Un intellettuale (al centro) soppesa, con il tarlo del dubbio (che sarebbe degenerato in certezza, lui vivo), una nullità (a destra).
A sinistra un'altra nullità, seppur meno invadente.
Entrambe le nullità diverranno milionarie.
Il secondo figuro vanterà, nel tempo, innocue velleità politologico-trasformistiche (gli piaceva giocare ai soldatini); il primo, oltre a collezionare sconfitte elettorali, accamperà, in età pre-senile, vane pretese artistiche in più settori artistici.
La figura al centro, incolpevole, finirà massacrata su una spiaggia luridissima del litorale romano - litorale oggi trasformato in fiorente anello della catena alimentare del riciclaggio camorristico (sempre lurido, però).
Arcane Device (Usa, New York)- Engines of myth (1988). Arcane Device è David Myers, sorta di Ulisse solitario tra i flutti delle colonne d’Ercole del feedback e della dissonanza (Myers fabbrica in proprio i dispositivi - devices – qui adottati). Nelle punte del disco (Terra incognita e il capolavoro Lathe) egli torce il collo alla consueta retorica dell’avanguardia raggiungendo corde assolutamente remote: qui i suoni non consistono semplicemente nella negazione della tradizione o del buon senso millenari (che è facile), ma attingono a pozze neglette dello spirito, sepolte negli anditi del decorso evolutivo dell’uomo. Stimolare ciò che esiste da sempre, risvegliare l’inconoscibile e, per ciò stesso, riguadagnare un fascino arcano e sacro all’arte quale 'motore del mito'. Da ascoltare.
Azonic (Usa, St. Louis) - Halo (1994). L’ex chitarrista dei Blind Idiot God Andy Hawkins si cela dietro il moniker Azonic (il vecchio compagno Gabriel Katz, al basso, e, soprattutto, il produttore Bill Laswell lo assistono al tavolo chirurgico). Quattro pezzi per chitarra elettrica: il primo, Beyond the pale (10’18’’), è un fuoco di distorsioni e feedback che si annulla e risorge senza soste dalle ceneri della propria eversione: Star spangled banner, dov’è la tua vittoria? Con i restanti (tutti fra gli undici e i dodici minuti) si replica: gli scrosci elettrici, in assenza d’un fondale e d’una cornice ritmica che li definisca, perdono ogni connotazione terrena per trasformarsi in una sorta di mimesi sonora d’infuocati rigurgiti interstellari. Un classico.
Sutekh Hexen (Usa,
California, San Francisco) - Behind the
throne (2012). Seth, o Sutekh, il dio
egizio del caos e della guerra e Hexen, streghe (in tedesco), una crasi
demoniaca che già definisce i due pezzi (di circa quindici minuti) del disco:
se i Nadja avessero deciso di fare black metal sarebbero arrivati da queste
parti. I è il grido cosmico del Signore
delle Mosche che chiama a raccolta le proprie legioni di morte; II si assesta su un bordone noise irto di
soverchianti riverberi ed echi stellari. L’ennesima processione sonora devota
al Male: non ne abbiamo mai abbastanza, però. Motivo? Le ultime righe del post
su Arcane Device, poco sopra.
Vagabondare nelle discografie internazionali può rendere spaesati, e regalare, al contempo, alcune certezze. Questa, ad esempio: nella mia più che trentennale esperienza d'ascoltatore, mai, mai, ho presentito con tangibile immediatezza una intensità di dolore e disperazione come nella musica rock americana. Perché? Esiste una particolare attitudine di questo popolo verso la sofferenza e l'emarginazione? Quale leviatano dagli occhi ciechi agita le acque sudicie della loro coscienza nazionale? Me lo chiedevo, en passant, piluccando alcuni scrittori americani consigliati da un'amica; più che scrittori, memorialisti dell'emarginazione. Fra i tanti: Jack Henry Abbott (Nel ventre della bestia), Jack Black (Non c'è scampo), Frederick Douglass (Memorie di uno schiavo fuggiasco), Frederick Exley (Appunti di un tifoso), Jim Tully (Beggars of life). E poi, a livello alto: Edward Bunker e Cormac McCarthy. Malcolm X, Goh-ya-tlay, John Steinbeck. La schiuma della società, un campionario umano di fuorilegge che piacerebbe di sicuro a Bartolo Federico di Dustyroad. L'ascendenza del calvinismo e del puritanesimo bianco dei neo americani. Una visione intransigente che, negli spazi sterminati e vergini del nuovo mondo, poté dilagare in un Moloch spietato e inemendabile dal perdono.
Goh-ya-tlay
Dramatis personae: un Dio onnipotente e autosufficiente, che distilla la grazia dall'eternità; i crociati della fede, i prescelti, incaricati metafisicamente di fondare la terra promessa; e gli esclusi dal disegno divino: poveri, indiani, negri, eccentrici, vagabondi, eretici, prigionieri, ribelli. A questi pensava John D. Rockefeller*, l'epitome dell'americano predestinato: "Lo splendore e la fragranza della rosa American Beauty, che deliziano chi la possiede, si può ottenere solamente sacrificando i boccioli che le nascono intorno. Non è una tendenza malvagia del mercato, ma la semplice applicazione delle leggi naturali e divine". Uno scelto mazzo di rose preziose e rare cresce a danno dei boccioli minori, quelli più deboli, sacrificabili dal Giardiniere Divino - coloro che, teologicamente, sono fuori della grazia di Dio.
