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domenica 27 ottobre 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 5 (Saqqara Dogs/Mirza/Zebulon Pike)

Zebulon Pike

Saqqara Dogs (Usa, California, San Francisco) - Thirst (1987). Un piccolo capolavoro nascosto degli Ottanta. Costola dei Factrix, i Saqqara obliano le dissonanze sataniche degli ascendenti e confezionano una sorta di post rock etnico memore, ad esempio, dei Black Sun Ensemble. La chitarra frippiana di Bergland si esalta nei ritmi rilassati e crepuscolari di Gregorian stomp oppure si fa più tagliente in Sacrifice, il cui humus sonoro si colora di un’angoscia industrial. Bong Bergland, voce, chitarra; Sync 66, voce, chitarra, tastiere, violoncello, basso, percussioni; Hearn Gadbois, voce, percussioni, cembalo.

Mirza (Usa, California, San Francisco) - Last clouds (2001). Il disco assomma il 12’’ Ursa Minor, del 1996 (le prime quattro tracce, notevoli), e altri sette pezzi registrati, in maniera non impeccabile, fra il 1996 e il 1998. Tutti strumentali. Last clouds rimane sospeso fra psichedelia (decisivo il contributo delle tastiere), space e (rari) indurimenti post rock. Un disco risultato dalla compilazione di differenti momenti sonori, ma che trova compattezza nel diffuso tono trasognato e in certe godibili progressioni psych. Steven R. Smith, chitarra, batteria; Glenn Donaldson, chitarra, tastiere; Mark Williams, chitarra, basso; Brian Lucas, chitarra, basso.

Zebulon Pike (USA, Minneapolis, Minnesota) - II: The defeaning twilight (2006). Stoner progressive? Possibile? La prima, grande traccia (The pyramid is the ascending spiral, 12’29’’) dà fuoco alle polveri à la Kyuss; ben presto, però, si vira dalle parti di Polvo e Bitch Magnet, la partitura si fa più complessa, ma non confonde mai la profondità con la superfetazione di viluppi sonori esagitati da manierismi strumentali. Il resto è di pari forza (Structure of the black stallion, 22’14’’; Ashes of Xerses, 20’41’’; And blood was passion, 13’13’’): pozze statiche e riprese cingolate, distorsioni e iterazioni cacofoniche si alternano per uno dei migliori dischi di genere degli anni Duemila. Sarebbe bene ascoltarlo subito. Erik Fratzke, chitarra; Morgan Berkus, chitarra; Steve Post, basso; Erik Bolen, batteria.


sabato 6 luglio 2013

Early psychedelia vol. 13 (Finchley Boys/Haunted/Litter)

Finchley Boys
Indice generale/General index

Finchley Boys (USA, Chicago, Illinois) - Everlasting tribute (1972; recordings 1968-1969). Tinteggiature psichedeliche (bella Swelling waters) su una solida base hard blues e garage sostenuta dalla chitarra dell’oriundo olandese Oostdyck (Outcast, Hooked). Da risentire e rivalutare. George Faher, voce, armonica; Garrett Oostdyck, chitarra; Tabe, basso; J. Michael Powers, percussioni.

Haunted (Canada, Montreal) - The Haunted (1967). Altro gruppo parecchio sottovalutato. Notevoli ammicchi al suono rock melodico britannico (Who, Them e compagnia), ma le partiture originali (1-2-5, Horror show) e le suggestioni dylaniane (Untie me) delineano un quadro generale inaspettatamente all’altezza dei gruppi migliori. John Monk, voce; Jurgen Peter, chitarra; Al Birmingham, voce, chitarra; Bob Bozak, basso; Nick Farlowe, batteria.

Litter (USA, Minneapolis, Minnesota) - 100 $ fine (1968). Psichedelia virata verso il rock più roccioso della sponda d’oltreoceano e alleggerita da tocchi beat. Non mancano tentativi arditi di smagliare il tessuto musicale consueto (Apologies to 2069 e la versione da nove minuti di She’s not there, degli Zombies). Da sentire. Dan Rinaldi, voce, chitarra; Danny Waite, voce, tastiere; Tom ‘Zippy’ Caplan, chitarra; Jim Kane, basso; Tom Murray, batteria.

sabato 9 marzo 2013

Beyond the boundaries. Post rock vol. 2 (Shellac/Gorge Trio/Colossamite)

