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venerdì 18 dicembre 2015

Mother Mallard's Portable Masterpiece Co. - 1970-1973 (1999)

Una pietra miliare dell'elettronica mondiale.
David Borden, Steve Drews e Linda Fisher (sotto l'egida, l'influenza e la supervisione morale e tecnica di Robert Moog - inventore del sintetizzatore) licenziarono l'album originale nel 1973; nell'edizione del 1999 includono altre due tracce (Train e Easter), risalenti - come Cloudscape for Peggy - al 1970.
Il suono viene a situarsi sulla scia delle potenti suggestioni minimaliste di Steve Reich e Terry Riley, di pochi anni precedenti (specie nell'iniziale Ceres motion).
Sul disco c'è poco da aggiungere; basta ascoltarlo.
In linea generale (oserei dire: metafisica) mi piace, invece, azzardare questo: gli americani sono pionieri che amano lanciarsi sulle ali della tecnica: tanto più cresce la tecnica tanto più si estende il territorio delle loro scoperte; i tedeschi, al contrario, usano la tecnica per indagare se stessi; come popolo, anzitutto, e perciò quale parte peculiare di una più comprensiva interiorità europea.
L'elettronica americana si volge all'esterno, bulimica e seriale (nonostante i costanti riferimenti ai mantra orientali); quella germanica esplora l'inner space: non sono, forse, i bordoni di Klaus Schulze più un rendiconto dell'animo tedesco che una immersione nelle meraviglia del cosmo?


domenica 5 aprile 2015

Captain Beefheart - Grow fins. Rarities 1965-1982 (1999) 1^ parte/2^ parte


Just got back from the city (1965-67)

Obeah Man (1966 demo)
Just got back from the city (1966 demo)
I'm glad (1966 demo)
Triple combination (1966 demo)
Here I am I always am (early 1966 demo)
Here I am I always am (later 1966 demo)
Somebody in my home (1966 live)
Tupelo (1966 live)
Evil is going on (1966 live)
Old folks boogie (1967 live)
Call on me (1965 demo)
Sure nuff n yes I do (1967 demo)
Yellow brick road (1967 demo)
Plastic factory (1967 demo)

Electricity (1967-68)

Electricity (1968 live)
Sure nuff n yes I do (1968 live)
Rollin n tumblin (1968 live)
Electricity (1968 live)
Yer gonna need somebody on yer bond (1968 live)
Kandy Korn (1968 live)
Korn ring finger (1967 demo)

Trout Mask house sessions (1969)

(Untitled 1)
(Untitled 2)
Hair pie: bake 1
Hair pie: bake 2
(Untitled 5)
Hobo Chang Ba
(Untitled 7)
Hobo Chang Ba (take 2)
Dachau blues
Old fart at play
(Untitled 11)
Pachuco cadaver
Sugar n spikes
(Untitled 14)
Sweet sweet bulbs
Frownland (take 1)
Frownland
(Untitled 18)
Ella Guru
(Untitled 20)
She's too much for my mirror
(Untitled 22)
Steal softly through snow
(Untitled 24)
My human gets me blues
(Untitled 26)
When Big Joan sets up
(Untitled 28)
(Untitled 29)
China pig


Trout Mask house sessions (storytime portion) (1969)

Blimp
Herb
Septic tank
Overdub

Cannes Beach, France, 1968

Electricity  
Sure nuff n yes I do       

Amougies, Belgium, 1969

She's too much for my mirror  
My human gets me blues        

Detroit, Michigan, 1971

When Big Joan sets up  
Woe is uh me bop
Bellerin plain       

Paris, France, 1972

Click clack 

Captain Beefheart & His Magic Band Grow Fins (1969-82)

