet, chitarra, basso; Fabrice Fruchart, chitarra, tastiere; Gilbert Deffais, percussioni elettroniche; dal 1981 Marie José Deffais, tastiere e Jean-Michel Bailleux, basso), per uno straniante filtro elettronico in grado di ricreare gli stati di coscienza della personalità schizoide (l'incapacità dell'empatia, l'indifferenza, il male di vivere, la deprivazione sensoriale) - un modo di porsi che si oggettivò in una vera e propria posa estetica capace di denotare l'intero movimento (nell'ovvia differenza tra le sensibilità dei vari autori).
Da tale punto di vista l'Ep Untitled è sicuramente caratteristico rispetto all'acerbo e più indeciso Cicatrice: il brano Ersatz e Demain Berlin meritano un ascolto non superficiale e incitano una domanda fatale: se è vero che i CCCP non assomigliano a nessuno, non ritroviamo forse nelle cadenze della coldwave transalpina parte dei loro torbidi umori da fine millennio (le percussioni ipnotiche, la voce femminile in secondo piano, le accelerazioni elettriche, un effluvio di cabaret politico tedesco)?
Dalla Francia a New York: borderline, eclettica, hipster, talentuosa, la Descloux aveva tutte le carte in regola per eccellere nell'arte di parecchi artisti americani (autoctoni o immigrati) della Big Apple: quella di stupire il mondo pur non avendo niente da dire.
Si ritrovò nella capitale del mondo a mezzo fra la dissoluzione dell'impegno politico e l'insorgere del nuovo edonismo.
In fondo cos'era il progressive se non un impadronirsi dei mezzi classici (detenuti sin allora dal potere: musica, pittura, letteratura) e usarli in senso antiborghese? E se il progressive poltriva nel compiacimento perché non addivenire a metodi più spicci e diretti, venati da goliardia grossolana, ma splendidamente antagonisti al senso comune: punk e hardcore? Ma anche il punk fallì, bruciando se stesso in brevi deflagrazioni terroristiche. Cosa fare? La disco music e il disimpegno incalzano: inventiamoci la new wave ... suoni distaccati, amorali, filtrati dall'elettronica ... avemmo, quindi, sonorità dance dai ritmi martellati, oppure estenuate dal romanticismo blasé, o rinvigorite da toni glamour kitsch, o ancora catatoniche, sfibrate dal nichilismo atonale della no wave ... e Lizzy si trovò, poco più che ventenne, fra questi umori vorticosi ... e scelse tutto. Nella sua prima opera (almeno nella versione ampliata del 2003) coesistono le prove con i Rosa Yemen (assieme al compagno Didier Esteban) dove emerge il suo lato più minimalista e inquietante (Rosa Vertov, Herpes simplex, Nina con un tercer ojo); le versioni oblique di Mission impossible e Jim on the move (di Lalo Schifrin) e di Fever (ribattezzata sardonicamente Tumour); la notevole cover di Arthur Brown, Fire, rivisitata all'uopo con felice piglio funky/disco (appena un gradino sotto Born to be alive di Patrick Hernandez ...); altri pezzi deliziosamente schizoidi in linea colla temperie no wave (Wava, Torso corso, lo strumentale Aya mood).
La Descloux non tornerà più a questi livelli di micidiale eclettismo.
Ci ha lasciati nel 2004. La ricordiamo con affetto.
202. Pataphonie (Francia) - Pataphonie
(1975). Ancora un attentato anticommerciale. Due lunghi strumentali: Pataphonie, 18’50’’ e Structure poubelle, 22’22’’; due
improvvisazioni sommesse, ma inquiete: itinerari in cui l’ascoltatore (specie
in Structure) fluisce lentamente
cogliendo un mondo ricco di echi e rintocchi incantati. Da sentire. André
Viaud, chitarra; Bernard Audureau, tastiere; Pierre Demouron, basso; Gilles
Rousseau, percussioni.
