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giovedì 24 dicembre 2015

Beyond the (Italian) boundaries - Post rock vol. 13 (Mario Bertoncini/Mario Nascimbene/Walter Branchi & Mauro Bortolotti)

Mario Bertoncini
Indice generale/General index

Auguro a chiunque segua il blog un Natale e un 2016 sereni

Mario Bertoncini - Arpe eolie (2007; recordings 1973-1974). Co-fondatore di Nuova Consonanza (1959; era l’associazione nata per promuovere l’avanguardia italiana), assieme a Macchi, Evangelisti, Bortolotti; fra gli altri. Arpe eolie è un capolavoro (in cui è sfruttata, appunto, l’arpa eolia, le cui vibrazioni sono originate dal vento) di cui Bertoncini è esecutore e artefice assoluto. Echi remotissimi e avvolgenti, e sempre minacciati dalla casualità, come una fiamma mossa dalle correnti più capricciose, tengono in scacco estatico l’ascoltatore. Inevitabile.

Mario Nascimbene - Atti degli Apostoli (2004; recordings 1969). Mario Nascimbene fu autore di numerose colonne sonore, ancora da valutare. Al sottoscritto egli è caro soprattutto per la collaborazione con Roberto Rossellini; con il Rossellini televisivo, magnifico e tardo, in cui la ricostruzione storica accurata, l’ansia divulgativa e la calda empatia delle immagini vanno di pari passo. Di tale collaborazione è rintracciabile, per ora, solo la presente testimonianza ove si ritrovano parte dei dialoghi dello sceneggiato, a detrimento della musica vera e propria. Ma non è un ostacolo all’apprezzamento, anzi: il delicato tema iniziale, sottolineato in modo indimenticabile dal flauto di Severino Gazzelloni, si costituisce subito quale sfondo sonoro e morale del disco (ricco di eccellenti spunti etnici), e va a fondersi perfettamente al testo; in tal modo Nascimbene rende alla perfezione la Stimmung del quinto Vangelo: qui lo smarrimento per la morte del Cristo e la mestizia convivono con un fervore spirituale incrollabile e la viva speranza per un mondo ulteriore che renda giustizia all’iniquità di questo. Da sentire il disco, da vedere lo sceneggiato; bruti astenersi.

Mauro Bortolotti/Walter Branchi - Paesaggi intravisti (1987). Walter Branchi è una delle colonne del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza; Bortolotti fu allievo di Pietro Grossi, pioniere dell’elettronica italiana, co-fondatore di Nuova Consonanza (l’associazione, non il gruppo) e scheggia ideologica dei Corsi Estivi di Darmstadt (Internationale Ferienkurse für Neue Musik, Darmstadt), untori primi della scena sperimentale europea. Paesaggi intravisti consta di due lunghe tracce: inserti dialogati, concretismi, ambient, elettronica convivono in un flusso sonoro accattivante, felicissimo. Lo consiglio, ovviamente. In più, sotto i video dei primi due dischi (su youtube non esistono video dei Paesaggi), aggiungo un imperdibile documentario tedesco (di Theo Gallehr) sul Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza.

Per il download: basta cliccare sul titolo, spuntare la casella e cliccare nuovamente, stavolta sul simbolo universale del download (下載 in cinese) e il tutto si avvierà automaticamente.

venerdì 28 agosto 2015

Univers Zero - Heatwave (1987)


Un capolavoro. La formazione belga era parte del movimento della corrente Rock in Opposition (assieme ai conterranei Aksak Maboul), ma il progressive che li distingueva vantava toni cupi e minacciosi: per usare una sentenza critica molto suggestiva si potrebbe definire il loro suono quale "musica da camera gotica".
Una sorta di zeuhl silente, privo di quegli incedere tonitruanti (a maggior gloria della sezione ritmica), e più concentrato nelle misteriose regioni dell'inner space.
Da ascoltare subito.
Gli Univers Zero (in origine: Necronomicon) derivano il nome da una novella dello scrittore fantastico Jacques Sternberg (pressoché sconosciuto in Italia, ovviamente; Universo zéro è stata, però, tradotta: Nova SF, nr. 28, Perseo Libri, 1996).

Michel Delory, chitarra; Andy Kirk, voce, tastiere; Jean-Luc Plouvier, voce, tastiere; Patrick Hanappier, violino, viola; Dirk Descheemaeker, clarinetto, sassofono; Christian Genet, basso; Daniel Denis, voce, batteria, percussioni.

venerdì 17 aprile 2015

Butthole Surfers - Cream corn (1985)/Rembrandt pussyhorse (1986)/Locust abortion technician (1987)


Si può pensare il rock senza Lady sniff e quel micidiale titolo: Hairway to Steven, che del rock classico, sul versante eroico e leggendario, è assoluto sbeffeggiamento? No, è impossibile. Gli orrori idraulici di Lady sniff e quella presa per i fondelli sono per me irrinunciabili.
E il resto? Ma che musica fanno i Butthole Surfers? Sarcastica, brutale, frantumata, certo, ma anche intensamente drammatica: Comb, Waiting Jimmy to kick, Whirling hall of knives, To parter (da Cream corn e Rembrandt pussyhorse) sono gemme di pura psicopatia americana; sottile, e tanto più inquietante poiché non offre appigli di genere che caratterizzino a priori la carica eversiva (hard rock, punk, metal, doom).
I Butthole sono i serial killer della porta accanto. 
Locust abortion technician, con brani a passo d'elefante, rivela da subito la propria insania riuscendo più prevedibile e meno sconcertante (ma alcuni episodi sono tuttavia rilevanti: la melviniana Pittsburgh to Lebanon e 22 going to 23).

venerdì 27 febbraio 2015

XTC - The compact XTC. The singles 1978-1985 (1987)