My human gets me blues (1969 live)
When Big Joan sets up (1971 live)
Woe is uh me bop (1971 live)
Bellerin plain (1971 live)
Black snake moan (1972 radio phone-in)
Grow fins (1972 live)
Black snake moan II (1972 radio)
Spitball scalped uh baby (1972 live)
Harp boogie I (1972 radio)
One red rose than I mean (1972 live)
Harp Boogie II (1972 radio)
Natchez burning (1972 radio)
Harp boogie III (1972 radio phone-in)
Click clack (1973 live)
Orange claw hammer (1975 radio)
Odd jobs (1975 piano demo)
Odd jobs (1976 band demo)
Vampire suite (1980 worktapes/live)
Mellotron improv (1978 live)
Evening bell (1980 piano worktape)
Evening bell (1982 guitar worktape)
Mellotron improv (1980 live)
Flavor bud living (1980 live) 

sabato 12 aprile 2014

Claudio Simonetti collection - Marco e Gli Eremiti (1968)/Reale Impero Britannico - Perché si uccidono (1976)/Cherry Five - Cherry Five (1976)/Goblin - The best of Goblin (1999)

Figlio d'arte (del maestro Enrico), Claudio Simonetti può situarsi sulla scia del tramonto progressive. Solo l'album a nome Cherry Five (un capolavoro assoluto gli otto minuti di Country grave-yard) può situarsi sul versante King Crimson/Yes prima maniera, in cui un vago romanticismo di stampo anglosassone si sposa all'impeccabile e potente costruzione strumentale.
Nelle sue colonne sonore, quelle postreme, si respira già la piatta elettronica degli Ottanta (sua la responsabilità, peraltro, del Gioca jouer di Cecchetto, caposaldo del nulla) e i caldi impasti della musica prog vengono meno; le immortali Profondo rosso e Suspiria (visionarie, enfatiche, in bilico sul precipizio del kitsch), sono, in fondo, brevi eccezioni; forse a causa della materia filmica a cui vennero apposte, fradicia di morbosità tipica della sottocultura dei Seventies (le tre S: sesso, sangue e Satana, volgarizzate da ambiti giornalini come Oltretomba e Iacula).
Un vecchio mondo si disfaceva, una nuova visione si imponeva: nel mezzo le ossessioni libertarie dei movimenti di sinistra marcivano e generavano mostri: l'amore libero trasmutava in pornografia, la libertà di parola in vociare indistinto, la libertà tout court in anarchia orgiastica. Chissà se un giorno i primi horror di Dario Argento e Claudio Simonetti (cruente opere d'arte psicotiche) non potranno inquadrarsi in tale ottica ...
E qui è un tentativo di ricostruzione della carriera di Simonetti nei Settanta:

Marco e Gli Eremiti

Renato Quircio (voce; chitarra)
Sandro Di Nardo (chitarra)
Claudio Simonetti (tastiere)
Marcello Novarini (basso)
Costanzo Quircio (batteria)

Ritratto di Dorian Gray

Luciano Regoli (voce)
Fernando Fera (chitarra)
Roberto Gardin (chitarra)
Claudio Simonetti (tastiere)
Walter Martino (batteria)

Seconda Generazione

Claudio Simonetti (tastiere)
Stefano Cerri (basso)
Walter Martino (batteria)

Oliver/Cherry Five

Tony Tartarini  (voce)
Claudio Simonetti (tastiere)
Massimo Morante (chitarra)
Fabio Pignatelli (basso)
Carlo Bordini (batteria)

Reale Impero Britannico

Goblin & Fabio Frizzi

Goblin

Massimo Morante (chitarra, voce)
Claudio Simonetti (tastiere)
Fabio Pignatelli (basso)
Walter Martino (batteria, percussioni; 1974) poi Agostino Marangolo (1975-1978)
Maurizio Guarini (tastiere; 1975-1978)

venerdì 17 gennaio 2014

Creedence Clearwater Revival - The very best of Creedence Clearwater Revival (1999)



