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giovedì 24 dicembre 2015

Beyond the (Italian) boundaries - Post rock vol. 13 (Mario Bertoncini/Mario Nascimbene/Walter Branchi & Mauro Bortolotti)

Mario Bertoncini
Indice generale/General index

Auguro a chiunque segua il blog un Natale e un 2016 sereni

Mario Bertoncini - Arpe eolie (2007; recordings 1973-1974). Co-fondatore di Nuova Consonanza (1959; era l’associazione nata per promuovere l’avanguardia italiana), assieme a Macchi, Evangelisti, Bortolotti; fra gli altri. Arpe eolie è un capolavoro (in cui è sfruttata, appunto, l’arpa eolia, le cui vibrazioni sono originate dal vento) di cui Bertoncini è esecutore e artefice assoluto. Echi remotissimi e avvolgenti, e sempre minacciati dalla casualità, come una fiamma mossa dalle correnti più capricciose, tengono in scacco estatico l’ascoltatore. Inevitabile.

Mario Nascimbene - Atti degli Apostoli (2004; recordings 1969). Mario Nascimbene fu autore di numerose colonne sonore, ancora da valutare. Al sottoscritto egli è caro soprattutto per la collaborazione con Roberto Rossellini; con il Rossellini televisivo, magnifico e tardo, in cui la ricostruzione storica accurata, l’ansia divulgativa e la calda empatia delle immagini vanno di pari passo. Di tale collaborazione è rintracciabile, per ora, solo la presente testimonianza ove si ritrovano parte dei dialoghi dello sceneggiato, a detrimento della musica vera e propria. Ma non è un ostacolo all’apprezzamento, anzi: il delicato tema iniziale, sottolineato in modo indimenticabile dal flauto di Severino Gazzelloni, si costituisce subito quale sfondo sonoro e morale del disco (ricco di eccellenti spunti etnici), e va a fondersi perfettamente al testo; in tal modo Nascimbene rende alla perfezione la Stimmung del quinto Vangelo: qui lo smarrimento per la morte del Cristo e la mestizia convivono con un fervore spirituale incrollabile e la viva speranza per un mondo ulteriore che renda giustizia all’iniquità di questo. Da sentire il disco, da vedere lo sceneggiato; bruti astenersi.

Mauro Bortolotti/Walter Branchi - Paesaggi intravisti (1987). Walter Branchi è una delle colonne del Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza; Bortolotti fu allievo di Pietro Grossi, pioniere dell’elettronica italiana, co-fondatore di Nuova Consonanza (l’associazione, non il gruppo) e scheggia ideologica dei Corsi Estivi di Darmstadt (Internationale Ferienkurse für Neue Musik, Darmstadt), untori primi della scena sperimentale europea. Paesaggi intravisti consta di due lunghe tracce: inserti dialogati, concretismi, ambient, elettronica convivono in un flusso sonoro accattivante, felicissimo. Lo consiglio, ovviamente. In più, sotto i video dei primi due dischi (su youtube non esistono video dei Paesaggi), aggiungo un imperdibile documentario tedesco (di Theo Gallehr) sul Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza.

Per il download: basta cliccare sul titolo, spuntare la casella e cliccare nuovamente, stavolta sul simbolo universale del download (下載 in cinese) e il tutto si avvierà automaticamente.

domenica 30 agosto 2015

Beyond the (Italian) boundaries. Post rock vol. 12 (Riz Ortolani/Maurizio Bianchi/Fabio Fabor & Giancarlo Barigozzi) plus Fabio Fabor e Topolino