This is pop, se lo dicono da loro stessi. Ma il pop degli XTC è naturalmente, e quasi impercettibilmente, minato al proprio interno. Gli inglesi hanno sempre avuto un debole per fanfare e pompe e marcette: è il loro lato monarchico e istituzionale a consentirlo; eppure tale istinto nazionale è, nei migliori casi, messo sottilmente in pericolo da un'ironia lunare, una sorta di understatement metafisico: "Non pigliamo la vita troppo sul serio. La vita, ce lo dice pure il nostro poeta maggiore, è davvero una barzelletta. E neanche la musica pigliamo sul serio, per carità; figuriamoci la regina". Da questo punto di vista, XTC e Sex Pistols, Deviants e Sham 69 operano su piani diversi, ma dalla stessa parte della barricata. Gli americani, invece, a cui tale sentimento scettico difetta totalmente, la mettono giù piatta: infatti hanno inventato il rock e l'hardcore e la no-wave (mica la new). Persino l'heavy metal inglese ha un carattere più morbido e evocativo rispetto a quei trucidoni di Slayer, Metallica e altri sanguinosi figuri ...
Il pop sghembo degli XTC ha le proprietà anzidette: estrema facilità d'ascolto, certo, melodie capaci di attaccarsi alla memoria, ma anche un andamento che, a sentirlo bene, è un pochino claudicante e che, quando gli dai spago, ti piglia per i fondelli; un piattino invitante, insomma, fresco, dolcissimo, che va giù per il gargarozzo vellicando tutte le papille del gusto, eppure non è un pastone ultracalorico che cerca di ingannarti a forza di zuccheri come i gelati di polistirolo del Mc's ... ha un retrogusto con qualcosa in meno ... e quindi, alla lunga, qualcosa in più ... qualcosa di imperfetto e memorabile che ti dà voglia di assaggiarlo di nuovo ...

mercoledì 14 gennaio 2015

Hüsker Dü ‎- Warehouse: songs and stories (1987) ovvero: a proposito di doppi album

Ieri sera Evil Monkey (che nasconde una natura perfida) mi ha fatto uno scherzo. Ha postato, con intenti da agent provocateur, questo link:


dove la Radio Vergine esplicita a tutti gli amanti del rock (e non del rock normale, ma di quello leggendario, il rock delle pietre miliari, il rock di cui fanno parte quegli uomini e quei suoni che hanno fatto la STORIA del rock, insomma, dove ogni uomo che suona la batteria quando colpisce al rallentatore il rullante irrora di sudore le prime file degli amanti del rock, e non del rock normale, ma di quello leggendario, il rock delle pietre miliari ... e via in loop) la classifica dei

MIGLIORI ALBUM DOPPI della STORIA DEL ROCK

Eccola qua

10. Smashing Pumpkins - Mellon Collie and the infinite sadness (1995)
9. Clash - London calling (1979)
8. Allman Brothers Band - At Fillmore East (1971)
7. Who - Quadrophenia (1973)
6. Bob Dylan - Blonde on blonde (1966)
5. Led Zeppelin - Physical graffiti (1975)
4. Bruce Springsteen - The river (1980)
3. Rolling Stones - Exile on Main St. (1972)
2. Pink Floyd - The wall (1980)
1. Beatles - White album (1968)

Che dire? Si resta stupefatti di come, a distanza di decenni, si cerchi ancora di convalidare la consueta, sclerotica, fabula del rock; quella che ha fatto vendere milioni di copie e che, evidentemente, poiché ha fatto vendere milioni di copie, si ritiene ne faccia vendere altrettante in futuro: in una eterna riproposizione dell'uguale.
Con questo non voglio esprimere un giudizio sui dieci dischi; alcuni sono ottimi; ci sono un paio di capolavori; altri sono sopravvalutati; uno è un intruso (Mellon Collie, della Virgin).
Quello che fa cadere le braccia è la pervicacia luciferina che vuole mummificare un tipo di utente consumatore intrappolandolo in un'epoca in cui si ascoltavano (e ri-ascoltavano, allo sfinimento), al massimo, quei cinquanta-cento dischi della vita.
Lasciamo perdere Trout mask, Tago Mago, Yeti, Freak out!, Double nickelsZeit (e lascio stare giapponesi e cecoslovacchi e quant'altri).
Ma, in pieno 2015, almeno un Daydream nation non si poteva osare? Un Zen arcade
Io, per me, propongo questo Warehouse. Ci son dentro venti canzoni. Venti. Ditemi: ce n'è una brutta? Ma che dico brutta: mediocre? Ma no: passabile? Superflua? Evitabile? Inutile? Inessenziale? Innecessaria?
Ci stava male Warehouse al decimo posto, ad esempio?
Fatemi sapere ...

giovedì 5 dicembre 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 8 (Fiorella Terenzi/Gerstein/Gaznevada)




Fiorella Terenzi - Music from the galaxies (1991). Described by Dennis Miller as "a cross between Carl Sagan and Madonna", astrophysicist, author, and musician Dr. Fiorella Terenzi received her doctorate in physics from the University of Milan, has studied opera and composition at Conservatory G. Verdi, Corsi Popolari and taught mathematics and physics at Liceo Scientifico, Milan. In research at the Computer Audio Research Laboratory, University of California, San Diego, she developed techniques to convert radio waves from galaxies into sound - released by Island Records on her acclaimed CD Music from the galaxies.
"In a new Island Records CD called Music from the Galaxies, Italian Astro- physicist and composer Fiorella Terenzi has used the most modern radio-tele- scopes and computers to convert the natural radiation from a galaxy designated UGC6697 into the audible range then add instrumental harmonies. A fascinating their largest efforts yet to scour distant galaxies for intelligence on that end." - Newsweek On-Air Radio
"A landmark release - an uncommon fusion of science and art, astronomy and music, known as Acoustic Astronomy" CNN, "Future Watch": "The source for this sound is a galaxy far, far away. How can we hear music from a galaxy? Well, our interpreter is Italian Astrophysicist Fiorella Terenzi." Dennis Miller: "We are going to jam with the galaxy, folks. Thank God I only did half a tab!"
A strange yet wonderful cosmic trip by a non musician but astrophysicist.Reminding the great Komische musik space releases! Highly recommented!