Il Leviatano
Al volto ineffabile e onnipotente di Dio si sovrappone, quindi, la nazione stessa, l'America, e un individualismo economico libero da quelle pastoie morali dimenticate in Europa – il capitalismo purissimo: ed ecco la deità una e trina che ammicca dalle banconote da un dollaro, mattone basico della piramide sociale. Negare una qualunque persona della nuova Trinità significa negare inevitabilmente le altre due. Per questo chi dice no o rivendica il pane è un sovversivo. Chi è povero merita di esserlo poiché fuori del disegno di Dio; oppure è un apostata del capitalismo, linfa della nazione; o un nemico della Patria. Quante volte abbiamo visto queste tre accuse rincorrersi e avvinghiarsi l'un l'altra, vomitate come un cespo di serpenti dalla bocca di politici, preti, nazionalisti, democratici o redneck? Chi è fuori è fuori. Non esiste remissione a tali peccati. Le regole del Gioco sono già dettate e inderogabili. Appena nasci devi sederti e giocare. Al tavolo possono partecipare tutti, secondo la Legge. Qualcuno ha poche fiches, alcuni ne hanno di più. Ad alcuni arrivano le carte migliori, ad altri le scartine. Non si parte a pari merito, mai, nonostante le regole dicano il contrario; ma pochi conoscono le vere regole del Gioco, e quasi tutti i giocatori ignorano la reale natura del Gioco: è sempre stato così! Alcuni possono rilanciare, altri sono costretti a passare la mano, molti si alzano e rimangono nei dintorni: puliscono il tavolo dai cerchi umidi lasciati dai bicchieri, servono i salatini, pietiscono le mance e gli scarti dei pasti, vigilano come buttafuori, aspettano il colpo di fortuna insperato: che qualcun altro ceda il proprio posto al tavolo.
John D. Rockefeller:
la bellezza di una sola rosa
si nutre di migliaia d'altre
In realtà nessuno osa uscire dallo scannatoio. Non ci si ritira mai! Questo è impossibile. È il tacito principio che ognuno porta diluito nel sangue: non si esce dal Gioco**. Per i temerari vige il dileggio e l'ostracismo civile; il fuoriuscito ideologico può essere ucciso senza temere pena. Egli è il nuovo Waldgänger, il reietto, esiliato nei deserti, nelle paludi, sulle montagne più impervie: qui troverà la morte o la trasfigurazione in eroe (come Beowulf, Karl Moor, Mikhail Kohlhaas). Ecco perché le voci dell'hardcore e dell’alternative rock americano sono così aspre e definitive. Essi sono banditi; e per loro la scelta è fra morte e vendetta. David Yow, Rob Tyner, Jello Biafra, Alan Dubin, Mike Hard, Eugene Robinson - centinaia d’altri - gridano l’angoscia di chi è costretto all'obbedienza cieca; o alla perdizione.
* * * * *
Le tre opere degli Oxbow*** (l’esordio, Fuckfest, una delle punte artistiche, Let me be a woman, e la raccolta, con inediti, A love that's last) costituiscono quasi la metà della loro scarna discografia. L’altra metà è su Tuningmaze 3.0. Difficile trovarne una più feroce e irreprensibile. * Esemplare perfetto. Discendente di calvinisti francesi; il padre fu un ciarlatano (un medicine man da fiera del West). Accumulò, a capo della Standard Oil, un patrimonio decuplo rispetto a quello di Bill Gates. ** A tale proposito sarebbe bello leggeste il racconto di Shirley Jackson, La lotteria. *** Eugene S. Robinson, voce; Niko Wenner, chitarra, tastiere; Dan Adams, basso; Greg Davis, batteria, percussioni.
It's a Beautiful Day (USA, San Francisco,
California) - It's a Beautiful Day
(1969). L’unico vero gruppo in grado di
competere (solo con questo disco) con la mirabile psichedelia melodica dei
Jefferson Airplane (e Patti Santos, la ragazza che potete ammirare sopra, regge
visivamente e vocalmente il ring con Grace Slick). Un album che unisce l’ingenuità
e la potenza delle illusioni propria dei moti californiani del periodo (libertà,
terzomondismo, influenze orientali) a una costruzione cristallina delle canzoni, impreziosite dagli intarsi vocali e strumentali dei Laflamme e della
Santos. Bellissime White bird e Hot summer day; notevole Time is; storica Bombay calling, a cui i Deep Purple, con perizia manigolda,
applicarono l’espianto fatale buono per rendere immortale Child in time. Se non siete dei bruti l’avrete già ascoltato. In
caso contrario civilizzatevi alla svelta. David Laflamme, voce, violino; Hal
Wagenet, chitarra; Pattie Santos, voce, percussioni; Linda Laflamme, tastiere;
Mitchell Holman, basso; Val Fuentes, batteria; Bruce Steinberg, armonica.
