Bene, volevo scrivere due righe sull'omonimo disco dei Camper van Beethoven (quello del 1986); alle prime righe è però entrata la penultima traccia: una notevole cover di Interstellar overdrive. E allora ho abbandonato i poveri Camper (sono due anni che li voglio recensire) e mi sono gettato su Interstellar: cosa fare se non un mix delle varie versioni di questo brano fondamentale? Poi mi son ricordato che due di tali versioni (di quindici minuti) comprimevano mirabilmente - all'inizio e alla fine - un bel bootleg del povero Barrett ... ed ecco qua il post.
Su Barrett stesso non si può dire nulla che sia al contempo intelligente e nuovo, per cui taccio.
Flying Brain's Garden - First (2010). Progetto nato a Catanzaro (Cristina Russo, voce, cori, testi e disegni; Raffaello De Fazio, voce, cori, chitarra, basso, tastiere, batteria, percussioni), il Cervello Volante propone una cattivante miscela che oscilla tra robuste suggestioni Gong (The Hades guard, il finale di Thirsty for knowledge), per merito dell'interpretazione della Russo (con gemiti interplanetari molto Gilly Smith) e atmosfere psych tipicamente Seventies, ben suonate e, maggior merito, piuttosto rare presso le latitudini italiane (rare anche ai bei tempi). Bella la copertina con entità che sembrano tratte dal Manoscritto Voynich.
Haiduk - Spellbook (2012). Luka Milojica, multistrumentista attivo in Canada, licenzia questa serie di proiettili blindati di death metal. Attacchi chitarristici ad altezza uomo, batteria ad alzo zero, growl classici, tutti distillati in solitario nelle foreste nordamericane. Sapete cosa vi aspetta. Contatti: sito; Facebook; My Space; Reverb Nation.
John 3:16 - Visions of the hereafter - Visions of Heaven, Hell and Purgatory (2012). Abbiamo già presentato John 3:16 (impegnato in una tournée in Israele), alias Philippe Gerber, in uno split con FluiD. Qui presenta nove tracce che rendono ragione del proprio stile onnicomprensivo: ambientale, shoegaze, drone; in fondo, forse, solo lo stile della nuova psichedelia che allarga ancora i confini mentali sino a visioni maestose, verso quella musica delle sfere (la sola universale) che può affrancarci dai lacci mondani. Contatti: sito, Alrealon Musique.
Gli Swans degli anni Novanta confermano la curvatura purgatoriale del loro leader incontrastato. Michael Gira ha ormai la consapevolezza dell'iniziato: ha assimilato brutture, umiliazioni, trasalimenti; di tutto ciò non restano che ricordi e, come scrisse Rimbaud, “come caldi escrementi d'una vecchia piccionaia/mille sogni in me fan dolci bruciature*”. D'altra parte cos'è un ricordo se non un sogno**?
Michael Gira lascia la disperazione esclusiva e ritmata degli esordi per la forma della ballata; i suoi toni sono di chi ha vissuto intensamente e ora, snervato dalla lunga consuetudine all'orrore, più saggio, forse più debole, può cantare il passato col distacco di Didimo Chierico (“calore di fiamma lontana”) e, addirittura, trasfigurarlo con accenti fantastici, colla carica empatica d'un favolista. Her, The sound of freedom, Identity, The golden boy that was swallowed by the sea i picchi di Love of life: larghe e bellissime ballate che si caricano, a tratti, quasi impercettibilmente, di toni arcani, medioevali.
Tale parabola, di mestizia e lavoro interiore, viene prolungata da The great annihilator; una certa frenesia percussiva (nel gruppo entra William Rieflin dei Ministry) rimanda, a tratti, ai primi album, ma il suono rimane circoscritto all'ambito crepuscolare imboccato da tempo. Ancora meraviglie: In, Celebrity lifestyle, Warm, I am the sun e Mother/Father, modellata dalla voce di Jane Jarboe.
Dopo Die Tür ist zu, sette improvvisazioni dal vivo, in cui risalta un lato sperimentale fino ad allora inaudito (specialmente nei tre brani più estesi, Ligeti's breath, di ventidue minuti, YRP e Soundsection), i Nostri licenziano il taglio finale Soundtrack for the blind. Per l'occasione arruolano Vudi (chitarra, dagli American Music Club), Joe Goldring (basso, dai Toiling Midgets) e Larry Mullins (percussioni).