Gerstein - Phlegmaticus (1987). Gerstein was born in fall 1984 as a personal music project of Maurizio Pustianaz. Since then he has moved between solo melancholic piano ballads, experimental harsh sounds, synth-guitar powerful extravaganza before approaching his electronic semi-melodic style in the latest years.
In the past Gerstein has released several tapes through Infektion Prod, his own label, and through many other labels such as: Misty Circles (I), BrokenFlag (UK), Minus Habens (I), Bekko Bunsen (I), HAX (I), etc.
In 1993, his first full length vinyl album entitled "Sucker" was released in collaboration with Misty Circles. The piano was still the main instrument then, but guitars, bass guitar and drum machine were also used.
Then it was time for a change... 1994 was the year of the rising sun for Gerstein and a new energy moved the project, a split MiniCD entitled "Harakiri for Seven Strings" was released in collaboration with Sshe Retina Stimulants. The two noisy tracks created by Gerstein were The first step into my deep throat and In the shadow of the sun.
Shortly after, Johnny Mastrocinque joined in the Gerstein project bringing his sampler machine with him. Gerstein's music became darker and tense... The new tracks were a sort of dark soundtrack. Piano, synths, guitar, samples: everything was used each time in a different way to create sicksongs with a melodic taste.
St. Anthony's Fire was released on CD in 1998 on the acclaimed german label Discordia. Unfortunately Discordia bankrupted a few months later and the album suffered of no promotion and a very poor distribution.
At the end of 1999, when the recordings of "Burn" were complete, Johnny Mastrocinque left Gerstein and since then got involved with a lot of hip hop bands. "Burn" was released privately in two editions, the latter also contained the whole "St. Anthony's Fire" as a bonus. An old tape, "Phlegmaticus" was also re-released on Oktagon Records at the same time.
Since then, due to his involvment with Chain D.L.K. magazine, Gerstein kept on working on new music and on his new project called Noisebrigade in a more relaxed way.
In October 2003 Afe released "Here Comes Sickness", a collection of mostly unreleased and rare tracks, to celebrate Gerstein's 20th anniversary.

Gaznevada - Gaznevada (1979)/Nevadagaz (1980). Gaznevada adventure started at the end of the seventies when Billy Blade (vocal and sax), Bat Matic (drums), Andy Nevada (vocal and synth), Chainsaw Sally (bass) and Robert Squibb (guitar) decided it was time to give to their social / sonic hysteria a form. March, 1977. After the university riots some of them, start to live together in a flat in Bologna with other artists and friends. The aggregation place is an occupied house in Bologna where they lodge artists, musicians, designers, cartoonists and directors. At this time the name of the band is Centro d'urlo metropolitano. With this band they write Mamma dammi la benza the first and one track of Centro d'urlo metropolitano co-produced and distributed by the University Student Movement of Bologna in september 1977.

domenica 27 ottobre 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 5 (Saqqara Dogs/Mirza/Zebulon Pike)

Zebulon Pike

Saqqara Dogs (Usa, California, San Francisco) - Thirst (1987). Un piccolo capolavoro nascosto degli Ottanta. Costola dei Factrix, i Saqqara obliano le dissonanze sataniche degli ascendenti e confezionano una sorta di post rock etnico memore, ad esempio, dei Black Sun Ensemble. La chitarra frippiana di Bergland si esalta nei ritmi rilassati e crepuscolari di Gregorian stomp oppure si fa più tagliente in Sacrifice, il cui humus sonoro si colora di un’angoscia industrial. Bong Bergland, voce, chitarra; Sync 66, voce, chitarra, tastiere, violoncello, basso, percussioni; Hearn Gadbois, voce, percussioni, cembalo.

Mirza (Usa, California, San Francisco) - Last clouds (2001). Il disco assomma il 12’’ Ursa Minor, del 1996 (le prime quattro tracce, notevoli), e altri sette pezzi registrati, in maniera non impeccabile, fra il 1996 e il 1998. Tutti strumentali. Last clouds rimane sospeso fra psichedelia (decisivo il contributo delle tastiere), space e (rari) indurimenti post rock. Un disco risultato dalla compilazione di differenti momenti sonori, ma che trova compattezza nel diffuso tono trasognato e in certe godibili progressioni psych. Steven R. Smith, chitarra, batteria; Glenn Donaldson, chitarra, tastiere; Mark Williams, chitarra, basso; Brian Lucas, chitarra, basso.

Zebulon Pike (USA, Minneapolis, Minnesota) - II: The defeaning twilight (2006). Stoner progressive? Possibile? La prima, grande traccia (The pyramid is the ascending spiral, 12’29’’) dà fuoco alle polveri à la Kyuss; ben presto, però, si vira dalle parti di Polvo e Bitch Magnet, la partitura si fa più complessa, ma non confonde mai la profondità con la superfetazione di viluppi sonori esagitati da manierismi strumentali. Il resto è di pari forza (Structure of the black stallion, 22’14’’; Ashes of Xerses, 20’41’’; And blood was passion, 13’13’’): pozze statiche e riprese cingolate, distorsioni e iterazioni cacofoniche si alternano per uno dei migliori dischi di genere degli anni Duemila. Sarebbe bene ascoltarlo subito. Erik Fratzke, chitarra; Morgan Berkus, chitarra; Steve Post, basso; Erik Bolen, batteria.


venerdì 11 ottobre 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 7 (Egisto Macchi/F.A.R.)

