Visualizzazione post con etichetta Monaco. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Monaco. Mostra tutti i post

lunedì 4 giugno 2012

Nurse With Wound list vol. 4 (AMM/Amon Düül/Amon Düül II/Anal Magic & The Reverend Dwight Frizzell/Anima/Annexus Quam)

Amon Düül. NWW vol. 4
11. AMM (Gran Bretagna) - AMM music (1966). Incredibile disco d’esordio di un gruppo poi divenuto leggendario nel campo dell’improvvisazione musicale, intesa come strumento per abbattere il tradizionale diaframma fra professionisti e dilettanti, specchio di una divisione non solo musicale, ma anche politica e sociale. Cornelius Cardew, probabilmente assassinato per motivi politici nel 1981, fu il centro ispiratore della prima stagione degli AMM, la più memorabile. Keith Rowe, chitarra; Cornelius Cardew, violoncello, piano; Lou Gare, sassofono; Laurence Sheaff, basso; Eddie Prévost, batteria.

12. Amon Düül (Germania) - Psychedelic underground (1969). Comune artistica e politica nata a Monaco, i Düül inaugurarono, con questo lavoro, la nuova musica tedesca, almeno a livello simbolico (gli Psy Free di Klaus Schulze erano attivi già da un paio d’anni). L’album è largamente improvvisato, una sarabanda acustica e percussiva, ma si avvertono già i toni panici di Phallus dei, connubio indefinibile fra echi etnici, psichedelia, aurea naturalmente gotica. Rayner Bauer, chitarra; Ulrich Leopold, basso; Helge Filanda, voce, congas; Peter "Krischke" Leopold, piano, batteria; Eleonora Romana, voce, percussioni varie; Angelika Filanda, voce, percussioni; Uschi Obermaier, maracas, percussioni. 

13. Amon Düül II (Germania) - Yeti (1970). Inutile dilungarsi su di loro. In Yeti risaltano improvvisazioni space-rock storiche nonché una delle canzoni preferite di Julian Cope, Sandoz in the rain. Renate Knaup, voce, tamburo; John Weinzierl (guitars, vocals), Chris Karrer, voce, violino, chitarra; Falk Rogner, organo; Dave Anderson, basso; Peter Leopold, batteria; Shrat, bongos, vocals; Rainer Bauer, voce, chitarra; Ulrich Leopold, basso; Thomas Keyserling, flauto. 

14. Anal Magic & Reverend Dwight Frizzell (USA) - Beyond the black crack (1976). Nativo del Missouri, amico di Sun Ra, il Reverendo concentra follemente jazz sperimentale, improvvisazioni, elettronica. Da oscurissimo reperto dei Settanta (ebbe diffusione limitatissima) Beyond divenne gradatamente influente: ora è giustamente celebre.

15. Anima (Germania) - Stürmischer Himmel (1971). Coppia musicale di Monaco, gli Anima o Anima Sound sono, a pieno titolo, un gruppo d’avanguardia virato verso un free-jazz, irto di dissonanze, percussività, spetezzi di fiati e ruvido rumorismo. Paul Fuchs, voce, basso, fiati; Limpe Fuchs, voce, percussioni, basso.

16. Annexus Quam (Germania) - Osmose (1970). Originari di Kamp-Lintfort (Düsseldorf), gli Annexus Quam si distaccarono dagli iniziali aneliti hippie per addivenire ad una eccellente miscela di space, psichedelia e jazz. Uwe Bick, voce, batteria, percussioni; Jürgen Jonuschies, voce, basso, percussioni; Werner Hostermann, voce, organo, clarinetto, percussioni; Peter Werner, voce, chitarra, percussioni; Hans Kämper, voce, chitarra spagnola, trombone, percussioni; Ove Volquartz, sassofono; Harald Klemm, voce, flauto, percussioni. 

domenica 22 aprile 2012

Krautrock party vol. 4 - Pik - Psychomotricity in Kindergarten/Subject Esq. - Subject Esq (1972)/Sahara - Sunrise (1974)/Sahara - For all the clowns (1975)




