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martedì 28 luglio 2015

Roma caput mundi - 30 Roman songs about The Eternal City

Il cartello recita: "Questa aiuola è di tutti.
Aiutaci a mantenerla pulita e a curarla"

Profetizza Beda il Venerabile:

Finché sarà il Colosseo, sarà Roma
Quando il Colosseo cadrà, sarà Roma a cadere
E quando Roma cadrà, cadrà il mondo

E sarà forse così. Un bell'attentato al Colosseo (anzi, presso l'Arco di Tito) me lo sento nelle ossa.
Caduta Roma, ultimo architrave del vecchio ordine, cadrà il mondo come l'abbiamo conosciuto; e il male avrà campo libero.
In effetti Vlad sta perdendo le rotelle, ultimamente ...
Sì, Roma cadrà perché deve cadere.
Non avete notato l'escalation?
Afghanistan, Babilonia, Egitto, Siria, Persia, Grecia, Russia ... Atene Baghdad Alessandria Damasco Pietroburgo ... i nervi storici che tengono unito il mondo classico, i tendini d'acciaio che legano a sé il Nord-Africa romano, l'Asia e l'Europa sono sottoposti a uno stress forse fatale.
Lo volete capire? La storia non deve esistere ... la storia rende sapienti, forma la bellezza, la differenza. Questo è intollerabile per chi ha in mente il mondo di Aldous Huxley. E quindi: Roma delenda est.

* * * * *

Queste canzoni (e registrazioni: da teatro e cinema) potranno non piacervi ... ma, fra esse, si nasconde almeno un capolavoro: Cristo al Mandrione (il Mandrione era una borgata poverissima di Roma), cantata da Laura Betti su testi di Pier Paolo Pasolini. Una versione eccezionale, superiore persino a quella di Gabriella Ferri.
Da sentire anche gli stornelli tratti da Mamma Roma, una sorta di rap ante litteram: beffarde improvvisazioni in rima con cui gli autori si rinfacciano sgarbi e sconvenienze.
Brillante Remo Remotti, immortale Petrolini, bravo Venditti, commovente (ma sì!) Claudio Villa (la canzone si riferisce alle demolizioni dell'era fascista lungo Via della Conciliazione), storico lo sfogo Abbasso li francesi: qui Sergio Centi si riferisce alle battaglie del 1849 combattute fra le truppe della Repubblica Romana (comandate da Giuseppe Garibaldi) e l'esercito francese chiamato dal Papa a restaurare l'ordine; gli scontri, durissimi, si svolsero sul colle del Gianicolo, dove ora sorge il quartiere Monteverde. In un assalto disperato, la sera del 3 giugno, venne ferito, fra gli altri, il ventiduenne Goffredo Mameli (morirà un mese dopo, in un ospedale di Trastevere, per il sopraggiungere di una cancrena).
Ancor oggi può ritrovarsi tale luogo, vicino a una delle brecce delle mura del colle (il 6° bastione, vicino Largo Berchet), fra la Via delle Mura Gianicolensi e il parco storico di Villa Sciarra.
Pasolini, che abitò da quelle parti negli anni Sessanta, lo conosceva bene (anche se, erroneamente, credeva che Mameli vi fosse pure morto):

Vado sulla porta del giardino, un piccolo
infossato cunicolo di pietra al piano
terra, contro il suburbano
orto, rimasto li dai giorni di Mameli,
coi suoi pini, le sue rose, i suoi radicchi.
Intorno, dietro questo paradiso di paesana
tranquillità, compaiono ,
le facciate gialle dei grattacieli  
fascisti, degli ultimi cantieri: 
e sotto, o!tre spessi lastroni di vetro,
c'è una rimessa, sepolcrale. Sonnecchia,
al bel sole, un po' freddo, il grande orto 
con la casetta in mezzo ottocentesca,
candida, dove Mameli è morto,
e un merlo cantando, trama la sua tresca.

Quei giorni Roma capitolò contro gli eserciti del Papa e di Francia.
Ma fu una sconfitta come tante. Una scaramuccia che la Città assorbì con quell'indifferenza che fluiva assieme al Tevere da tremila anni; quell'indifferenza fatalista e quell'amabile strafottenza che s'è appiccicata, col tempo, anche a tutti i romani.
La prossima guerra, però, potrebbe essere definitiva.
Ahi serva Roma, di dolore ostello!

Anna Magnani (a altri) - Stornelli (da Mamma Roma di P. P. Pasolini)
Anna Magnani-Renato Rascel - Arrivederci Roma
Antonello Venditti - Roma capoccia
Antonio Basurto - Buonanotte Roma mia
Antonio Basurto - Il sole sorge a Roma
Bobbi Solo - Vecchia Roma
Carla Boni - Mia cara Roma
Ettore Petrolini - Gastone
Ettore Petrolini - Nerone (dallo sketch omonimo)
Ettore Petrolini - Tanto pe’ cantà
Franco Califano - Roma nuda
Gabriella Ferri - Cristo al Mandrione
Gabriella Ferri - Roma forestiera
Gabriella Ferri e Pino La Licata - Aritornelli antichi
Germana Caroli - Autunno a Roma
Gino Latilla - T’aspetto a Roma
Lando Fiorini - Cento campane
Lando Fiorni - Ammazzate oh
Laura Betti - Cristo al Mandrione
Laura Betti - Il valzer della toppa
Remo Remotti - (Mamma) Roma addio
Renato Rascel - Roma nun fa’ la stupida stasera
Rino Salviati - Sott’er cielo de Roma
Sergio Centi - Abbasso li francesi
Sergio Centi - Canto d’addio prima di andare in guerra
Sergio Centi - Divino amore
Sergio Centi - Monticianè
Sergio Centi - Piazza di Spagna
Sergio Centi - Ricordo de Roma
Sergio Centi - Stornelli del Sor Capanna

martedì 5 maggio 2015

Negative Trend - We don't play we riot (1978)