Egisto Macchi


Egisto Macchi - Bioritmi/Futurissimo (197?). "Egisto Macchi was raised in Rome, where he studied literature, piano, violin, singing and composition, as well as courses in medicine and physics. The first years of his work were dedicated to instrumental composition. He was then involved in the investigation of musical theater, for which he wrote experimental works, as A(lter) A(ction) (1962), based on texts by Antonin Artaud. In 1965, he founded with Domenico Guaccero and Silvano Bussotti the Compagnia del Teatro Musicale di Roma. Starting in 1968, Macchi wrote scores for films and television, for Joseph Losey, the Taviani brothers, Bernardo Bertolucci, among many other filmmakers. From 1980, he was dedicated to the composition of works for the female voice, combining voices with chamber orchestras, small instrumental groupings and even fireworks, and experimenting with new technologies. This led to the creation of the Istituto della Voce in 1983, with Guaccero.
With his friends Franco Evangelisti, Daniele Paris and Guaccero, Macchi was active throughout his life in organizations related to music, such as an editorial, the publication 'Ordini', dedicated to reviews and studies of new music, and the Palermo New Music Festival, all in 1959; the group Nuova Consonanza in 1960, to promote contemporary music; in 1967, with Evangelisti, Guaccero and Gino Marinuzzi Jr., he was one of the founders of Studio R7, an electronic workshop for experimental music, he was a member of the Italian Commission of Music for UNICEF, with Evangelisti, Nino Rota, Ennio Morricone and Luis Enríquez Bacalov, and he joined the Gruppo d'Improvvisazione Nuova Consonanza, created by Evangelisti; from 1976 to 1981 he organized the Corali Riunite in his home town, Grosseto, and since 1984 he directed the sound archives of the Institute of Research for Musical Theater.
In his last years, Macchi had been working with Morricone on a project to promote the 'new opera'. He had arranged La Bohème for 16 instruments and four synthesizers, and Morricone had worked on Tosca. Both works were ready to be staged, when Macchi died in 1992".
From RYM:
Here are 2 classic LPs for the fans of the so called 'library music', by one of the masters of the genre. Released on Gemelli and Montparnasse 2000 labels respectively, these 2 are some serious examples of abstract electronics from the early 70s. Bioritmi is an interpretation of some medical actions to music, though Futurissimo is more abstract space music oriented.

F.A.R. - Presto i topi verranno a cercarci (1987). Great dark droning experimental/industrial electronics from these Italian pioneers of experimental electronics. Will appeal to all HNAS, Sigillum S, Throbbing Gristle, etc fans.

mercoledì 22 maggio 2013

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 4 (Capricorni Pneumatici/Christina Kubisch & Fabrizio Plessi)


Capricorni Pneumatici - Capricorni Pneumatici (1987). Italian duo active from 1987 to 1991. Ambient, ritual and concrete music. Their name comes from Aleister Crowley's book "Liber A'ASH vel Capricorni Pneumatici SUB FIGURA CCCLXX". The two persons involved in the project were only known under the pseudonyms of Pazuzu and Soda Caustica.
"...Your music is very good, truthfully, I like it better than any that has been sent me by various groups. Both tapes are excellent". Z'ev - November 1988, writing about CP and Al Azif.
Spooky creepy ambientritualistic industrial soundscapes all through.Don't listen it with lights off!

Capricorni Pneumatici - Al Azif (1987). Following my post of their first tape a few days ago, here comes the 2nd one. Dark scary industrial electronics!

Christina Kubisch & Fabrizio Plessi - Two and two (1976). Christina Kubisch belongs to the first generation of sound artists. Trained as a composer, she has artistically developed such techniques as magnetic induction to realize her installations. Since 1986 she has added light as an artistic element to her work with sound.
Christina Kubisch's work displays an artistic development which is often described as the "synthesis of arts" - the discovery of acoustic space and the dimension of time in the visual arts on the one hand, and a redefinition of relationships between material and form on the other.
Two and Two was a live performance for two performers (Kubisch and Plessi), two video cameramen, a wall of monitors and uncommon objects and instruments. Throughout the performances, people were invited to walk around and observe the live action in real time as close up images of the performance were projected on video screens and unusual objects as sound sources - a vibrator, water, swanee whistle, voice, contact microphone on ventilator, prepared alto flute, electronic metronome, waterjet on steeldrum - were sonically 'blown up' through self invented systems of amplification. The resulting four pieces on this 1977 recording alternate between heavenly, rhythmically shifting drones to gamelan tinged blistering electronics that sound like distant, corrupted morse code dispatches. The entire album is an organic revelation of the discreet acoustic nature of everyday objects, intensely mechanical, startling and elemental.