Pik. Pik è un duo italiano, di Salerno, formatosi a Berlino circa tre anni fa. Dalle tracce del loro primo lavoro, già maturo, strutturato su chitarra e percussioni, trapelano le influenze della musica dei Settanta, o meglio, la passione per le sonorità continentali: una particolare ed esclusiva ascendenza, tuttavia, non è dato trovarla, anche a causa del metodo di composizione adottato. Come scrivono essi stessi: "Il gruppo si basa principalmente sull'improvvisazione. Le nostre prove consistono in jam. I pezzi, le 'canzoni' non esistono. Esiste puntualmente un'idea, che durante la jam stessa viene sviluppata. Ogni prova è sistematicamente registrata, così da avere sempre materiale da "studiare". Per ultimo, molto forte è la componente 'tribale', 'rituale' del gruppo. Importante per noi è il suonare per e con le persone che ascoltano, così da creare un discorso che sia a doppio senso, in modo da far sentire partecipe chiunque del nostro stato d'animo e della nostra musica".
Tale voluta frammentarietà genera, quindi, un piacevole eclettismo: se A****i, Fleek rin, o l'eccellente Journey on the foot of possono far pensare all'incedere implacabile dei Neu!, una traccia come Aaaaa evoca la Kosmische musik classica; con The healing song ed Esparianto, invece, non prive di screziature blues, siamo già in territorio di nuova psichedelia d'area statunitense, nei pressi di Subarachnoid Space o Bardo Pond.
L'augurio è che i Pik, in futuro, dilatino ulteriormente le loro partiture, rinunciando definitivamente alla costrizione della forma canzone, in linea, peraltro, con le loro direttive artistiche.
Per maggiori informazioni http://psichomotricity.bandcamp.com e su Facebook.
Subject Esq. e Sahara sono in realtà un unico gruppo, originario di Monaco. Il cambio di nome fu dovuto, pare, ad una vicissitudine contrattuale con la CBS. I Nostri si rivelano subito per la felicità dell'esecuzione e la complessità delle partiture: nelle loro tracce rivivono gli eroi di Canterbury (con accenni jazz rock), gli Yes, i Genesis (i primi King Crimson e i Jethro Tull, allegria!); non si avverte, tuttavia, alcuna pesantezza derivativa, anzi tali elementi sembrano di prima mano. Subject Esq è già un eccellente album: Giantania (anche in versione lunga, dal vivo), Alone, What is love le punte. Il successivo Sunrise vanta, oltre a Marie Celeste, la suite eponima (27'12''), un piccolo capolavoro quasi misconosciuto in cui ognuno si divertirà a ritrovare le influenze succitate. For all the clowns, nonostante alcune concessioni alla maniera del progressive più facile e disteso, coronerà degnamente (con l'ottima For all the clowns, The mountain king, Dream queen) la traiettoria del gruppo di Monaco. Fossero nati oltremanica i loro lavori figurerebbero regolarmente nelle discoteche di tutti gli appassionati.
Da sentire subito.

Subject Esq.: Michael Hofmann, voce, flauto, sassofono; Alex Pittwohn, voce, chitarra, armonica; Harry Rosenkind, batteria, percussioni; Peter Stadler, tastiere; Stefan Wissnet, voce, basso; Paul Vincent, chitarra; Franz Löffler, viola.
Sahara: Hennes Hering, tastiere; Michael Hofmann, voce, fiati, tastiere; ; Alex Pittwohn, voce, chiatrra, armonica; Harry Rosenkind, batteria, percussioni; Stefan Wissnet, voce, basso; Nick Woodland, chitarra; Günther Moll, chitarra.



martedì 29 novembre 2011

Peter Frohmader - Homunculus (1987-1988)


Peter Frohmader, tedesco di Monaco, ci consegna con Homunculus, strutturato in quattro sinfonie permeate di elettronica, uno dei vertici della propria produzione.
Già dal titolo affiorano i toni gotici e perturbanti propri del compositore germanico: l’homunculus, essere asessuato ed umanoide, dalle parvenze di feto e dotato di poteri sovrannaturali, è una creazione alchemica. Lo stesso Paracelso (1493-1541), in una sua opera, ne descrive il processo di realizzazione; lui stesso fu ritenuto il fattore d’una di queste entità ch’egli custodiva in un’ampolla nutrendola di sangue umano (Frohmader è anche pittore, seguace dello svizzero H.R. Giger, disegnatore di Alien, e dei rinascimentali tedeschi come Bosch e Grünewald).
Q
uesto richiamo ad un sapere premoderno è l’unico tratto in comune con la produzione dei Lightwave: mentre i francesi dipanano lentamente le proprie atmosfere avvolgenti, la musica di Frohmader, infatti, continuamente cangiante, vive di incessanti trasformazioni generate dai vari strumenti, dai cori e dall’uso dei droni; in 1 (22’44’’), ad esempio, gli interventi del piano e del flauto, l’inquietudine delle tastiere, il breve irrompere delle percussioni, si succedono senza soluzione di continuità garantendo, paradossalmente, nonostante l’assenza di qualsivoglia indugio meditativo, una convincente unità emozionale all’insieme.

A
nche in 2 (22’14’’) l’iniziale aria di soprano viene ben presto prevaricata dalla minacciosità delle tastiere ed infine dileguata dall’attacco deciso della batteria che cede il posto, a metà del brano, nuovamente ai tappeti elettronici, con motivi insistiti e ripetuti, sottolineati dagli archi; il sottofondo finale è incupito da brandelli di motivi di pianoforte, echi arcani, sgocciolii tastieristici.

3
(24’03’’) vive delle medesime trasmutazioni: l’iniziale accenno di melodia, pesantemente scandita, genera un breve intervento di chitarra che annega gradatamente nel clangore dei droni elettronici su cui, inopinatamente, a due terzi del brano, galleggiano i gargarismi d’un sassofono. 4 (24’00’’) dà prova, ancora una volta, del virtuosismo di Frohmader: come le schiere degli storni, formate da centinaia di animali, si infittiscono per creare affascinanti geometrie aeree, per poi disperdersi improvvisamente solo allo scopo di riorganizzare nuove figure, così la musica del compositore di Monaco vive della propria interna mercurialità.

È impossibile riuscire a rendere con la parola scritta la complessità di queste orchestrazioni, notturni inquietanti e rapsodici.