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giovedì 14 gennaio 2016

Sepultura - Chaos A.D. (1993) ovvero: morire di evidenza

Penitentiagite! Sono tempi gravidi di orrori e novità. Come le epoche in cui tutto può accadere - immaginifici! - ogni evento può rivelarsi simbolo di qualcosa d'altro che, sin allora, era nascosto agli occhi.
La foto sopra, ad esempio; un fotomontaggio, certo, e però spia di ciò che è ancora sotto traccia, e che noi  - o qualcuno di noi - solo pre-sente nell'intimo.
La finzione è metafora di una realtà che non appare, ma che è vera, profondamente vera.
L'immagine è una finzione e la finzione è il simbolo e la metafora della disfatta a venire. 

Quando, da piccoli, si leggeva il sussidiario di storia, io pensavo: "Ma come hanno fatto questi a non rendersi conto della situazione. Erano ciechi? Come hanno fatto ad autodistruggersi? Non guardavano ciò che li sovrastava? Oppure: come possono essere stati così crudeli con gli inermi? Erano, forse, impazziti?".
Eppure è così. Le generazioni umane, immerse nel flusso del vivere e nei loro ridicoli egoismi, non si rendono conto di ciò che accade; di ciò che può accadere. Sono cieche.
Il tempo e l'avanzamento tecnologico non hanno migliorato la situazione. Stiamo per finire in una voragine, ma continuiamo come se nulla fosse. E perché?
Regalo una mia risposta, per quel che vale.
Noi neghiamo l'evidenza.
La verità, infatti, è sotto gli occhi di tutti.
Persino documentata.
È evidente che la Jugoslavia fu distrutta e smembrata sulla base di menzogne.
È evidente che l’Iraq e l’Afghanistan furono annientati per menzogne ancora più feroci.
È evidente che la Libia fu distrutta per colpa delle mire del francese Sarkozy.
È evidente che l'ISIS sia una tumore scatenato dagli stessi medici che si sono eletti a curarlo.
È evidente che il gesuita dal nome francescano sia stato designato quale curatore fallimentare di due millenni di civiltà.
È evidente che l’Europa unita è un progetto elitario teso a distruggere le democrazie costituzionali nate nel dopoguerra.
È evidente che l’Euro fu ritagliato alla nascita sulle mire espansioniste della Germania e che l’Italia avallò questa cessione di sovranità istigata dai propri governanti comprati a suon di tangenti e prebende, come dei clientes di quart’ordine.
È evidente che l’Europa unita è una propaggine degli Stati Uniti e di un’ideologia illiberale e nichilista.
È evidente che la NATO sta istigando uno scontro etnico nel cuore dell’Europa e noi ci cadiamo, non sia mai.
È evidente che una guerra si prepara, e quei tamburini in prima linea siamo noi.
È evidente che il nuovo feudalesimo basato sul censo ci vedrà straccioni.
È evidente … che negare l’evidenza è un meccanismo di difesa antico quanto l’uomo. Un movimento involontario dell’animo che scatta in ognuno di noi.
Se accettassimo l’evidenza, infatti, ora più che mai in piena luce, tanto che il potere stesso non si premura nemmeno di nasconderla, rinunceremmo a parte delle nostre convinzioni, e, perciò, a noi stessi. E chi osa prendersi un tale fardello?
Come quando si è traditi o finisce un amore o termina una esperienza importante: ammettere che si è vissuti nella menzogna o lottando per una causa sbagliata o iniqua equivarrebbe a dire: abbiamo sbagliato, quel tempo trascorso fu tempo perso, la mia esistenza, finché durai in quella convinzione, era falsità e polvere e nulla.
Allora? Chi si assumerebbe questo onore devastante? Chi riuscirebbe ad ammettere che una parte della vita in cui ha investito passione, convinzioni, forza, gioventù, amore, follia, si sia rivelato un pugno di cenere?
Arrivare nel mezzo del nostro breve cammino (il solo che abbiamo!), voltarsi indietro e dire: è stato tutto un inganno, una fola, un sogno insano?
No, non è possibile questo.
Negare l’evidenza.
E così sia.

mercoledì 29 ottobre 2014

Anekdoten - Vemod (1993)

Ancora svedesi, Anekdoten (Nicklas Berg, voce, chitarra, tastiere; Anna Sofi Dahlberg, voce, tastiere; Jan Erik Liljeström, voce, basso; Peter Nordins, batteria, percussioni).
Un disco storico, che alcuni ricordano con nostalgia indicibile (almeno a Roma; almeno coloro che erano devoti alle radio rock locali).
Thoughts in absence fu un hit assoluto dell'immaginario di tale minoranza spirituale che vedeva dissolversi gli ultimi aneliti anticommerciali e frontisti. Gli anni Ottanta avevano infierito; i primi Novanta (proprio in contemporanea con il successo del grunge) tumularono quelle esperienze libertarie: si apriva l'era delle radio con le playlist a gettone, gonfie di pubblicità e invase dalla chiacchiera e da quell'idiota anelito di partecipazione degli ascoltatori (messaggi, messaggini, melensaggini, battutine).

* * * * *

Thoughts in absence è una ballata delicata come un prezioso cristallo, ma il resto dell'album è positivamente tributario dell'hard progressive dei King Crimson di Red.

* * * * *

Ma dove sono più le nevi di un tempo?
Ditemelo voi: è tutto perduto?
Dove sono le nevi del bel tempo che fu?

lunedì 11 agosto 2014

Pelican - Australasia (2003)