Questo post non era previsto. Reduce da quattro ore di Oren Ambarchi, me ne stavo immerso nel traffico metropolitano, riposante come un mormorio di fonte new age, quando, da un barattolo di latta semovente, di quelli creati ad arte per immobilizzarti nel traffico metropolitano suddetto, ho colto uno sferragliare antico: Sweet hitch-hiker.
Niente, è impossibile resistere allo strumming dei fratelli Fogerty.
Come una partoriente bizzosa mi è presa voglia dei CCR: ed eccoli qui. Li ho ascoltati a rotazione tutto il giorno. Ricordi, ovvio. E ricordi di film impressi a fuoco nell'immaginario, Suzie Q e Apocalypse now, Bad moon rising e Un lupo mannaro americano a Londra. E Il grande Lebowski: il finissimo intenditore (e superbo fancazzista) Drugo Lebowski è un appassionato di CCR.
Dopo decenni di ascolti devo ancora decidere di cosa siano intessute le canzoni dei californiani.
Ideologia antibellica senza se e senza ma? Purezza rock? Incedere sanguigno? Screziature blues? Sane rudezze country? Nostalgia di un'età dell'innocenza irrimediabilmente persa (quella che ingigantisce il surf rock e i tappeti sonori della provincia profonda alle orecchie dell'americano medio)?
L'ultima interpretazione è quella che mi convince di più.
Sta accadendo anche a noi, fra l'altro. Cos'è questa nostalgia canaglia per i Sessanta e i Settanta se non il rimpianto per un'Italia che non c'è più e che vorremmo disperatamente indietro?
Con il suo carico di dolore e passione.
Ma dove sono le nevi di un tempo?

lunedì 29 aprile 2013

French zeuhl and progressive vol. 2 (Laurent Thibault/Runaway Totem/Shub Niggurath)

Shub Niggurath

Laurent Thibault (Francia) - Mais on ne peut pas rêver tout le temps (1978). Primo bassista dei Magma, Thibault fu autore solo di questo lavoro a cui partecipano altri reduci di quell’esperienza (Francis Moze, Lisa Bois, Richard Raux). Se l’uso delle voci e, a tratti, i ritmi sostenuti si ricollegano al canone zeuhl, il tono è, tuttavia, più sognante e variegato (grazie anche a intarsi etnici di rilievo). La copertina (L’incantatrice di serpenti di Henry Rousseau) racconta parecchio sulle virtù dell’opera. Bello. Lisa Bois, voce; Lionel Ledissez, voce; Jean-Claude Delaplace, voce; Amanda Parsons, voce; Laurent Thibault, chitarra, basso; Serge Derrien, voce, flauto; Jacqueline Thibault, tastiere; Anne-Sophie, tastiere; Guy Renaudin, sassofono; Richard Raux, sassofono; David Rose, violino; Francis Moze, basso; Dominique Bouvier, batteria.

Runaway Totem (Italia) - Andromeda (1999). Nonostante i nomignoli, i trentini Runaway Totem, attivi sin dalla fine degli Ottanta, attuano un potente progressive memore dei Dream Theater e dei King Crimson più induriti. Lo zeuhl affiora nelle parti più cosmiche (Kontakt, cantato in kobaiano). La preparazione e la compattezza ne fanno uno dei gruppi italiani più interessanti su questo versante. Da ascoltare. Cahål De Bêtêl, voce, chitarra; Mimhïr De Bennu; Vîrhür, tastiere; Nezah, basso; Tipheret, batteria.

Shub-Niggurath (Francia) - Les morts vont vive (1986). Ispirati alle creazioni letterarie di H.P. Lovecraft (Shub-Niggurath è una divinità aliena del pantheon dell’americano), i francesi si caratterizzano per le atmosfere minacciose ed oblique (meritevoli, in tal senso, i fiati e la voce della Stewart). La ballade de Lénore, probabilmente tratta dal poema di Gottfried August Bürger, sottolinea i toni gotici pur rielaborati secondo i filtri dell'avanguardia più perturbante. Un piccolo capolavoro. Ann Stewart, voce; Franck W. Fromy, chitarra, percussioni; Jean-Luc Hervé, tastiere; Véronique Verdier, trombone; Alain Ballaud, basso; Franck Coulaud, batteria.

sabato 13 aprile 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 2 (Akron/Anatrofobia/Andrea Centazzo)



Akron - La signora del buio (1999). Very dark organ driven heavy progressive from Italy in the vein of Jacula, Metamorfosi, Pholas Dactilus, Antonius Rex, Il Segno Del Comando. Pressed in very limited quantity of 400 copies accompanied by booklet. HIGHLY RECOMMENDED!!!!