Hapshash & The
Coloured Coat (Gran Bretagna, Londra) - Featuring
the human host and the heavy metal kids (1967). Michael English e Nigel Waymouth furono soprattutto
grafici e designer: i loro manifesti per concerti (Pink Floyd, Incredible
String Band e altri gruppi underground dell’Ufo Club), dagli accesi cromatismi
propri della cultura psych del tempo, sono dei piccoli capolavori; il critico Federico
Zeri che, negli ultimi anni di vita, era sempre più attratto dalle copertine
degli LP quale ulteriore manifestazione dell’animo artistico, li approverebbe
in pieno. Nel 1967 i due ordirono questo eccentrico tour de force sospeso fra
tribalità e reiterazione mantra (Aoum,
infatti, figura fra i cinque brani). L’entrata (H-O-P-P-Why?) e l’uscita (i quindici minuti di Empire of the sun) bastano a guadagnargli uno scranno indiscusso nell’Accademia
dei Lincei degli spostati, magari accanto a Help
I’m a rock di Zappa. Da ascoltare subito. Mike Harrison, voce; Luther Grosvenor, chitarra;
Greg Ridley, basso; Mike Kellie, batteria, percussioni; Guy Stevens, Michael English,
Nigel Waymouth.
Tomorrow (Gran Bretagna) - Tomorrow (1968). Steve Howe, pre-Yes, e il genialoide Twink dei Pink Fairies, innervano il sottovalutato gruppo britannico. White bicycle e Revolution
sono già classici della psichedelia anglosassone, ma il fascino dell’album risiede,
oltre che nell’atmosfera sottilmente sfasata, in una commistione paradossale fra
allure antiborghese e inflessioni sonore da vecchia Inghilterra: un melange che,
con forzatura paradigmatica, potremmo definire beatlesiano; d’altra parte gli Oltremanici,
musicisti bistrattati rispetto alla tradizione germanica, slava e mediterranea,
non eccellono in marcette e fanfare? Non sarà forse la pompa, derubricata dall'ironia da teatranti, la cifra del beat-pop inglese? Stanley Kubrick, in Arancia meccanica, colse pienamente tale
sentire alternando all’elettronica di Walter Carlos (che neutralizzava, nichilista, la cultura alta continentale, da Rossini e Beethoven) il formalismo di Sir
Edward Elgar e il funebre incedere di Henry Purcell. Da ascoltare. Keith Alan Hopkins,
voce; Steve Howe, chitarra; Mark P. Wirtz, tastiere; John Junior Wood, basso;
John Twink Alder, batteria.
VV. AA. - My mind goes high. Psychedelic pop nuggets from WEA vaults (2004; recordings 1967-1968). Bella compilazione, che segue Original artyfacts from the first psychedelic era 1965-1968 (e che pubblicheremo se il dio dei blogger ci conserva dopo il 31 marzo). Nella raccolta rilevano i Monkees (il pezzo è della coppia Goffin/King), la West Coast Pop Art Experimental Band con l’altro hit Smell of incense, Electric Prunes, lo sciroccato Kim Fowley e Association (bravi). C’è parecchio da godere per i cultori del genere.
West Coast Pop Art
Experimental Band (USA, Los Angeles, California) - Part
one (1967). Prodotto di livello della Bay Area:
si comincia con l’hit Shifting hands, non si disdegna la melodia rilassata, a
volte si cade nel pop nazionale da American pie: in generale ci si mantiene
entro il cortile ispirativo Byrds nonostante qualche ardita incursione nel
campo freak (Help I’m a rock di Frank
Zappa, nientemeno); il tono, però, non è mai banale e, a distanza di quasi mezzo
secolo, il disco riesce a rendersi riconoscibile nella legione psichedelica di
fine anni Sessanta.
Jake Holmes (USA, San Francisco, California) - The
above sound of Jake Holmes (1967). Opera prima di un folksinger e, per
questo, abbastanza trascurata dai cultori psych. Se è vero che le epidemie note
come ballo di San Vito e le conseguenti allucinazioni religiose erano da ricondursi,
prosaicamente, all’ergotismo (derivante
dall’infezione delle graminacee, segale in particolare), chissà se anche la
psichedelia e il fenomeno hippie non possano dirsi che degenerazioni folk dovuta
a un consumo smodato e contagioso di LSD … Il folk di Jake Holmes (anche ottimo
interprete) risente di questa obliqua atmosfera del tempo e si può
classificare, con cautela, nel faldone psych. Eccellenti Lonely, Too long, Genuine imitation life e, ovviamente, il
capolavoro Dazed and confused, brano scippato dai Led Zeppelin due anni dopo (Page e compagnia neanche risposero al vero
autore che reclamava i talleri); e così Dazed
divenne una canzone dei Led Zeppelin. “Nel
West se la leggenda diventa realtà è la leggenda a vincere”, afferma un
protagonista di L’uomo che uccise Liberty
Valance.Amen.
Ammettiamolo: una banda di buffoni, troppo in ritardo sul glam, sull'hard rock più pupazzesco, sui cantanti maledetti larger than life; in ritardo su Berkeley, sugli hippies, su Zappa; sull'impegno e il disimpegno. Il 1978 fu l'anno in cui le cose presero ad andare male. Il punk era già finito, ammettiamo pure questo. Il progressive pure. La disco music impazzava. Volgevano al termine tutte quelle manifestazioni che, come un ballo di San Vito socioepidemiologico, legavano in un solo corpo emozionale milioni di persone. L'hardcore dei primi anni Ottanta sarà l'ultimo tentativo di comunione spirituale espresso dalla musica rock mondiale; da questo punto di vista Black Flag e Fugazi sono gli ultimi rappresentanti di un gotico internazionale rock in via di disfacimento ...