Album strumentale di mesozoica graniticità e geologica scossa tellurica, prodotto negli anfratti orfici in cui furono precipitati la Gerusalemme degli Sleep, le anfetamine degli Earth e i mantra degli Om.
Lunghi brani che coniano, rinnovano, resuscitano forse, un metal chitarristico progressivo ma schietto e ruvido, direttamente dalle sabbie rosse di Joshua Tree, senza l'alea e il free form totale di un Haino, o il rumorismo di un Brötzmann, ma con l'impatto deformante dei Boris prestati a monologhi che, se a prima vista appaiono flussi destrutturati, sono in realtà incastri meccanici di riff, armonie e ritmi colossali ma pur sempre riconoscibili, addirittura accattivanti; come quando il vento spazza le dune e lascia affiorare le ossa del titano sepolto.
Il dialogo finale di NightEndDay, chitarre che si danno le spalle, schiena contro schiena, parlandosi addosso; l'assalto maledetto dei carri armati in Drought, che avanzano tra popoli di pastori avvolti solo in bandiere verdi, rosse e nere. Una Reign in Blood per un emisfero davvero al buio, mai artatamente horror o fintamente violento, mai auto indulgente, nemmeno nell’enfasi di Angel Tears, inno per una nazione senza più parole. C'è la subdola pressione psicologica al prigioniero altre le linee nemiche, la contestazione all'ordine costituito che culmina con l'assalto caotico ai Wall-Mart di un popolo di consumatori zombie che si mangiano l'un l'altro con perverso compiacimento.
Come se le grandi jam della Baia o del southern - Gold and Silver, Whipping Post, Dark Star - fossero state ricoperte da colate di lava luminescente, solidificatasi nella schiuma dell’oceano, in cordoni di basalto nero che lasciano appena trasparire la melodia sotto un perenne drone sotteso a tutto il racconto, che diventa eco di abbandono nostalgico nell'ultimo capitolo dell'avventura.
Finchè la faglia non arriva talmente in profondità nella crosta continentale da esplorare tutti i colori del rosso, per riemergere su di un lembo di spiaggia al tramonto.
Pelican: notevole (e personale) riscoperta di inizio millennio.

- See more at: http://theevilmonkeysrecords.blogspot.it/#sthash.vLK1oD8t.dpuf

mercoledì 3 luglio 2013

Type O Negative - Bloody kisses (1993)/The best of Type O Negative (2006)


E se il lato migliore dei Type O Negative (da New York: Kenny Hickey, chitarra; Peter 'Steele' Ratajczyk, voce, basso; Josh Silver, tastiere; Sal Abruscato, batteria, sostituito, nel 1994, da Johnny Kelly) consistesse in una resa? Dopo l'esperienza con i Fallout e i fasti brutali dei Carnivore (con sublimi follie a metà fra l'Aryan Nations e l'eccezionalismo della destra americana: Male supremacy, Hitler Jesus, Armageddon, Sex and violence), Steele inaugura i Type O Negative con Slow, deep and hard; il disco, un repertorio di spunti per incubi (per dirla con Conrad), è davvero una delle pietre miliari del metal degli anni Novanta, in equilibrio fra psicopatia, potenza strumentale e il tappeto tastieristico; tutto questo al netto di alcune madornali scivolate nel kitsch più turgido (lamenti di dannati, torture assortite, rumor cruento di motoseghe, dichiarazioni omicidiali da cornuto), quell'impasto di puerilità e ferocia che, alla lunga, ha schiantato diversi sacerdoti metallici. Non che il kitsch non possieda un certo fascino, ma solo se preso a piccole dosi omeopatiche, per sanamente ingaglioffirsi, come usava fare un nostro antenato comune, Niccolò Machiavelli.
Bloody kisses già derubrica con cautela quegli assalti sonori: Black no. 1, Christian woman, la traccia eponima, Blood and fire sono i brani in cui le melodie si coloriscono, arricchendosi, di toni chiaroscurali e gotici (solo il frontismo di Kill all the white people rievoca gli antichi ardori nichilisti e fascisti; nonché alcuni brevi ed evitabili siparietti grand guignol).
I successivi lavori proseguiranno su tale falsariga. Ormai i Type O Negative navigano in pieno stile Sisters of Mercy grazie anche all'interpretazione catacombale di Steele; la facilità AOR tende agguati mortali, ma prima di caderne vittima i Nostri riescono a donarci, fra le altre cose, Everyone I love is deadToo late frozen e, soprattutto Love you to death, dove la magniloquenza della ritmica e delle tastiere entrano in simbiosi perfetta con un sorprendente afflato romantico.
Un piccolo capolavoro autunnale, sospeso (come sempre) fra Amore e Morte. 

mercoledì 8 maggio 2013

Beyond the boundaries - Post rock vol. 3 (Caspar Brötzmann Massaker/Gate) plus Indonesian post rock

Caspar Brötzmann
Caspar Brötzmann Massaker (Germania) - Der Abend der Schwartzen Folklore (1992). Uno dei maestri dell’hard rock nichilista. Che dire? Gli strumenti son sempre gli stessi, chitarra basso batteria, ma la spinta liberatoria e fiammeggiante si è disseccata e cristallizzata come le interiora di uno schizofrenico. Le impennate hendrixiane (Bass totem) e i ritmi marziali annegano in pantani distorti e in silenzi carichi di minaccia. Caspar Brötzmann, voce, chitarra; Eduardo Delgado Lopez, basso; Danny Arnold Lommen, batteria.

Caspar Brötzmann Massaker - Koksofen (1993). Brötzmann porta a perfezione la sintesi fra il power trio degli anni Settanta e gli echi industriali e apocalittici dei Novanta. L’alternanza è fra disastrose tumescenze elettriche e pozze statiche dove un semplice strumming prefigura un’attesa carica d’angoscia. Disco d’eccezione a cominciare dal classico Hymne. Formazione come sopra.

Gate (Nuova Zelanda) - The lavender head 1.1.1.2-2.1.2.2 (1998). Dead C - Bruce Russell = Michael Morley = Gate. Capita l' equazione? Quattro brani di circa venti minuti: chitarra, tastiere, batteria liofilizzati dall’elettronica e spesso imbozzolati in loop insistiti. Le singole sequenze sono puri pretesti per originare, tramite la serialità, una nuova dimensione sonora ed estetica. Impossibile da definire e resocontare, il disco ripone la propria apprezzabilità solo nell’ascolto diretto. In tale minimalismo inquietante spicca l’eccellente The blurred tree.
* * * * *

Vorrei segnalare inoltre una compilation di post rock indonesiano liberamente scaricabile. Per allargare gli orizzonti.

giovedì 12 aprile 2012

Flop - Whenever you're ready (1993)


