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mercoledì 9 aprile 2014

Mutant Sounds reborn. The Italian posts of Mutant sounds vol. 10 (Giusto Pio/Hydrus/Illachime Quartet)

Giusto Pio

Giusto Pio - Motore immobile (1978). Italian violinist Giusto Pio, completed a classical musical training in Venice and was hired as a violinist in the RAI Milan orchestra, following aspects of traditional classical music but without losing an eye on current experiments.
It has become known to the general public for having cooperated with various songwriters Italians, including Franco Battiato, Alice and Milva. Often in the 80s and 90s he had collaborated with experimental artists, working and contributing, as arranger, violinist director or conductor, especially for Battiato, which Pio's gave violin lessons in the seventies.
This is an excellent release on the Cramps label, blending his love for abstract experimental music.

Hydrus - In space (1978). Wonderful space electronic LP released by PDU label (same label as Electriktus, posted about 10 month ago here). Forget that kitch disco label. What we have here is space electronics in the traition of Ohr and Kosmische Kuriere albums, that were released in Italy by PDU label too. Not much more infos available though.

Illachime Quartet - Illachime Quartet (2003). Thanks to blog friend Vincenzo for this amazing piece, the highly ambitious and challenging privately released debut from an Italian outfit who'd latterly go on to work with such luminaries as Rhys Chatham, Graham Lewis and Mark Stewart on their 2007 follow-up “I'm Normal, My Heart Still Works”. Fronted by the duo of Fabrizio Elevtico and Gianluca Paladino, the former with ivory tower credentials, the latter coming from a rock background, the alloy of their combined instincts resulting in something vast, sprawling and fused by a through-line in melancholia. The end product is something pretty unique, though to my ears it seems to take a page from both the strain of Italian improv rock that comes in off the R.I.O. tip ala La 1919 and the terse high drama of This Heat, but with an added overlay of both desiccated and purgatorial Hwyl Nofio atmospherics and spectral threadings of modern classical composition.

mercoledì 2 ottobre 2013

Morphine - B sides and otherwise (1997)/The best of Morphine (2003)



Che il fascino dei Morphine (Mark Sandman, voce,chitarra,basso, tastiere; Dana Colley, sassofono; Billy Conway, batteria, percussioni, poi Jerome Deupree) sia quella di una controllata decadenza? Dai generi, ovviamente. Come Il mucchio selvaggio o Pat Garrett & Billy the Kid di Sam Peckinpah traggono la loro sostanza dalla negazione dell'apoteosi della frontiera (ma non del mito della frontiera), così i Morphine si sostanziano della grande stagione dei generi che omaggiano (il cool jazz, il blues), ma la assimilano accogliendone la vena più sotterranea e problematica, meno celebrativa.
Super sex è uno dei brani paradigmatici. Un sassofono dai toni lancinanti viene ritmato dalla due corde di Sandman: ne esce, con la massima semplicità di mezzi, un notturno metropolitano hard boiled (I got the whiskey baby/I got the whiskey/I got the cigarettes/You are a super ultra maxi mega super funkie/American love baby) il cui cupo sottofondo è rigato dai fasci di luce di automobili lanciate su strade perdute. 
Questo sangue nerissimo scorre in tutte le tracce e si acquieta raramente; in realtà riposa come una seconda coscienza sotto la scorza dei ritmi più lineari, predisponendo a un ascolto solo apparentemente rilassato.
C'è da dire che il Best of non racchiude tutto il meglio dei Morphine. Per ascoltare il meglio occorre ascoltare la discografia dei Morphine; in toto. Potete prendere spunto dal meglio, integrarlo con le splendide frattaglie dei B sides e quindi passare per Good e Yes e arrivare al capolavoro che mette tutti d'accordo, Cure for painIn ricordo di Mark Sandman, che il dio del rock l'abbia in gloria.


giovedì 29 agosto 2013

Rage Against the Machine - Live at the Grand Olympic Auditorium (2003)/Live and rare (1997)