Luca Barbareschi in Cannibal holocaust

Riz Ortolani - Cannibal holocaust (1994; recordings 1980). Colonna sonora dell’opera omonima di Ruggero Deodato, Cannibal non è, a primo orecchio, ‘avanguardia’: lo diviene se debitamente incatenata alle scene del film, una raggelante catabasi nell’animo dell’umanità. È solo dopo la visione, infatti, che l’apparentemente innocua main title (e il capolavoro Adulteress’ punishment, d’eccezionale intensità lirica e drammatica) vi si appiccicheranno addosso trasformandosi in simboli sonori dell’orrore. Ruggero Deodato è, pur non artisticamente, oltre Herzog e Conrad: nega ogni afflato poetico e pietismo da colonizzatore compassionevole vietando, al contempo, facili e immediate chiavi interpretative. La struttura del film è lineare quanto geniale: nella prima parte il professor Monroe, assistito da due guide, parte alla ricerca di quattro reporter perduti nella giungla amazzonica; risalendo, come si risale un rivo d’acqua maligna alle sue fonti, sino alla verità (gli esploratori sono stati assassinati dagli indigeni) Monroe si imbatte nei segni di violenze indicibili: unico oggetto sopravvissuto alla strage e alla distruzione è la cinepresa d’uno dei reporter, che custodisce, come un vaso di Pandora, la testimonianza sugli eventi accaduti. La seconda parte è occupata proprio dalle sequenze girate dai quattro, che svelano, a spettatori sempre più attoniti (fra i quali siamo noi, spettatori degli spettatori), il folle carico di violenza innescato dai bianchi into the wild: stupri, incendi, assassini, umiliazioni. Deodato, tuttavia, racconta pure l’altra metà della messa: i cosiddetti selvaggi non sono, infatti, portatori d’un (inesistente) stato edenico: anch’essi (che pure sono stati duramente provocati) partecipano alla violenza (che è violenza umana, congenita) e sono ripresi, perciò, proprio come i bianchi, quali attori di evirazioni, impalamenti, eviscerazioni, decapitazioni (anche nei riguardi di tribù rivali); la differenza colla violenza bianca è puramente antropologica: il manto cultuale e sociale che la avvolge è diverso sol perché frutto d’una diversa evoluzione, dettata esclusivamente dalle condizioni spietate della sopravvivenza (che l’hanno, quindi, formata in tal modo peculiare); certo, sembra suggerire Deodato, essi ci sono forse superiori poiché ‘amorali’, e fuori d’ogni ipocrisia, non essendo riusciti a sublimare adeguatamente il male entro artificiose codificazioni etiche e religiose (quelle che il Conrad di Cuore di tenebra appellava ‘tricks and beliefs’). Solo da tale punto di vista, quindi, i cannibali paiono distanziarci per bontà e naïveté: alla faccia di Rousseau!
Ovvio che tale film, disturbante al di là dell’oggettiva crudeltà della messa in scena, non sia mai stato trasmesso integralmente in televisione (ormai il medium degli idioti).
A voi rimediare.

Maurizio Bianchi - Symphony for a genocide (1981). Devo ammettere che la maggior parte dei titoli del leggendario Maurizio Bianchi mi ha lasciato indifferente (forse anche a causa della qualità delle registrazioni): una serie di borborigmi indistinguibili. Fra le eccezioni troviamo, però, alcune perle; Symphony for a genocide è una di queste: MB ci cala direttamente nelle fucine dell’inferno: loop rumoristici al limite della sostenibilità auditiva, interferenze, risucchi elettronici, concretismi, sardonici girotondi sonori. Da saggiare con cautela.

Fabio Fabor & Giancarlo Barigozzi - Synthetronics (1976). Sedici brevi tracce (notevolissime) che Fabio Fabor (FAbio BORgazzi) licenziò assieme al sassofonista Barigozzi: impossibile capire di chi sia la paternità dei singoli brani, ma pare indubbio l’influsso preponderante del primo. Il disco  è riccamente variegato: si va dalla siderale Flying stars’ ai cupi accenti di Occult sciences e Devil’s foundry sino alle felice intersezioni fra l’avanguardia e il sax di Barigozzi (Erosion, Aberrations) alla free psichedelia di LSD trip. Da ascoltare, ovviamente.
Colgo l’occasione per segnalare che l’ottimo Fabor (almeno dal 1967 al 1970) tenne una rubrica musicale settimanale su Topolino. Lo ignoravo. Evidentemente quando leggevo Topolino non conoscevo Fabor e quando conobbi Fabor non leggevo più Topolino. La rubrica spazia dal jazz alla musica classica al rock sino al pop italico (e allo Zecchino d’Oro), con tono piano e divulgativo; a pensare che milioni di mocciosi italiani appena alfabetizzati potessero leggere di Caterina Caselli, Sinatra, Cino Tortorella quanto di Mozart, Jefferson Airplane e Louis Armstrong mi viene un groppo in gola. Quanta bella Italia abbiamo buttato via?
Due esempi della rubrichetta li vedete sotto; sono compresi, comunque, nel download.