Anatrofobia - Le cose non parlano (2001). Great new Italian band, playing a complex RIO styled improvisational rock reminding much of Univers Zero, Doctor Nerve and Curlew along with the much newer Zu. Excellent dark atmospheres, chaotic use of electronics and saxes sometimes touching the edges of industrial. This is their second release and long deleted.

Andrea Centazzo - Ictus (1974). "Italy's top orchestral percussionist, Andrea Centazzo has composed and performed lyric operas, orchestral symphonies, and percussion solos. Since 1983, Centazzo's attention has been focused on multimedia productions incorporating traditional and electronic instruments and video tape. Centazzo has been praised for his ability to "synthesize Oriental percussive vibration with timbal understanding of contemporary music and the soul of jazz and rock". Centazzo first attracted attention as a sideman for such avant-garde artists as John Zorn, Steve Lacy, and Don Cherry. The possessor of a doctorate in musicology, he has taught seminars and workshops in Europe and the United States. A prolific writer, Centazzo has composed more than 350 pieces and has authored eight books on musicology".  Craig Harris, All Music Guide
A real masterpiece ... dreamy improvised music with eastern influences and much use of electronics!
Thanks Michael for the scans!

Andrea Centazzo Trio - Ratsorock (1977). Following my previous post of Andrea Centazzo's LP on PDU, here's one more rare recording on Centazzo's Ictus label, from 1977. Excellent free form Jazz improvisations !

lunedì 14 gennaio 2013

MC5 - '66 breakout (1999; recordings 1965-1966)/Babes in arms (1983)


Nel recente telefilm Boss, ambientato nella Chicago d'oggi (e trasmesso a casaccio dai Rai3), vengono evocati, indirettamente, i disordini di Newark e Detroit, del Luglio 1967; nella finzione la rivolta è innescata da un immane processo di gentrificazione, ovvero da una cacciata di massa della popolazione nera da un quartiere periferico in vista di una riqualificazione della stessa area (con annesso casinò, edilizia residenziale, aeroporto ...). Una speculazione da manuale del turbocapitalismo attuale, avido di tangenti e bramoso di un riassetto sociale ormai pensato in funzione di una sempre meno blanda plutocrazia. Nel telefilm i riots, di breve respiro e guidati da una parte politica assai poco disinteressata, si risolvono nel nulla e con un solo morto - morto, peraltro, debitamente strumentalizzato dal sindaco Tom Kane, assassino e manipolatore (forse un omaggio al Citizen Kane di Orson Welles). Nel 1967, fra Newark e Detroit, furono circa settanta le vittime ufficiali (più di cento per le fonti indipendenti); la finzione televisiva, insomma, coglie un punto preciso dell'evoluzione della lotta urbana, a favore, ad esempio, dell'edilizia popolare e dell'allargamento degli spazi pubblici: il martellamento pubblicitario che criminalizza ogni dissonanza (i ridicoli inni alla coesione sociale, allo smorzare i toni, alla concertazione etc etc) ha evidentemente partorito generazioni ormai sazie delle proprie sconfitte e pronte a recarsi al macello senza sospettare alternative. La vittoria delle vittorie per i Tom Kane mondiali. Nel 1967, nel Michigan, tale operazione di snervamento mediatico non era stata affinata; i sentimenti prevalevano sul sentimentalismo (ovvero sulla recitazione indotta degli stessi); la pressione di casta (operata politicamente e militarmente) veniva percepita come innaturale e insopportabile (innaturale poiché in contrasto immediato coi diritti congeniti all'uomo). In tale liquido in ebollizione guazzavano cinque splendidi canaglioni, Rob Tyner, voce; Fred Smith, chitarra; Wayne Kramer, chitarra; Michael Davis, basso; Dennis Thompson, batteria: MC5.
Come si è notato a proposito dei New York Dolls l'esistenza in America è più aspra e conflittuale; genera arte, ma esige un dazio pesante: tre quinti, infatti, son passati a peggior vita, Tyner nel 1991 a neanche 47 anni; Smith nel 1994 a 45; Davis nel 2012 a 69 (praticamente un Matusalemme).
Le registrazioni di Babes in arms sono versioni alternative o b-sides; quelle di '66 breakout mostrano i Nostri che giocherellano con fiaccole blues (cover di Van Morrison, James Brown, Big Joe Williams), in attesa di appiccare incendi di più vasta portata.
Buon ascolto.  