Shellac

Shellac (USA, Chicago, Illinois) - At action park (1994). I tre minuti di My black ass sono, forse, uno dei vertici del math-rock (in cui rientrano anche Gorge Trio e Colossamite): lo sferragliare della chitarra, le impennate asperrime, l’entrata della sezione ritmica, l’indugio catatonico del finale spezzato dalla chiusura bruciante rimangono memorabili. Il minimalismo di Albini traduce un universo disseccato e psicopatico; per ravvisarne i sintomi basta sentire l’iniziale afasia della successiva Pull the cup, le improvvise catatonie (Song of the minerals), gli andamenti scheggiati; l’abbandono all’umanità (la melodia) sembra scientemente precluso: un capolavoro schizoide di potenza rarissima. Steve Albini, voce, chitarra; Bob Weston, voce, basso; Todd Trainer, voce, batteria. 

Gorge Trio (USA, Oakland, California) - Dead chicken fear no knife (1998). La formazione con doppia chitarra permette ai californiani di elaborare un’arte contrappuntistica à la Don Caballero. Dodici strumentali in cui, peraltro, non mancano riferimenti ad altri disarticolatori di classe eccelsa (Polvo, Slint): il padre, però, è sempre il Capitano. John Dieterich, chitarra, Ed Rodriguez, chitarra; Chad Popple, batteria.

Colossamite (USA, Minneapolis, Minnesota) - All lingo’s clamor (1997). I Gorge Trio con l’aggiunta di Sakes, direttamente dai Dazzling Killmen. Le acrobazie noise dei Nostri assumono, quindi, uno spessore drammatico inaudito liberandosi da qualsiasi autoindulgenza; teso e ben suonato. Nick Sakes, voce, chitarra; John Dieterich, chitarra, Ed Rodriguez, chitarra; Chad Popple, batteria.


venerdì 18 maggio 2012

Replacements – Hootenanny (1983)/Pleased to meet me (1987)

L'incredibile ondata di ribellismo punk che investì la nazione americana nei primi anni Ottanta, e che abbiamo recentemente investigato in nove post, regalò centinaia di brani memorabili e, soprattutto, personaggi e gruppi che, in virtù del talento superiore, esorbitarono dallo specifico ambito hardcore: Fugazi, Hüsker Dü, Minutemen, Henry Rollins, e, giù per li rametti, Beastie Boys e Moby. 
Fra questi anche i Replacements di Minneapolis, proletari e giovanissimi (Paul Westerberg e Bob Stinson avevano, allora, vent'anni, Chris Mars diciotto, Tommy Stinson quindici*); nati nel brodo contestatario, diversificarono quasi da subito la loro proposta musicale, riuscendo, in pochissimi anni, a distillare Hootenanny, già una svolta rispetto alla media hardcore del periodo: rock 'n' roll energici (Take me down to the hospital, Mr. Whirly con iniziale presa dei fondelli di Strawbeery fields forever), echi dei Cinquanta (Buck Hill), bluesacci (Hootenanny, Treatment bound), esaltazioni delle proprie origini (You lose), moderne ballate (Within your reach) sono le eclettiche e brillanti sfaccettature di un talento già dispiegato.
Con Pleased to meet me le acque sembrerebbero calmarsi: l'ottima I don't know e Can't hardly wait esibiscono persino dei fiati! Falsa impressione: si comincia con un altro piccolo capolavoro, ruvido e trascinante (I.O.U.), si sconfina nel pop d'alto livello (Alex Chilton, The ledge), poi nei ritmi sgocciolanti di Nightclub jitters, si evocano i bei tempi con Red red wine e Shooting dirty pool, ci si rilassa con la ballata acustica Skyway. Difficile trovare un punto morto nel disco: Pleased to meet me è semplicemente un altro White album approntato da Westerberg, uno dei cantautori più geniali, tirannici e sottovalutati di sempre.
Il dittico in questione, abbinato alla coppia classica Tim/Let it be, l'esordio Sorry Ma e Stink (che annovera Go, "il primo pezzo grunge della storia"**), forma uno dei vertici rock degli anni Ottanta; canzoni che, come accade solo alle stoffe ed ai metalli nobili, col tempo e l'ascolto assiduo rilucono con maggior splendore.

* Paul Westerberg, voce, chitarra; Bob Stinson, chitarra, sostituito da Bob Dunlop in Please to meet me; Tommy Stinson, basso; Chris Mars, batteria.
** Vedi la recensione di Webbaticy: "[Go] è il primo pezzo grunge della storia, forte di un atmosfera fatale e plumbea: strofa disarmante, chorus esplosivo, bridge scandito dalle urla belluine, intriso di disperazione e sporchissimo melodismo".