Ed ecco due puntate de "Il Vostro Corrierino della Musica" (poi "Il Vostro Corrierino Musicale"), la rubrica che Fabio Fabor teneva settimanalmente su Topolino (cliccare per allargare):



Topolino nr. 621, 22 ottobre 1967 (Jefferson Airplane)



Toponimo nr. 719, 7 settembre 1969 (Joan Baez)

sabato 21 marzo 2015

Mutant Sounds reborn - The Italian posts of Mutant Sounds vol. 17 (N/Roberto Donnini/Oronzo De Filippi)



N - Hospital murders (2004). N. is the sick death industrial/noise project of one called Davide Tozzoli. No much infos on him, except that he is Italian. Musically he owes much to early MB sound, combined with Atrax Morgue noisy sick soundtracks. This release differs from all his others and it's possibly his best (well for me at least). No noise here. Just ambient soundscapes created by analog sources, creepy voices creating really morbid atmosphere of psychosis, disease and death. It could be perfect soundtrack for a giallo movie about a sick serial killer addicted to sexual murders in hospitals. The tape comes in vinyl box with two nice inserts and it's limited to 100 copies. The tape itself is white with "blood" splashes and Skeletone sticker on A side. Perfect deluxe packaging from Skeletone label! Highly recommended release!

Roberto Donnini - Tunedless (1980). Architect, visual artist and musician, Roberto Donnini has realized some great avantgarde LPs back in the 80s and 90s, pure droning soundscapes with a complex blending of a rich instrumentations played by an enviable cast of guest musicians (including Albert Mayr, Giancarlo Cardini, Donella Del Monaco, Giancarlo Schiaffini, Andrea Centazzo, Lino Capra Vaccina). This LP was released through Lynx label in 1980, as Galerie Schema edition, of course limited (I heard about 100 copies only). Tunedless is contemporary music for synthesiser and electric and acoustic instruments, composed by Roberto Donnini and performed by Roberto Donnini, Stefano Fiuzzi, Jaqueline Darby, Roberto Buoni, Aldo de Bono, Mino Vismara, Albert Mayr. It can be performed by any kind and number of instruments or voices. Only one instruments must play ad libitum the series with the last three or four notes (right) at random, but returning always to a flat. All other instruments and voices can be well tuned or fluctuate within a very small interval above and below the notes frequency of the instrument playng ad libitum: they can't play more then five notes of the series for each performance.

Oronzo De Filippi - Meccanizzazione (1969?). This fabulous Morricone-esque library rarity (issued on the Leo label) is plainly the template for the turn Stereolab would take circa Dots And Loops, its atmosphere of pointillistic op-art modernist cool enacted via percolating cadences, dancing patterned harpsichord hits, stray dissonances, elegantly odd organ elaborations and jaunty period orchestrations.

sabato 5 aprile 2014

Dream Syndicate - The complete live at Raji's (2004)


Gli ultimi fuochi? Le ultime scariche di fucileria? Con i nuovi regolamenti in vigore dal 31 marzo la vedo male. Poiché è bene essere previdenti estendo da subito il mio testamento:

"Molto bello, è stato molto bello amici miei. Tutto iniziato quasi per scherzo (su suggerimento di Webbaticy, in verità), poi, lentamente, ho cominciato a prendere la cosa con sempre più leggerezza: nel mio vocabolario ciò significa che la prendevo molto seriamente. Ho assestato i colpi, cercando di rendermi complementare alle proposte degli altri blogger canaglioni e di ricercare musica insolita e nascosta (anzi: trascurata) nei grandi filoni del rock: punk inglese e hardcore americano, progressive italiano, NWW list, Julian Cope list, la prima psichedelia, zeuhl, musica tradizionale, gruppi britannici alternativi dei Settanta, avanguardia colta. Lo scopo era semplice e l'ho ribadito più volte: di un fenomeno sonoro occorre scandagliare TUTTI i volti e le facce: solo in tal modo è possibile superare le trite canonizzazioni delle storie rock che ci hanno tramandato e riscrivere (sì, riscrivere) le gerarchie di valore.
Altrimenti si fa come a scuola: l'Ottocento? Foscolo, Manzoni, Leopardi. Il Novecento? Ungaretti, Quasimodo, Montale. Zoff, Gentile, Cabrini ... no, non è così. Gioachino Belli si mangia a colazione Ugo, Alessandro e Giacomo e non lo dico da romano: basta leggerlo Gioachino ... 
Il mio scopo, insomma, era divulgare, grazie ai mezzi infiniti che la Rete (suo malgrado, verrebbe da dire) ci fornisce, l'intero spettro cromatico di una corrente, di un'epoca, di un settore sonoro.
Spero che, almeno in parte, sia riuscito nell'intento.
Spero, inoltre, di completare ciò che ho da dirvi.
Spero, infine, d'aver sovvertito alcune certezze: che qualcuno di voi smetta di collegare subliminalmente (ed esclusivamente) il punk inglese ai Sex Pistols e il progressive italiano alla PFM per gustare, senza pregiudizi, New Hearts e Albergo Intergalattico Spaziale.
In attesa dello svolgersi del futuro, quantomai precario, vi saluto