Christina Kubisch & Fabrizio Plessi - Tempo liquido (1979). Tempo liquido is one of a series of video performances created by the visual artist Fabrizio Plessi and myself between 1974 and 1980. In these works video images were transferred live while I (and sometimes Plessi) performed on musical instruments and/or other objects. Tempo Liquido is a piece about the concept of time. The basis is the form of the circle as a symbol for continuity and timelessness, which I always was fascinated with and which I used in several compositions such as "The circle which bites its tail" for voice and percussion (1974). The idea of musical compositions without a precise beginning nor end, pieces which could go on for ever, pieces where you can enter and leave following your individual pace always fascinated me. Pieces with circular time structures somehow anticipated the idea of my later sound installations. The experience of the video concerts was a step towards leaving the stage as a performer and to create sound ambients without time limits. "Tempo Liquido" in performance was much longer than on the recording, but we were limited to the duration of an LP and the splitting into two parts. Thus we had to shorten the piece and divide it in the middle. I still regret this, because the slow and continuous development of the whole musical process had to alterated in order to fit on the record.The visual elements of the performance consisted in a projection of various images of circles out of different cultures and eras. These slides were projected without a precise order on two large sceens above the performers. There were also the continuous projections of two super 8 films, showing a toy ship swimming around in a small plastic water pool, which we had filmed ourselves.Plessi and I were sitting together behind a table with a quite sophisticated double set-up of glass panes situated vertically in a small water basin. The video cameras were directed towards the glass and transmitted the images of a continous stream of water flowing down over the outer surface of the glass. In order to realize this we explored all the aquatic shops of Milan and became quite experts about water pumps, aquarium sizes, filter systems etc. The images on the monitors gave the feeling of an ever running waterfall and it was amazing to compare it to the "real" construction made of everyday items - a contrast we had already focused on in our first video performance. At the beginning and the end of the piece there was also the image of a large clock, which we approached from the other side of the glass until the "time" was recognizable behind the water and then slowly disappeared again. All the sounds had a connection with the circle . The performance started with a four-channel ambient sound which continued throughout the whole performance. I had no sampling possibilities at that time. All the instruments were recorded solo in my studio on a Revox machine. The recordings - one channel for each instrument - were repeated several times in order to create a kind of "mega-loop" and the final result was transferred to a four-channel-tape for the performance. The superimposition of the sequences of different durations generated layers of sound with continous minimal variations: a music which could go on forever. All the instruments had a circular shape: the sho was brought from Japan by a friend, the steel-drum came from New York (we had used it already in "Two & Two") and the childrens carillon was found on a street market in Italy. The glass was the basis for the image of the running water but as well an acoustic instrument.The glass sheets were amplified by contact microphones fixed directly onto the glass and connected to the four speaker system. It was brought to resonance with metal thimbles (objects which originally I had used for a flute piece called "Emergency Solos" in 1973) placed on the index finger of the right hand. Thus I (and Plessi) traced segments of circular forms on the glass, repeating them again and again with many variations from a quarter of a circle to a complete round. Every movement of the metal on the rough surface corresponds to a direct sound. Its duration, colour and loudness depended on the velocity, pressure and form of our gestures. In a way it was like painting acoustic signals. The continuous circular movement on the glass in the middle of the performance created a loud, harsh and almost frightening sound which was in contrast to the image of the small and almost fragile object which created it. The scores show the various possibilities of tracing circles on a rough surface, thus making it audible. The four sheets show the basic idea of creating a great variety of combinations and variations using at the same time a limited reservoir of material. This is on one hand typical for the minimal music of the seventies but as well I have always liked to use reduced materials and explore it to its limits. So I used for example sound materials as the original sounds of a glass harmonica or a series of tuning forks. These scores from 1978 have never been shown and it was a surprise to rediscover them and find a lot of similarities to my actual work. Christina KubischChristina Kubisch was born in Bremen in 1948. She studied music, painting and electronics. Performances and concerts until 1980, subsequently sound installations, sound sculptures and work with ultraviolet light. Numerous grants and awards, such as Award of the German Industrial Association (BDI), composition grant of the city of Berlin, Carl Djerassi Honorary Fellowship, IASPIS Stockholm.Since 1974 solo exhibitions in Europe, USA, Australia, Japan and South America. Participation in international festivals and group exhibitions such as : Pro Musica Nova, Bremen 1976 /1980, Für Augen und Ohren, Berlin 1980, Biennale of Venice, 1980 / 1982, Gaudeamus Music Festival 1984, documenta 8, Kassel 1987, Ars Electronica, Linz 1987, Steirischer Herbst, Graz 1987, Biennale of Sydney 1990, Donaueschinger Musiktage, 1993 /1997, Prison Sentences, Philadelphia 1995, Sonambiente, Berlin 1996, in medias res, Istanbul 1997, festival d'art sonor, Barcelona 1999, Sonic Boom, London 2000, Visual Sound, Pittsburgh 2001, Singuhr-Hörgalerie, berlin 2002.Christina Kubisch is a professor of sculpture and audio/visual arts at the Academy of Fine Arts, Saarbrücken, since 1994 and a member of the Akademie der Künste Berlin since 1987.She lives in Berlin. She belongs to the first generation of sound artists. Trained as a composer, she has artistically developed such techniques as the magnetic induction to realize her sound installations. Since 1986 the artist has added light as an artistic element to her work with sound. Christina Kubisch's work displays an artistic development which is often described as the "synthesis of arts" - the discovery of acoustic space and the dimension of time in the visual arts on the one hand, and a new relationship between material and form in music on the other.

venerdì 18 maggio 2012

Replacements – Hootenanny (1983)/Pleased to meet me (1987)

L'incredibile ondata di ribellismo punk che investì la nazione americana nei primi anni Ottanta, e che abbiamo recentemente investigato in nove post, regalò centinaia di brani memorabili e, soprattutto, personaggi e gruppi che, in virtù del talento superiore, esorbitarono dallo specifico ambito hardcore: Fugazi, Hüsker Dü, Minutemen, Henry Rollins, e, giù per li rametti, Beastie Boys e Moby. 
Fra questi anche i Replacements di Minneapolis, proletari e giovanissimi (Paul Westerberg e Bob Stinson avevano, allora, vent'anni, Chris Mars diciotto, Tommy Stinson quindici*); nati nel brodo contestatario, diversificarono quasi da subito la loro proposta musicale, riuscendo, in pochissimi anni, a distillare Hootenanny, già una svolta rispetto alla media hardcore del periodo: rock 'n' roll energici (Take me down to the hospital, Mr. Whirly con iniziale presa dei fondelli di Strawbeery fields forever), echi dei Cinquanta (Buck Hill), bluesacci (Hootenanny, Treatment bound), esaltazioni delle proprie origini (You lose), moderne ballate (Within your reach) sono le eclettiche e brillanti sfaccettature di un talento già dispiegato.
Con Pleased to meet me le acque sembrerebbero calmarsi: l'ottima I don't know e Can't hardly wait esibiscono persino dei fiati! Falsa impressione: si comincia con un altro piccolo capolavoro, ruvido e trascinante (I.O.U.), si sconfina nel pop d'alto livello (Alex Chilton, The ledge), poi nei ritmi sgocciolanti di Nightclub jitters, si evocano i bei tempi con Red red wine e Shooting dirty pool, ci si rilassa con la ballata acustica Skyway. Difficile trovare un punto morto nel disco: Pleased to meet me è semplicemente un altro White album approntato da Westerberg, uno dei cantautori più geniali, tirannici e sottovalutati di sempre.
Il dittico in questione, abbinato alla coppia classica Tim/Let it be, l'esordio Sorry Ma e Stink (che annovera Go, "il primo pezzo grunge della storia"**), forma uno dei vertici rock degli anni Ottanta; canzoni che, come accade solo alle stoffe ed ai metalli nobili, col tempo e l'ascolto assiduo rilucono con maggior splendore.

