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martedì 9 aprile 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol. 3 (Etiopia/Rwanda/Centro Africa [Musica pigmea] plus Ennio Morricone per Pier Paolo Pasolini. Werner Herzog: diecimila anni fa. Pasolini, i Denka e l’idolo Baulé. Un epitaffio di Cormac McCarthy



Ten thousand years older di Werner Herzog è uno dei sette cortometraggi inserito nel più vasto collage Ten minutes older: the trumpet (2002; fra gli altri Aki Kaurismäki, Chen Kaige, Wim Wenders, Victor Erice, Spike Lee e Jim Jarmusch con Chloë Sevigny).
In pochi minuti, attraverso il resoconto di brevi momenti di lancinante malinconia, il regista delinea la fine della tribù Uru-Eu-Wau-Wau, ancora legata ad un'economia neolitica, rimasta isolata ed integra per millenni nelle profondità della giungla amazzonica. Nel 1981 l’avanzata dei coloni brasiliani e dei cercatori d’oro rompe l’incantesimo: i gruppi entrano in contatto; dopo vent’anni, nel 2001, Herzog torna nei luoghi che hanno testimoniato l’incontro fatale. La giungla ormai formicola di attività umane; si levano fuochi da disboscamento; gli alberi sono schiantati per far posto ai carriaggi; la tribù, che, in pochi mesi, è stata decimata dalla varicella e dalla comune influenza, è ridotta a un centinaio di individui. Il trauma del progresso ("a progress into the void”) li ha annichiliti. Tari, il capotribù, e Wapo, suo fratello, sono ancori vivi, ma regnano su una comunità di fantasmi. I due sono degli sconfitti:  mostrano a beneficio della telecamera dei vincitori e padroni esperienze e saperi che ormai saranno dissolti nell’indifferenza: come fabbricare frecce senza metalli (incidendo l’asta con il dente di un roditore) oppure come avvivare il fuoco tramite la frizione del legno; le conquiste occidentali, che pure hanno conosciuto, li lasciano freddi; il tempo ciclico dei movimenti solari e lunari o l’eternità sempre viva del passato leggendario gli rende incomprensibile la concezione occidentale del tempo, definito dall’imperio del presente. Entrambi hanno conosciuto l’amore di donne bianche: ne parlano come due adolescenti imbarazzati, due timidi fanciulli destinati alla morte più atroce, quella dell'oblio; Tari mima un canto rituale di guerra, ma la tubercolosi gli impedisce di continuare; la civiltà, come un tumore inarrestabile, sta disfacendo il corpo del re; l’anima del popolo morirà di conseguenza: già il nipote, Pablo, si vergogna d’appartenere alla propria gente, ne disconosce la lingua, si prepara a diventare un buon brasiliano, un uomo dei nuovi tempi.
Vanishing peoples. Ecco Pasolini:
Il buon selvaggio esiste, aveva ragione Rousseau, e l’ho visto io con i miei occhi proprio allo stato puro: i Denka, un popolo che viveva alle sorgenti del Nilo, nel fondo del Sudan. Ed erano tutti nudi, nudi con un filo di perle intorno al collo e la lancia; e non conoscevano niente, non sapevano cosa fosse la moneta e vivevano di baratto ed erano comunitari, pescavano  e facevano pastorizia insieme. Ed erano felici, erano felici, felici … ecco se penso all’immagine della felicità umana io penso ai Denka. Distrutti. Distrutti da Abboud in nome del musulmanesimo. Un genocidio. Che nessuno naturalmente ha preso in considerazione”*.