sabato 21 luglio 2012

Captain Beefheart – Mirror man sessions (1999; recordings 1967)

Miley Cyrus mentre apprende della censura della DMCA per The lost tapes dei Can
Ci sono voluti appena trentadue anni (furono registrate a Los Angeles, dal vivo, nel Novembre 1967) per ascoltare la versione originale del miglior lavoro del Capitano più selvatico. Non ci manca la pazienza; alcuni di noi hanno talmente tanta pazienza che potrebbero confezionare quella in eccesso in un vezzoso cadeau da omaggiare ai più scalmanati. Ne abbiamo talmente tanta, di pazienza, che pazienteremo, con santissima pazienza, sino a quando l'ultima casa discografica, improntata all'arroganza famelica attuale, fallirà clamorosamente; sino a quando il gerarca sommo della Polizia Federale di Censura Preventiva si aggirerà, col Caraceni imbiancato dalla polvere dei crolli, tra i mozziconi diruti del Copyright Palace, già chiassoso e rutilante opificio del nulla, poi sepolcro silente dell'Imperatrice Miley Cyrus.
In attesa dell'inevitabile riascoltiamo questo capolavoro sommo. Innazitutto chi è Don van Vliet? Un Sileno del deserto. Mezzo uomo, mezzo animale (capro o cavallo?), demone e deità, temuto e reietto, dispensatore di sapienza e buffone grottesco, odiatore del buon gusto, del perbenismo, dell'ordine cittadino, dell'Accademia e simbolo di una forza naturale incontrollabile e indistruttibile; la corte del Sileno principe, che si abbandona a sfrenate e lascive sessions di blues disarmonico e lutulento, la Banda Magica, è non meno variopinta: Snouffer (Alex  St. Claire), Drumbo (John French), Antennae Jimmy Semens (Jeff Cotton), Zoot Horn Rollo (Bill Harkleroad), Rockette Morton (Mark Boston), Ed Marimba (Artie Tripp III), Orejon (Roy Estrada), Winged Eel Fingerling (Elliott Ingber), The Mascara Snake (Victor Hayden). Tarotplane e Mirror man (19'08'' e 15'46''), i due brani capitali, sono i ditirambi che accompagnano il convoglio satiresco, declamati con beffarda mercurialità vocale e danzati a ritmi da  sciamano Mojave sullo sfondo di un paesaggio scabro, calcinato, meridiano; in luogo della tibia il Sileno sfiata su un'armonica assassina, la chitarra slide arroventa il clima, le percussioni sono un tam tam ininterrotto che induce all'estasi da sfinimento.
Brani che si modellano, misteriosamente, su ritmi ancestrali delle pulsazioni umane: potrebbero durare ore. La libertà disperata di queste monumentali jam non sara più eguagliata.

domenica 1 aprile 2012

Un film un disco vol. 1 - Jim Jarmusch/Neil Young - Dead man (1999)



Every Night and every Morn
Some to Misery are born.
Every Morn and every Night
Some are born to Sweet Delight,
Some are born to Endless Night

Ogni notte e ogni mattina
Nascono alcuni alla rovina
Ogni mattina e ogni notte
Nascono alcuni al soave diletto
Nascono alcuni ad infinita notte