Il disco è un capolavoro, superiore persino a Children of God. Non è difficile pensare, vista l'eterogeneità del tutto, ad un recupero di materiale preesistente; due ore e mezzo di musica in cui si ritrovano lacerti di canzoni, schegge live, recitativi, elettronica, accenti industrial, lo sperimentalismo di Die Tür ist zu, ballate tradizionali (di Gira: le eccezionali Helpless child, The sound e The final sacrifice, rispettivamente 15'47'', 13'11'', 10'27''; della Jarboe: la bella Hypogirl e, addirittura, Volcano, pezzetto techno, buono per rimescolare ancor più le carte). In carriera Michael Gira ha dapprima dispiegato le cadenze spietate delle sue Songs of experience e poi, raddolcito e avvolto da una luce morente, quasi filtrata da una vetrata gotica, ci ha donato le sue Songs of innocence: l'infanzia brutalizzata, la vita spezzata, e poi una parvenza di salvezza, sono tutte istanze della sua arte che, sparse nei suoi lavori, coesistono nella miscellanea testamentaria di Soundtrack for the blind.
L'inopinata resurrezione degli Swans due anni addietro con My father will me guide up a rope from the sky, guastò una così coerente dissoluzione. Il lavoro riprende i fili dell'ultimo decadentismo di Gira, ma la sincera disperazione sottesa, patente o sublimata, affiora saltuariamente. Rimangono (non è poco!) belle canzoni: No words/no thought, You fucking people make me sick, Eden prison.
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PS. I due EP Blood women roses, 1987, e Shame humility revenge, 1988, pubblicati a nome Skin, sono per gran parte opera di Jane Jarboe e verranno recensiti prossimamente in un post dedicato interamente a lei.
* Arthur Rimbaud, Orazione della sera (Oraison du soir: “Tels que l'escréments chauds d'un vieux colombier/mille rêves n moi font de douces brûlures”)
** Come conferma l'Anonimo Romano. Nel 1325, allora bambino, vide l'entrata in Roma, presso il portico d’Ottavia, di numerosi cavalieri armati diretti verso il Campidoglio. Nel rimembrare l’avvenimento così si esprime: “queste cose me recordo comoper suonno”.
Natural Snow Buildings è il progetto del chitarrista Mehdi Ameziane e della violoncellista Solange Gularte, francesi della Borgogna. The dance of the moon and the sun (venticinque tracce per quasi due ore di musica) resta, a tutt'oggi, il loro capolavoro indiscusso. Il duo alterna sapientemente brani quasi folk, o almeno tali da richiamarne la forma (Interstate roads, Breaking waters, The cover-up, Lie there ...), a composizioni psichedeliche ed ambientali impreziosite da tocchi etnici (specie nelle percussioni, Ten spirit guardian motherfucker, Cut joint sinews and divided reincarnation, Felt presence ghostly humming). La funzione delle prime, al netto della loro intrinseca bellezza, pare quella di far risaltare, grazie a ciò che Eliot chiamava la musica della poesia (la necessaria compresenza di un tono prosastico o rilassato e di accenti alti o solenni), la complessità delle seconde.
Il disegno, da questo punto di vista è abbastanza scoperto e quasi meccanico: la breve Carved heart precede Cut Joint (un minaccioso drone si cangia in un percussionismo tribale); la distesa Rain serenade introduce il brano eponimo incentrato su meravigliosi droni chitarristici; Breaking waters l'oceanica Felt presence, ghostly humming; Wandering souls, invece, Ten spirit guardian.
A riscattare tale prevedibilità (o abilità da mestieranti) rimane l'impressione generale suscitata, l'unica che conti a livello estetico; quando anche i bisbigli dell'ultima traccia (Remains in the ditch of the dead) si sono dissolti ci volgiamo retrospettivamente all'opera cogliendone la sostanziale unità emozionale (una sottesa indefinibile malinconia) che trascende i toni sparsi, da quello melodico e rurale agli slarghi psichedelici-avanguardistici.
Non mancano accenni colti: Eu un miroir, obscurement sembra una citazione di un versetto di San Paolo (Corinzi, 13,12): "Ora vediamo oscuramente, attraverso uno specchio: allora faccia a faccia. Ora conosco in parte: allora conoscerò come sono conosciuto"*.
Il successivo The Centauri agent, ad una seconda parte più incompiuta (almeno nello sviluppo di qualche pezzo), contrappone due capolavori nella prima: The accidental remote viewer e, soprattutto, Our man from Centauri (41’17’’), un viaggio nell’universo, attonito e colossale, ennesima versione (da parte dell’avanguardia musicale) dell’esplorazione psichedelica dello Star Gate di 2001, a space odissey. A differenza di Kubrick, tuttavia, le meditazioni dei francesi non hanno fini, e immergono l’ascoltatore in una lenta meraviglia stazionaria.
* "Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum". J. L. Borges dedicò, in Altre inquisizioni (1952), un breve saggio sulle interpretazioni che Léon Bloy, scrittore integralista cattolico, diede di questo versetto.
I Mi Ami, da San Francisco, nascono dalle ceneri dei Black Eyes (il bassista Jacob Long), con l'aggiunta di Daniel Martin-McCormick (voce, chitarra) e di Damon Palermo (batteria).