Un intellettuale (al centro) soppesa, con il tarlo del dubbio (che sarebbe degenerato in certezza, lui vivo), una nullità (a destra).
A sinistra un'altra nullità, seppur meno invadente.
Entrambe le nullità diverranno milionarie.
Il secondo figuro vanterà, nel tempo, innocue velleità politologico-trasformistiche (gli piaceva giocare ai soldatini); il primo, oltre a collezionare sconfitte elettorali, accamperà, in età pre-senile, vane pretese artistiche in più settori artistici.
La figura al centro, incolpevole, finirà massacrata su una spiaggia luridissima del litorale romano - litorale oggi trasformato in fiorente anello della catena alimentare del riciclaggio camorristico (sempre lurido, però).
Sotto, il destino dell'Italia.


domenica 28 luglio 2013

Hawkwind - Warrior on the edge of time (1975; Paganesimo Elettrico nr. 1)


Può darsi che qualcuno di voi abbia già scorso uno dei paganesimi elettrici di Evil Monkey, amministratore del blog omonimo. Già online, ora sono fruibili in un agile volumetto provvisto di introduzione chiarificatrice.
Anzitutto una breve definizione di paganesimo elettrico: esso è una nuova forma di recensione. Stanco dei consueti e snervanti giri di parole, Evil cerca di vivificare, in modo assolutamente nuovo, la consunta arte dell’elogio (o della stroncatura) musicale. In che modo? “Non si è rinunciato ai dischi preferiti …” scrive “ma si è cercato di collocarli, ricontestualizzandoli per semplici associazioni di idee, in una prospettiva ... letteraria tutta differente. Ne sono così risultate recensioni romanzate, o meglio romanzesche … che inseriscono un gruppo rock, un suo album, la sua storia, in uno scenario spazio temporale completamente differente”.
Ogni paganesimo ha un album di riferimento ed è connesso ad altri dischi a latere. Facciamo un esempio: La battaglia di Deorham, primo Paganesimo, trae ispirazione e suggestione dall’omonimo disco degli High Tide ed è ambientato, appunto, al tempo della battaglia di Deorham o Dyrham combattuta nel 577 fra  i Britanni e i Sassoni, che, vincitori, occuparono Gloucester, Bath (la romana Aquae Sulis) e Cirencester (Corinium); a margine di questo corpo centrale abbiamo altri ammicchi musicali: Misunderstood, Third Ear Band, Wishbone Ash, Juicy Lucy, Hawkwind.
E perché proprio tali collocazioni temporali pagane (anche gli altri scritti evocano epoche astoriche e leggendarie)? “Il paganesimo” afferma Evil “qualunque paganesimo … rappresenta la resistenza, l’alternativa all’egemonia del pensiero dominante … proponendo un nuovo orizzonte culturale, una diversa visione del mondo e delle sue leggi …”. In questo il Nostro è in buona compagnia: anche Nietzsche nell’Anticristo si lamentava: “Quasi due millenni e non un solo nuovo Dio!”. Il monoteismo, insomma, liquidando definitivamente le antiche divinità, e asservendosi alla metafisica greca, ha progressivamente soppresso qualsiasi vitalità creatrice. Nessun dio ci sussurra più nelle foreste e presso le fonti; i templi da cui vociferava la Pizia vanno in rovina; ogni preghiera esce già disseccata da cuori indifferenti. Il paganesimo, quindi, come il politeismo ancora superstite (degli aborigeni australiani, delle popolazioni native di tutti i continenti), oltre a servire da avamposto per la battaglia contro l’omologazione del Nuovo Potere pubblicitario e turbo capitalista, è IL rifugio, necessario, per qualsiasi artista che voglia trovare sacche creatrici ancora incontaminate.
Il mio post sulla Third Ear Band e la serie della musica popolare ispirata dalle riflessioni di Pasolini vanno in tale direzione (e sono il motivo principale per cui questo blog “refuses to die”).
Ancora qualche parola sul destino della recensione che Evil analizza nell’introduzione. Egli parte da una triplice considerazione: 
1. I blog, quasi tutti, esauriscono il proprio compito nell’esaltare il proprio corredo di album favoriti. Ne nasce, per ciò stesso, un florilegio di glorificazioni spesso grottesche (si suona la tromba per gruppetti progressive italiani che suonavano nel tinello o per formazioni di quart’ordine pompate in ragione della loro emarginazione o di una storia artistica bislacca). 
2. Ha ancora senso, nel 2013, quando un album si può scaricare comodamente a casa, a costo zero, recensire un disco? In altre parole è utile scrivere di rock quando l'utente medio ragiona in tal modo: mi scarico il disco, se mi piace bene, lo masterizzo, altrimenti, con un colpetto di mouse cestino quegli MP3 importuni, e sotto con il prossimo, ci metto un attimo, non ho bisogno del tuo giudizio, ragazzo.
3. Qualcuno ascolta ancora album nella propria interezza? O piuttosto crea le proprie playlist personali, ignorando la filologia delle discografie, ben impilate per autore e anno? 
Da tali riflessioni Evil parte per organizzare la nuova arte della recensione, che abbiamo prima esposto.
Con tali riflessioni sono, tuttavia, solo in parte d’accordo. Risponderò con una triplice difesa della funzione del blogger (e delle riviste musicali: di quelle più avvertite).