Scena iniziale: William Blake (Johnny Depp), un giovane contabile, viaggia su un treno alla volta della città di Machine dove gli è stato promesso un lavoro; non lascia legami: i genitori sono morti, la fidanzata l’ha lasciato. Assieme a lui, goffo nei suoi abiti da cittadino 'piedi dolci', viaggiano dapprima panciuti borghesi, poi contadini, quindi dei cacciatori di pelli, rozzi e bruciati dalle intemperie; a mano a mano che ci si addentra nel cuore della tenebra i compagni divengono più brutali. Dai finestrini si intravedono panorami desolati, carovane di pionieri distrutte, villaggi indiani in sfacelo ed abbandonati. Il fuochista del treno*, annerito dalla fuliggine, entra nello scompartimento: si siede davanti al protagonista, gli predice la morte, poi si informa sulla sua provenienza, sulle speranze di lavoro. Le ultime parole del dialogo sono improvvisamente sovrastate dagli spari: i cacciatori cercano di abbattere dei bisonti tirando dal treno in corsa.
L'essenza del miglior film di Jim Jarmusch (sempre in bilico fra grottesco ed ironia) è racchiusa in queste poche sequenze; una profonda e potente metafora sull'opposizione fra civilizzazione e cultura, tra ragione moderna e natura: una civilizzazione guidata da una ragione fredda e matematizzante, gravata dalla brama e dal possesso, unidirezionale, che anela al profitto attraverso la distruzione della vita e della bellezza**; e quelle di un mondo culturale alternativo, ma soccombente, ciclico e tollerante, dove vige l'immaginazione, la passione, l'assenza di leggi artificiose o vincoli morali, in cui, per dirla con il poeta William Blake (1757-1827), omonimo del protagonista e filo rosso della pellicola, “ogni cosa che vive è santa”.
Il treno è, come in Monsieur Verdoux di Chaplin, uno dei simboli più potenti di tale mondo spietato ove tutto è sfigurato dal piacere più laido e dal possesso, entrambi amplificati dalla geometrica potenza della meccanizzazione industriale; una perversione che sfocia nella brama fine a se stessa (i cacciatori uccidono per uccidere).
William Blake, però, è rifiutato da Machine: dopo l'incontro con una prostituta, uccide il figlio del boss locale (Robert Mitchum) e, benché gravemente ferito, fugge. Egli ha reciso i vincoli di sangue, ora continua a morire: rispetto alla follia della ragione. Dimentica il proprio passato, la propria individualità, gli occhiali (ora vede bene); elimina come un angelo della morte i rappresentanti dell'umanità malata di Machine, cacciatori pervertiti, sceriffi, ciarlatani, frodatori; col sangue di un cerbiatto ucciso (ora suo pari***) si copre il volto di geroglifici di guerra. Inizia un lento viaggio di purificazione: le forze della ragione cercano di riportarlo verso il regno del male; viene infatti braccato da tre bounty killer: il più feroce, Cole Wilson, (Lance Henriksen) è un cannibale, simbolo di quel progresso che finisce per fagocitare se stesso (infatti ucciderà gli altri due compagni); la Natura lo attirerà nel proprio grembo come un figliol prodigo: simbolo di questo polo l'indiano Nessuno (che gli racconterà come, catturato e portato in Inghilterra, abbia finito per ammirare le opere del poeta omonimo). Tali due poli si annulleranno nel finale (Nessuno e Wilson si uccidono a vicenda): il vecchio William Blake, morente in una canoa indiana che si spinge al largo, ha espiato le sue colpe; terminati i riti lustrali, potrà ricongiungersi con lo spirito universale e rinascere alla vera vita.
Parafrasando la più celebre raccolta di poesie del poeta inglese, William Blake riconquista l’innocenza (natura, vita, sacro, istinto) e perde l’esperienza (inorganico, morte, dissacrazione, artificio).
Il miglior Neil Young dei Novanta accompagna questo magnifico rito di passaggio con sonorità rarefatte e psichedeliche creando “un capolavoro per lente saturazioni, arie sommesse e feedback relativamente controllati****”.
Buon ascolto e buona visione.