Un tempo – in un tempo felice per i poveri di spirito – i Mi Ami sarebbero stati catalogati come crossover, incrocio di generi diversi, quando il richiamo ad un genere ancora garantiva la significazione e la comprensibilità. Oggi, perse di vista le bussole orientative (una critica autorevole e riconosciuta come tale, i poli magnetici anglosassoni, i ruoli strumentali definiti ...), si è costretti, per rendere conto al lettore della complessità dei richiami sonori, ad una serie di rimandi che, spesso, rendono il garbuglio ancor più inestricabile; non sempre, infatti, chi legge ha ben presente le sonorità a cui viene indirizzato, per tacere poi delle citazioni mentula canis tra sfoggio esibizionista e provocazione.
Pop Group, Jah Wobble, Contortions sono i vati cui si ricorre per dar ragione dei Mi Ami: il basso pulsante e quasi funky di Long, le percussioni di Palermo, tribali o trottanti, la nervosissima chitarra e il falsetto isterico di McCormick (versione maschile di Yasuko Onuki dei Melt Banana) sfociano negli eccitati quadretti di Watersports, in special modo nei primi cinque pezzi (tra cui rilevano The man in your house ed Echononecho); negli ultimi due, Peacetalks downer e White wife, anche in virtù anche della lunghezza (otto-nove minuti), la frenesia viene attutita e la iniziale carica galvanica, pur conservandosi integra, rimane sottotraccia: sono i momenti migliori del disco. Steal your face non fa che confermare tale dicotomia: Harmonics, Latin lover, Secrets tengono altissimi i ritmi esacerbati dalla vocalità di McCormick, ma sono la sinuosa Dreamers (8'07'', col cangiante tam tam di Palermo) e la tiratissima Slow (8'44'', in cui la linea della chitarra, abbandonati gli spasmi elettrici di prima, può quasi formalizzarsi in assoli canonici) a rubare la scena.
Presto per ritagliare ai Mi Ami un ruolo preciso nelle gerarchie anche recenti: molte promesse e molti primi ascolti entusiasti svaporano in fretta; l’esordio e il subitaneo seguito sono, tuttavia, davvero rimarchevoli.
La produzione di Maurice DeJong è una delle più estreme esplorazioni del Male. Egli riesce a concretare musicalmente l’angoscia di un’umanità oppressa da forze incombenti e minacciose che, indifferenti alla nostra sorte, creano e schiantano l’universo a loro capriccio mentre “i migliori angeli della nostra anima” vengono esiliati dal gelo del sadismo e della sopraffazione.
Costretto dall’enormità della propria visione di sfacelo cosmico, l’olandese oltrepassa inevitabilmente qualsiasi genere pregresso (dal doom all’industrial) e fonda, in territori assolutamente inumani, una personale sinfonia dell’orrore metafisico.
La sua ultima opera, monografia in cinque atti dedicata alla Morte, sembra un triumphus tardo medioevale: nell’affresco di Clusone (BG)*, uno dei più pregevoli, la Signora del Mondo, ammantata nei simboli della regalità e circondata da scheletri, domina sui cadaveri del Papa e dell’Imperatore, tormentati da bestie immonde; commercianti, filosofi e giudici offrono ricchezze per ottenere la salvazione, ma Essa rimane insensibile alle tarde e vili offerte di mercimonio. Il titolo francese, inoltre, pare alludere ad un dipinto complementare a quello precedente, L'entrée du Christ à Bruxelles, del belga James Ensor, in cui il Cristo, Signore dell’Oltremondo, viene schernito da una folla brutale pronta all'ossequio e al deicidio. DeJong sembra dirci che l’esistenza non ha redenzione e il suo unico orizzonte, la fine fisica, ha scacciato la speranza, retaggio di fedi ormai insensate; qualsiasi figura salvifica viene derisa come lo Sconfitto di Ensor.
L’olandese costruisce il trionfo sviluppando un tono epico, costruito da cori, pesanti clangori gotici, bassi distorti e urla straziate: la Morte incede venerata dal proprio corteo macabro, quindi siede sul trono niveo mentre un canto che celebra l’ineffabile splendore della nuova Imperatrice percorre come un vento di follia ghiacciato i residui viventi, ormai perduti per sempre.
Le storie letterarie, religiose e artistiche annoverano migliaia di inferni, ma questi, anche i più agghiaccianti, erano riscattati dal calore della creazione e dell’immaginazione e quindi dell’umanità che li aveva dettati; Gnaw Their Tongues priva di ogni forma di empatia le proprie creazioni e ci consegna schegge di nichilismo incontaminato.
* Opera di Giacomo Borlone de Buschis, dipinti verso la fine del Quattrocento, si trovano presso l’Oratorio dei Disciplini.