Il punto di svolta fu il 1976 ... Mi piacciono le date simboliche. Le magnifiche sorti cominciarono ufficialmente, però, nel 1978, anno de La febbre del sabato sera (uscì il 16 Dicembre 1977): quello sì, film epidemico quant'altri mai ... paradigmatico ... Forse qualcuno di voi riuscirà a trarne spunti per tarocchi e cabale epocali: 16.12.1977 ovvero 12.16.1977 ... In Italia il film uscì il 13.03.1978 ... Non lo so, quel 13 non mi ha mai convinto ... Ricordo che la nazione giovanile impazzì per la pellicola. Tony Manero. Gli adolescenti spasimavano per un tizio vestito di bianco che ballava in pedana. Era finito tutto. Il gelo degli anni di piombo e, con esso, le visioni utopiste dell'impegno, tutto nel cesso; come scrisse Altan: dopo il gelo degli anni di piombo godiamoci finalmente il calduccio di questi anni di merda.
Bene, ci siamo ancora in quegli anni. Nessun altro fenomeno, sociale, di costume, musicale, estetico ha più stretto in un comune sentire e in un'ansia collettiva di rinnovamento chi, per energia e passione, dovrebbe farsi carico del rinnovamento: gli adolescenti, i teens. Anzi, mi tocca dirlo: oggi mi sembrano i più imbambolati. Divisi da tutti e tutto nonostante i social network, la libertà, le occasioni; persi in un tempo liquido perfetto solo per vivere in un'eterno sabato del villaggio, tutti fermi a godere la festicciola liceale offerta dal Sistema. Totalmente assorbiti da questa trita mondanità.
Il 1978, un anno così importante che Tommaso Labranca gli ha persino dedicato un libro.
In questo clima esce, in linea coi tempi, il live dei Tubes, una accozzaglia di goliardi freak che riesumano l'incedere del glam dei Settanta e lo volgono in farsa antiborghese, pronti a incendiare i live con oltraggi di vario genere, fra pornografia, travestitismo e insulti alla società benpensante.
Divertenti; bravi; in realtà acqua fresca.
White punks on dope, tuttavia, è un classico. Ricorda un po' troppo Cracked actor di Bowie, ma vale il prezzo del biglietto.
Nell'album si ritrovano altre piccole perle, ma, fu subito chiaro, la magia dissacrante era svanita. Al mondo restarono i grandi solisti e i vecchi leoni; e qualche guitto assortito, come Fee Waybill, il cantante dei Tubi, zatteroni e occhiali supersonici, una specie di Elton John sboccato.
Saqqara Dogs (Usa, California, San Francisco) -
Thirst (1987). Un piccolo capolavoro
nascosto degli Ottanta. Costola dei Factrix, i Saqqara obliano le dissonanze sataniche
degli ascendenti e confezionano una sorta di post rock etnico memore, ad
esempio, dei Black Sun Ensemble. La chitarra frippiana di Bergland si esalta
nei ritmi rilassati e crepuscolari di Gregorian
stomp oppure si fa più tagliente in Sacrifice,
il cui humus sonoro si colora di un’angoscia industrial. Bong Bergland, voce,
chitarra; Sync 66, voce, chitarra, tastiere, violoncello, basso, percussioni; Hearn
Gadbois, voce, percussioni, cembalo.
Mirza (Usa, California, San Francisco) - Last clouds (2001). Il disco assomma il
12’’ Ursa Minor, del 1996 (le prime
quattro tracce, notevoli), e altri sette pezzi registrati, in maniera non
impeccabile, fra il 1996 e il 1998. Tutti strumentali. Last clouds rimane sospeso fra psichedelia (decisivo il contributo
delle tastiere), space e (rari) indurimenti post rock. Un disco risultato dalla
compilazione di differenti momenti sonori, ma che trova compattezza nel diffuso
tono trasognato e in certe godibili progressioni psych. Steven R. Smith,
chitarra, batteria;Glenn Donaldson, chitarra, tastiere; Mark
Williams, chitarra, basso; Brian Lucas, chitarra, basso.
Zebulon Pike (USA, Minneapolis,
Minnesota) - II: The defeaning twilight
(2006). Stoner progressive? Possibile? La prima, grande traccia (The pyramid is the ascending spiral, 12’29’’)
dà fuoco alle polveri à la Kyuss; ben presto, però, si vira dalle parti di Polvo
e Bitch Magnet, la partitura si fa più complessa, ma non confonde mai la
profondità con la superfetazione di viluppi sonori esagitati da manierismi strumentali.
Il resto è di pari forza (Structure of the black stallion, 22’14’’; Ashes of
Xerses, 20’41’’; And blood was passion, 13’13’’): pozze statiche e riprese
cingolate, distorsioni e iterazioni cacofoniche si alternano per uno dei
migliori dischi di genere degli anni Duemila. Sarebbe bene ascoltarlo subito. Erik
Fratzke, chitarra; Morgan Berkus, chitarra; Steve Post, basso; Erik Bolen,
batteria.