E ancora: “Ho pianto di vere lacrime davanti a un idoletto della tribù Baulé, fatto di legno e filamenti vegetali; ho pianto perché quello era il piccolo nume contadino del Lazio di Turno. Lacrime su un mondo perduto anche nelle sue ultime propaggini …”**.
Chi ricorderà questi uomini e le loro culture? Quale il loro cantore? Nessuno. Essi svaniranno dalla memoria dell’umanità come scherzi, come brevi ombre. Centinaia di milioni di uomini, di speranze, di mondi diversi. Doniamo loro questo epitaffio, tratto da Meridiano di sangue di Cormac McCarthy: un gruppo di sanguinosi e depravati masnadieri, guidati da Glanton e dal Giudice (forse la personificazione dell'Occidente, o del Male o del diavolo), attaccano un miserabile villaggio indiano:
Si avvicinarono a quel miserabile insediamento alla luce remota del tramonto, sottovento, lungo la sponda meridionale del fiume, dove arrivava l'odore del fumo di legna dei falò. Quando i primi cani cominciarono ad abbaiare, Glanton spronò il cavallo e sbucarono dagli alberi e attraversarono la terra arida cosparsa di arbusti con i cavalli che protendevano il lungo collo dalla polvere, avidi come cani da preda, e i cavalieri che li frustavano dirigendoli verso il sole, là dove le sagome delle donne distolte dalle faccende rimasero per un momento piatte e rigide in silhouette, prima di convincersi della realtà di quel pandemonio polveroso e scalpitante che si abbatteva su di loro. Erano ammutolite, scalze, vestite del cotone greggio nato da quel suolo. Stringevano ramaioli per cucinare, bambini nudi. Alla prima scarica ne crollò a terra una dozzina.
Gli altri si erano messi a correre, vecchi che alzavano le mani al cielo, bambini trotterellanti che chiudevano gli occhi al fuoco delle pistole. Alcuni giovani corsero fuori brandendo gli archi e vennero abbattuti, poi i cavalieri si sparsero per il villaggio calpestando le capanne d'erba e atterrando a colpi di mazza i capifamiglia urlanti.
Quella notte, molte ore dopo il tramonto, quando la luna era già alta, un gruppo di donne che erano andate a pescare su per il fiume ritornarono al villaggio e vagarono ululando fra le rovine. Qualche fuoco bruciava ancora sotto la cenere, e qualche cane strisciava via fra i cadaveri. Una vecchia si inginocchiò presso le pietre annerite davanti alla porta della sua capanna, mise un po' di sterpaglia fra i tizzoni e soffiò finché non vide una fiamma levarsi dalle ceneri, poi cominciò a raddrizzare gli orci rovesciati. Tutt'intorno a lei giacevano i morti con i crani sbucciati simili a polipi umidi e azzurri o a meloni luminescenti che si raffreddassero su una mesa della luna. Nei giorni seguenti le fragili enigmatiche tracce nere lasciate dal sangue su quelle sabbie si sarebbero crepate e spaccate e sarebbero scomparse, cosicché nel giro di pochi soli ogni traccia della distruzione di quella gente sarebbe stata cancellata. Il vento del deserto avrebbe coperto di sale le rovine, e non ci sarebbe stato nulla, né spettro né cronista, a raccontare a tutti i viaggiatori di passaggio com'era avvenuto che uomini fossero vissuti in quel luogo e in quel luogo fossero morti”.
Vanishing peoples.