Vi ricordate George Bush junior? L'invasione dell'Afghanistan? Le ridicole motivazioni della successiva guerra all'ex amicone Saddam? La fialetta di Colin Powell agitata all'Onu? La distruzione dell'Iraq? Vi ricordate? Le manifestazioni, le invettive?
Ricordate l'asse del male di Giorgino? Siria, Iran, Corea del Nord?
Ricordate la contesa presidenziale John Kerry - George Bush junior? Si tifava per Kerry, il veterano che, forse, aveva fatto le marce della pace. Ricordate?
Ricordate la contesa presidenziale Obama-McCain? Si tifava tutti Obama; è nero, giovane, qui cambia tutto. Vi ricordate?
Pure il Premio Nobel gli diedero, dalle parti di Oslo; per incoraggiamento, presumo.
Ora ci sono tutti e due, John Kerry, Segretario di Stato, e Obama, il pelouche dei diritti civili e dei gonzi internazionali: addirittura Comandante in Capo degli Stati Uniti d'America.
E ora? Tocca alla Siria, prima tappa dell'asse del male. Come prima.
"Ti ricordi ti ricordi ti ricordi ..." insiste ossessivo Fabio Traversa a Nanni Moretti in Palombella rossa. E Moretti: "Ero proprio io ... c'ero anch'io ... ho fatto queste cose anch'io ...". C'eravamo tutti, ma eravamo coglioni. O ingannati. Come nel romanzo di Philip K. Dick, L'uomo dei giochi a premio. Un tizio, Ragle Gumm, vive una vita fittizia: la città in cui abita non è una vera città; i familiari, gli amici, i conoscenti sono attori che recitano per tenerlo buono e indirizzarne appunto  il talento nella risoluzione dei giochi a premio (che non sono enigmi innocenti, però ...). Dal libro è stata rubacchiata la trama di The Truman show di Peter Weir. Anche Pynchon ha pescato lì, ma non lo sa quasi nessuno.
Il livello Ragle Gumm ora è stato superato. Perché ingannare la gente? Non ce n'è più bisogno. Tutte quelle faticate sull'uranio impoverito, le armi chimiche di Saddam, i falsi, le notizie alterate, gli omicidi mirati. Che dispendio d'energie!
Ormai si dichiara: abbiamo le prove! E si procede. Gli Italiani, con la consueta vigliaccheria, aspettano il beneplacito dell'ONU. Capirai ... Ma la colpa è nostra. Assistiamo indifferenti, svuotati, rintronati, smidollati.
D'altra parte l'arco costituzionale è quello che è. E noi siamo ormai l'ombra di ciò che potevamo essere.
La cosa che più mi angoscia, tuttavia, è che le terre del passato, quelle che hanno sostenuto concettualmente il mondo, le terre avite, le patrie del sapere, ormai appartengono all'asse del male o dell'irrilevanza derisa. Asse del male: Siria (Damasco), Iran (la Persia!), Iraq (la Mesopotamia!), Cina (il Catai di Marco Polo), la Russia (ponte d'unione fra Asia ed Europa, terra dei Rus'). Asse dell'irrilevanza: Italia e Grecia, ovvero le centrali della conoscenza dell'intero Occidente: filosofia, giurisprudenza, matematica, arte. 
Può un mondo muovere alla distruzione delle fonti che l'hanno abbeverato per millenni? Nel nome di quale verità?
Non c'è qualcosa di assolutamente, irrimediabilmente malato in tutto questo?
Qualcosa che grida vendetta al cielo della giustizia?
Vi giro la domanda. Rispondete qualcosa. Non a me, che non conto un tubo. Rispondete al mondo. Testimoniate. Dalle vostre postazioni. 

mercoledì 12 giugno 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 4 (Nadja) 1^ parte/2^ parte


Dietro il moniker Nadja, si nasconde, come si è visto, il geniale multistrumentista Aidan Baker (Nadja è palindromo del nome di battesimo del canadese). La produzione del duo (al Nostro si aggiunge, alla voce e al basso, la compagna Leah Buckareff) assomma, a tutt'oggi, a più di sessanta lavori, fra CD, Ep, ri-registrazioni con bonus tracks, split con bei nomi dell'avanguardia internazionale (Black Boned Angel, Fear Falls Burning, Atavist, fra i tanti).
Nonostante il diluvio sonoro (raggiunto in poco più di dieci anni), e le ritenutezze stilistiche proprie del genere, una sorta di epico shoegaze-doom, la qualità delle opere, sorprendentemente, rimane sempre alta, tanto che, a proposito del duo, il giudizio si può ritenere acquisito: sono tra i capifila indiscussi del post rock degli anni Duemila.
Due dei lavori maggiori sono già stati recensiti (Radiance of shadows dal sottoscritto, lo stesso Radiance e Thaumogenesis dal buon Webbatici); ho trascelto, dagli anni 2002-2010, i lavori ritenuti più rappresentativi (a parte gli split che esamineremo in seguito). 
Oltre al quartetto da tenere sotto orecchio anche Guilted by the sun e Truth becomes death.

