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lunedì 23 gennaio 2012

Steve Roach - The dream circle (1999)


Con The dream circle Steve Roach perfeziona la sua profonda analisi della cultura aborigena australiana donandoci un altro tassello musicale pari o addirittuta superiore, nella sua essenzialità, a Dreamtime return.
Ancora una volta la parola sogno ricorre nel titolo; il sogno, nella concezione aborigena, è  il punto di contatto con gli antenati mitici, luogo in cui sono annullate le differenze tra vegetale ed animale e dove il tempo – occidentale – è insignificante. Questi  esseri, giganteschi e immani, hanno fondato il presente, le strutture sociali, i costumi, gli usi cultuali, i rapporti da tenere con la Natura. Il sogno in cui sono avvolti è un altrove indefinito, lontano, inclassificabile secondo il nostro computo, ma che ha lasciato tracce visibili sino a noi. Difficile ricreare la semplice maestosità di questa concezione per l'uomo occidentale; la nostra religiosità è inquinata da troppe mediazioni gerarchiche, dalla dannazione matematica del tempo strutturato in decadi, secoli, ricorrenze. Solo nel sincretismo d'alcune genti neoconvertite (anglosassoni e africani) la religiosità occidentale si avvicinò alla potente ingenuità aborigena.
La vera contrapposizione profonda infatti è questa: la furia classificatoria dell'Occidente che definisce e matematizza il mondo e il tempo (relegandoli sempre più alla mera funzionalità economica); la fluidità della mentalità primitiva, regno delle metamorfosi, della contraddizione bifronte, della sospensione. E' inevitabile, quindi, che la nuova musica, ambientale, sperimentale o post-rock, acceda a queste ultime riserve di humus poetico: Voice of Eye, Bardo Pond, Arcanta seguono tale strada; i Trollman av Ildtoppberg sono ispirati dalla letteratura fantastica di genere; i Lightwave scovano figure pre-scientifiche come Tycho Brahe e Athanasius Kircher; sto citando solo i pochi autori già trattati, una minima parte del totale. Questa fuga dalla modernità non significa fuga dalla scienza, anzi: la scienza, come amore per la verità, è essenzialmente poetica*; il nemico è la tecnica come ancella del potere a una dimensione.
L’arte - la musica - per garantirsi la sopravvivenza deve, quindi, necessariamente ritirarsi dall'Occidente e da un'estetica configurata per garantire distrazioni all'homo oeconomicus (canzonette, innocue stupidaggini lounge, musica da supermercato, continue rimasticature del passato più o meno recente, scandali pour epater les cretins), completamente deprivati di un senso profondo o alternativo.
L'unica traccia di The Dream circle (73'57'') è un fluido impasto di pulsazioni profonde, risonanze misteriose, echi di voci sconosciute, e la traslitterazione musicale di quel tempo mitico a cui si accennava; un lavacro ristoratore in cui immergersi immediatamente senza l'urgenza di capire.

* L’astronomo Galileo scrisse che la matematica è l’alfabeto in cui Dio ha scritto l’universo; l’antiscientista Leopardi scrisse una storia dell’astronomia.

sabato 19 novembre 2011

Steve Roach - Dreamtime return (1998)


Steve Roach, californiano di nascita (La Mesa, nei pressi di San Diego), ci consegna con Dreamtime return uno dei maggiori capolavori di sempre della musica world. Nel disco viene supportato da Kevin Braheny e Robert Rich (tastiere e percussioni e coautori, rispettivamente, di The other side e Songline/Airtribe meets the dream ghost), da Chuck Oken, David Hudson (al didjeridoo, tradizionale strumento a fiato aborigeno) nonché, per le parti più scopertamente etniche, da Percy Trezise, studioso, come Hudson, della musica primitiva australiana.
Roach, che pervenne a Dreamtime return influenzato occasionalmente da una visione cinematografica sulla cultura aborigena*, opera non solo una ricognizione colta della mitologia del quinto continente (osservata, quindi, ab partibus infidelium), ma una discesa profondissima in essa tanto da consentirgli di ridisegnarne musicalmente la straordinaria complessità evocativa.
Gli aborigeni non hanno dei in senso classico; essi distinguono fra un passato mitico e remoto, liquido e multiforme, ove gli eroi-fondatori della stirpe (imparentati con uccelli e pesci) sancirono leggi e cerimonie, e il presente attuale. Non esiste, tuttavia, divisione netta fra i due mondi: quel tempo favoloso agisce sull’oggi ed il sogno è il punto di contatto fra di essi. Scrive Levy-Bruhl: “il mondo in cui il sogno … introduce non si distingue affatto dal tempo mitico: mondi di forze invisibili, di potenze soprannaturali; da cui dipendono ad ogni istante il benessere e l’esistenza stessa della natura e del gruppo umano*”. Il passato, un’età dell’oro favolosa e gigantesca, agisce, peraltro, non solo attraverso il sogno, porta verso il sovrannaturale e l’oltreumano, ma è sempre presente in loro ed attorno a loro come nelle pitture rupestri delle gallerie wondjina del Nord-Est australiano (vedi The magnificent gallery): tali pitture sono reputate opera degli antenati, del tempo ungud, e persistono nel presente garantendo la forza rinnovatrice della natura (in particolare della pioggia): l’uomo non può variare tali raffigurazioni, solo ritoccarle marginalmente per preservarle. Si ha così un sistema di credenze in cui l’individuo è in costante contatto con i fattori delle proprie origini e vive immerso in un presente dove le cause della realtà tutta e dei fenomeni naturali, e persino delle sue più intime cure, risiedono in un passato trasfigurato miticamente (The other side), ma partecipe delle sue sorti.
Steve Roach riesce a comunicare, in circa due ore di musica, questo incanto primitivo per cui uomini, animali e cose vivono e riposano all’ombra di un altrove magico che li sovrasta, ma, al tempo stesso, se adeguatamente riverito, li sorregge nelle asperità del quotidiano.
Il lento dipanarsi delle tastiere di Looking for safety, Australian dawn, The return o le percussioni di Airtribe, Songline e Ancient day contribuiscono alla creazione di un’imponente sinfonia elettronica che suggerisce, col tramite della più universale delle arti, un mondo altrimenti incomprensibile per la concettualità occidentale. Roach concreta miracolosamente l’unione immediata tra sovrannaturale e vita propria della cultura aborigena; in questo senso Dreamtime return è l’opera mistica di un sensibile antropologo.

* Si recò sul posto prima e dopo la registrazione dell’album.
** Lucien Lévy-Bruhl, La mitologia primitiva, 1973. I concetti di tempo lineare come successione ordinata di eventi e di gerarchie sono utili per la nostra comprensione, ma alieni alla mentalità aborigena.