* “Europeo”, 19 Settembre 1974. Intervista rilasciata a Massimo Fini.
** Scritto del 1970 pubblicato postumo su “Illustrazione Italiana”, Febbraio-Marzo 198

lunedì 25 febbraio 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol.2 (Afghanistan I/Afghanistan II/Kurdistan) plus Le canzoni di Pier Paolo Pasolini ovvero la distruzione del passato e l’abolizione del futuro. Un sogno di Pasolini. Il Colosseo vuole suicidarsi



Diluire il passato e la cultura in un eterno presente e, per ciò stesso, abolire il futuro. Il Nuovo Potere non ha alternative; la Storia si è chiusa. L’infinita varietà degli esseri umani, l’orizzonte degli eventi delle possibilità, degli incroci, delle giustapposizioni, l’immane quantità di dolore e furore e speranza, tutte le cangianti sfumature dell’animo umano, dal bruto al santo, hanno finalmente trovato riposo nella quiete dell’oggi. Finalmente la pace. Nessuna fuga in avanti, nessuna rivoluzione a salvarci. Il passato, quell’orrore di rovine e strepito, già sbiadisce: l’oggi è confortevole, perché volgersi verso quel lucore barbarico? E il futuro, così simile all’oggi, non esiste.
Atene, Roma, Tunisi, Alessandria, Costantinopoli, le capitali dell’infamia, verranno inghiottite dall’eternità del presente - dalla nuova gioia - e allontanate in un ricordo sempre più flebile. Disperso il genio, annichilite le passioni, profanati gli altari, spenti gli incendi. Perché venerare quei libri, quei luoghi, quelle forme che riaccendono la memoria e l’ardore e la furia? Il Nuovo Potere sussurra: dimenticate il passato, è questo il vero rimedio! Ignoratelo. Riponete nell’ignoranza la vera felicità. Il tepore circolare del presente, senza scatti, senza genio, ma democratico, libero. Siate liberi, finalmente! Godete di queste conquiste e misurate la vostra vita con cucchiaini da caffè. Un giorno dopo l’altro. Dimenticate chi siete e il passato, il vero dolore, si sbriciolerà lasciando aperta qualsiasi porta! Chiudete gli occhi e, soprattutto, obliate quelle memorie d’infamia! Nolite timer, Roma perit!
Come Hegel vedeva le gigantesche spirali del divenire acquietarsi nella perfezione dello Stato prussiano, così il Nuovo Potere decreta la dittatura eterna del presente edonistico in cui l’assenza di ciò che è stato rende incomprensibile i fatti, il futuro, la vita. D’altra parte a chi importa?
I popoli, le loro musiche, le loro arti muoiono lentamente. L’homo novus avanza, indistinguibile. A Roma ogni giorno spariscono i segni del passato: una pietra levigata dai secoli, una breccia del Foro, un’edicola mariana, un arco barocco, un affresco, un terrazzino liberty chiuso da infissi in alluminio anodizzato. Presto non rimarrà che il presente. Atene, Roma, Tunisi Alessandria, Costantinopoli come Seattle, Dubai, Las Vegas, Montecarlo. I mozziconi dei monumenti ristaranno davanti alle nuove generazioni come manufatti alieni, come insensate costruzioni di una civiltà assolutamente altra. Senza scopo, rovineranno su se stessi come gli affreschi romani nella mirabile scena di Roma di Federico Fellini.
Pompei, il Vaticano, Civita, Cortona, il Colosseo.
Scrive Pasolini su il settimanale Tempo (‘Tempo’, non ‘Il Tempo’) il 5 Aprile 1969:
I monumenti, le cose antiche, fatte di pietra o legni o altre materie, le chiese, le torri, le facciate dei palazzo, tutto questo, reso antropomorfico e come divinizzato in una figura unica e cosciente, si è accorto di non essere più amato, di sopravvivere. E allora ha deciso di uccidersi: un suicidio lento e senza clamore, ma inarrestabile. Ed ecco che tutto ciò che per secoli è sembrato ’perenne’, e lo è stato in effetti fino a due tre anni fa, di colpo comincia  sgretolarsi, contemporaneamente. Come cioè percorso da una comune volontà, da uno spirito. Venezia agonizza, i sassi di Matera sono pieni di topi e serpenti, e crollano, migliaia di canali (stupendi) in Lombardia, in Toscana, in Sicilia, stanno diventando dei ruderi: affreschi, che sembravano incorruttibili fino a qualche anno fa, cominciano a mostrare lesioni inguaribili. Le cose sono assolute e rigorose come i bambini e ciò che esse decidono è definitivo e irreversibile. Se un bambino sente che non è amato e desiderato - si sente ’in più’ - incoscientemente decide di ammalarsi e morire: e ciò accade. Così stanno facendo le cose del passato, pietre, legni, colori. E io nel mio sogno l’ho visto chiaramente, come in una visione”.

*  *  *  *  *
Le canzoni di Pier Paolo Pasolini assommano tutti i brani che vantano testi del poeta. Interpreti (Laura Betti, Domenico Modugno, Giovanna Marini, Fabrizio De André) e musiche (Morricone, Umiliani, Endrigo) variano; tra le sedici spicca l’eccezionale versione di Cristo al Mandrione (non quella del video), cantata da Gabriella Ferri su musiche di Piero Piccioni. Il Mandrione era borgata miserrima del sud di Roma, fra Casilina e Porta Furba (famigerate le baracche ricavate presso gli archi dell’Acquedotto Felice).

Ecchime drento qua, tutta gnuda
fracica fino all'ossa de guazza
intorno a me che c'è
quattro muri zozzi un tavolo un bide'
Fileme se ce sei Gesù Cristo
guardeme tutta sporca de fanga
abbi pieta' de me
io che nun so gnente e te er re dei re
lavora senza mai rifiata'
moro e l'anima nun sa
Fileme se ce sei Gesù Cristo
guardeme tutta sporca de pianto
abbi pieta' de me
io che nun so gnente e te er re dei re

Fileme se ce sei Gesù Cristo

giovedì 7 febbraio 2013

Traditional music of the vanishing peoples vol. 1 (Cambogia/Laos/Vietnam) ovvero la discoteca di Pier Paolo Pasolini e lo storico discorsetto di Castelgandolfo, Guido Morselli e Vanity Fair