* Paul Westerberg, voce, chitarra; Bob Stinson, chitarra, sostituito da Bob Dunlop in Please to meet me; Tommy Stinson, basso; Chris Mars, batteria.
** Vedi la recensione di Webbaticy: "[Go] è il primo pezzo grunge della storia, forte di un atmosfera fatale e plumbea: strofa disarmante, chorus esplosivo, bridge scandito dalle urla belluine, intriso di disperazione e sporchissimo melodismo".

domenica 8 aprile 2012

Swans – Discografia completa 2/3: Holy money (1986)/Children of God (1987)/The burning world (1989)/White light from the mouth of infinity (1991)


L'ingresso di Jane Jarboe, come abbiamo visto, aveva contribuito a trasmutare l'algido nichilismo postmoderno degli Swans in una visione sempre disperata, ma dagli accenti rituali e gotici; e tuttavia il sostrato di Holy money, ad onta di tale cambiamento, rimane, come nel precedente Greed, una sconsolata visione dell'umanità, assolutamente infernale. Nonostante i delicati inteventi della Jarboe (You need me), è il registro profetico di Michael Gira, scandito da percussioni liturgiche, a declamare la desolazione e la fine dei tempi. Follia, claustrofobia, morte in vita, sono lo sfondo da cui germinano queste processioni sonore antimelodiche e nichiliste (A hanging, Another you, Coward).
La svolta, preannunciata in Greed trova, quindi, piena espressione solo in Children of God*: se l'iniziale New mind è una nuova preghiera declamata tra i miasmi degli incensi, la seconda traccia, In my garden, sussurrata dalla sua compagna, è una dolce nenia che assurge a vero contraltare del primo pezzo. Il registro dell'opera si struttura così tra questi due poli che s'alternano sottolineandosi vicendevolmente con maggior forza che se fossero isolati: tale dialettica si rende metafora anche d'un flusso di coscienza disperato e stoico; la via di fuga preclusa dal tono plumbeo di Gira si stempera in soprassalti di speranza, pur vana, di cui il canto di Jarboe, in prima o seconda battuta, è portatrice; A Blood and honey risponde Like a drug, a Blackmail e alla bellissima Children of God la caratteristica Sex, God, sex; altrove le carte sono rimescolate: è il caso di Our love lies,  You're not real girl e Real love in cui Gira, svestiti i panni del millenarista, si abbandona ad una languidezza da ballata notturna.
La metamorfosi trova nuova linfa nel successivo The burning world, dove al nucleo storico, (pur privo della vecchia sezione ritmica), s'aggiungono strumentisti di vaglia**: il suono è più accessibile, richiama e presagisce Dead Can Dance o Eden; la tenebra è ormai decantata a favore di un folk disteso e purgatoriale, con screziature medioevali ed orientali. La redenzione (Saved), tuttavia, non cede di fronte alle lusinghe del mainstream più sfacciato; ed i bersagli son sempre quelli, la disfatta  d'ogni residuo morale ed umano. White light from the mouth of infinity prosegue con ancor più convinzione su questa via; il monolinguismo delle origini, le visioni da De contemptu mundi, vengono sublimate in ballate in cui  l'iniziato Gira, sopravvissuto ai riti purificatori, declina la nuova sapienza con toni elegiaci e dolorosi (Failure, Why are we alive), ma aperti, proprio in virtù di tale nuova consapevolezza, alla chiarità dell'esistenza (Song for the sun, We will survive).
White light, opera interamente di Gira, suggella una netta trasformazione musicale, e sottintende un parallelo cammino spirituale, sinceramente sofferto.

* Michael Gira (chitarra, tastiere); Norman Westberg (chitarra); Jane Jarboe (tastiere); Algis Kizys (basso); Theodore Parsons (batteria).
** Nicky Skopelitis (chitarra); Garo Yellin (violoncello); Bill Laswell (basso); Ravi Shankar (sitar). In seguito s'aggiungeranno Anton Fier (batteria), Jenny Wade (basso) e Vincent Signorelli (batteria).


domenica 18 marzo 2012

My Bloody Valentine - EP 1985-1987/EP 1988-1991

Formatisi a Dublino nella prima metà degli anni Ottanta, My Bloody Valentine sono unanimente noti per la coppia Isn't anything e Loveless, registrati alla fine della decade.
Il loro suono, uno dei più caratteristici ed innovativi, è sostanziato, in tale fase più matura, da cascate di feedback chitarristici, distorsioni, e, pur secondariamente, da interventi elettronici: il risultato è un mantra celestiale e mesmerico, a tratti più apparentato alla nuova psichedelica che agli spigoli rock (e, in questo ultimo ambito, più ai Cocteau Twins che ai Jesus and Mary Chain).
I due album citati sono largamente diffusi in rete; non è così per gli EP: ho cercato, per quanto possibile, di ricostruire cronologicamente il progressivo formalizzarsi dello stile dei My Bloody Valentine (in parallelo coi cambi di formazione): dagli inizi, debitori della nuova corrente dark-wave (con influenza dei Cramps), sino alla svolta del 1987-1988, con l'ingresso in formazione della chitarrista Bilinda Butcher e la registrazione di You made me realise e Feed me with your kiss. 

1985 - This is your bloody valentine (David Conway, voce; Kevin Shields, chitarra, Colm O'Ciosoig, batteria; Debbie Googe, basso; Tina, organo)

01 - Forever and again
02 - Homelovin' guy
03 - Don't cramp my style
04 - Tiger in my tank
05 - The love gang
06 - Inferno
07 - The last supper

1985 - Geek!