203. Jean François
Pauvros & Gaby Bizien (Francia) - No man’s land (1976). Si comincia con
una bella aerofagia per trombone, poi si entra nel vivo dell’azione:
improvvisazioni snervate per chitarra elettrica (quali sarebbero state
partorite di lì a qualche anno alla corte della no wave americana, Arto Lindsay
in testa) con sottofondo onnicomprensivo e terroristico delle percussioni di
Bizien; quindi stasi; sibili ominosi; fiati mediorientali; e si ricomincia. Da
sentire. Jean-François Pauvros, chitarra, tromba; Gaby Bizien, trombone,
percussioni.
204. Pere Ubu (Stati Uniti) - Datapanik
in the year zero (1978). EP capolavoro edito nello stesso anno di grazia di
Dub housing e The modern dance. È rock, sicuramente: e della lega migliore.
Eppure tale incedere, riconoscibilissimo e familiare alle orecchie di noi tutti
(chitarre, sezione ritmica, tastiere), e addirittura piacevole per certi
brandelli melodici che si acchiappano qua e là, convive, come l’anima e il
corpo platonici, con una sensibilità straniante, aliena, psicopatica. Le vette
sono Heart of darkness e 30 seconds over Tokyo; la quarta
traccia, Untitled, diverrà The modern dance; Heaven anticipa, invece, pur nei toni più rilassati, Humor me. Da mandare a memoria. David
Thomas, voce; Peter Laughner, chitarra; Tim Wright, chitarra, basso; Allen
Ravenstine, tastiere; Scott Krauss, batteria.
205. Pierrot Lunaire (Italia) - Gudrun
(1977). Opera dall’ispirazione tanto varia quanto contrastante. Il brano
eponimo (11’30’’; più compatto nella versione inedita di sei minuti) è un pout-pourri
che miscela arie rinascimentali, incongrui recitativi infantili, minimal music
à la Terry Riley, incursioni stranianti della soprano Darby; Giovane madre lambisce territori Gong
(con la Darby a gorgheggiare sbarazzina); non mancano momenti rilassati (Dietro il silenzio); altrove sembra d’ascoltare
lacerti di Curved Air e Amon Düül e, forse, proprio di Schönberg, autore
dell’autentico Pierrot. Derivazioni di
levatura che non riescono a precipitare in un’unità emozionale coinvolgente.
Belli, comunque, i singoli episodi. Jacqueline Darby, voce; Gaio Chiocchio,
chitarra, mandolino, tastiere, sitar, zither; Arturo Stalteri, chitarra, tastiere,
flauto, violino, percussioni Massimo Buzzi, batteria.
206. Der Plan (Germania) - Geri
Reig (1980). Prima fatica del gruppo elettronico pubblicata sul fatidico
crinale fra Settanta e Ottanta. A conferma dei più vieti simbolismi epocali: le
radici sono nobili, ma la dispersione di talento operata dalla fine
dell’impegno politico (non partitico!) genera frutti insapori. Alcune tracce
non mancano d’interesse (Hans und Gabi),
ma la profonda lucidità metafisica dei padri è vanificata dall’attitudine verso
un pop dai limiti angusti (facilmente confondibile con decine di prodotti coevi).
I richiami al fascino obliquo della malattia (Ich bin Schizophren, Gefaehrliche
Clowns/Manische-Depressiv), una volta naturalmente immanenti alla musica germanica
kraut, non trascendono, purtroppo, il superficiale ammicco. Frank Fenstermacher, Moritz
R, Pyrolator, elettronica.
207. John Lennon/Plastic Ono Band (Gran Bretagna) - John Lennon/Plastic Ono Band (1970). Il White
album dei Beatles senza l’ingombro di Harrison e McCartney. Coesistono
l’afflato populista di Power to the
people e Working class hero,
prodotti DOC come Well well well e Love, song scorticate dal rock come Do the Oz, ciarpame glicemico, ma anche
eccezionali estroversioni come God e Mother, suoi indiscussi vertici
compositivi. Yoko Ono, come di consueto, non fa nulla, si accaparra meriti non
suoi e sovraintende al tutto dietro le quinte, con impassibile e manipolatore
sadismo levantino. Doveroso l’ascolto, anche per i detrattori dei Bitolz. John
Lennon, voce, chitarra, tastiere; Yoko Ono, fiati; Klaus Voormann, basso; Ringo
Starr, batteria.