1bis. Il mercato è in continua espansione. C’è bisogno di scrematura. Non solo rispetto al futuro, ma, ancor di più, verso il passato. Il problema è proprio l’enorme disponibilità venutasi a creare con il web. Fino a metà degli anni Novanta quanti album si riusciva ad ascoltare nella propria vita? Cinquecento? Sempre i soliti, comunque. Nel migliore dei casi Led Zeppelin, Beatles, Rolling Stones, Hendrix, Neil Young, Pink Floyd, progressive, metal, californiana et cetera. Alcuni di noi si spingevano verso Zappa e Beefheart, ma già Fowley, Fugs, Third Ear Band, Pere Ubu, Faust, Klaus Schulze rimanevano, in media, puri nomi. Quando si parlava fra di noi i gruppi e gli autori che emergevano erano i soliti. L’ostacolo era non solo il prezzo, ma l’effettiva disponibilità dei titoli e, soprattutto, la mancanza di testi che ragionassero della totalità della musica prodotta: veniva impedita alla fonte una considerazione estetica generale e definitiva della musica rock prodotta sin lì. Con gravi omissioni e sopravvalutazioni. Ora è tutto cambiato: siamo stati letteralmente alluvionati da decine di migliaia di nuove opere; quelle nuove e soprattutto quelle più risalenti (che ignoravamo del tutto). Si rende necessaria, quindi, una quadrata legione di filologi, filosofi e gente dallo stomaco di ferro che ascolti TUTTO e decida LE NUOVE GERARCHIE sonore. C’è gente che ascolta cento dischi in tutta la vita: a sedici anni canticchia Hey Jude, a cinquanta si ritrova sulla spiaggia a tentare Hey Jude con Eko acustica di ordinanza (è successo a me: ai primi accordi mi è preso un moto di nervosismo che è sfociato in una bella litigata: “Ancora con questa cazzo di Hey Jude!”; donne imbarazzate, atmosfera serotina irrimediabilmente rovinata; scandalo e disdoro sulla protervia di Tepes). Il primo a provvedere un solido grimaldello per scassinare le graduatorie acquisite fu Piero Scaruffi, comunque lo si voglia giudicare. Di Scaruffi spero ne nascano a centinaia. Il suo cappello alla recensione (piuttosto liquidatoria) della discografia dei Beatles è un classico del nuovo atteggiamento, che approvo in pieno e spero dilaghi. Per questo motivo nel mio blog ho spesso infierito sui Led Zeppelin, nel post sui loro plagi o in quello sugli AC/DC: non perché li ritenga degli untorelli (anzi mi piacciono), ma in odio al giudizio cristallizzato e imbozzolato su di loro (il feticcio Stairway to heaven! Non provate accordi con la EKO quando ci sono io o ve la sfascio sulla zucca). La tradizione belante e incondizionatamente positiva sui Led Zeppelin (fasulla, poiché si basa su dati incompleti) blocca la ricerca filologica su altri, numerosi gruppi hard rock, seppelliti nelle pieghe del tempo e dell’anonimato, meritevoli di ascolto o addirittura, in qualche caso, meritevoli di figurare più in alto degli inglesi nella considerazione storica (per questo ho ideato la serie Fools, villains oppure Early British punk: non si può passare la vita a sentire solo Never mind the bollocks). Questo ci porta a:
2bis. la recensione serve perché rende chiaro il passato, allarga la conoscenza e rende scettici e sanamente irriguardosi riguardo il marketing pubblicitario delle case discografiche. Bene, mi vuoi rifilare i Puddle of Mudd o Limp Bizkit o l’ultima frattaglia dei Queen o Vasco Rossi come il top? Ma ho già ascoltato Melvins, Germs, o la discografia sotterranea dei Type 0 Negative o Claudio Lolli: cosa vuoi che me freghi di queste rock ‘n’ roll swindles? Mi pigli per i fondelli, maledetto venduto?
Ancora: il blogger ha, a sua disposizione, per affermare tale visione del mondo anche la recensione silente: su ciò che si aborre e di cui ci si vuole liberare (o vendicare) deve calare un silenzio chiarificatore. Vedrete mai un mio post sui Queen? Ne dubito. Gianfranco Contini ignorò del tutto Elsa Morante. Scandalo! Ma Contini aveva una propria idea di letteratura e la Morante non gli sfagiolava. Che protestassero pure i puri di cuore. Il silenzio è la migliore stroncatura. Bisogna diventare irriverenti, profanare le chiese pubblicitarie, azzannare le gole mainstream, officiare maledizioni nell'oscurità, inscenare guerriglie impopolari, mozzare le mani al giudizio acquisito, annientare le cittadelle del luogo comune: Rolling Stone, XL e pattume simile.
3bis. La credibilità del blogger: se Webbaticy (ma potrebbe essere La Scighera o altri che trovate nel blogroll) mi fa una recensione positiva e invitante dello sconosciuto Daniele Patucchi, mi tocca scaricarlo e andarlo a sentire. Perché Webbaticy ascolta migliaia di dischi, seleziona, ridimensiona (vedi, da ultimo, i Pavement), ricerca, risente, insiste; non guadagna niente da tale attività (anzi), non ha pregiudizi, ma solo una visione estetica derivata da una vita dedicata al rock; possiede, quindi, una propria credibilità: se mi dice che Patucchi è da sentire lo prendo sul serio; se Rolling Stone assegna cinque stellette a Tizio o Caio mi faccio una risata (potrei aver torto in qualche caso, ma, per la legge dei grandi numeri, quasi mai).
Insomma le recensioni sono ancora necessarie. Adesso molto più di prima. E basta delegare il proprio gusto agli altri. I maestri servono come necessaria prima guida, poi ognuno dovrà diventare un esploratore sonoro e il proprio Greil Marcus.

martedì 9 aprile 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol. 3 (Etiopia/Rwanda/Centro Africa [Musica pigmea] plus Ennio Morricone per Pier Paolo Pasolini. Werner Herzog: diecimila anni fa. Pasolini, i Denka e l’idolo Baulé. Un epitaffio di Cormac McCarthy