Vlad Tepes" 

Sui Dream Syndicate (nel 1989: Steve Wynn, voce, chitarra; Paul B. Cutler, voce, chitarra; Mark Walton, voce, basso; Dennis Duck, batteria; avevano già perso per strada Karl Precoda e Kendra Smith alla chitarra e al basso) c'è poco da dire: dal vivo o dal morto sono eccezionali. 

domenica 16 marzo 2014

Nine Inch Nails - The downward spiral (1994; deluxe ed. 2004) 1^ parte/2^ parte


Questo è un ottimo album.
Gustato nell'edizione deluxe aggiunge, al piacere dell'ascolto, la piena soddisfazione dell'ansia da completezza.
Eraser è eccezionale, e così almeno la metà dei brani (The downward spiral, Hurt); l'elettronica straziata si piega a mostrare il dolore del mondo postmoderno, asettico e anempatico. Perfetto.
Solo mi chiedo: non sarà che tale classificazione critica, assurta a luogo comune, surclassi la nostra considerazione estetica?
Mi spiego meglio: non sarà che ogni volta che s'incontra industrial music di tal fatta, accelerata o rallentata psicopaticamente, improvvisamente urlata, irta di strappi, risonante di clangori, si sia istintivamente portati (sulla scorta del giudizio precedente) a parlare di prodotto rimarchevole? Pur in assenza di qualsivoglia qualità artistica.
Non sarà, insomma, che il concetto faccia premio sulla semplice bellezza delle tracce?
L'arte postmoderna, ad esempio, si regge su tale patto fra autore e fruitore. Prendiamo un caso preclare: la merda d'artista di Piero Manzoni. Manzoni defecò in novanta barattoli; li numerò; li espose; li vendette. Il patto era: in tal modo io significo la mercificazione dell'artista; oppure la creazione profonda dell'artista; oppure la provocazione insana; o la stupidità del compratore; o del critico; o la fine dell'arte in quanto tale.
Una ridda di interpretazioni si scatenarono: duchampiano, neodadaista et cetera. Ciò che era quello che era (merda in una scatoletta di alluminio), divenne, grazie alla mediazione concettuale, qualcosa d'altro: arte insomma, degna di considerazione estetica, gonfia di sottintesi metaforici, venerabile persino; e foriera di bei soldi, alla fin fine.
Nessuno a chiedersi: tale oggetto che si sottopone al mio giudizio è o non è bello?
E spesso anche noi ci cadiamo: allettati dall'aura maledettista di un disco, sedotti dalla sua qualità apocalittica, inebriati dalle folate millenariste ritmate da instancabili percussioni sataniche, finiamo per accettare prodotti francamente inascoltabili.
Non è il caso di Trent Reznor e compagnia, s'intende.

venerdì 3 maggio 2013

Nurse With Wound list vol. 28 (Mama Dada 1919/Michael Mantler/Albert Marcœur/Maschine No. 9/Mars/Matè-Vallencien/Costin Miereanu)

NWW list vol. 29. Mars


164. Mama Dada 1919 (Stati Uniti) - Slow slits (1979; incompleto)/Slits, quick (1979). Formazione più che misteriosa (e non è detto che siano americani). La prima registrazione, su nastro e qui presentata incompleta (due tracce), è quella contemplata dalla lista, musicalmente omogenea alla seconda, integrale. Sono circa venti minuti di brevi improvvisazioni, che spaziano dall’elettronica agli assoli per chitarra senza alcun centro di gravità, in ottemperanza, peraltro, alla vena anarchica sottesa al nome. Da ascoltare.