Corrasion (2003). Uno dei primi lavori e già lo stile è affinato: brontosauri sonori, basso pulsante, detumescenze, stasi, riprese ancor più ciclopiche. Il rumore di fondo dell'universo. Conflagrazioni stellari, annientamenti, nascite di nuove galassie, vengono scandite dal basso continuo di Buckareff e dalla drum machine di Baker, veri regolatori della vita stessa di questo cosmo musicale. Non mancano accenni più spiccatamente doom (You're as dust) o meditativi (l'inizio di Corrasion).

Bodycage (2005). Tre pezzi per circa cinquanta minuti; un classico imperdibile, Clynodactil (21'45''), maestoso come il dispiegarsi dell'anima stessa dell'universo.

Touched (2007; re-recorded). Assieme a Radiance of shadows forse il capolavoro dei canadesi; questa è la versione accresciuta dell'omonimo del 2003 (da ascoltare anche quella: alcuni la preferiscono); Mutagen e Flowers of flesh sono gli ennesimi tour de force in cui possiamo udire il respiro stesso del divenire. Musica per sciamani. 

Desire in uneasiness (2008). Per la prima volta i Nadja si muniscono di un vero batterista (Jacob Thiesen). Si perde il fascino avvolgente dei primi lavori, ma le progressioni divengono dei bulldozer spaventevoli. Eccellente Uneasy desire

martedì 16 ottobre 2012

Encounters at the end of the world - Khanate - Khanate (2001)/Things viral (2003)/Capture and release (2005)


Ascendenti e discendenti dei Khanate (Alan Dubin, voce; Stephen O'Malley, chitarra; James Plotkin, basso; Tim Wyskida, batteria): Æthenor, Sunn O))), Jodis, Gnaw, Burning Witch, Lotus Eaters, OLD, Manbyrd, Blind Idiot God. Basterebbe questa sequela di nomi per capire che il Regno del Gran Khan è il punto d'arrivo e di diffusione di musica di livello ragguardevole, comunque la si voglia appellare, doom, metal, drone, più o meno post.
La grandezza dei Khanate, però, alberga altrove. Essi situano la propria musica alle Colonne d'Ercole dell'esperienza umana. Centinaia di artisti prima di loro hanno esplorato le più recondite regioni dell'animo e del pensiero, ma hanno vanificato, proprio in quanto artisti, queste ricognizione con il calore della creazione ovvero di ciò che, in altri tempi, ancora veniva chiamato poesia o entusiasmo o afflato romantico.
Gnaw Their Tongues e Throbbing Gristle hanno reso plastico o presagito l'inferno dell'uomo postmoderno, anemico ed anaffettivo; se gli dei hanno abbandonato l'umanità e le loro tavole della legge giacciono sconsacrate a terra, quale senso attribuire all'esistenza? Se l'uomo è un morto-in-vita, schiacciato dal latente nichilismo e dalla perdita di riferimenti morali; se la morte è priva di senso poiché priva di prospettiva ultraterrena, allora l'Inferno è sulla Terra e siamo già dannati. Questa la conclusione ineccepibile del nichilismo montante. Bagliori di questa conoscenza insostenibile: H.P. Lovecraft, Charles Baudelaire, Edgar Allan Poe, Franz Kafka, Friedrich Nietzsche, Alfred Kubin, Giacomo Leopardi, il Wakefield di Hawthorne, il Bartleby di Melville, Guy de Maupassant, gl'incubi borghesi di Simenon ... Solo baluginii di verità, lame di luce, poiché una rivelazione piena ed accecante condurrebbe alla pazzia o al silenzio; e alla musica dei Khanate.
Il silenzio di Dio regna su queste tracce; l'aria immobile è rotta da urla straziate o da bisbigli; distorsioni inumane accompagnano questi salmi rivolti al Nulla; le percussioni occasionali e i rimbombi del basso officiano una liturgia disperata che non ha più scopo. I suoni nascono e muoiono nelle tenebre più assolute; la vita è un eterno presente da cui è stata risucchiata la speranza; i sopravvissuti vagano ciechi in un labirinto senza luce dilaniandosi a vicenda. 
Il Cristo si torce per l'ultima volta sul proprio strumento di morte e grida, come Dubin, l'ultimo grido senza più risposta: "Eloì eloì lemà sabactàni!".