Ten thousand years older di Werner Herzog è uno dei sette cortometraggi inserito nel più vasto collage Ten minutes older: the trumpet (2002; fra gli altri Aki Kaurismäki, Chen Kaige, Wim Wenders, Victor Erice, Spike Lee e Jim Jarmusch con Chloë Sevigny).
In pochi minuti, attraverso il resoconto di brevi momenti di lancinante malinconia, il regista delinea la fine della tribù Uru-Eu-Wau-Wau, ancora legata ad un'economia neolitica, rimasta isolata ed integra per millenni nelle profondità della giungla amazzonica. Nel 1981 l’avanzata dei coloni brasiliani e dei cercatori d’oro rompe l’incantesimo: i gruppi entrano in contatto; dopo vent’anni, nel 2001, Herzog torna nei luoghi che hanno testimoniato l’incontro fatale. La giungla ormai formicola di attività umane; si levano fuochi da disboscamento; gli alberi sono schiantati per far posto ai carriaggi; la tribù, che, in pochi mesi, è stata decimata dalla varicella e dalla comune influenza, è ridotta a un centinaio di individui. Il trauma del progresso ("a progress into the void”) li ha annichiliti. Tari, il capotribù, e Wapo, suo fratello, sono ancori vivi, ma regnano su una comunità di fantasmi. I due sono degli sconfitti:  mostrano a beneficio della telecamera dei vincitori e padroni esperienze e saperi che ormai saranno dissolti nell’indifferenza: come fabbricare frecce senza metalli (incidendo l’asta con il dente di un roditore) oppure come avvivare il fuoco tramite la frizione del legno; le conquiste occidentali, che pure hanno conosciuto, li lasciano freddi; il tempo ciclico dei movimenti solari e lunari o l’eternità sempre viva del passato leggendario gli rende incomprensibile la concezione occidentale del tempo, definito dall’imperio del presente. Entrambi hanno conosciuto l’amore di donne bianche: ne parlano come due adolescenti imbarazzati, due timidi fanciulli destinati alla morte più atroce, quella dell'oblio; Tari mima un canto rituale di guerra, ma la tubercolosi gli impedisce di continuare; la civiltà, come un tumore inarrestabile, sta disfacendo il corpo del re; l’anima del popolo morirà di conseguenza: già il nipote, Pablo, si vergogna d’appartenere alla propria gente, ne disconosce la lingua, si prepara a diventare un buon brasiliano, un uomo dei nuovi tempi.
Vanishing peoples. Ecco Pasolini:
Il buon selvaggio esiste, aveva ragione Rousseau, e l’ho visto io con i miei occhi proprio allo stato puro: i Denka, un popolo che viveva alle sorgenti del Nilo, nel fondo del Sudan. Ed erano tutti nudi, nudi con un filo di perle intorno al collo e la lancia; e non conoscevano niente, non sapevano cosa fosse la moneta e vivevano di baratto ed erano comunitari, pescavano  e facevano pastorizia insieme. Ed erano felici, erano felici, felici … ecco se penso all’immagine della felicità umana io penso ai Denka. Distrutti. Distrutti da Abboud in nome del musulmanesimo. Un genocidio. Che nessuno naturalmente ha preso in considerazione”*.
E ancora: “Ho pianto di vere lacrime davanti a un idoletto della tribù Baulé, fatto di legno e filamenti vegetali; ho pianto perché quello era il piccolo nume contadino del Lazio di Turno. Lacrime su un mondo perduto anche nelle sue ultime propaggini …”**.
Chi ricorderà questi uomini e le loro culture? Quale il loro cantore? Nessuno. Essi svaniranno dalla memoria dell’umanità come scherzi, come brevi ombre. Centinaia di milioni di uomini, di speranze, di mondi diversi. Doniamo loro questo epitaffio, tratto da Meridiano di sangue di Cormac McCarthy: un gruppo di sanguinosi e depravati masnadieri, guidati da Glanton e dal Giudice (forse la personificazione dell'Occidente, o del Male o del diavolo), attaccano un miserabile villaggio indiano:
Si avvicinarono a quel miserabile insediamento alla luce remota del tramonto, sottovento, lungo la sponda meridionale del fiume, dove arrivava l'odore del fumo di legna dei falò. Quando i primi cani cominciarono ad abbaiare, Glanton spronò il cavallo e sbucarono dagli alberi e attraversarono la terra arida cosparsa di arbusti con i cavalli che protendevano il lungo collo dalla polvere, avidi come cani da preda, e i cavalieri che li frustavano dirigendoli verso il sole, là dove le sagome delle donne distolte dalle faccende rimasero per un momento piatte e rigide in silhouette, prima di convincersi della realtà di quel pandemonio polveroso e scalpitante che si abbatteva su di loro. Erano ammutolite, scalze, vestite del cotone greggio nato da quel suolo. Stringevano ramaioli per cucinare, bambini nudi. Alla prima scarica ne crollò a terra una dozzina.
Gli altri si erano messi a correre, vecchi che alzavano le mani al cielo, bambini trotterellanti che chiudevano gli occhi al fuoco delle pistole. Alcuni giovani corsero fuori brandendo gli archi e vennero abbattuti, poi i cavalieri si sparsero per il villaggio calpestando le capanne d'erba e atterrando a colpi di mazza i capifamiglia urlanti.
Quella notte, molte ore dopo il tramonto, quando la luna era già alta, un gruppo di donne che erano andate a pescare su per il fiume ritornarono al villaggio e vagarono ululando fra le rovine. Qualche fuoco bruciava ancora sotto la cenere, e qualche cane strisciava via fra i cadaveri. Una vecchia si inginocchiò presso le pietre annerite davanti alla porta della sua capanna, mise un po' di sterpaglia fra i tizzoni e soffiò finché non vide una fiamma levarsi dalle ceneri, poi cominciò a raddrizzare gli orci rovesciati. Tutt'intorno a lei giacevano i morti con i crani sbucciati simili a polipi umidi e azzurri o a meloni luminescenti che si raffreddassero su una mesa della luna. Nei giorni seguenti le fragili enigmatiche tracce nere lasciate dal sangue su quelle sabbie si sarebbero crepate e spaccate e sarebbero scomparse, cosicché nel giro di pochi soli ogni traccia della distruzione di quella gente sarebbe stata cancellata. Il vento del deserto avrebbe coperto di sale le rovine, e non ci sarebbe stato nulla, né spettro né cronista, a raccontare a tutti i viaggiatori di passaggio com'era avvenuto che uomini fossero vissuti in quel luogo e in quel luogo fossero morti”.
Vanishing peoples.