165. Michael Mantler (Austria) - The hapless child and other inscrutable stories (1976). Formazione d’irripetibile levatura: Wyatt alla voce (strepitoso; canta anche la consorte Alfreda Benge), la grande jazzista Carla Bley alle tastiere (allora moglie proprio di Michael Mantler), il norvegese Terje Rypdal (belli i suoi intarsi chitarristici), una sezione ritmica eccezionale, DeJohnette-Swallow, il Pink Floyd Nick Mason … I pezzi (adattamenti dalle opere di Edward Gorey, sospese fra surrealismo e sarcasmo macabro) inclinano verso il progressive di Canterbury più raffinato e nero. Un capolavoro misconosciuto che Wyatt marchia a fuoco con le sue interpretazioni, più narrate che cantate. Robert Wyatt, voce; Albert Caulder, voce; Alfreda Benge, voce; Nick Mason, voce; Terje Rypdal, chitarra; Steve Swallow, basso; Carla Bley, tastiere; Jack DeJohnette, batteria, percussioni.

166. Albert Marcœur (Francia) - Albert Marcœur (1974). Primo lavoro di uno dei maestri europei di un progressive d’avanguardia bacato da un gusto lunare, fitto di sberleffi, dadaismi, provocazioni, marcette vaudeville, ma sempre compositivamente controllato. Qualcuno ha invocato Zappa: per una volta lasciamo riposare il santone californiano; qui è in essere quella maniera apparentemente svagata d’intendere la musica che è propria dell’area continentale europea, Francia in testa. Da ascoltare subito. Maurice Tasserie, voce; Michel Roy, voce; Patrice Tison, chitarra, tastiere, basso, charango; Robert Lafont, trombone; Albert Marcœur, voce, flauto, clarinetto, sassofono; batteria, percussioni; Pascal Arroyo, percussioni; Christian Sarrel, Claude, François Breant, Gerard Marcœur, Jacques Denjean, Joel Jovignot, Pascal Arroyo, Pascal Lefebvre, Pierre Vermeire, cori.

167. Mars (Stati Uniti) - Mars EP (1980) contenuto in The complete studio recordings (2004). Che la sestina volgesse di bene in meglio si era capito da subito … I Mars furono, più di tutti, più di Lydia Lunch, dei Contorsions, di Arto Lindsay, i cantori di quella no wave newyorkese che celebrava l’apocalisse urbana con una colonna sonora da camera imbottita: rumorismo, suoni spastici, dissonanze d’ogni tipo, distruzione armonica totale. Durarono un solo EP (e una manciata di singoli) e fecero epoca. Un capolavoro, ovviamente. Il protagonista maligno de Il seme della follia di Carpenter è Sutter Cane: chissà se il regista ha tratto ispirazione dal nome del chitarrista pazzo dei Mars. Sumner Crane, voce, chitarra; China Burg, voce, chitarra; Mark Cunningham, voce, basso; Nancy Arlen, batteria. 

168. Maschine No.9 (Germania) - Headmovie (1974). Già recensito qui. 

169. Philippe Maté/Daniel Vallancien (Francia) - Maté/Vallancien (1972). Improvvisazioni fra il sassofono di Maté e le tessiture elettroniche di Daniel Vallancien. Risultati variegati; in Cambodge 70 o Campus lo strumento a fiato sembra una delle trombe di Gerico; altre volte si vira verso suggestioni world. Interessante. Philippe Maté, sassofono; Daniel Vallancien, elettronica.

170. Costin Miereanu (Francia) - Luna cinese (1975). Varin M. Broun, voce. Romeno di nascita e francese di adozione, Miereanu studiò con Stockhausen e Ligeti. Luna cinese (fa parte del catalogo Cramps) consta di due lunghe composizioni (20’51’’; 20’23’’): l’una è costruita secondo la tecnica del collage sonoro, giustapponendo, quindi, voci, registrazioni sul campo, effetti acustici; l’altra, che abolisce la vocalità, è una liquida e arcana sequenza elettroacustica. Eccellente.

lunedì 16 gennaio 2012

Colonel Claypool's Bucket of Bernie Brains - The big eyeball in the sky (2004)