domenica 12 agosto 2012

New York prefers no(t) - No New York (1978)/N. Y. new wave (2003)

La frase di Bartleby, “I prefer not”, lo scrivano di New York, il suo rifiuto esistenziale di vivere può essere una chiave per comprendere l’ondata nichilista della no wave, di breve vita, ma irriducibile e influentissima; essa nacque schiacciata fra punk anglossassone e hardcore americano (e new wave propriamente detta; nascevano i favolosi Ottanta): la caratteristica precipua, però, non fu lo scontro diretto, il dileggio, le bambinerie a tavolino, ma una potente qualità anamorfica che deformava la musica, l’ambiente civile, l’ideologia dominante creando, a volte inconsapevolmente, un’immagine espressionista della realtà a loro contemporanea.
Con l’hardcore essi ebbero in comune lo straniamento indotto dalla vita metropolitana, un disagio diffuso dovuto al presentimento di un nuovo corso della vita americana intenta a liquidare gli ultimi residui della controcultura; rifiutarono, però, qualsiasi spontaneismo o frontismo; anzi, i loro suoni furono assolutamente mediati dall’intelletto, antitradizionali e antipopolari: in tal senso, antiamericani.
Come detto, la negazione di Bartleby può essere considerata un ghiotto antecedente, ma va ridimensionata a ipotesi complementare. Il cuore dello spaesamento (déracinement) è da ricercare nel cuore della comunità ebraica di New York: Lydia Lunch (Lydia Koch), James Chance (James Siegfried), Alan Vega (Boruch Alan Bermowitz), China Burg (Connie Burg), cantante e chitarrista dei Mars, sono gli elementi di punta del fenomeno no wave; essi, forse, ritrovarono nel proprio sangue il sentire degli ebrei europei di inizio secolo, dalla musica (Arnold Schoenberg, Alban Berg, Guido Adler) alla psicologia (Sigmund Freud, Alfred Adler) alla pittura (Georg Kaiser, Carl Einstein, Chaim Soutine …) alla letteratura (Arthur Schnitzler, Karl Kraus …); tutti artisti o studiosi che, illustrando il caos o la frantumazione del reale, presentivano la dissoluzione della comunità europea. E se i no wavers non fossero stati che i profeti della fine della nuova Gerusalemme d’Israele, la Nuova York d’America? O meglio: la fine di ciò che l’America ha cercato di far credere d’essere sino ad allora: libertà ed opportunità per tutti? Apocalittici e atonali? Perché no.
La prima compilazione (No New York) è celeberrima: fu assemblata da Brian Eno e comprende sedici composizioni, quattro per ciascuno dei quattro artisti presenti: Arto Lindsay (DNA), Lydia Lunch (Teenage Jesus & the Jerks), James Chance (The Contorsions), Mars.
La seconda compilazione include, oltre ai summenzionati, i Suicide e una donna di cui è impossibile non innamorarsi, la francese Lizzy Mercier Descloux (1956-2004), da sola e in coppia col chitarrista Didier Esteban (formavano i Rosa Yemen): le sue canzoncine sghembe in terra americana, ma anche la susseguente evoluzione in un funky-sinth-pop-dance sono da ricordare e rivalutare.

domenica 25 marzo 2012

CoH - Seasons (2003)