Quartetto di Seattle (Rusty Willoughby, chitarra; Bill Campbell, chitarra; Paul Schurr, basso; Nate Johnson, batteria), i Flop, come i Mr. T Experience, sono i portatori di un rock melodico e pericolosamente piacevole.
Diciassette canzoni, tre quarti d'ora, pochi attimi di cedimento; come spesso accade, di tutte le tracce rimane poco nella mente: a differenza dei californiani, però, non si ritrovano ritornelli memorabili né da memorizzare doverosamente, a parte Regrets. L'insieme è, però, irresistibile: Whenever you're ready potrebbe essere la colonna sonora di un Happy days aggiornato all'era dei PC. Il famoso video dei Weezer, Buddy Holly, in cui i musicisti interagiscono con i personaggi del telefilm ambientato a Milwaukee dice molto sull'operazione Flop: in essa convivono classiche tirate (The great valediction, Eat), energici rock altrettanto classici (En route to the unificated field theory, Julie Francavilla) e un'aria insistente di già sentito. Unica eccezione, la chiusura strumentale, Need retrograde orbit. Refrain, accelerazioni, brevi strofette, testimoniano di un gruppo che ha fatto tesoro della formula pop dei decenni passati e la cala nella realtà della nuova musica grunge, peraltro, al tempo, declinante e già pronta per le più ardite contaminazioni (ovvero per la riproposizione inesausta delle varianti d'una formula vincente). 
Un disco comunque notevole e che merita attenzione, assai utile da alternare agli ascolti più ponderosi; forse, al netto di certe studiate ruvidezze, l'operina è un'inconsapevole operazione nostalgica (già vista per la surf music riaggiornata dei Mermen); rivelatrice di un'America lanciata catastroficamente verso le glaciali distese della globalizzazione e, quindi, restia ad abbandonare la propria recente età dell'oro, gli anni Cinquanta.   

martedì 10 aprile 2012

Stereolab - Space age bachelor pad music (1993)/Transient random noise bursts with announcements (1993)

Formati a cavallo fra Ottanta e Novanta (Laetitia Sadier, voce; Tim Gane, basso; Sean O'Hagan, chitarra; Mary Hansen, tastiere; Duncan Brown, basso; Andy Ramsay, batteria), gli Stereolab, sotto le spoglie di una psichedelia nostalgica e passatista, celano una lodevole opera di sincretismo musicale, dai Velvet Underground ai Neu!. Frutto di una cosciente manipolazione intellettuale o la fortuita congiura di abilissimi rielaboratori?
Sul disco maggiore, Transient random, i debiti si fanno subito evidenti in I'm going out my way in cui l’acido e lo psichedelico promanano, abbastanza sfacciamente, da Sister Ray; l'incedere di Jenny Ondioline (18'08'') pare, invece, uno scampolo di lusso delle sessioni di registrazione di Neu 2, in cui il metronomo percussivo di Klaus Dinger inaugurava il disco con la paradigmatica Für immer, maestra, ancor più di Hallogallo, di color che sanno: la batteria, inchiodata stoicamente al motorik krautrock, e la chitarra ossessionante, debitrice di Rainer Rother, sono le protagoniste dei questo piccolo classico; il mantra vocale della Sadier e le tastiere anni Sessanta non sono che orpelli fascinosi di questa percussività ipnotica (l’attrattiva retrò sarà una formula costante dei britannici più intelligenti, da Electrelane a Portishead). Omaggio o furbizia? Se è vero, come scrisse Thomas Stearns Eliot che “I poeti immaturi imitano; i maturi rubano”, possiamo dire che gli Stereolab stanno fra color che son sospesi: imitano, ma riescono sicuramente a creare qualcosa di nuovo e di piacevolmente inaudito.
Il precedente Space age bachelor pad music si attesta su toni più distesi ed ordinari. Il pezzo più interessante è We’re not adult orientated, proposto in due versioni, studio (6’07’’) e live (3’35’’): la seconda versione, più veloce, sembra una variazione della prima tanto che, entrambe, ricordano le accelerazioni e decelerazioni di Super in Neu 2 …

martedì 20 marzo 2012

Trumans Water - Spasm smash XXX0X0X ox and ass (1993)/Godspeed the punchline (1993)/Peel sessions (1995)


Signore e signori, gli sgangheroni. Messi insieme durante i primissimi anni Novanta, i Trumans Water (Kirk Branstetter, chitarra; Glen Galloway, voce, chitarra; Kevin Branstetter, basso; Ely Moyal, batteria) rappattumano da subito un paio di EP in cui, fieramente, rivendicano, forse a loro insaputa, il primato della melodia sbrindellata, del giro strumentale raffazzonato, dell'andamento alticcio.
Dopo un primo album, Of thick tum, del 1992, i californiani celebrano la propria estetica strimpellata nel doppio Spasm smash. Già dalla prima traccia, Aroma of Gina Arnold (8'19''), essi improvvisano una jam strutturata davvero con spasmi chitarristici, reiterazioni insistite, rapidissimi ghirigori, cesure dissonanti da cui ripartire con le peculiari tirate, tintinnanti e fuori registro. Questo non impedisce creazioni quasi ortodosse (Speeds exciting, Our doctors think we're blind, K-song mindstar forklift), ma la cifra estenuante della loro arte si ritrova in Athlete who is suck o nel girotondo allucinato di Rations, condito da urla sgraziate, o in Death to death things in cui cercano, con successo, tramite la ripetizione sferragliante di alcune frasi musicali, di saturare l'orecchio dell'ascoltatore e gettarlo nella costernazione più attonita. L'impressione generale retrospettiva di tale orgia d'elettricità sbilenca è, però, grandiosa: nella sua ossessività (dei suoi ottanta minuti) conduce fisicamente a riconsiderare i limiti delle proprie esperienze sonore.
Non mancano, peraltro, le sorprese: la traccia finale, The sad skinhead, è una cover dei Faust (da Faust IV); quella precedente, apparentemente incongrua nel titolo, Bladder stomp - Krautrock sembrerebbe ispirata più che da Krautrock (sempre dallo stesso lavoro dei Faust) dalle parti chitarristiche di Barrett su Interstellar Overdrive: ne vien fuori, al netto dell'iniziale crescendo, uno strumentale acido ed astratto, uno degli apici dell'intera opera.

martedì 13 marzo 2012

Polvo - Cor-crane secret (1992)/Today's active lifestyles (1993)


