La giusta fortuna del disco è riposta senza dubbio nei ventidue minuti della composizione Blend, capolavoro-suite strumentale che inaugura l'opera; Blend è una sorta di raga orientale (suonato da un americano di New York!) in cui la musica, nella sua concrezione più alta, si svela per ciò che è, da sempre: una imitazione (ed evocazione) inconscia di ritmi e pulsioni ancestrali, stratificati in noi dopo centinaia di migliaia d'anni d'evoluzione biologica. Quando il ritmo degli strumenti (chitarre, percussioni) riesce a ripetere (e, quindi, a render manifesto) ciò che in noi dorme o pulsa sotterraneo da tempi immemori, ecco, abbiamo la musica nella sua forma più pura.
Una musica, in tale accezione, priva di qualsiasi caratteristica che la definisca come genere o come tratto distintivo d'una particolare cultura (o, peggio, d'una particolare nazione).
Quando ciò accade desideriamo che tale miracolo si protragga per sempre: venti trenta minuti, ore ... non interessa ... in tali frangenti siamo davvero uomini del mondo.
Le altre quattro tracce del disco sono più individuabili; vi è persino una fantasia dedotta dai Carmina Burana di Carl Orff: troppo facile.
E tuttavia quei ventidue minuti non possono ignorarsi: questa è la musica, questo il monumentum aere perennius, l'arte universale, indistruttibile.
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Mi piace congetturare che i Doors di The end ascoltarono con profitto Blend.