Russo di nascita, ma svedese di adozione sin dalla metà degli anni Novanta, Ivan “CoH” Pavlov (CoH, pare, sia cirillico per sogno o sonno) perviene con Seasons alla maturità dopo gli esordi legati alla techno e all’elettronica glitch ovvero alla musica sperimentale costruita su materiale sonoro derivato da errori digitali, rumori, falle di sistema.
Seasons si compone di quattro quadri perfetti, di eguale lunghezza (circa dieci minuti) e similmente strutturati: in ciascuno d’essi uno strumento classico si contrappone ad un elemento sonoro non  tradizionale in modo da creare un apparente effetto di discrasia e straniamento.
In The colour of beauty - Summer is red, secondo lo schema anzidetto, il violino tormentato risponde ad una serie di effetti elettronici; l’atmosfera è sospesa ed ominosa, tipica di un meriggio canicolare.
Nella successiva As ripe as Autumn's tears le registrazioni di una pioggia campestre si alternano ai rarefatti tocchi di un pianoforte, come se dai rami d’un albero (quello della copertina?) sgocciolassero lentissimi i depositi del rovescio autunnale.
In Winter brooding underneath il ronzio di un drone, sempre più circolare e minaccioso, sovrasta l’agitarsi d’un violoncello - il nascente, ma imperioso risveglio della vita entro il grembo della morta stagione.
Springs come shooting - make love, make war vede le impetuose fluttuazioni sonore generate da un computer mutarsi in un assolo per chitarra elettrica che, infine, rovina su se stesso – in altre parole la continua ed irresistibile metamorfosi della primavera, quella che il poeta Dylan Thomas chiamava “the force that through the green fuse drives the flower”, la forza che per il verde stelo spinge il fiore.
Come i titoli dei brani fanno largamente intravedere, il primo livello evocativo (l’aspetto naturale), coesiste felicemente con una seconda lettura per cui i quattro momenti valgono anche come impressioni psicologiche di cui le stagioni sono correlativo. Ascriviamo volentieri al musicista russo questo ulteriore merito.

venerdì 14 ottobre 2011

Trollmann av Ildtoppberg - Arcane runes adorn the ice-wrought monoliths of the ancient cavern of the stars (2003)/Tolling beyond the tombs of ancient grimnity (2003)

 

Duo inglese e nome norvegese (traduzione di Warlock of the Firetop Mountain, titolo del primo libro di una serie fantasy di Steve Jackson e Ian Livingstone), i Trollmann av Ildtoppberg consistono di David Terry (soprannome Thundarr, basso) e James Baker (Mordraaneth, organo, morto nel 2009), nativi di Newcastle upon Tyne, già Novocastro, ma in origine Pons Aelius (nome latino in terra inglese, quindi fonte gravida di rimembranze come insegna Machen).
Se l'ispirazione musicale rimanda a certo ambient di ambiente anglosassone e nordico, le fonti letterarie di Trollmann, desumibili dal lambiccato titolo, proprio di certe vaghezze della letteratura fantastica bassa, risiedono nelle saghe scandinave, in Tolkien, Robert E. Howard, Lovecraft. Da un tale materiale, apparentemente frusto e prevedibile, essi riescono, con mezzi poverissimi (basso più organo Roland, il tutto davvero low fidelity), ad organizzare larghe praterie monocrome in cui le esangui linee melodiche dei due strumenti, ripetute ossessivamente, pervengono ad un grado evocativo altrimenti impossibile con un’orchestrazione più complessa.

La title track, opera del bassista David Terry, introduce, nella sua pacatezza equorea, alle atmosfere dei successivi monoliti, Aeons of Darkness, Beyond the Void e, soprattutto, The Doom-Trolls of Grelch, di venticinque minuti. Si è da subito  trasportati a volo d’aquila sopra paesaggi di solitudine antartica e ghiacci perenni, immobilizzati da tempi immemori, in cui torreggiano reperti di civiltà ignote, irriducibili all’umanità.
L’antecedente letterario più prossimo a tali suggestioni è il romanzo breve di Lovecraft At the Mountains of Madness, a sua volta ispirato alle battute finali del Gordon Pym di Edgar Allan Poe (“Ma ecco sorgere sul nostro cammino una figura umana dal volto velato, di proporzioni assai più grandi che ogni altro abitatore della terra. E il colore della sua pelle era il bianco perfetto della neve”); ma tale causalità vale solo a livello conscio. Vista l’origine anglosassone dei Nostri saremmo portati ad azzardare una ipotesi più profonda: che in tale opera, come in quella di certi gruppi drone-doom dell'Europa fredda, agisca una predilezione pagana antica e inconscia per le vedute desolate ed ampie, per l’elegia virile, per il rigore delle stagioni e l’inclemenza di un destino ineluttabile.
Il successivo EP si compone di tre lunghe tracce (rispettivamente 15, 17 e 11 minuti). Le glaciali contemplazioni di Ancient runes sono lontane; Aether e Doom's children, fondate su pesanti strumming di basso, tastiere spettrali e cupi recitativi, potrebbero funzionare, ma quali colonne sonore di horror minori anni Settanta; solo il pezzo eponimo, con lo scampanio in sottofondo, riesce  a distinguersi appena dal tono dominante, già appiattito sulla maniera e i luoghi comuni del genere.