I Polvo (Ash Bowie, chitarra; Dave Brylawski, chitarra; Steve Popson, basso; Eddie Watkins, batteria) si formano a Chapel Hill, nel North Carolina; sono conterranei, quindi, dei Rodan.
I loro primi due album sono, di fatto, una collezione di brevi jam inclassificabili basate, principalmente, sugli infuocati duetti chitarristici, dove, però, entrambe le linee strumentali  seguono vie tutte proprie rifiutandosi di formalizzarsi in melodie determinate; anzi, l'effetto precipuo suscitato è quello dell'improvvisazione non ancorata né a rispetti formali evidenti né a nette influenze musicali (al contrario dei Rodan su cui il cono d'ombra degli Slint si staglia netto). Potrebbero invocarsi i Sonic Youth (Vibracobra, Can I ride), ma il lavoro di Bowie e Brylawski, pur incessante, appare ancora più fratturato rispetto a quello del gruppo di Thurston Moore, composto com'è di cambi di direzione, saliscendi, ritorni, brevi riff brucianti. Dopo l'ascolto, a nostra memoria, rimane poco, se per memoria s'intende, volgarmente, la memoria d'un particolare ritornello o gioco di bravura, tanto le brevi tracce sono articolate al loro interno e articolate secondo un disegno non manifestamente riconoscibile. Solo Can I ride (forse per questo uno dei loro pezzi più conosciuti) può far eccezione.
L'anno dopo i Nostri licenziano Today's active lifestyles che, già dall'iniziale Thermal treasure, ripropone, irrobustita e senza pudore, l'attitudine del lavoro precedente. Attacchi sbilenchi, strozzature, riprese e reiterazioni strutturano il complesso organismo della traccia: quattro minuti e mezzo! Ascoltare i Polvo è come passeggiare, con scarpe leggere, per un serpentino acciottolato di campagna: una svolta improvvisa, un sasso più irregolare degli altri che attenta alle caviglie, un cespuglio che nasconde il prosieguo del sentiero, una diramazione che finisce nel nulla, uno sgombro rettilineo polveroso, una breve sosta all'ombra. L'iperblues elettrico e trasfigurato dei Polvo si ferma un attimo prima del precipizio, della destrutturazione piena: siamo in zona Beefheart; e certe partiture sembrano suonate da Zoot Horn Rollo e Antennae Jimmy Semens. Stinger (five wings), Sure shot, Lazy comet, Gemini cusp aggiungono gloria all'intera operazione.
Nonostante l'incedere del tempo (e dei tempi) i Polvo faticheranno a normalizzarsi concedendoci almeno tre notevoli opere, Exploded drawing, Shape e il recente In prism (2009; vedi la recensione di Webbatici).

martedì 6 marzo 2012

Cold doom cold metal - Bathory - Hammerheart (1990)/Beherit - Drawing down the moon (1993)/Beyond Dawn - Revelry (1998)

Beyond Dawn
Tutti provenienti dalla Scandinavia (Bathory, Svezia; Beherit, Finlandia; Beyond Dawn, Norvegia), i tre gruppi presentati riuscirono, in diversa misura, a rinnovare il genere doom e black durante gli anni Novanta liberandolo dai più evidenti e sguaiati orpelli del trovarobato satanico, almeno a livello formale.
I capifila della rinascenza nordica del genere, i Bathory, si rifanno, inevitabilmente, alle fonti d'ispirazione che consentono di slegarsi dal conformismo ideologico occidentale, ovvero alla mitologia pre-cristiana (Valhalla), resa iperbolica da riferimenti ad un barbarismo cruento (Baptized in fire and ice). Nulla di nuovo, in realtà, ma i Nostri hanno il merito di declinare la materia abolendo certi trucchi melodici mainstream e alcune puerili goffaggini che hanno garantito, per decenni, rendite di posizione milionarie (Iron Maiden, ad esempio). Un costante muro chitarristico, un'interpretazione rallentata ed epicamente riecheggiante formano il tratto distintivo dei Bathory; essi non raggiungono davvero profondità evocative, ma Shore in flames e Home of once brave, in virtù della durata e dell'implacabile tappeto elettrico, hanno un fascino ipnotico notevole.
Anche i Beherit attingono al folclore pagano (The gate of Nanna, Unholy pagan fire), ma, rispetto ai Bathory, essi condensano in brevi pezzi il massiccio incedere delle chitarre e lo cadenzano pesantemente colle percussioni (a tratti catatoniche, Solomon's gate, Down there) e la vocalità di Mark Laiho, sorta di esalazione mefitica che si coagula in bisbigli maledetti, invocazioni gutturali, incantesimi. Non mancano momenti più rilassati (Nuclear girl, Summerlands), ma, come il Sampo del Kalevala finlandese macina eternamente farina e sale, così i Beherit triturano incessanti ogni aspettativa e apertura melodica.
I Beyond Dawn, con Revelry, ci consegnano il miglior lavoro della triade: l'aggressività dei precedenti lavori qui si derubrica in toni scuramente elegiaci grazie all’innovativo sottofondo dei fiati (evidente in Love's only true defender e Stuck); i norvegesi annullano con intelligenza ogni riferimento esclusivo al genere (che affiora, con i suoi topoi, solo a tratti), contaminandolo oltremodo, in alcune tracce, con un sommesso ricorso all'elettronica; il cantato di Espen Ingierd, cupo e dolente, rifugge da qualsivoglia cliché.
Questi tre esempi dimostrano che i Paesi dell'Europa fredda, nel breve volgere di un decennio, hanno indicato ad un genere musicale la via maestra per evolversi e, finalmente, affrancarsi dalle angustie di un kitsch ormai frusto e ridicolo.

venerdì 17 febbraio 2012

Cop Shoot Cop - Consumer revolt (1990)/White noise (1991)/Ask questions later (1993)


