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giovedì 21 febbraio 2013

Beyond the boundaries. Post rock vol. 1: Keiji Haino (Milky way/Watashi Dake/Affection)



Keiji Haino - Ama-no gawa (Milky way; 2003; recordings 1973). Haino vanta una discografia, non ufficiale, di circa 203 unità. Ama-no gawa è la registrazione più risalente dopo le due, storiche con i Lost Aaraaff (entrambe del 1971), già apprezzati nel Genya Concert (cfr. JAP45). Ama-no gawa consta di un'unica traccia (47'45''), tre quarti d'ora di noise purissimo: lo strazio elettrico della chitarra, lamento di una bestia antidiluviana ferita a morte, è sovrastato da una ininterrotta folata apocalittica. Per padiglioni robusti e allenati.

Keiji Haino - Watashi dake (1981). Solo la voce di Haino e la chitarra. La voce è un lamento, una confessione, un sussurro, un grido angosciato; la chitarra accenna un blues, uno sberleffo, uno strumming straniante, si accende improvvisamente con uno sferragliare folle (Isn't it delicious), riposa accennando sommessi motivi da tempio giapponese, esala pigolii, molesta la memoria di Hendrix. Mostruoso il finale con Sacrifice (28'56''), orgia inaudita di feedback che derubrica Star spangled banner a blando rumorismo. 

Keiji Haino Itsukushimi (Affection1992; live in Tokyo 30 Dicembre 1991). Registrato nel periodo degli eccezionali live di FushitsushaAffection si discosta dalle profondità ignee di quel progetto e ci consegna un'improvvisazione (voce e chitarra; per cinquantotto minuti!) dai plumbei toni folk elettrici, rigorosamente lo-fi, increspata brevemente dai consueti disastri feedback del Nostro. Nonostante la bassa qualità della registrazione (alla lunga disturbante), il fascino esercitato rimane intatto; l'estetica pervicace, che non ammette minime concessioni a qualunque genere consolidato, o, forse, l'evocazione di pulsioni ancestrali del nostro animo, sono alla base dell'inspiegabile magnetismo di tali sonorità.

sabato 12 novembre 2011

Fushitsusha - Live I (1989)/Live 1991


Anche Keiji Haino, qui nell’ulteriore mascheramento Fushitsusha (1989-2001), appartiene, in virtù della discografia oceanica e farraginosa, a quella parte del rock ove “sunt leones”. Infatti, occorre ammetterlo, certe sue opere rimangono sconosciute o scarsamente fruibili a causa delle difficoltà di reperimento, dell’ostacolo linguistico, di una ricercata aura di mistero, della sciatteria delle registrazioni. Quest’ultimo elemento pare comune ai giapponesi: questi, evidentemente, padroni e colonizzatori hi-tech, provano un brivido di disgusto ad applicare la razionalità e la pulizia del suono alle loro proprie creazioni. Les Rallizes Denudes e J.A.Caesar o Seazer, per citare alcune delle terrae incognitae in cui è bene avventurarsi prima di tirare le cuoia, necessitano urgentemente di filologie accurate che il pur effervescente Japrocksampler di Julian Cope* è riuscito a costruire solo superficialmente (il merito principale di Cope risiede, piuttosto, nell’aver additato queste plaghe sonore, tuttora largamente inesplorate).
Il chitarrismo di Haino, ispirato dalla musica free-form di Takayanagi Masayuki, spazia dalla sperimentazione radicale alle formalizzazioni rock nell’alveo della tradizione più consolidata e meno urtante (dagli esordi nei primissimi Settanta coi Lost Aaraff ai progetti Vajra e Nijiumu, dalle improvvisazioni elettriche ed acustiche ai tentativi per organo, dalle più varie collaborazioni – con membri di Ruins e Merzbow; con Brotzman e Loren Mazzacane, tra gli altri - alle sfiancanti ed interminabili jam che sembrano prosciugare l’intero spettro sonoro dell’universo).
I due Live a cavallo del 1990 non danno adito a dubbi: sono due capolavori. Live I (con Maki Miura, chitarra; Yasushi Ozawa, basso; Jun Kosugi, batteria) si compone di otto brani dalla durata media di dieci minuti (esclusa la gloriosa mezzora dell’ultimo), in cui Haino sciorina tutta la sapienza multicolore della propria sei corde: dai blues sferraglianti (1), alle jam dall’andamento minaccioso e distorto (le eccezionali 2 e 4, con interpretazioni vocali disperate seppur mai fuori registro; ed un affilatissimo assolo, in 2, che si staglia sopra il tappeto sonoro approntato da Miura), dalle rarefatte sospensioni psichedeliche (3 e, in parte, 7) sino alla ballata accorata (5). Chiude la variegata 8, “intro per flussi chitarristici alla Sonic Youth; hard-rock spastico su tempi dispari; stasi di rintocchi minimali spezzate da improvvisi (seppur moderati) stacchi ritmici; finale leggiadro su un vocalizzo espanso di circa trenta secondi”**).
Fushitsusha
, nuovo live del 1991, si conferma a livelli altissimi, a mio avviso persino superiori a Live I; certamente l’atmosfera è più inquietante, quasi apocalittica: tredici composizioni per quasi due ore e mezzo con l’ensemble ridotto a tre elementi (Ozawa e Kosugi alla ritmica). Ogni traccia meriterebbe un commento a parte. Haino si inoltra deciso in territori allucinati e post-industriali: 1 è una tirata con chitarra a mo’ di sega circolare, in 2 un riff metalmeccanico domina per circa quattro minuti, poi evolve in un incredibile assolo che potrebbe trapanare da parte a parte l’intero Fujiyama.  In 3 Haino, tra feedback e distorsioni, rantola e grida come una menade giapponese; ogni breve ristagno prepara a disastri elettrici sempre più radicali. Con 4 si rifiata, ma con 5 assistiamo all’ennesima colata di magma incandescente che sbigottirebbe anche Hendrix. 6 è sonata da sabba nero; in 7 l’assolo rotola sferragliante e tintinnante per sedici minuti: la chitarra di Haino, novello medium, pare conficcata nella terra infera da cui trae risonanze ultraterrene; non c’è requie: 8 è un groviglio inestricabile di feedback, serpenti elettrici di una Gorgone ipnotica che debordano anche in 9 dove, finalmente, la sezione ritmica si ritaglia uno spazio apprezzabile. Il fiume monocromo di 10 sfocia nel limaccioso delta di 11, appena stranito dagli spasmi vocali del Nostro; con 12 la quiete paludosa viene di nuovo scossa da anaconde infernali che Haino richiama come un Mefistofele del teatro Nō; la finale 13 ci illude con l’apparente resa ad un classico hard rock, ma ben presto la chitarra-bisturi di Haino affonda impietosa nelle tenere carni del déjà entendu con un assolo più che degno di Star spangled banner.
È mirabile che un artista, proveniente da una cultura dell’Estremo Oriente, con mezzi elementari (un power trio) e la semplice incuranza di generi e formalizzazioni pregresse possa generare improvvisazioni di tale folgorante intensità. E donarci esperienze sonore ardue, ma inaudite.

* Il suo inglese immaginifico, peraltro, aiuta poco la causa.
** Così Federico Romagnoli di Onda Rock, cfr. http://www.ondarock.it/pietremiliari/live.html.