Mystery Trend (USA, San Francisco, California) - So glad I found you (recordings
1965-1967). Uno dei primissimi gruppi psichedelici della Bay
Area (assieme a Great Society e Charlatans) e uno dei più sfortunati (all’epoca
pubblicheranno un paio di singoli), ad onta della buona qualità del repertorio.
Carl Street, Mercy killing, Lose some
dreams alcune punte di un suono la cui pecca è l’incertezza dell’indirizzo,
a mezzo fra psichedelia, folk e
influssi oltre atlantici (c’è Substitute
degli Who). Bob Cuff,
chitarra; Larry West, chitarra; Ron Nagle, voce, tastiere; Larry Bennett,
basso; John Luby, batteria.
Mad River (USA, Berkeley, California) - Mad River (1968). Originari dell’Ohio, i Mad River, prima
di essere distrutti dalla casa discografica, ebbero modo di licenziare due notevoli
opere, l’esordio omonimo e il successivo, e meno coraggioso, Paradise bar & grill. Il primo,
influenzato dai Quicksilver Messenger Service (i due gruppi avevano lo stesso legale),
vanta un paio di energici singoli (Amphetamine
gazelle, Merciful monks) e tre
brani sopra i sette minuti in cui Hammond e Robinson sfogarono un chitarrismo evocativo
(Wind chimes) e felicemente
arabescato (War goes on, il
capolavoro). Lawrence Hammond, voce, chitarra, tastiere; basso; David Robinson,
chitarra; Thomas Manning, basso; Rick Bochner, chitarra; Gregory Leroy Dewes,
batteria.
Standells (USA, Los Angeles,
California) - Dirty water/Why pick on me (1966). Gruppo attivo sin dal
1961, gli Standells guardarono furbescamente al mercato britannico tentando di
replicare lo scandalo a buon mercato dei Rolling Stones. Dirty water si accontenta dell’omonimo hit, della inevitabile cover
di Hey Joe (e di quella di 19th nervous
breakdown), e di riecheggiamenti da Animals e Them. Why pick on me è più compatto, grazie al lavoro del
produttore-compositore Ed Cobb; non manca un omaggio agli Stones (Paint it black); curiosa Mi hai fatto innamorare del paisà Valentino
(che canta in italico). Tony Valentino, voce, chitarra; Larry Tamblyn, voce,
tastiere; Dave Burke, voce, basso; Dick Dodd, voce, batteria; Gary Lane,
chitarra (on Dirty water).
Notes from the Underground (USA, Berkeley, California) - Notes from the Underground (1968). Formazione attiva sin dal 1963, subisce rimaneggiamenti e defezioni, ma tiene ferma la barra politica (concerti nei grandi parchi, love in, free happenings …). Il tono predominante è quello folk psichedelico (Bella Who needs me), seppur estremamente vario (le influenze anglosassoni, lato beat, si fanno sentire). Fred Sokolow, chitarra, banjo, mandolin; Mark Mandell, chitarra, voce; Skip Rose, tastiere; Mike O’Connor, voce, basso; Peter Oswald, batteria.
Druids of Stonehenge (USA, Los Angeles, California) - Creation (1967). Formazione oscura dei sobborghi losangelini, i druidi pubblicarono questa unica prova, ricca di energia blues, ruvida e sincera. Accanto alle solite cover (I put a spell on you, It’s all over now baby blue) la coppia Budge-Hauser firma Speed e Pale dream, a loro modo dei piccolo classici. David Budge, voce; Carl Hauser, chitarra; Billy Tracy, chitarra; Tom Paine Workman, basso; Steven Tindall, tastiere, batteria.
The Other Half (USA, Los Angeles/San Francisco, California) - Mr. Pharmacist (recordings 1968-1969). La storia degli Other Half coincide con lo strepitoso talento del chitarrista Randy Holden, capace di dominare la scena come pochi al suo tempo, caratterizzando, al tempo stesso, il suono energico, potente e nervoso del gruppo (basta ascoltare la versione di Feathered fish di Country Joe). Holden apparirà nel terzo disco dei Blue Cheer, poi licenzierà lo sperimentale e storico Population II (per chitarra e batteria), poi, in bancarotta si dileguerà sino alla resurrezione di metà anni Novanta. Uno dei grandi dimenticati della sei corde. Da ascoltare e rivalutare subito. Jeff Nolan, voce; Randy Holden, voce, chitarra; Geoff Westen, voce, chitarra; Larry Brown, basso; Danny Woody, batteria.
Frumious Bandersnatch (USA, Berkeley, California) - A young man’s song (recordings 1968-1969 circa). Assieme a Country Joe e Notes from the Underground uno dei gruppo più politicizzati dell’area universitaria, i Frumious, già con il primo EP omonimo (l’unico pubblicato), si rivelano per una delle formazioni più caratterizzanti del nuovo suono acido californiano. Chesire, What is Bandersnatch?, Can-a-bliss reggono il paragone con alcune composizioni dei fratelli maggiori. Da rivalutare. Bob Winkelman, voce, chitarra; David Danny, voce, chitarra; Jimmy Warner, voce, chitarra; Ross Vallory, voce, basso; Jack King, batteria.