Qual è esattamente la relazione fra tecnica, intesa come sapienza artigianale, ed arte? La risposta, grossolana, ma veritiera, è che, nella maggior parte dei casi, l'arte promana necessariamente da una tecnica ben tradita e solida, mentre quest'ultima, la sapienza artigiana, può ben stare in piedi da sola.  Tale regola, quasi aurea, ammette due eccezioni: a) l'arte senza tecnica; b) la tecnica fine a se stessa. a) In particolari momenti storici o quando, felicemente ed insperatamente alcune forti personalità entrano in simbiosi, l'entusiasmo, l'irridente irruenza, l'impegno politico davvero sentito, persino una forte carica passionale possono generare schegge di bellezza artistica: alcuni cantautori, inetti alla tecnica strumentale, interi movimenti spontanei come il punk-hardcore lo testimoniano. Naturalmente tali miracoli bruciano con splendore, ma s'inceneriscono rapidamente con l'esaurirsi della carica emotiva o storica contingente: anche nell'hardcore i soggetti più longevi sono i più meditativi: rompiscatole ed ossessivi come Jello Biafra e Greg Ginn, straight-edge come Ian McKey. b) la tecnica, d'altro lato, non vivificata dal respiro universale del genio (individuale o della tradizione) che la tramuta in arte, può sclerotizzarsi  nel virtuosismo o scadere nell'autoparodia credendosi autosufficiente (certo manierismo pittorico, la letteratura d'appendice, il cinema degli effetti speciali, il teatro dei mestieranti …).
Il disco di Les Claypool, che, ad eccezione di Bootsy Collins, riunisce, anche nel nome dell'ensemble, l'incredibile formazione di Transmutation (Buckethead, chitarra, Bernie Worrell, tastiere, Bryan Brain Mantia), ricade nel secondo caso. Si intenda: è un bel disco, ça vant sans dire, suonato meravigliosamente, capriccioso e sghembo come il carattere del bassista ideatore, ma, a volte, si ha l'impressione di applaudire delle foche che fanno girare palloni sul naso. Si potrebbe obiettare che anche tali piroette siano arte (delle foche o del domatore); forse è così. Federico Zeri faceva rientrare nell'arte anche la panificazione, i francobolli e le copertine degli album. Claypool, peraltro, non cade mai nella stucchevolezza di certi eroi dello strumento (il numero è legione); egli sovraintende alle varie vignette con l’aria dell’imbonitore beffardo che esalta le proprie donne barbute: tale stralunata bizzarria, lontana da qualsiasi organicità o fine, si derubrica in goliardia (a cominciare dal nome macedonia del gruppo) e in un vaudeville mai davvero tagliente.
Accontentiamoci (non è poco tuttavia) dei mirabili squarci tecnici ed improvvisativi.

giovedì 1 dicembre 2011

Baroness - First and Second (2004-2005)/Red album (2007)


Nella prolusione a Gli assassini della Rue Morgue, in cui viene presentato l'investigatore par excellence, Auguste Dupin, Edgar Allan Poe teorizza la superiorità del gioco della dama rispetto a quello degli scacchi; nel gioco degli scacchi, infatti, essendo “i pezzi dotati di movimenti diversi e bizzarri e di valori diversi e variabili, quello che è soltanto complessità … vien preso per profondità … Nel gioco della dama, al contrario, nel quale la mossa è una sola e non subisce che poche variazioni, le probabilità di inavvertenze sono minori e l'attenzione del giocatore [è] relativamente libera, per cui i vantaggi riportati da questo o da quel contendente si ottengono grazie ad una perspicacia superiore”. In altre parole il giocatore di dama, con un numero ristretto di permutazioni, deve necessariamente rivelare una sagacia maggiore dello scacchista che, inevitabilmente, non può controllare l'altissimo numero di disposizioni possibili; nella dama i giocatori, in virtù del numero di mosse limitate, non possono fare affidamento sulla concentrazione e sulla memoria (richiesta dagli scacchi), ma bensì ad “un abile mossa dovuta a uno sforzo potente della mente”, forse un tranello ordito grazie ad una superiore finezza psicologica.
Allo stesso modo non è possibile che, in campo musicale, si scambi certo complesso sperimentalismo o certa cacofonia deliberata (scacchi) per profonda innovatività e si trascuri e svaluti a priori il manierismo di alcuni autori (la dama) solo perché ritenuti derivativi, già sentiti o semplicemente ossequiosi ad una tradizione?
Nei tre album* dei Baroness (provenienti dalla Georgia e capitanati dal ruggente chitarrista John Baizley) si trovano i più vari spunti ed echeggiamenti (stoner, x-core**, hard rock classico …); non mancano tocchi thrash metal; né vengono risparmiati brevi strumentali acustici d'alleggerimento à la Black Sabbath o incedere da ipertecnici guitar heroes. Niente di nuovo, come detto, ma il centone funziona grazie allo smagliante lavoro di Baizley che, rimaneggiando frusto materiale dejà entendu, riesce a distillare tre opere notevoli e a rivitalizzare i vari generi citati. Non vi è in questo la maggior gloria del giocatore di dama di Poe? Vision, Grad, Wanderlust, Aleph alcune delle punte creative.
Se i Baroness avessero costruito un paio di pezzi davvero mainstream sarebbero da tempo su MTV e Rolling Stone, indecisi su come investire i numerosi sacchi di dobloni e talleri raccolti.
              