* Il fuochista fu il progetto embrionale del romanzo America di Franz Kafka. Il film è anche  una metafora del progresso americano.
** A Machine i fiori sono di carta, gli animali sono impagliati, le industrie Dickinson trattano metalli.
*** In Ghost dog Forrest Whitaker elimina due cacciatori colpevoli d'aver ucciso un orso. “Nelle antiche culture” sentenzia il protagonista “l'orso è pari all'essere umano”.
*** Webbaticy, Dead man


lunedì 23 gennaio 2012

Steve Roach - The dream circle (1999)


Con The dream circle Steve Roach perfeziona la sua profonda analisi della cultura aborigena australiana donandoci un altro tassello musicale pari o addirittuta superiore, nella sua essenzialità, a Dreamtime return.
Ancora una volta la parola sogno ricorre nel titolo; il sogno, nella concezione aborigena, è  il punto di contatto con gli antenati mitici, luogo in cui sono annullate le differenze tra vegetale ed animale e dove il tempo – occidentale – è insignificante. Questi  esseri, giganteschi e immani, hanno fondato il presente, le strutture sociali, i costumi, gli usi cultuali, i rapporti da tenere con la Natura. Il sogno in cui sono avvolti è un altrove indefinito, lontano, inclassificabile secondo il nostro computo, ma che ha lasciato tracce visibili sino a noi. Difficile ricreare la semplice maestosità di questa concezione per l'uomo occidentale; la nostra religiosità è inquinata da troppe mediazioni gerarchiche, dalla dannazione matematica del tempo strutturato in decadi, secoli, ricorrenze. Solo nel sincretismo d'alcune genti neoconvertite (anglosassoni e africani) la religiosità occidentale si avvicinò alla potente ingenuità aborigena.
La vera contrapposizione profonda infatti è questa: la furia classificatoria dell'Occidente che definisce e matematizza il mondo e il tempo (relegandoli sempre più alla mera funzionalità economica); la fluidità della mentalità primitiva, regno delle metamorfosi, della contraddizione bifronte, della sospensione. E' inevitabile, quindi, che la nuova musica, ambientale, sperimentale o post-rock, acceda a queste ultime riserve di humus poetico: Voice of Eye, Bardo Pond, Arcanta seguono tale strada; i Trollman av Ildtoppberg sono ispirati dalla letteratura fantastica di genere; i Lightwave scovano figure pre-scientifiche come Tycho Brahe e Athanasius Kircher; sto citando solo i pochi autori già trattati, una minima parte del totale. Questa fuga dalla modernità non significa fuga dalla scienza, anzi: la scienza, come amore per la verità, è essenzialmente poetica*; il nemico è la tecnica come ancella del potere a una dimensione.
L’arte - la musica - per garantirsi la sopravvivenza deve, quindi, necessariamente ritirarsi dall'Occidente e da un'estetica configurata per garantire distrazioni all'homo oeconomicus (canzonette, innocue stupidaggini lounge, musica da supermercato, continue rimasticature del passato più o meno recente, scandali pour epater les cretins), completamente deprivati di un senso profondo o alternativo.
L'unica traccia di The Dream circle (73'57'') è un fluido impasto di pulsazioni profonde, risonanze misteriose, echi di voci sconosciute, e la traslitterazione musicale di quel tempo mitico a cui si accennava; un lavacro ristoratore in cui immergersi immediatamente senza l'urgenza di capire.

* L’astronomo Galileo scrisse che la matematica è l’alfabeto in cui Dio ha scritto l’universo; l’antiscientista Leopardi scrisse una storia dell’astronomia.

giovedì 8 dicembre 2011

Skull Kontrol – Deviate beyond all means of capture (1999)/Zzzzzz (2000)