* “Europeo”, 19 Settembre 1974. Intervista rilasciata a Massimo Fini.
** Scritto del 1970 pubblicato postumo su “Illustrazione Italiana”, Febbraio-Marzo 198

lunedì 25 febbraio 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol.2 (Afghanistan I/Afghanistan II/Kurdistan) plus Le canzoni di Pier Paolo Pasolini ovvero la distruzione del passato e l’abolizione del futuro. Un sogno di Pasolini. Il Colosseo vuole suicidarsi



Diluire il passato e la cultura in un eterno presente e, per ciò stesso, abolire il futuro. Il Nuovo Potere non ha alternative; la Storia si è chiusa. L’infinita varietà degli esseri umani, l’orizzonte degli eventi delle possibilità, degli incroci, delle giustapposizioni, l’immane quantità di dolore e furore e speranza, tutte le cangianti sfumature dell’animo umano, dal bruto al santo, hanno finalmente trovato riposo nella quiete dell’oggi. Finalmente la pace. Nessuna fuga in avanti, nessuna rivoluzione a salvarci. Il passato, quell’orrore di rovine e strepito, già sbiadisce: l’oggi è confortevole, perché volgersi verso quel lucore barbarico? E il futuro, così simile all’oggi, non esiste.
Atene, Roma, Tunisi, Alessandria, Costantinopoli, le capitali dell’infamia, verranno inghiottite dall’eternità del presente - dalla nuova gioia - e allontanate in un ricordo sempre più flebile. Disperso il genio, annichilite le passioni, profanati gli altari, spenti gli incendi. Perché venerare quei libri, quei luoghi, quelle forme che riaccendono la memoria e l’ardore e la furia? Il Nuovo Potere sussurra: dimenticate il passato, è questo il vero rimedio! Ignoratelo. Riponete nell’ignoranza la vera felicità. Il tepore circolare del presente, senza scatti, senza genio, ma democratico, libero. Siate liberi, finalmente! Godete di queste conquiste e misurate la vostra vita con cucchiaini da caffè. Un giorno dopo l’altro. Dimenticate chi siete e il passato, il vero dolore, si sbriciolerà lasciando aperta qualsiasi porta! Chiudete gli occhi e, soprattutto, obliate quelle memorie d’infamia! Nolite timer, Roma perit!
Come Hegel vedeva le gigantesche spirali del divenire acquietarsi nella perfezione dello Stato prussiano, così il Nuovo Potere decreta la dittatura eterna del presente edonistico in cui l’assenza di ciò che è stato rende incomprensibile i fatti, il futuro, la vita. D’altra parte a chi importa?
I popoli, le loro musiche, le loro arti muoiono lentamente. L’homo novus avanza, indistinguibile. A Roma ogni giorno spariscono i segni del passato: una pietra levigata dai secoli, una breccia del Foro, un’edicola mariana, un arco barocco, un affresco, un terrazzino liberty chiuso da infissi in alluminio anodizzato. Presto non rimarrà che il presente. Atene, Roma, Tunisi Alessandria, Costantinopoli come Seattle, Dubai, Las Vegas, Montecarlo. I mozziconi dei monumenti ristaranno davanti alle nuove generazioni come manufatti alieni, come insensate costruzioni di una civiltà assolutamente altra. Senza scopo, rovineranno su se stessi come gli affreschi romani nella mirabile scena di Roma di Federico Fellini.
Pompei, il Vaticano, Civita, Cortona, il Colosseo.
Scrive Pasolini su il settimanale Tempo (‘Tempo’, non ‘Il Tempo’) il 5 Aprile 1969:
I monumenti, le cose antiche, fatte di pietra o legni o altre materie, le chiese, le torri, le facciate dei palazzo, tutto questo, reso antropomorfico e come divinizzato in una figura unica e cosciente, si è accorto di non essere più amato, di sopravvivere. E allora ha deciso di uccidersi: un suicidio lento e senza clamore, ma inarrestabile. Ed ecco che tutto ciò che per secoli è sembrato ’perenne’, e lo è stato in effetti fino a due tre anni fa, di colpo comincia  sgretolarsi, contemporaneamente. Come cioè percorso da una comune volontà, da uno spirito. Venezia agonizza, i sassi di Matera sono pieni di topi e serpenti, e crollano, migliaia di canali (stupendi) in Lombardia, in Toscana, in Sicilia, stanno diventando dei ruderi: affreschi, che sembravano incorruttibili fino a qualche anno fa, cominciano a mostrare lesioni inguaribili. Le cose sono assolute e rigorose come i bambini e ciò che esse decidono è definitivo e irreversibile. Se un bambino sente che non è amato e desiderato - si sente ’in più’ - incoscientemente decide di ammalarsi e morire: e ciò accade. Così stanno facendo le cose del passato, pietre, legni, colori. E io nel mio sogno l’ho visto chiaramente, come in una visione”.