Creati dalla dissoluzione di alcuni gruppi della costa atlantica (Tod Ashley e Phil Puleo provenivano dai Dig Dat Hole, di Providence; Jack Natz dagli Undead, di New York), i Cop Shoot Cop* riuscirono a formalizzare in una serie di tracce ben definite (addirittura, in Ask questions later, tracce cantabili) una carica iniziale brutale, priva di linee di chitarra e caratterizzata dai martellamenti del doppio basso e dalle percussioni ossessionanti di Puleo.
Questo andamento da martello pneumatico li inserì di prepotenza nella corrente, quanto mai lasca, della musica industriale. Un'attribuzione, però, ampiamente meritata; Smash retro! (con presa per i fondelli di Robert Plant), Burn your bridges, Eggs for ribs o Fire in the hole, dal loro primo, radicale, album, sono metafore sonore di un mondo senza coscienza della propria malattia ed improntato, nei desideri e nelle speranze, alla catena di montaggio. A differenza dei Throbbing Gristle, recentementi esaminati, i Cop Shoot Cop mancano di una visione assolutamente disperante e di una coinvolgente morbosità: essi puntano su una base di ritmi incalzanti sino allo stordimento, sui campionamenti e sulla interpretazione di Ashley, tre elementi che, da soli, bastano ad evocare il guscio orrifico di una società meccanizzata. Se gli inglesi, insomma, registrano uno sfacelo irredimibile e universale (nella tradizione della letteratura distopica del loro paese, da H.G. Wells a J.G. Ballard), gli americani prendono atto, quali cinici cronisti dell'oggi. Questa 'mancanza', tuttavia, è compensata dalla decisa e felice evoluzione sonora che i Nostri imprimono da White noise in poi: le implacabili ritmiche metalmeccaniche di Consumer revolt (che si ritrovano anche nel nuovo disco, basta ascoltare Relief, Discount rebellion, Heads I win tails you lose) virano, a volte, verso ballate che Nick Cave o Mark Lanegan potrebbero recitare con profitto (la bellissima If tomorrow ever comes o Hung again); il tono, in genere, è più variato e alcuni ritornelli fanno propendere verso la forma-canzone canonica.
Nell'ulteriore, monumentale, Ask questions later tale versante è sviluppato nella piena maturità: aprono i giochi due meraviglie assolute come Surprise surprise e Room 429: le ritmiche alla Steve Albini del primo lavoro si sciolgono felicemente in una struttura classica che, pur non rinnegando l'innata radicalità dei Cop, si apre alla riconoscibilità melodica (notevoli in questo senso anche All the clocks are broken, Cut to the chase, con influssi orientaleggianti, e, soprattutto, l'eccezionale Everybody loves you). Tutti i sessanta minuti dell'album, peraltro, non vivono mai di cadute di ritmo o di rendite di posizione (che almeno tre superbe hit gli garantirebbero) e non cedono, di un solo millimetro, rispetto alle scansioni industrial degli esordi. I testi, come sempre laconici e gelidi, contribuiscono alla creazione di uno dei migliori lavori dei Novanta: “Life is so much better when you're dead/Conversation's easy when there's nothing to be said” oppure “Nobody can find you when you're nowhere/Living on the other side of hope”; stralci dall'ennesimo livre de chevet del nichilismo musicale postmoderno. 

* Tod Ashley (voce, basso); Jack Natz (basso); David Ouimet (tastiere, campionamenti); Phil Puleo (percussioni); Jim Coleman (campionamenti).


martedì 31 gennaio 2012

Earth - Extra-capsular extraction (1991)/Earth 2 (1993)


dedicato a Webbaticy, in attesa del ritorno in pista

Fondati da Dylan Carlson a Olympia (Washington State), gli Earth rappresentano, forse, l'ultimo grado di trasmutazione dell'hard rock.
I loro ascendenti più o meno prossimi sono Black Sabbath, Sleep e Melvins*, ma gli inni pachidermici di questi vengono dilavati della loro parte di empatia melodica e privati dei testi sino a svilire, di conseguenza, il ruolo della voce attrice e dei relativi ricaschi spettacolari antibrechtiani (gigionerie, atteggiamenti da guitar hero, riferimenti letterari e sociali, riecheggiamenti di altre tradizioni musicali). Sul campo gli Earth lasciano nude concrezioni sonore in cui i componenti basici appartenenti a quel genere definito vengono isolati e riprodotti catatonicamente sino alla dimenticanza della loro funzione originaria.
Il risultato è una sorta di electric-doom per chitarra che conduce la forma classica dell'hard sino allo sperimentalismo minimale. Queste plaghe sterminate e desolatissime sono composizioni d'una liturgia postmoderna, litanie ad un dio inesistente capaci, tuttavia, in virtù della reiterazione ossessiva, di aprire nuovi stati di coscienza. L'EP Extra-capsular extraction annovera già Ouroboros is broken (18'20'') quale brano manifesto, ma sono le tre composizioni di Earth 2 (rispettivamente 15'36, 26'04'' e 30'01'') a consacrare la pratica rituale di Carlson in cui, come detto, gli elementi rock classici, isolati e amplificati sino allo sfiancamento, perdono il loro senso pristino sino a caricarsi di valenze aliene e cupissime; i lunghi bordoni elettrici, il ritmo rallentato e titanico, i riff che girano come criceti nella ruota, sono parte di una tecnica sciamanica, già propria di un certo minimalismo, atta ad indurre nell'ascoltatore l’abbandono dell’abitudinarietà e predisporlo a nuove associazioni mentali, a nuove metafore dell'esistenza. Like gold and faceted, peraltro, sembra rinunciare anche a tale ultimo finalismo: ambisce all'entropia totale, alla propria perdizione, al rumore di fondo eterno.
Eccentrici, difficilmente fruibili; abitano presso le colonne d'Ercole di cui loro stessi sono artefici.


* Il bassista Joe Preston passerà proprio ai Melvins. 

sabato 21 gennaio 2012

Rodan - Discografia completa (Aviary, How the winter was passed, Rusty, Peel sessions)