01 - No place to go
02 - Moonlight
03 - Love machine
04 - Sandman never sleeps

1986 - The new record by My Bloody Valentine

01 - Lovelee sweet Darlene
02 - By the danger in your eyes
03 - Another rainy Saturday
04 - We're so beautiful

1987 – Sunny Sundae smile

01 - Sunny Sundae smile
02 - Sylvie's head
03 - Paint a rainbow
04 - Kiss the eclipse

1987 - Strawberry wine (Bilinda Butcher, chitarra; Kevin Shields, chitarra; Deborah Googe, basso; Colm O'Ciosoig, batteria)

01 - Strawberry wine
02 - Never say goodbye
03 - Can I touch you

1987 – Ecstasy

01 - She loves you no less
02 - The things I miss
03 - I don't need you
04 - (You're) Safe in your sleep (by this girl)
05 - Clair
06 - You're got nothing
07 - (Please) Lose yourself in me

1988 – Feed me with your kiss

01 - Feed me with your kiss
02 - I believe
03 - Emptiness inside
04 - I need no trust

1988 – You made me realise

01 - You made me realise
02 - Slow
03 - Thorn
04 - Cigarette in your bed
05 - Drive it all over me

1990 – Glider

01 - Soon
02 - Glider
03 - Don't ask why
04 - Off your face

1991 – Tremolo

01 - To here knows when
02 - Swallow
03 - Honey power 
04 - Moon song


 

giovedì 12 gennaio 2012

Fetchin Bones - Discografia 1985-1989


Originari della North Carolina i Fetchin’ Bones miscelano con felicità vari generi, dal folk country al rock garage. Tale virtù ne decretò il passaggio folgorante, ma inavvertito, nella seconda metà degli anni Ottanta e, anche oggi, epoca di improbabili ripescaggi, continuano a circolare pochissimo, almeno in Europa.
Probabilmente tale disattenzione risiede nella mancanza di vere hits; il gruppo è incapace di coagulare il suono trascinante e concitato in alcuni pezzi facilmente individuabili, gli unici che l’industria dominante (e quindi, spiace dirlo, il pubblico) possa sanzionare con la piena riconoscibilità (e i pieni riconoscimenti in termini pubblicitari e di venduto).
E’ un peccato perché questo loro primo album abbonda di canzoni memorabili: le chitarre di Gary White e Aaron Plotkin s’accendono nervose (Briefcase, Kitchen of life) o indulgono alla ballata (Spinning o la bellissima Too much con inserti preziosi della violinista Danna Pentes) sempre assecondati dalle grandi interpretazioni di Hope Nicholls, nevrotiche e scatenate, eppure sempre in controllo; la sua voce ricorda (ascoltare A fable) indubbiamente la migliore Patti Smith, ma sono sicuro che la grande vecchia, onusta di gloria, non vorrebbe mai che la terribile Nicholls aprisse le sue esibizioni: qualcuno potrebbe fare confronti.
In ultima analisi Cabin flounder, assieme ai due successivi Bad pumpkin e Galaxy 500, ci appare simile a certi romanzi di cui abbiamo scorso con piacere alcune pagine, ma che solo retrospettivamente, si lasciano cogliere nella loro interezza ed eccellenza. Il livello dell'esordio, peraltro, rimane intatto ad onta delle dolorose defezioni, in special modo del chitarrista Gary White.
Il loro ultimo episodio conferma una lenta trasmutazione in un sentire meno immediato e spontaneo e più 'urbano'; anzi, proprio in Monster la purezza irsuta dei primi lavori si derubrica ad un compatto incedere quasi hard rock in vista, forse, di insinuarsi nel montante fenomeno grunge. Si tratta di pecche minori, tuttavia, che non scalfiscono l'assoluta freschezza della loro produzione.


martedì 29 novembre 2011

Peter Frohmader - Homunculus (1987-1988)


Peter Frohmader, tedesco di Monaco, ci consegna con Homunculus, strutturato in quattro sinfonie permeate di elettronica, uno dei vertici della propria produzione.
Già dal titolo affiorano i toni gotici e perturbanti propri del compositore germanico: l’homunculus, essere asessuato ed umanoide, dalle parvenze di feto e dotato di poteri sovrannaturali, è una creazione alchemica. Lo stesso Paracelso (1493-1541), in una sua opera, ne descrive il processo di realizzazione; lui stesso fu ritenuto il fattore d’una di queste entità ch’egli custodiva in un’ampolla nutrendola di sangue umano (Frohmader è anche pittore, seguace dello svizzero H.R. Giger, disegnatore di Alien, e dei rinascimentali tedeschi come Bosch e Grünewald).
Q
uesto richiamo ad un sapere premoderno è l’unico tratto in comune con la produzione dei Lightwave: mentre i francesi dipanano lentamente le proprie atmosfere avvolgenti, la musica di Frohmader, infatti, continuamente cangiante, vive di incessanti trasformazioni generate dai vari strumenti, dai cori e dall’uso dei droni; in 1 (22’44’’), ad esempio, gli interventi del piano e del flauto, l’inquietudine delle tastiere, il breve irrompere delle percussioni, si succedono senza soluzione di continuità garantendo, paradossalmente, nonostante l’assenza di qualsivoglia indugio meditativo, una convincente unità emozionale all’insieme.

A
nche in 2 (22’14’’) l’iniziale aria di soprano viene ben presto prevaricata dalla minacciosità delle tastiere ed infine dileguata dall’attacco deciso della batteria che cede il posto, a metà del brano, nuovamente ai tappeti elettronici, con motivi insistiti e ripetuti, sottolineati dagli archi; il sottofondo finale è incupito da brandelli di motivi di pianoforte, echi arcani, sgocciolii tastieristici.