*  *  *  *  *
Le canzoni di Pier Paolo Pasolini assommano tutti i brani che vantano testi del poeta. Interpreti (Laura Betti, Domenico Modugno, Giovanna Marini, Fabrizio De André) e musiche (Morricone, Umiliani, Endrigo) variano; tra le sedici spicca l’eccezionale versione di Cristo al Mandrione (non quella del video), cantata da Gabriella Ferri su musiche di Piero Piccioni. Il Mandrione era borgata miserrima del sud di Roma, fra Casilina e Porta Furba (famigerate le baracche ricavate presso gli archi dell’Acquedotto Felice).

Ecchime drento qua, tutta gnuda
fracica fino all'ossa de guazza
intorno a me che c'è
quattro muri zozzi un tavolo un bide'
Fileme se ce sei Gesù Cristo
guardeme tutta sporca de fanga
abbi pieta' de me
io che nun so gnente e te er re dei re
lavora senza mai rifiata'
moro e l'anima nun sa
Fileme se ce sei Gesù Cristo
guardeme tutta sporca de pianto
abbi pieta' de me
io che nun so gnente e te er re dei re

Fileme se ce sei Gesù Cristo

giovedì 7 febbraio 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol. 1 (Cambogia/Laos/Vietnam) ovvero la discoteca di Pier Paolo Pasolini e lo storico discorsetto di Castelgandolfo, Guido Morselli e Vanity Fair