Pasolini comincia leggero: “Ho visto ieri sera (Venerdì Santo?) un mucchietto di gente davanti al Colosseo … ho creduto in un primo momento che si trattasse del gesto di qualche disoccupato arrampicato in cima al Colosseo. No. Era una funzione religiosa a cui doveva intervenire Paolo VI. C’erano quattro gatti … Credo che non ci fosse nessun romano. Un insuccesso più completo era impossibile immaginarlo”*. Tale spettacolo però lo raggelò nel profondo. Una nuova bestia dagli occhi verdi emergeva dalle acque ribollenti della postmodernità – una bestia suasiva, democratica, permissiva, tecnica: il Nuovo Potere, il Consumismo, il Fascismo Pubblicitario etc etc.
Assieme alla Chiesa spariva improvvisamente dall’orizzonte storico quella tradizione agreste, familista, cautelosamente paleoindustriale, cattolica, che aveva costituito il midollo italiano per millenni e raccolto l’eredità immane della koiné greco-romana - un tronco gigantesco e immutabile da cui rampollavano le varietà straordinarie dei popoli italiani, dei linguaggi, delle arti, delle stratificazioni urbanistiche, degli incroci culturali e di sangue, delle forme, dei paesaggi, dei volti. Lo stesso fascismo storico (quello del ventennio mussoliniano), nonostante i tentativi disperati (linguistici, architettonici …), fu impotente di fronte a tale fioritura eterna. Di qui i fraintendimenti: Pasolini cattolico, Pasolini non antifascista coi fascisti. Vero: Pasolini rimpiangeva quella tradizione contadina, semplice e distillata nei tempi: in tal senso fu un vero cristiano, un dolciniano furente, debole coi semplici ed avverso al mondo clericale e piccolo borghese, crassamente pragmatico e prevaricante. Vero: egli liquidò brutalmente il fascismo storico come "banda di criminali" e "pietoso rudere", come breve accidente storico: per gli antifascisti, perciò, non fu abbastanza antifascista, poiché il suo antifascismo fu sempre diretto contro il nuovo Fascismo dello sfrenamento edonista, dei falsi diritti civili, della falsa democrazia. Si doveva, forse, perdere ancora tempo con Almirante quando il nuovo Moloch avanzava come il Colosso del quadro di Goya? La Chiesa, come il fascismo classico, era ormai INUTILE al Nuovo Potere; lo stesso Paolo VI, nello storico discorsetto di Castelgandolfo**, lo asserì disperato: quel mondo bifronte (il clero, che Pasolini odiava, e la sfera popolare, magica e tradizionale e patriarcale, che Pasolini amava con trasporto) era stato soppiantato (come il fascismo storico) e relegato ad un ruolo vicario e ancillare del Nuovo Potere. Tutto in pochi anni, come in un incubo: gli Italiani come polli d’allevamento, sradicati come schiavi africani, infelici, nevrotizzati, deturpati, afasici, apolitici, feroci, omologati, globalizzati. Ma gli Italiani sono il mondo, il tumore alligna ovunque.
Circa otto prima, nel 1967, uno scrittore clandestino, Guido Morselli, bolognese come Pasolini, licenziava la distopia Roma senza Papa***, resoconto sulla morte inesorabile della Chiesa. Il protagonista, un prete autore dello scritto Difesa dell'Iperdulia (ovvero del culto della Maria Vergine), un dogmatico legato al passato, si muove in una Roma di fine millennio, "magnificamente squallida", avvolta in un’atmosfera pacatamente apocalittica. Il Papa, Giovanni XXIV, un irlandese dal "bel volto fratesco", si è ritirato a Zagarolo; riceve poco, parla poco, sembra disinteressarsi dei destini della Cristianità; sovraintende alla divisione territoriale della Luna (ricca di kennedyo e kruscevio) fra Unione Sovietica e Stati Uniti; si dice abbia una fidanzata, Oona Lynne Berenice Moraswami, coltissima buddista zen; d’altra parte accende anche l’interesse (platonico?) della nuova Presidentessa americana, Jacqueline Kennedy. L’apparato vaticano, ricchissimo di tradizione e di liturgie, è stata liquidato per una burocrazia da terziario avanzato, la guardia svizzera sciolta. Il predecessore di Giovanni, Libero I (successore di Paolo VI), con l’enciclica Foederis mirandi ha posto fine al celibato ecclesiastico e ridimensionato il culto mariano. La Chiesa si è riavvicinata al Nord protestante e ceduto larghe fette di sovranità spirituale alla psicanalisi (sorge l’IPPAC, Istituto per la Promozione della Psicanalisi Cattolica che si occupa di peccato e diavolo; "l'inconscio signori miei"); si guarda con benignità all’omosessualità, all’uso delle droghe, all’ecologismo zoofilo, al tecnicismo scientifico, all’eutanasia, agli anticoncettivi; i seminari pullulano di atei; si scambiano missionari con la Melanesia; Claudio Villa è senatore a vita; il Vicariato di Roma è retto, di fatto, dal Papa nero, generale dell’ordine dei Gesuiti, che, con brillante pragmatismo, asseconda il vizio del secolo, la volgarizzazione e laicizzazione della sfera ecclesiastica e religiosa ...”: sono, tutti questi, “gli epifenomeni di una tendenza storica irreversibile.