Formatisi a Louisville, Kentucky, i Rodan (Jason B. Noble, chitarra; Jeff Mueller, chitarra; Tara Jean O'Neil, basso; Kevin Coultas, batteria) durarono lo spazio di un album e di un singolo, ma originarono almeno tre grandi gruppi.
Il loro contributo come Rodan si riduce a una dozzina di brani; lo stile, a parte Shiner, un bruciante episodio di pochi minuti, consiste in un rock essenziale e dilavato memore (come potrebbe essere altrimenti?) dei fasti di Spiderland. Se l'iniziale Bible silver corner è giocata interamente su accordi tintinnanti in cui la quasi inesistente progressione possiede un peculiare fascino cullante, The everyday world of bodies si biforca nettamente nei due corni ispiratori dei Rodan: un iniziale tratto energico si alterna ad una fase di ristagno da cui il primo andamento riemerge poi con rinnovato vigore; questo gioco bifronte è parallelo a quello vocale: alla linea principale, urlata con disperato trasporto hardcore, fanno da contrappunto i recitativi quasi bisbigliati degli altri componenti del gruppo; in tal modo si crea, con spettacolare economia di mezzi, una dialettica fra la voce attrice e il flusso interiore del 'coro' sottostante che dona alla traccia una drammaticità inusitata. Un capolavoro. Lo stesso schema è applicato, più pedissequamente, in Jungle Jim e, con pari efficacia, in Gauge dove fanno capolino brevi elementi d'improvvisazione. Non fa eccezione, a questi intenti compositivi, la finale Tooth fairy retribution manifesto: qui, però, più che a una ciclica riproposizione delle due fasi, si assiste ad un meraviglioso crescendo: su un iniziale suono di percussioni si innestano i dialoghi delle chitarre (come in Bible silver corner) che, repentinamente, accelerano in una fuga elettrica che consuma il pezzo. Notevole anche il 7’’, specialmente in Milk and melancholy che replica il doppio registro di The everyday world of bodies; interessanti i quattro brani registrati nel 1992 in Aviary (che includeva prime versioni sia del 7’’ che di Rusty).
Dopo tale raccolto, apparentemente esiguo, i quattro componenti fertilizzarono la scena kentuckiana: Jason Noble formerà i Rachel’s, Mueller i June of ’44: entrambi gli Shipping News; Coultas e O’Neil i Sonora Pine (e la seconda seguirà un proprio percorso solista di tutto rilievo).

domenica 6 novembre 2011

Six Finger Satellite - Pigeon is the most popular bird (1993)/Severe exposure (1995)


Concittadini di Howard Phillips Lovecraft (da Providence, Rhode Island), i Six Finger Satellite (Jeremiah Ryan, voce e tastiere; John MacLean e Peter Phillips, chitarre; Kurt Niemand, basso; Rick Pelletier, batteria), concentrarono in pochi anni le più varie influenze del rock d’avanguardia degli anni Novanta.
L'album si regge su una bizzarra dicotomia: una decina di canzoni dal taglio tradizionale sono intervallate da altrettanti e brevi strumentali senza titolo (a parte la gloria dei quattordici minuti finali); i pezzi cantati sono giocati su una sezione ritmica disciplinata (su cui svetta il basso di Niemand) che fa da contraltare agli slabbratissimi duetti chitarristici e ai deliri alla carta vetrata di Ryan. L'impressione che destano è quella di un incrocio tra i P.I.L., nella loro versione pulsante e nichilista, e gli arabeschi fintamente sbracati della sei corde al servizio di Captain Beefheart (nettamente citato nel blues di Hi-lo jerk); certamente le loro canzoni mancano dell’oppressione paranoide di Jah Wobble e compagnia, e, come atmosfera generale, possono allinearsi, se occorre trovare una contiguità, agli Shellac (tanto che, l’anno seguente, il 7’’ del gruppo di Albini si intitolerà proprio The pigeon is the most popular bird). Home for the holy day già lascia intravedere il connubio tra questa ritmica dilavata e i taglienti sferragliamenti di MacLean e Phillips, ma Laughing Harry ne è il trionfo, con le chitarre a disegnare ossessivi e lancinanti intrecci su un andamento quasi funky.
A sbalestrare ancor più l'ascoltatore sono gli intermezzi, con Ryan al moog: si parte da brevi siparietti con elementari effetti cibernetici da science-fiction ingenua (Untitled 1, 3) a tirate alla Neu 2 (Untitled 5 e 13), dominate dal basso acquatico e puntuale di Niemand, vera anima nera del disco, sino al tripudio finale di Untitled 21: una jam cosmica semplice nella struttura, ma affascinante perché accostata a quei dieci episodi di splendido cinismo.
L’intervallo inopinato di Machine cuisine (in cui si lasciano andare ad un incomprensibile quanto scipito synth-pop), è, tuttavia l’incubatrice per il loro capolavoro, Severe exposure. Le dieci canzoni sono tiratissime ed irruente (mai scomposte, però): esse riecheggiano, a tratti, il ritmo pulsante dell’esordio (Where humans go), ma le divagazioni tastieristiche intervengono solo per variegare ironicamente il suono (Parlour games, Cock fight); ne guadagna la compattezza dell’opera, sempre serrato ed implacabile (come, ad esempio, in alcuni assalti sonori dei Chrome, di Von Lmo o del nume Steve Albini). Le varie influenze utilizzate (noise, funk, industrial o il semplice rock ‘n’ roll) si compongono felicemente; la versatilità del gruppo, intuita (e, forse, ostentata) in The pigeon, rimane qui intellettualmente inavvertita e mai invadente. Come nelle vere opere d’arte.

sabato 15 ottobre 2011

Lida Husik - Bozo (1991)/Your bag (1992)/The return of red Emma (1993)