Gruppo di Washington D.C. formato dai cascami di tre esperienze musicali affini (Born Against, Delta 72 e Monorchid, già nati dalla dissoluzione dei Circus Lupus), gli Skull Kontrol* concretano la loro avventura in questi due mini album per un totale di poco più di mezzora di musica.
Cosa aspettarsi da un power trio di reduci hardcore? Nulla, per fortuna. Una sezione ritmica dura e pura, un notevole biascicatore punk e un grattugiatore di primo livello come Andy Coronado confezionano, come da copione, un prodotto con impennate melodiche (New rock critic), provocazioni vecchie come il cucco (Satan is Jesus to me), disastri elettrici assortiti (False ceilings e il carro armato di Long wave su tutti) e un potente contenuto politico leftist.
Zzzzzz
uscì postumo: questi vecchi gattoni pieni di cicatrici si sbandarono presto per coagularsi in nuove formazioni e progetti. In loro rivive, fuori tempo massimo, il furore originario del punk-hardcore dei primi anni Ottanta che il grunge (da Seattle, Washington State, non DC) stava cercando di replicare, con meno foga, più educazione e un discreto occhio per gli affari.
Il tentativo di restaurare una musica senza compromessi era destinata al fallimento: ne rimane questa testimonianza, isolata, ma di livello. 


* Chris Thompson (voce) e Andy Coronado (chitarra) dai Monorchid; Kim Thompson (basso) dai Delta 72; Brooks Headly (batteria) dai Born Against.

giovedì 24 novembre 2011

Hash Jar Tempo – Well oiled (1997)/Under glass (1999)


Incontro tra Robert Montgomery e i Bardo Pond, Hash Jar Tempo è il progetto più puro della moderna psichedelia e, sicuramente, uno dei più audaci tentativi di creare un suono universale attraverso gli strumenti propri della musica rock.
Le sette improvvisazioni strumentali di Well oiled, giustamente senza titolo, sono episodi indefinibili in cui le chitarre disegnano panorami ricchi di echi, riverberi, feedback - panorami sostanzialmente immutabili: solo l’uso della batteria, come di consueto, imprime un moto e una direzione e, in questo senso, una finalità classica alle composizioni (finalità lineare, occidentale); negli episodi sostanziati dalle sole chitarre (specialmente 3, 5, 7), invece, i Nostri raggiungono eccezionali punte di astrazione psichedelica; si può davvero parlare di suono cosmico ovvero del rendiconto sonoro d’uno stato psichico in cui l’anima individuale rifluisce nell’universo, vi si immedesima e può contemplare misticamente la totalità in cui non sussiste più né moto né successione temporale. In questo senso gli Hash Jar Tempo sono davvero figli dei Bardo Pond (a differenza di Subarachnoid Space e Doldrums) e degli episodi maggiori del loro Bufo alvarius*: d’altronde il sostantivo bardo rimanda esplicitamente alla negazioni buddiste del reale a favore dell’esperienza di un mondo fantasmagorico sospeso fra vita e morte di cui si parlò a proposito di Transmigration dei Voice of Eye. Non solo, ma il successivo Under glass conferma anche la visione musicale di Robert Montgomery, delineata nell’album This is not a dream: l’australiano, infatti, cercava in quell’opera di ricreare atmosfere fluttuanti ed oniriche e, in vista di ciò, egli alterava sapientemente ogni traccia sino a renderla indefinita come una figura scorta attraverso le smerigliature d’un cristallo: figura, quindi, (e musica) percepita come nello stato di sonno. Non è meraviglia, quindi, che il secondo lavoro degli Hash Jar Tempo si intitoli in tal modo: d’altra parte le esperienze ultraterrene del Bardo Thodol non sono forse fallaci ed evanescenti come sogni?
Anche in Under glass le percussioni sono ridotte alla sottolineatura essenziale** (quasi rituale) come nelle straordinarie Atropine e Präludium und Fuge. A prevalere è il groviglio elettrico ordito dai chitarristi (Gibbons e Montgomery) attorno alla cui massa ruotano assoli e feedback la cui risultante, come detto, è quella di indurre ad una sensazione di stasi nonostante le incessanti, ma ingannevoli progressioni strumentali. Un grado stazionario della musica che aspira a riprodurre l’eternità e l’immutabilità.
           
* Bufo Alvarius e Well oiled furono registrati nello stesso anno.
** Lo stesso vale per le tastiere.