A quali esiti avrebbe potuto condurre tale sfacelo? Diciamo tre, tanto per fare numero. 1. Il suicidio del Papa e della Chiesa come in Mysterium iniquitatis di Sergio Quinzio. 2. Il ritorno ad una cristianità primitiva resa possibile dalla liberazione dal potere (Pasolini vagheggiava di un Papa che lascia le scenografie vaticane a favore di uno scantinato a Tormarancia). 3. La cooptazione della Chiesa entro il Nuovo Potere (e in funzione subordinata).
Che dire? La terza soluzione è già brillantemente in atto da un paio di decenni, fra alti, bassi, tacitamenti, resistenze, finte apostasie, fughe in avanti.
Il sacro è bandito dall’orizzonte dei fedeli; resta la normalità burocratica (comunioni, natali, pasque, sponsali, battesimi, unzioni varie). Crocefissi ed ostensorî son posti all’incanto, gli altari riadattati a scrivanie dirigenziali, i calici a delicati flûtes per lo sciampagnino dell’ora felice. Il Papa tratta, in veste d’amministratore delegato d’una multinazionale, con governanti, satrapi finanziari, comunicatori di massa, mercanti d’armi, genocidi.
Cosa manca ancora per rendere plastica questa immane resa? Forse un immagine davvero simbolica, sfumata tra il ridicolo e il glamour. All’attesa ha posto fine una rivistucola locale del Nuovo Potere, Vanity Fair: in copertina (16 Gennaio 2013 Anno Domini) campeggia il bel volto del favorito del Pontefice, un arcivescovo fresco di nomina; in esergo la didascalia: “Essere bello non è un peccato”, in micidiale parallelo con la pubblicità dei jeans Jesus che proprio Pasolini esaminò per dimostrare che la Chiesa contava, nell’ambito edonista-postmoderno-consumista, meno di zero. Il Ganimede anzidetto è, a tutti gli effetti, un tassello polimorfo e intercambiabile della Supercasta Internazionalista e Apolide: è un prete, ma potrebbe essere un modello di Prada, un attore del Sacro Bosco di Los Angeles, un pilota di Formula I, un viveur da Costa Azzurra.
La Chiesa di Roma è irreversibilmente sussunta nella sfera atea e demoniaca del Nuovo Potere, strutturato gerarchicamente e globalmente su basi plutocratiche e feudali.
Il cielo è ormai vuoto, il sacro annichilito, le illusioni bandite; a quale sorgente può abbeverarsi un artista, un musicista che voglia proporre esiti autentici, non seriali, sorgivi (lo notammo a proposito di Third Ear Band e Voice of Eye)? La risposta: deve accostarsi al passato o ai territori residuali non ancora lambiti dal nichilismo occidentale. La discoteca di Pasolini**** (che fornirà materiale sonoro a commento dei film), ricca di musica etnica (africana, araba ed orientale, ma anche russa, spagnola e greca), era la testimonianza di una disperata fuga in un passato in cui gli dei ancora sussurravano speranze alle orecchie umane: la grecità (MedeaEdipo re), il Medioevo (DecameronI racconti di Canterbury), la purezza paleocristiana (Il Vangelo secondo Matteo), il Medioriente favoloso (Il fiore delle Mille e una notteSopralluoghi in PalestinaLe mura di Sana’a), l’apologo (La Terra vista dalla LunaLa sequenza del fiore di cartaChe cosa sono le nuvole), le periferie urbane (AccattoneMamma Roma), le periferie del mondo (Appunti per un film sull’IndiaAppunti per un’Orestiade africana). Pellicole su civiltà perdute e sonorizzate da musiche di popoli sconfitti dalla storia.
Guido Morselli e Pier Paolo Pasolini testimoniarono in solitudine la disfatta. Ancora oggi molti ne parlano a stento, inebriati dalla potente droga del conformismo, anzi, spesso ne rifuggono come a toccare il ventro flaccido d’un ratto.
Il primo si fece saltare le cervella su una sedia da giardino il 31 Luglio 1973; il secondo finì ammazzato da chissà chi il 2 Novembre 1975, in una delle più luride e desolate periferie della Roma senza Papa.

* Scritto del Marzo 1974, non pubblicato.
** I dilemmi di un Papa, oggi, Corriere della Sera, 22 Settembre 1974.
*** Libro pubblicato postumo nel 1974, come tutte le opere di Morselli.