Charlatans (USA, San Francisco, California) - The Charlatans (1969). Formatisi nel 1964, i Charlatans operarono presso il Red Dog Saloon (Virginia City, Nevada), futuro ritrovo di Grateful Dead e della comunità hippie: di fatto il gruppo, che si esibiva sei giorni su sette, fu uno dei primi a forgiare la scena di San Francisco, strascico storico delle sessions del Nevada. Di quegli spettacoli resta poco; il disco omonimo oscilla errabondo fra Byrds, blues, calchi beatlesiani (When I sailin’ by) e inopinate incursioni nel roots rock (della frontiera americana). George Hunter, voce; Mike Wilhelm, voce, chitarra, armonica; Mike Ferguson, voce, piano; Richard Olsen, basso; Dan Hicks, batteria.
Chocolate Watchband (USA, San José, California) - Melts in your brain .. not on your wrist! (complete recordings 1965-1967). Nascono a San José nel 1964. I Chocolate appaiono subito fortemente influenzati dai primi Rolling Stones (ascoltare Sweet young thing), per merito del cantante Aguilar e, soprattutto, del produttore veterano Ed Cobb a cui, di fatto, si devono i primi due album. Nonostante ciò il gruppo si pone in evidenza per l’energia con cui propone alcuni classici (In the midnight hour, Come on, Hot dusty roads, I’m not like everybody else). Le prevaricazioni del produttore Cobb (che utilizzerà membri di altri gruppi in supporto – compreso Don Bennett che sostituisce in alcuni casi Aguilar) provocheranno lo sfaldamento dei Watchband, ma sono decisive per la creazione del fascinoso impasto musicale che, a distanza di mezzo secolo, fa ancora presa. Dave Aguilar, voce; Mark Loomis, chitarra; Sean Tolby, chitarra; Bill Flores, basso sostituito da Danny Phay; Gary Andrijasevich, batteria.
Count Five (USA, San José, California) - Psychotic revelations (recordings 1966-1969). Conterranei e coetanei dei Chocolate Watchband, i Count Five furono una realtà ben più sotterranea. Dopo il grande successo del singolo Psychotic reaction (ricordato anche da Lester Bangs), i Nostri vivranno artisticamente ancora poco tempo preferendo le aule universitarie al palco. L’omonimo lavoro del 1966 e i singoli sparsi confermano un suono nervoso e personale, nonostante l’ombra evidente del rock anglosassone a loro contemporaneo (vedi le loro versioni di My generation e Out in the street degli Who). Kenn Ellner, voce, chitarra; Sean Byrne, voce, chitarra; John ‘Mouse’ Michalski, chitarra; Ray Chaney, basso; Craig ‘Butch’ Atkinson, batteria.
Songs for Snakes è un gruppo originario da San Francisco, formatosi già dal 2005. Il leader Bill Taylor è cresciuto musicalmente nel melodismo di Simon & Garfunkel e Beatles, ma il suono rimanda direttamente agli eroi dell'hardcore più meditato a cavallo di Ottanta e Novanta, in special modo, per ammissione degli stessi protagonisti, Hüsker Dü e Jawbreaker. Anzi, a livello di stile, potremmo insinuare questa linea di discendenza: Hüsker Dü - Jawbreaker - Green Day - Songs for Snakes: muro di chitarre, ritornelli power-pop grezzi ed efficaci, enfasi robuste e un'attitudine dichiarata al DIY (Do it yourself) che discende direttamente dal clima etico del primo punk-hardcore.
Philippe Petit è un veterano dell'avanguardia (30 anni di attività); la lista di collaborazioni che può vantare è di tale eccellenza da risultare incredibile: Foetus, Eugene Robinson (Oxbow), Edward Ka-Spel (Legendary Pink Dots), Scott McCloud (Girls Against Boys), Jarboe (Swans), Cosey Fanni Tutti (Throbbing Gristle), Graham Lewis (Wire), Kammerflimmer Kollektief, Guapo, Lydia Lunch, James Johnston (Gallon Drunk/Bad Seeds/Faust) ... tra gli altri.
Col nuovo Eugenie (scritto per la figlia quattrenne e pubblicato dalla Alrealon Musique), egli rinnova il suo impasto fra elettronica (computer e sintetizzatori) e uso di strumenti a corde (cymbalum, salterio elettrico), in particolare nel pezzo più impegnativo, Magma from the aquarium (11'19''). Notevole anche il ricorso a suoni dal vero (fonografia o field recording) e la manipolazione d'oggetti ("he likes to move various glasses, or percussive objects") in modo da creare un tappeto sonoro riccamente evocativo.
La data non inganni: i due live in questione, abbastanza rari, anche sul web, risalgono al 1966; Vintage Dead pare sia stato registrato fra il 16 e il 17 Settembre 1966 all'Avalon Ballroom di San Francisco; Historic Dead nell'Autunno dello stesso anno, fra l'Avalon Ballroom e il Matrix.