Lida Husik, da Washington, appartiene, quasi inevitabilmente in Italia, a quella cerchia di artisti destinati alla clandestinità sonora (per l’impossibilità fisica di procurarsene gli album) e che, col tempo, vengono derubricati a flatus vocis, ovvero a figure di cui si parla o a cui si fa riferimento solo perché qualche benemerito, da lidi musicalmente propizî, ne ha parlato con reverenza nei decenni scorsi. Si verifica, quindi, quel curioso fenomeno, di cui parlava Gianfranco Contini, per cui storici valenti stilano ricchissime bibliografie su autori di cui non hanno letto nemmeno una riga. Gli album proposti (i primi tre, il vertice della sua creatività) cercano di colmare questo vuoto.
L
a Husik gravitava attorno a personaggi come Don Fleming (militò per breve tempo nei Velvet Monkeys) e Mark Kramer (duo che ritrovammo nei B.A.L.L.); grazie agli arrangiamenti minimali di quest’ultimo (anche alla chitarra) nell’esordio Bozo (capolavoro) essa presentò un pop psichedelico caratterizzato da liriche recitate laconicamente, rese ancor più straniate dall’uso dell’organo e da inserzioni vocali; la sua psichedelia apparentemente può richiamare quella di Azalia Snail, ma, ad esame più attento, se ne distingue per un pessimismo più marcato, per l’uso tradizionale di batteria e chitarra e per il tono che, alieno dalle gioiose sfasature di Snail, raggiunge la rarefazione psichedelica in virtù proprio di quella indefinibile languidezza vocale che permette atmosfere sospese come materia di sogno in Billboard, Mom, Hitchhiker e nella bellissima Diamond day nonché di formalizzare deliziosi quadretti come Halloween e Snow.
I
n Your bag i pezzi si allungano e vengono screziati dall’elettronica (nel brano eponimo e in The match from Mars), come si notava nel precedente Farmhouse. Notevole, inoltre, la varietà offerta: alle ballate Whirlybird e Ship going down ed ai toni danzerecci di Your bag (con inserzioni vocali e percussioni à la Laurie Anderson) si affiancano episodi più complessi: Toy surprise (le iniziali cadenze infantili presto si accendono in una linea chitarristica ripetitiva ed ipnotica), la bellissima Marcel (anche qui la ballata decade in un affascinante mantra materiato dal blocco sonoro della sei corde, da canti eterei, da tasselli vocali), The match from Mars (impasto di cadenze elettroniche e dance, registrazioni di rumori dal vero, recitativi …) donano spessore all’intera operazione.
I
n The return of red Emma, come lascia intuire il titolo, segna un ritorno alla forma canzone di Bozo. Husik reitera i suoi quadri declamati con toni quasi apatici, e vi ritrova la naturale semplicità degli inizi, appena venata dagli effetti di tastiere e fiati, grazie agli arrangiamenti davvero essenziali (sempre di Kramer). Suicide sedan, Earthquake blues (con ruttino finale), Pyramus and Thisbe, Match girl alcuni degli episodi più eclatanti.

La multi strumentista proseguirà la carriera alternando il registro di Your bag (nelle collaborazioni con Beaumont Hannant) a quello intimistico, a lei più congeniale: con maggior consapevolezza musicale e produzioni sempre di buon livello, ma forse definitivamente deprivate dell’aura delle prime tre prove.


martedì 4 ottobre 2011

Lightwave - Tycho Brahe

Precedente a Mundus subterraneus, Tycho Brahe è il primo capolavoro dei Lightwave e uno degli vertici di sempre della musica elettronica. Il gruppo francese* si concentra su una figura storica al limite fra tradizione e nuova scienza (come avverrà con Athanasius Kircher) per sfruttare un immaginario in cui tiene ancor patria il meraviglioso poiché il rigore e la lucidità di Brahe non riuscirono ad aver definitivamente ragione (come in Keplero, Galileo e Newton) di un passato ingenuo più attento alla sistemazione armonica e teologica della volta stellare che non ai freddi dati sperimentali.
Tycho Brahe (1546-1601), nobile danese, ribelle agli studi di legge imposti dalla famiglia, si guadagnò una crescente fama di dotto (grazie anche all’abilità nel costruire nuovi strumenti d’osservazione) sino a che, nel 1576, il re Federico II lo dotò di un sostanzioso vitalizio annuo e gli fece dono dell’isoletta di Hveen; qui l’astronomo eresse due osservatori, Stellaeburgum (Stjerneborg) e Uraniburgum (Uraniborg), e si dedicò per vent’anni, fra il calore degli affetti familiari e dei propri allievi, alla collezione di misurazioni astronomiche e all’elaborazione di una dottrina che, se apriva nettamente alle istanze dell’eliocentrismo (i pianeti circolano attorno al Sole), accoglieva, tuttavia, il geocentrismo (Sole e Luna orbitanti attorno alla Terra).
La prima traccia dell’opera, titolata appunto Uraniborg (17’04’’), evoca la maestà infinita dei cieli intravista dalle lenti dell’osservatorio nella quieta isolana di Hveen e l’intimidito stupore dello studioso a fronte di tale immensità. I suoni dei Lightwave sono, come sempre, adimensionali, incentrati su lente fluttuazioni (come nel più intimistico Mundus subterraneus, viaggio al centro della terra e dell’animo), e suggeriscono correnti interstellari, pulsazioni e respiri ultraterreni, generazioni cosmiche inesauste, ristagni contemplativi; i francesi rendono tale paesaggio universale alternando sprazzi inquietanti (i tocchi di violino, le tastiere spettrali - Uraniborg, Cathedral, Poetics of the sphere) a momenti statici e stuporosi (Mapping the sky, Apogee): l’effetto è, artisticamente, sublime, poiché ingenera, al tempo stesso, inquietudine per una dimensione impossibile da ricomprendere in noi e momenti in cui proprio tale naufragio ci rende gioia (la consueta dicotomia, romantica, fra terrore disarmante e gioiosa meraviglia nei confronti dell’ignoto e dell’infinito).
I Lightwave rigettano le costruzioni stranianti dell’elettronica più estrema e ritagliano la propria estetica in un territorio mediano dove è il meraviglioso a dettare il primo impulso verso la  conoscenza; essi sono, prima che musicisti, profondi umanisti, come i successivi In der Unterwelt e Cantus umbrarum confermeranno. 

* Oltre al duo Wittman e Charbonnier abbiamo Hector Zazou, Paul Haslinger, Jacques Deregnaucourt.

Tychonis Brahe Astronomiae Instauratae Mechanica

domenica 11 settembre 2011

Skullflower - Obsidian shaking codex (1993)

Skullflower è un progetto ideato dal chitarrista inglese Matthew Bower, attorno a cui ruotano, di volta in volta, vari strumentisti (in tale occasione Stuart Dennison, Russell Smith e Anthony DiFranco).
Obsidian shakin codex, probabilmente la punta più alta della loro prima produzione, consta di cinque strumentali che mantengono, per tutta la loro durata, una tensione implacabile aliena sia da cedimenti che da cambi di ritmo.
In Sir Bendalot (9’12’’) un assolo da finis terrae (whistle o pennywhistle, più o meno manipolato) attraversa ominoso i nove minuti del pezzo come un flauto apocalittico rinfocolato da una rocciosa sezione ritmica.
Circular temple
(12’37’’) è un altro viaggio in cui basso e percussioni, pur giocando un apparente ruolo di secondo piano, riescono a disboscare lo spazio sonoro che la chitarra può invadere originando una vera colata lavica di accordi straziati.
Crashing silver ghost phallus
(11’15’’), dopo la breve illusione dei primi secondi, si trasforma in uno spietato sferragliamento noise, sorta di rivisitazione e decuplicazione dei feedback imitativi nella Star spangled banner di Woodstock.
In Diamond bullet (15’34’’) un effetto drone ossessivo e stordente fa da spina dorsale alle improvvisazioni di Bower, al basso e alla batteria; sovraimposizioni ed un recitativo straniante e ripetitivo alimentano vieppiù l’incedere infernale di questo ennesimo tour de force.