Pasolini comincia leggero: “Ho visto ieri sera (Venerdì Santo?) un mucchietto di gente davanti al Colosseo … ho creduto in un primo momento che si trattasse del gesto di qualche disoccupato arrampicato in cima al Colosseo. No. Era una funzione religiosa a cui doveva intervenire Paolo VI. C’erano quattro gatti … Credo che non ci fosse nessun romano. Un insuccesso più completo era impossibile immaginarlo”*. Tale spettacolo però lo raggelò nel profondo. Una nuova bestia dagli occhi verdi emergeva dalle acque ribollenti della postmodernità – una bestia suasiva, democratica, permissiva, tecnica: il Nuovo Potere, il Consumismo, il Fascismo Pubblicitario etc etc.
Assieme alla Chiesa spariva improvvisamente dall’orizzonte storico quella tradizione agreste, familista, cautelosamente paleoindustriale, cattolica, che aveva costituito il midollo italiano per millenni e raccolto l’eredità immane della koiné greco-romana - un tronco gigantesco e immutabile da cui rampollavano le varietà straordinarie dei popoli italiani, dei linguaggi, delle arti, delle stratificazioni urbanistiche, degli incroci culturali e di sangue, delle forme, dei paesaggi, dei volti. Lo stesso fascismo storico (quello del ventennio mussoliniano), nonostante i tentativi disperati (linguistici, architettonici …), fu impotente di fronte a tale fioritura eterna. Di qui i fraintendimenti: Pasolini cattolico, Pasolini non antifascista coi fascisti. Vero: Pasolini rimpiangeva quella tradizione contadina, semplice e distillata nei tempi: in tal senso fu un vero cristiano, un dolciniano furente, debole coi semplici ed avverso al mondo clericale e piccolo borghese, crassamente pragmatico e prevaricante. Vero: egli liquidò brutalmente il fascismo storico come "banda di criminali" e "pietoso rudere", come breve accidente storico: per gli antifascisti, perciò, non fu abbastanza antifascista, poiché il suo antifascismo fu sempre diretto contro il nuovo Fascismo dello sfrenamento edonista, dei falsi diritti civili, della falsa democrazia. Si doveva, forse, perdere ancora tempo con Almirante quando il nuovo Moloch avanzava come il Colosso del quadro di Goya? La Chiesa, come il fascismo classico, era ormai INUTILE al Nuovo Potere; lo stesso Paolo VI, nello storico discorsetto di Castelgandolfo**, lo asserì disperato: quel mondo bifronte (il clero, che Pasolini odiava, e la sfera popolare, magica e tradizionale e patriarcale, che Pasolini amava con trasporto) era stato soppiantato (come il fascismo storico) e relegato ad un ruolo vicario e ancillare del Nuovo Potere. Tutto in pochi anni, come in un incubo: gli Italiani come polli d’allevamento, sradicati come schiavi africani, infelici, nevrotizzati, deturpati, afasici, apolitici, feroci, omologati, globalizzati. Ma gli Italiani sono il mondo, il tumore alligna ovunque.
Circa otto prima, nel 1967, uno scrittore clandestino, Guido Morselli, bolognese come Pasolini, licenziava la distopia Roma senza Papa***, resoconto sulla morte inesorabile della Chiesa. Il protagonista, un prete autore dello scritto Difesa dell'Iperdulia (ovvero del culto della Maria Vergine), un dogmatico legato al passato, si muove in una Roma di fine millennio, "magnificamente squallida", avvolta in un’atmosfera pacatamente apocalittica. Il Papa, Giovanni XXIV, un irlandese dal "bel volto fratesco", si è ritirato a Zagarolo; riceve poco, parla poco, sembra disinteressarsi dei destini della Cristianità; sovraintende alla divisione territoriale della Luna (ricca di kennedyo e kruscevio) fra Unione Sovietica e Stati Uniti; si dice abbia una fidanzata, Oona Lynne Berenice Moraswami, coltissima buddista zen; d’altra parte accende anche l’interesse (platonico?) della nuova Presidentessa americana, Jacqueline Kennedy. L’apparato vaticano, ricchissimo di tradizione e di liturgie, è stata liquidato per una burocrazia da terziario avanzato, la guardia svizzera sciolta. Il predecessore di Giovanni, Libero I (successore di Paolo VI), con l’enciclica Foederis mirandi ha posto fine al celibato ecclesiastico e ridimensionato il culto mariano. La Chiesa si è riavvicinata al Nord protestante e ceduto larghe fette di sovranità spirituale alla psicanalisi (sorge l’IPPAC, Istituto per la Promozione della Psicanalisi Cattolica che si occupa di peccato e diavolo; "l'inconscio signori miei"); si guarda con benignità all’omosessualità, all’uso delle droghe, all’ecologismo zoofilo, al tecnicismo scientifico, all’eutanasia, agli anticoncettivi; i seminari pullulano di atei; si scambiano missionari con la Melanesia; Claudio Villa è senatore a vita; il Vicariato di Roma è retto, di fatto, dal Papa nero, generale dell’ordine dei Gesuiti, che, con brillante pragmatismo, asseconda il vizio del secolo, la volgarizzazione e laicizzazione della sfera ecclesiastica e religiosa ...”: sono, tutti questi, “gli epifenomeni di una tendenza storica irreversibile.
A quali esiti avrebbe potuto condurre tale sfacelo? Diciamo tre, tanto per fare numero. 1. Il suicidio del Papa e della Chiesa come in Mysterium iniquitatis di Sergio Quinzio. 2. Il ritorno ad una cristianità primitiva resa possibile dalla liberazione dal potere (Pasolini vagheggiava di un Papa che lascia le scenografie vaticane a favore di uno scantinato a Tormarancia). 3. La cooptazione della Chiesa entro il Nuovo Potere (e in funzione subordinata).
Che dire? La terza soluzione è già brillantemente in atto da un paio di decenni, fra alti, bassi, tacitamenti, resistenze, finte apostasie, fughe in avanti.
Il sacro è bandito dall’orizzonte dei fedeli; resta la normalità burocratica (comunioni, natali, pasque, sponsali, battesimi, unzioni varie). Crocefissi ed ostensorî son posti all’incanto, gli altari riadattati a scrivanie dirigenziali, i calici a delicati flûtes per lo sciampagnino dell’ora felice. Il Papa tratta, in veste d’amministratore delegato d’una multinazionale, con governanti, satrapi finanziari, comunicatori di massa, mercanti d’armi, genocidi.
Cosa manca ancora per rendere plastica questa immane resa? Forse un immagine davvero simbolica, sfumata tra il ridicolo e il glamour. All’attesa ha posto fine una rivistucola locale del Nuovo Potere, Vanity Fair: in copertina (16 Gennaio 2013 Anno Domini) campeggia il bel volto del favorito del Pontefice, un arcivescovo fresco di nomina; in esergo la didascalia: “Essere bello non è un peccato”, in micidiale parallelo con la pubblicità dei jeans Jesus che proprio Pasolini esaminò per dimostrare che la Chiesa contava, nell’ambito edonista-postmoderno-consumista, meno di zero. Il Ganimede anzidetto è, a tutti gli effetti, un tassello polimorfo e intercambiabile della Supercasta Internazionalista e Apolide: è un prete, ma potrebbe essere un modello di Prada, un attore del Sacro Bosco di Los Angeles, un pilota di Formula I, un viveur da Costa Azzurra.
La Chiesa di Roma è irreversibilmente sussunta nella sfera atea e demoniaca del Nuovo Potere, strutturato gerarchicamente e globalmente su basi plutocratiche e feudali.
Il cielo è ormai vuoto, il sacro annichilito, le illusioni bandite; a quale sorgente può abbeverarsi un artista, un musicista che voglia proporre esiti autentici, non seriali, sorgivi (lo notammo a proposito di Third Ear Band e Voice of Eye)? La risposta: deve accostarsi al passato o ai territori residuali non ancora lambiti dal nichilismo occidentale. La discoteca di Pasolini**** (che fornirà materiale sonoro a commento dei film), ricca di musica etnica (africana, araba ed orientale, ma anche russa, spagnola e greca), era la testimonianza di una disperata fuga in un passato in cui gli dei ancora sussurravano speranze alle orecchie umane: la grecità (MedeaEdipo re), il Medioevo (DecameronI racconti di Canterbury), la purezza paleocristiana (Il Vangelo secondo Matteo), il Medioriente favoloso (Il fiore delle Mille e una notteSopralluoghi in PalestinaLe mura di Sana’a), l’apologo (La Terra vista dalla LunaLa sequenza del fiore di cartaChe cosa sono le nuvole), le periferie urbane (AccattoneMamma Roma), le periferie del mondo (Appunti per un film sull’IndiaAppunti per un’Orestiade africana). Pellicole su civiltà perdute e sonorizzate da musiche di popoli sconfitti dalla storia.
Guido Morselli e Pier Paolo Pasolini testimoniarono in solitudine la disfatta. Ancora oggi molti ne parlano a stento, inebriati dalla potente droga del conformismo, anzi, spesso ne rifuggono come a toccare il ventro flaccido d’un ratto.
Il primo si fece saltare le cervella su una sedia da giardino il 31 Luglio 1973; il secondo finì ammazzato da chissà chi il 2 Novembre 1975, in una delle più luride e desolate periferie della Roma senza Papa.