I Dead erano sulla strada per divenire i Dead; dissoltisi i Warlocks, i Nostri (Jerry Garcia, voce, chitarra; Bob Weir, voce, chitarra; Pigpen Ron McKernan, voce, tastiere, armonica; Phil Lesh, basso; Bill Kreutzmann, batteria) erano già famosi per le loro inacidite tirate dal vivo: qui li troviamo alle prese soprattutto con classici (Bob Dylan, Willie Dixon, Wilson Pickett, Elmore James) e tradizionali, ma opportunamente stravolti e, per ciò stesso, quasi di loro scrittura (i diciotto minuti di In the midnight hour).
Ho sempre avuto un rapporto controverso coi Dead, forse a causa delle tripartizioni instillate dalla scuola pubblica italiana; Mazzini-Cavour-Garibaldi, Copernico-Galileo-Newton, Sumeri-Assiri-Babilonesi, Carducci-Pascoli-D'Annunzio, Cesare-Pompeo-Crasso. Una forma mentis mutuata dalla mistica (Trinità, Trimurti ...), e poi applicata dai reduci scolastici anche in altri ambiti: Zoff-Gentile-Cabrini, Oriali-Collovati-Scirea ... e poi, inevitabilmente, in Inghilterra, Beatles-Who-Rolling Stones, e, a San Francisco, Jefferson-Quicksilver-Grateful. Purtroppo per Garcia e soci avevo un debole per Grace Slick e Kaukonen e per Happy trails e il grande John Cipollina; cosa dire? Li ho trascurati. In seguito, l'ascolto a tamburo battente dell'intera discografia (sterminata, soprattutto per i bootleg) mi ha riavvicinato a loro.
Questi concerti, come per i Can, sono una porta d'ingresso secondaria a cui accedere all'opera eccezionale dei californiani.
I Flipper*, da San Francisco, ad onta della loro produzione di studio, scarna e diluita nel tempo, sono uno dei gruppi più influenti della musica americana (Shutter e DePace provenivano da un'altra formazione seminale del tempo, i Negative Trend – i cui altri due membri, Craig Gray e Tim Mooney, fondarono i Toiling Midgets).
Eccezionali dal vivo, per giudizio unanime dei maggiori protagonisti della scena hardcore, a cominciare da Henry Rollins, la loro fama, nei lavori in studio, riposa quasi esclusivamente sull'album Generic, ma, in realtà sia Gone fishin' che American grafishy, senza raggiungere le altezze di quel caposaldo, sono al passo col predecessore; persino il postremo Love, pur nella mancanza di episodi di punta, non sfigura accanto alla vecchia gemma.
Generic è un baccanale quasi giocoso: da Ever a Life a Shed no tears a The way of the world i pezzi si caratterizzano per un incedere sferragliante e slabbrato che solo la linea di basso, come un timoniere nella tempesta, cerca di tenere in rotta; il pachiderma sonoro, caracollante e sbuffante, può decelerare in una sorta di slowcore alla Melvins (I saw you shine) o eccitarsi in una sarabanda inusitata, con tanto di sassofono (Sex bomb). Il successivo Gone fishin' appare più cupo e ignora l'irruente baldanza del predecessore; non mancano, tuttavia, i capolavori: The light, the sound, the rhythm, the noise, alla Joy Division; i singulti jazz di First the heart; gl'ipnotici giri di basso di In life, my friends (che ricorda certe tirate di Neu 2), la finale e straziante One by one in cui la patina drammatica donata dalle percussioni e dai rimbombi di basso sembra un epitaffio all'era hardcore, chiusasi con una sconfitta.
Dopo la morte di Shutter i nostri si riorganizzano con Dougherty al basso: in piena era grunge esce American grafishy. Il lavoro fu variamente giudicato: a distanza di anni possiamo valutarlo davvero notevole. Difficile trovare punti di cedimento, da Someday a Fucked up again a Distant illusion sino alle più facili, ma irresistibili Exist or else, Flipper twist o We're not crazy (che ho ascoltato con piacere centinaia di volte). In realtà American grafishy spezzerebbe le reni alla quasi totalità dei lavoretti grunge-mainstream del periodo – per la sincerità e la ruvida grazia delle melodie – ma, in ossequio all'aureo luogo comune per cui ogni periodo ha i suoi eroi, non sta bene dirlo.
Love, a distanza di quasi trent'anni dal primo lavoro, si giova dell'apporto dell'ex Nirvana Novoselic; il risultato risente, come detto, della mancanza di una traccia davvero trascinante e caratterizzante, ma il monolite Old graves dà tono a tutta l’opera.
Rimarchevoli anche i singoli dei primi anni Ottanta (riuniti nell'ottimo Sex bomb baby), a cominciare da Love canal e Ha ha ha, inni che inaugurarono il loro stile inconfondibile, un viluppo sonoro rallentato, pericolante, implacabile.