* In First and second si raccolgono i primi due EP.
** La x sta per grind, hard, post

venerdì 9 settembre 2011

Birchville Cat Motel - Beautiful speck triumph (2004)

          
Ci sono creazioni adatte a qualsiasi situazione ed altre da limitare ad alcune occasioni. Giampaolo Dossena scrisse che Dante è buono anche sotto i bombardamenti, ma non lo è Petrarca (che pure egli amava)*. Incantesimo di George Cukor è un film delizioso, un capolavoro della commedia; anche Salò di Pasolini è un capolavoro, ma risulta davvero inapprezzabile se non si è seguito un particolare cammino estetico. Alcuni fatti artistici, insomma, richiedono luoghi appropriati e preparazioni altrettali: lo esige, con l’addizione di quasi due ore di libertà, l’ascolto dell’opera di Birchville Cat Motel, progetto drone-ambientale del multistrumentista neozelandese Campbell Kneale. La sua assimilazione, doverosa (Beautiful speck triumph è un monolite ineludibile del decennio passato), ripaga, d’altra parte, con la moneta aurea dell’edificazione: per aspera ad astra.
White ground elder (30’32’’) parte con un inquietante bordone distorto a cui Kneale giustappone lentamente, per tutta la mezzora, una crescente sinfonia rumoristica (frinfrinire di fiati, percussioni, grattuge, tastiere) che invade naturalmente lo spazio sonoro. L’ampia durata è necessaria per sviluppare una traccia che è anche la registrazione di un flusso interiore della coscienza.

Il resoconto della canicola di un primo pomeriggio estivo sembra ispirare Trembling forest spires (18’31’’): il verseggiare delle cicale è affiancato, e poi sostituito, da un concerto di campane tubolari da veranda; in sottofondo prendono corpo dei rumori da sobbollimento, quindi il ronzio di una vespa intrappolata, dapprima furibonda, poi lentamente morente, rimane l’unico attore sonoro tramutantesi, nei minuti finali, in un ronzio elettronico avviluppato in uno scrocchiare da vinile polveroso. Questo spunto deborda e si spegne nella successiva Speck fears (19’30’’) per lasciar posto ad un bellissimo tappeto organistico, sottolineato da un possente background ed impreziosito da accenni tipicamente new age. 
It’s more fun to compute (5’56’’), un distorto ed onirico concertino da camera, è il porticato in penombra che prepara alle tenebre gotiche di The romance of certain old clothes (19’51’’): l’ennesimo bordone è la quinta sonora di una silloge di rumori da magione hantée**: cigolii di porte, tramestii, calpestii, voci indistinte ed accenni di pianoforte popolano i venti minuti del pezzo.
Nella pietra miliare Beautiful speck triumph (36’38’’), innervata da un drone cangiante, il concerto fra rumori industriali, un insistito frinire ed un organetto in loop viene gradatamente alluvionato da titaniche distorsioni della sei corde scandite da percussioni rituali e sottolineate dalla maestosità delle tastiere. Il crescendo, veramente eccezionale, raggiunge apici di intensità mistica per poi spegnersi lentamente in un bozzetto campestre accompagnato da radi accordi di chitarra.
La produzione di Kneale, come spesso accade cogli autori sperimentali, risulta polverizzata in numerose registrazioni (alcune di alto livello come Birds call home their dead e Chi vampires), ancora da valutare nel loro insieme; è possibile già affermare, tuttavia, che sarà la svolta doom-metal del progetto Black Boned Angel (2005-2009) a riportarlo, a tratti, sui livelli del trionfo appena esaminato.

* Giampaolo Dossena, Storia confidenziale della letteratura italiana, II, L’età del Petrarca, 1989.
** The romance of certain old clothes è, infatti, un racconto dello scrittore fantastico M.R. James pubblicato nel 1868 (tit.it. La romanzesca storia di certi vecchi vestiti, pubblicata in numerose antologie).