Ghost jaguar
(24’56’’) parte piano, ma i nembi si addensano plumbei sin dai primi minuti: brevi rullate, un sommesso e minaccioso basso di fondo e le contorsioni, i gorgoglii  e le impennate chitarristiche concrescono gradatamente sino al raggiungimento di un ruggente impasto sonoro che si preserva intatto sino agli attimi finali.
I successivi progetti di Bower, Sunroof e Hototogisu, complicheranno ulteriormente una discografia vasta ed articolata, difficile da valutare nella sua integralità: Obsidian è, tuttavia, la porta privilegiata da cui accedervi.

giovedì 4 agosto 2011

Labradford - Prazision LP (1993)


Carter Brown (tastiere) e Mark Nelson (chitarre), da Richmond (Virginia), in questo loro esordio riportarono in voga l’avanguardia tedesca dei Settanta, declinandola secondo i toni cosmici di Klaus Schulze o certe atmosfere pacate ed equoree dei Popol Vuh.
Tale ambiguità può essere colta con chiarezza nei primi due pezzi: in Accelerating on a smoother road una tastiera sommessa sostiene la voce e gli elementari accordi della chitarra ritmica; in Listening in depth, invece, il sintetizzatore di Brown suggerisce le profondità interstellari accompagnato da sequenze ripetute ed ossessive.
Di seguito l’album conferma di strutturarsi su tale visione anfibologica, basata, forse, sulle differenti personalità degli autori. Disremembering, Splash down, Soft return, Everlast appartengono al primo gruppo: in Splash down la voce e la chitarra di Accelerating si sublimano in un crescendo tipico della kosmische musik; in Disremembering il cantato si riduce ad un filo recitativo con la sei corde di Nelson ad assolvere l’onere dell’istanza evocativa; Soft return è una eterea cantilena recitata in un soffio tra campanelli da slitta natalizia; nel brano di chiusura Everlast le soffici onde delle tastiere si sviluppano su di un tappeto chitarristico la cui eco pare espandersi lenta come pulviscolo galattico.
Si entra nei toni del secondo gruppo con Sliding glass, dove una sorta di risucchio stellare in sottofondo intimidisce i basici accordi del duo, adesso giocati con accenti più ansiosi. In Experience the gated oscillator è la chitarra a sferragliare lontana e minacciosa mentre Brown fa borbottare tastiere e droni in primo piano con variazioni minime; l’apice si tocca coi nove minuti di Skyward with motion: i Labradford riescono a suggerire un paesaggio spaziale freddo e indifferente, teatro di una continua morte e rinascita della materia, in cui interi mondi e destini vengono annientati per permettere lo sbocciare di nuove esistenze; un breve tour de force paragonabile alla Stargate sequence di 2001: Odissea nello spazio.
L’arrivo del bassista Robert Donne nel susseguente A stable reference e nell’omonimo del 1996 consentirà al duo di approfondire ancor di più le suggestive risonanze di Prazision, che rimane unico, tuttavia, nella sua splendida ispirazione bifronte.


mercoledì 27 luglio 2011

Ed Hall - Motherscratcher (1993)

 

Terzetto di canaglie provenienti da Austin, Texas, (Gary Chester, Larry Strub, Lyman Hardy – sostituto di Kevin Whitley passato ai Cherubs – chitarra, basso, batteria), gli Ed Hall pervengono con Motherscratcher alla creazione più compatta ed inquietante, forse il loro capolavoro.
Capolavoro da intendersi come primus inter pares rispetto agli altri quattro, poiché il livello della produzione rimane alto e costante nei loro pochi anni di carriera.
seppur più distesoregli Hall ritrovano un incederese di un a rigidità sardonica. altissimoI Nostri riescono a disciplinare magistralmente l’andamento irruento e distorto dei loro brani; la sezione ritmica controlla a distanza le improvvise rasoiate del chitarrista ed impedisce alle composizioni degli Ed Hall di rovinare da un momento all’altro anche in alcune delle loro scorribande più estreme e sferraglianti (Twenty dollar bills, Urgent message for mankind). Basta confrontare, a questo proposito, Ha Ha Ha dei grandiosi Flipper con White House girls; nel primo caso le sonorità sembrano fuggire in tutte le direzioni come gatti tenuti troppo a lungo in una cesta, nel secondo i tre strumenti formano un blocco potente e compatto da cui si stacca la sei-corde scorticatutto di Chester mentre il basso continua a macinare imperterrito; le risate, più che sbracate e goliardiche, sono fissate in una rigidità sardonica: tutto è sotto controllo. Più che baccanali in verso libero qui abbiamo vetriolo in ottava rima.
Certo, è difficile negare che tale esercizio di disciplina non sia cresciuto a spese di un tono più beffardo e libero nei primi album, specialmente in Love poke here; una vena più pessimista e quasi angosciata si riscontra nello strumentale Afghani harvest period, oppure in Gnomes dove l’urticante chitarra di Chester rallenta, si allarga magnificente, si impenna improvvisa, si formalizza in un assolo hard, e sempre senza soluzioni di continuità, senza requie; anche l’altro strumentale Satori in Manhattan, Kansas, seppur più disteso, risente di questa vena incupita, mentre è solo con Dave the prophet che gli Hall ritrovano l’incedere di un tempo, gradasso ed irridente. E la sorpresa finale lascia spiazzati: una hidden track di ventiquattro minuti composta da una giustapposizione di rumori urbani, imprecazioni, tonfi, dialoghi sopra ad una minacciosa vibrazione di fondo. A dimostrazione che sotto le spoglie di tre eccellenti esecutori hardcore si cela un tratto nichilista notevole e non occasionale.