Reduci dai fasti di Ufo (NWW21), concentrato bionico d'una rocciosa miscela di hard rock psichedelico, i Guru Guru (Ax Genrich, chitarra; Uli Trepte, voce, basso; Mani Neumaier, voce, batteria) affrontano le insidie della conferma del debutto.
Episodi come Stone in o Der LSD march rimangono irripetibili, ma i Guru non si spostano un millimetro dalla precedente formula, un impasto free form, virtualmente strumentale, che vede parimenti molestate la memoria dell'Hendrix di The third stone from the sun e di A merman I should turn to be e l'allure cosmica della legione di gruppi conterranei. Hinten si frange in quattro lunghe improvvisazioni in cui spiccano Electric junk e Space ship, sempre meritoriamente estranee alla melodia e a ruffianerie da guitar heroes; Känguru si struttura similmente (l'ottima Immer lustig arriva sino ai 15'40''), ma il suono, decisamente più curato, annuncia la fine delle debordanti provocazioni elettriche degli inizi. Le tracce sembrano ancora largamente improvvisate, ma affiora la normalizzazione (ovvero la concessione a certo hard rock di marca anglosassone, più pulito e definito).
Per chi ama le sonorità di Ufo, c'è comunque parecchio da godere; e occorre riconoscere ai Nostri una imperterrita coerenza, fuori da ogni concessione, da ogni moda sfacciata.
121. Friedrich Gulda (Austria) - Gegenwart (1976). Pianista eccezionale (specializzato nel repertorio beethoveniano; non gli furono indifferenti sassofono e flauto; fu anche cantante sotto lo pseudonimo Albert Golowin) ed insofferente all’accademia, Gulda fu instancabile miscelatore di classica e jazz (assieme a Chick Corea, Joe Zawinul, Herbie Hancock, Cecil Taylor). Non solo, ma la sua eclettica vena libertaria lo rese permeabile ad ambiti più rock, come si può rilevare nelle famose variazioni di Light my fire (una potete gustarla qui). Gegenwart riunisce sei improvvisazioni (tre giocate assieme alla percussionista Ursula Anders), in cui si esibisce al pianoforte e al clavicordo.
122. Guru Guru (Germania) - UFO (1970). L’hard di marca anglosassone (Black Sabbath o il David Bowie di The man who sold the world, tra i tanti), dilavato dalla patina melodica, dalle fioriture posticce e distorto secondo direttive psichedeliche note soltanto ai tre geniacci coinvolti. Dopo più di quarant’anni rimane un capolavoro in cui l’elettricità pare scaturire direttamente da crepacci inferi. Ottimo per resettare i padiglioni e rinsaldare la fiducia nel rock. Storica Der LSD marsch, ma Stone in è davvero una roccia atemporale. Ax Genrich, chitarra; Uli Trepte, basso; Mani Neumeier, voce, batteria.
123. Hairy Chapter (Germania) - Can’t get through (1971). Hard rock senza tentennamenti: costante tensione, accenni zeppeliniani (consapevoli), trascinanti ed infuocate sessioni per sei corde e un guitar hero che, lo ammetto, ho colpevolemente dimenticato d’inserire nella serie Fools & villains (ma compare nell'Hardrocksampler). Chiediamo scusa a Meister Harry Unte. Più sfacciatamente rock and roll dei Guru Guru, ma da ascoltare, subito. Harry Unte, voce, chitarra; Harry Titlbach, chitarra; Heinz Schachtner, tromba; Rudolf Oldenburg, basso; Heinz Greven, contrabbasso; Ulrich Hübinger, armonica, percussioni; Werner Faus, batteria; Rudi Haubold, batteria.
124. Hampton Grease Band (USA) - Music to eat (1971). Album eccezionale quanto misconosciuto in cui convivono l’anima del Southern rock (con gl’intricati fraseggi chitarristici, come nell’iniziale Halifax), bozzetti zappiani (Maria), ascendenze vocali beefheartiane e tirate à la John Cipollina (il finale della strepitosa Evans). Una godibile brezza anarchica, a maggior gloria, sfiora le forme di questo monumento sonoro. Bruce Hampton, voce, tromba; Harold Kelling, voce, chitarra; Glenn Phillips, chitarra, sassofono; Mike Holbrook, basso; Jerry Fields, voce, percussioni.
125. Pierre Henry (Francia) - Le voyage (d'apres le Livre des Morts Tibétain) (1967; recordings 1963). Uno dei grandi protagonisti della musica concreta (di cui abbiamo già investigato l’opera, cfr. Pierre Henry I e Pierre Henry II), che qui ricrea le atmosfere del libro cardine del buddismo tibetano (su cui ci siamo soffermati nel postTransmigration dei Voice of Eye). Da ascoltare, ovviamente.
126. Henry Cow (Gran Bretagna/Germania) - Concerts (1976). Qui c’è poco da dire: è il resoconto sonoro di alcuni concerti tenuti in Europa: Londra, Groningen, Oslo, Udine (oltre alla sessione BBC registrata il 5 Agosto 1975, già esaminata qui). In Bad alchemy e Little red riding hood hits the road c’è Robert Wyatt alla voce. Un capolavoro, ovviamente. Greaves (assieme a Blegvad) licenzierà l’anno seguente l’ottimo Kew.Rhone. (NWW115). Dagmar Krause, voce; Fred Frith, chitarra, tastiere; Lindsay Cooper, contrabbasso, flauto, oboe; Tim Hodgkinson, tastiere, Clarinetto, sassofono; John Greaves, voce, basso, tastiere; Chris Cutler, batteria.