3
(24’03’’) vive delle medesime trasmutazioni: l’iniziale accenno di melodia, pesantemente scandita, genera un breve intervento di chitarra che annega gradatamente nel clangore dei droni elettronici su cui, inopinatamente, a due terzi del brano, galleggiano i gargarismi d’un sassofono. 4 (24’00’’) dà prova, ancora una volta, del virtuosismo di Frohmader: come le schiere degli storni, formate da centinaia di animali, si infittiscono per creare affascinanti geometrie aeree, per poi disperdersi improvvisamente solo allo scopo di riorganizzare nuove figure, così la musica del compositore di Monaco vive della propria interna mercurialità.

È impossibile riuscire a rendere con la parola scritta la complessità di queste orchestrazioni, notturni inquietanti e rapsodici.

lunedì 10 ottobre 2011

Tragic Mulatto - The suspect-No juice (1983)/Judo for the blind (1984)/Locos por el sexo (1987)/Hot man pussy (1989)/Chartreuse Toulouse (1990)


I Tragic Mulatto*, da San Francisco, vantano, a tutt’oggi, la discografia più compattamente eccentrica del rock d’avanguardia mondiale (quattro opere tutte di alto livello).
La loro prima testimonianza musicale (preceduta da un 7’’ rivelatore), l’incredibile EP Judo for the blind, è già un evento: sedici minuti di allucinato cabaret per sezione ritmica e fiati che anche il Cristo della copertina, assiso sulla coppa del cesso, pare subire con assorta rassegnazione (mentre una [santa?] figura femminile irrora la propria vulva in una vasca); otto composizioni di circa due minuti l’una, in cui un ossessivo tam tam e i singulti del basso sostengono il sassofono e la tromba che se ne vanno a spasso sbarazzini mentre Shanksley declama le più empie provocazioni. Tac squad (“I believe in God, family and McDonalds”), le gemelle Not my barn dance e Not in my movie (orge con fiati impazziti, strilli di maiale e abbaiamenti in cui si richiama lo Zappa più discorsivo e goliarda) e la scorrevole Stop my hand si imprimono subito nella memoria anche se il disco vola via in un baleno. Il Siciliano di California e Beefheart sono paragoni inevitabili, ma i Nostri fanno storia a parte.
Tale stuzzicante anteprima prepara il pasto appena più sostanzioso di Locos por el sexo, ancora otto brani per poco più di mezzora. I Mulatto, ridotti a quattro elementi, abbandonano il free-jazz dell’esordio, le cadenze si fanno più pesanti (compare la chitarra) e si aggiunge la voce di ‘Flatula’ Lee Roth (probabilmente già al sassofono nel precedente disco), urlatrice coprolalica di prim’ordine. Si comincia con Freddy, sbracato rock-blues in cui la cantilena dissacrante di Roth sul galateo spermatico viene contrappuntata dai latrati di Shanksley che innervano anche l’eccezionale Sexy money: qui la voce del Reverendo, il consueto bulldozer ritmico e una chitarra sporchissima formano il blocco sonoro che, davvero inopinatamente, viene interrotto dagli assoli di tuba di Flatula. Quest’ultima, peraltro, diviene progressivamente padrona del disco grazie alle interpretazioni sfrenate, che oscillano fra sguaiataggine e isterismo, ed alle geniali inserzioni di sassofono in Potato wine, Underwear maintenance e nel capolavoro Twerpenstein.
I
l successivo Hot man pussy (in copertina si sbeffeggia l’Adamo di Lucas Cranach!) perde molto della sua ribalderia circense limitando le scorrerie dei fiati allo straniamento di pezzi quasi canonici (Fist of the fleet, Hardcore bigot scum get stubbed con assolo di tuba di Flatula, ribattezzatasi Fistula, The hat, Mr. Cheese), ma, in compenso, propina i consueti atti terroristici stavolta guidati dalle distorsioni della chitarra: da She’s a ho (con iniziale omaggio ai Bee Gees seppelliti dallo scarico dello sciacquone) a I say, dall’eccezionale My name is not O’Neill con uno Shanksley davvero beefheartiano sino ad una Whole lotta love degna del Vecchio Dirigibile.
C
hartreuse Toulouse
mantiene le caratteristiche del precedente disco sciorinando altre dieci composizioni distorte, confezionate da un gruppo ormai maturo e saldamente guidato dalla tuba e dalla voce sopra le righe di Flatula (nuovo cambio di nome): Stinking corpse Lily, Rhythm of Barcelona, Bathroom at Amelia’s, Scabs on Lori’s arm, Rise up get down sono i nuovi inni degli scalmanati californiani.
E
sibizionisti, viscerali, scatofili, i Tragic Mulatto vantano come degni compari i coevi, e ben più considerati, Butthole Surfers; le prime due opere, davvero notevolissime, stemperarono poi in un hardcore più professionale, ma indenne da qualsiasi compromesso. Sconosciuti ai più, introvabili per lungo tempo anche in Rete, possono essere ormai annoverati tra i maggiori degli anni Ottanta.


* Il “mulatto tragico” è una figura topica della letteratura americana, introdotta da una novella di Lydia Maria Child, The Quadroons (1842): la disperazione dell’uomo nato da genitori bianchi e neri rifiutato da entrambe le razze o inadatto alla vita entro una sola d’esse.
** Difficile definire le formazioni, mutevoli, nei sei anni di vita di un gruppo che, oltretutto, si diverte a stilare in modo volutamente erroneo le track-list: il quintetto di Judo for the blind vede Fluffy (basso), Blossom (batteria), Flossy (voce), Sweetums (tromba) e A Piece of Eczema (sassofono), nomignoli sotto cui si nascondono almeno due dei successivi componenti; il quartetto di Locos por el sexo vanta Flatula Lee Roth (voce, tuba, sassofono); Jazzbo Smith (batteria); Richard Skidmark (chitarra); Reverend Elvister Allistair Shankley (voce, basso); il settetto di Hot man pussy vede le new entries Bambi Nonymous (batteria), Humpty Doody (batteria), Jack-Buh (chitarra); il finale Chartreuse Toulouse consiste in un quintetto, forse il nocciolo duro di Locos più il chitarrista Jehu.