* Bruce Loose (voce, basso); Will Shutter (voce, basso), morto nel 1987, sostituito da John Dougherty su American grafishy e Krist Novoselic su Love; Ted Falconi (chitarra); Ted DePace (batteria)
Di stanza a San Francisco, ma originari dello Iowa, i Thinking Fellers Union Local 182* hanno dato vita ai tourbillon anarchici più eccitanti della recente storia dello sperimentalismo americano. Mother of all saints è una serie di vignette lunari e variegate dove l'ardito impasto sonoro di chitarre, archi e percussioni rielabora e scombina qualsiasi stile (spesso all'interno dello stesso pezzo) non scadendo, tuttavia, nel disordine goliardico: tale potente eccentricità riesce, invece, a coagularsi in brevi tracce ben definite (quasi sempre sotto i cinque minuti). Largo uso dell'improvvisazione, fuori tempo, chitarre atonali, scarti improvvisi di melodia e ritmo, galoppate deliberate verso il nulla, sferragliamenti, vicoli ciechi, sovrapposizioni vocali formano l'universo non euclideo dei Thinking Fellers: i ventitré quadretti sono, perciò, brevi atti unici uniformati, come detto, dal tono sregolato. Talvolta affiora una canzone quasi canonica (Hive) o il semplice gusto dello sberleffo (Pleasure circle), ma ogni composizione (mai definizione fu più esatta) vive di vita propria e andrebbe analizzata separatamente: Tight little thing è un breve jazz slabbrato; Hosanna loud Hosanna è un cascame di lavorazione di Captain Beefheart; la quieta ballata Cistern viene ben presto risucchiata nei crescendo tipici dei Nostri e impreziosita dalla viola (strepitosa) di Hageman; Raymond H. è inaugurata da grida scimmiesche, poi evolve “riuscendo a tessere un ponte fra il bluegrass e le musiche esotiche, fra la musica d'avanguardia e Morricone” sino alla conclusiva orgia di percussioni; poi abbiamo la strepitosa Hornet's heart coi suoi coretti beffardi e gli archi vertiginosi; Hummingbird in a cube of ice (con reiterate false partenze e svolgimento quasi new wave), il girotondo di Gentlemens' lament, la viola di Infection, molto Velvet Underground - viola che domina anche la concitata Catcher; e poi il tono crooner di 1' tall interrotto da disastri noise, le sfasature da ubriachi di None too fancy con richiami finali alla zappiana Help I'm a rock ... Serve altro? Se non fosse inutile, sarebbe divertente ricostruire le influenze e le paternità rintracciabili in poco più d'un ora di musica. Un pastiche memorabile, uno dei capolavori degli anni Novanta.
* Anne Eickelberg (voce, basso, percussioni); Brian Hageman (chitarra, viola, mandolino, percussioni); Mark Davies (voce, chitarra, basso, percussioni, banjo, corno, organo); Hugh Swarts (chitarra, tastiere, percussioni); Jay Paget (voce, percussioni)
Formatisi a Chicago, ma attivi soprattutto in California, gli H.P. Lovecraft* durarono lo spazio di due album (in tre anni). Abbastanza trascurati all'epoca, si imposero, come a volte accade, sul lungo periodo. Sgombriamo subito il campo: il richiamo al celebre solitario di Providence fu voluto esclusivamente da Bill Traut e George Badonsky, proprietari della casa discografica Dunwich (The Dunwich horror è uno dei migliori racconti dello scrittore): nonostante i musicisti stessi dichiarassero di ispirarsi al mondo alternativo di Lovecraft (in cui la Terra e l'universo sono retti da entità maligne, antichissime e irriducibilmente inumane) il loro primo album consiste unicamente in un piacevole mélange di psichedelia e folk. Gran parte dei pezzi sono rifacimenti di Fred Neil (Country boy & Bleeker Street, That's the bag I'm in), Dino Valente (Let's get together), Travis Edmonson (The drifter), Randy Newman (I've been wrong before) cui si somma il tradizionale Wayfaring stranger; le canzoni originali si limitano al blando jazz di That's how much I love you baby, a Time machine, garbata marcetta da teatrino vaudeville e a The white ship, il loro singolo più famoso: basato su una ritmica da bolero, arricchito da tocchi orientaleggianti e dai toni potenti e cullanti di Edwards e Michaels, esso conserva una indubbia qualità ipnotica ed insinuante. D'altra parte, nel racconto omonimo di Lovecraft, la nave era una efficace metafora della morte.
Il disco seguente confermerà la vocazione per le piacevoli ballate da West Coast (High flying bird, Keeper of the keys) e le celebrazioni psichedeliche (At the mountains of madness, sorta di replica di The white ship**, e la notevole Electrallentando, scritta da Edwards); il tutto risulterà inoltre più compiuto giovandosi del lavoro dell'ingegnere sonoro Chris Huston abile a conferire all'album un retrogusto vago e sognante e una pulizia nell'impasto strumentale davvero eccellente. Due opere nel solco della tradizione californiana e hippy, con toni scontati, almeno nel primo episodio; non mancano certo punte memorabili e l'effetto nostalgia (canaglia?) alza il livello estetico. Rimane da capire l'esaltazione per i debolissimi allacci con la prosa di Lovecraft e per l'individuazione di atmosfere “misteriose ... ispirate da ...”, davvero inesistenti. Potenza dei nomi.
* George Edwards (voce, chitarra); Tony Cavallari (chitarra); Dave Michaels (voce, tastiere); Jerry McGeorge (voce, basso) poi sostituito da Jeff Boyan (basso); Michael Tegza (batteria).
** At the mountain of madness è, infatti, il titolo d'un altro racconto di Lovecraft.