* Scritto del Marzo 1974, non pubblicato.
** I dilemmi di un Papa, oggi, Corriere della Sera, 22 Settembre 1974.
*** Libro pubblicato postumo nel 1974, come tutte le opere di Morselli.

mercoledì 12 settembre 2012

The Italian art of noise - Luigi Russolo e la musica futurista


Il Futurismo fu un movimento autenticamente rivoluzionario ed anticipatore. Affermo questo prescindendo dai suoi risultati estetici, spesso mediocri, alcune volte inesistenti (a parte gli alti esiti della grafica e della pittura). Esso fu, innanzitutto, negli anni Dieci, una reazione sincera e clamorosa all’Italia millenaria - a ciò che, pur con qualche equivoco, possiamo chiamare il genio del popolo italiano. Le radici greco-romane, il cristianesimo e il cattolicesimo poi, la retorica, la compostezza classica, l’antinazionalismo, l’ambiguità, il provincialismo antieuropeo, l’accademismo vennero riconosciute e combattute dai Futuristi come caratteri deleteri e millenari dell’italianità; viceversa, l’esaltazione della guerra, della velocità, della macchina, l’antimonarchismo, l’anticlericalismo (strepitoso il neologismo ‘svaticanamento’) rappresentarono il ricostituente da mandare in circolo nel corpo sfinito della nazione. Se vogliamo ricercare la radice della dialettica profonda fra Futurismo e Italia possiamo renderlo plastico nella contrapposizione fra Francesco Petrarca e Filippo Tommaso Marinetti: il primo è l’epitome dell’Italia premoderna, agreste e pastorale, che ha lentamente distillato il miele della retorica classica e la dolcezza del Cristianesimo, polito la figura muliebre come un marmo d’ispirazione classica, simbolizzato la Natura, creato un monumentum aere perennius da venerare nel buio delle biblioteche sino ad assurgere a simbolo della Roma-Italia trimillenaria; il secondo disprezza proprio tale carattere eterno, brucia la retorica con le sinestesie più brutali, aborre il sentimentalismo (“Uccidiamo il chiaro di luna!”), vilipende la donna, non sa che farsene della Natura (“La benzina è divina!”), agita le folle, gode dell’architettura delle nuove Metropolis, s’inebria alla distruzione delle testimonianze di un passato ridotto a rovine venerande, gode del tumulto e dei terremoti, esalta l’inorganico e l’acciaio delle bombarde della Grande Guerra. Non a caso uno dei maggiori nostalgici del premoderno, Pier Paolo Pasolini, custode del bello italiano e testimone dolente dell’avanzata turbocapitalista (lancinanti le sue inquadrature in Mamma Roma in cui il cemento dei nuovi quartieri dormitorio fa da sfondo ai ruderi romani), riserva parole omicidiali a Marinetti: “Non esiste nella storia  della poesia italiana un facitore di versi più povero di lui … la sua enigmaticità è semplicemente dovuta alla sua mancanza  di intelligenza … Marinetti costringe … a prendere in esame la presenza di uno stupido là dove tutto è prodotta dall’intelligenza … [la sua è] cultura orecchiata attraverso una generica esperienza cosmopolita”. Difficile non notare nel Futurismo tale componente cialtronesca. Lo stesso Marinetti, peraltro, abiurerà gran parte del suo programma rifugiandosi nel seno del Fascismo di governo; è indubbio, però, che, per la prima volta in Italia, l’estetica tradizionale venne attaccata alle radici: in questa voglia furente di liquidazione, condotta con gusto assolutamente postmoderno, sta il fascino dell’intero movimento (a cui mancano, come detto, esiti artistici davvero rilevanti).
Il maggior rappresentante del Futurismo musicale fu Luigi Russolo (1885-1947), già pittore di buon livello e personaggio disinteressato e modesto. Nel suo Manifesto dell’11 Giugno 1913 egli chiarifica la sua posizione: “Ecco dunque la necessità … di attingere i timbri dei suoni dai timbri dei rumori per la vita. Ecco … la sconfinata ricchezza dei timbri dei rumori … è necessario che questi timbri … diventino materia astratta, perché si possa foggiare con essi l’opera d’arte … e l’Arte dei Rumori da me ideata non vuole certo limitarsi a una riproduzione frammentaria e impressionistica dei rumori della vita”. Egli intendeva, perciò, arricchire la tavolozza musicale e trasformare il nuovo rumorismo della vita (post)moderna in sonorità universali*. Egli divise il rumore in sei famiglie: 1. Rombi, tuoni, scoppi, scrosci, tonfi e boati 2. Fischi, sibili, sbuffi 3. Bisbigli, mormorii, borbottii, brusii, gorgoglii 4. Stridori, scricchiolii, fruscii, ronzii, crepitii, stropiccii 5. Rumori percussivi su legno, metalli, pelli, pietre, terrecotte 6. Voce di animali e di uomini: gridi, strilli, gemiti, urla, ululati, risate, rantoli, singhiozzi. Ogni rumore avrebbe avuto il suo strumento, l’intonarumore (raccolse poi i vari intonarumori nel rumorarmonio – una sorta di armonium). L’elenco degli intonarumori ricorda un catalogo fantastico di Rabelais: ululatori, ronzatori, sibilatori, crepitatori, frusciatori, gracidatori. Esiste un solo 78 giri (La Voce del padrone serie nr. R6919, realizzato grazie al fratello Antonio, sostituto di Arturo Toscanini) che documenta l’esecuzione degli originali intonarumori; due brevi registrazioni, Corale e Serenata.
Ancora una volta l’esiguità del lavoro prodotto sembrò dar ragione ai detrattori, ma lo spirito del musicista veneto anticipò, di fatto, la sostanza e l’ideologia delle avanguardie. In esse vivono anche le sue intuizioni.

* John Cage fu uno dei primi a interessarsi del ‘bruitismo’ di Russolo, scindendo, intelligentemente, il suo nome da quello di Marinetti. Il primo studio di un certo rilievo sarà quello di Fred K. Prieberg in Musica ex machina. Da consultare anche i recenti Luigi Russolo, vita e opere di un futurista, 2006  a cura di Franco Tagliapietra e Anna Gasparotto; Luigi Russolo: la musica, la pittura, il pensiero. Nuove ricerche sugli scritti a cura di Tagliapietra, Gasparotto e Giuliano Bellorini.