Risulta sempre difficile valutare un artista o una singola opera; altrettanto difficile, a volte, valutare una formazione che si è evoluta nell'arco di decenni.
Chi deve qualcosa? E a chi?
Questo il problema.
Quell'artista che ci piace tanto non dovrà qualcosa al destino? Spesso è così: intere carriere si basano su colpi di fortuna.
E ancora: cosa deve un artista o un gruppo a un'epoca? Se i Jefferson Airplane si fossero incontrati dieci anni dopo cosa avrebbero prodotto?
E soprattutto: cosa deve un artista o un gruppo alla tradizione del proprio paese?
La prima domanda ha una risposta facile: se i Can non avessero rimorchiato Suzuki in un bar di Monaco la leggenda Suzuki non sarebbe mai nata: un colpo di fortuna.
Alla seconda domanda abbiamo già dato risposta: i Can (e Suzuki) furono grandi ANCHE perché agirono durante quei favolosi anni a cavallo fra Sessanta e Settanta, gravidi di furore e innocenza.
Per la terza domanda si potrebbe consultare un saggio di Thomas Eliot: Tradition and individual talent: cosa deve il talento individuale al patrimonio culturale d'una nazione? Cosa devono i Can alla Germania? Se Czukay e Liebezeit, con il medesimo e intatto talento, fossero nati in Cambogia avremmo avuto i Can?
Cosa aggiungere? Questo: che Vernissage, forse, non è memorabile, ma - attenzione! - la suite di ventisei minuti che incastona Halleluwah e Mushroom ancora balugina di lontane meraviglie. E alla batteria c'è Jaki Liebezeit.
50. John Cage (USA) - Variations IV (1965). Registrate nell’Agosto 1965 presso la Feigen/Palmer Gallery di Los Angeles (con l’ausilio di David Tudor), le variazioni possono aprirvi un nuovo mondo o ricacciarvi definitivamente fra i neomelodici. Rumori di fondo, registrazioni radiofoniche, interferenze, brandelli di dialogo, squilli telefonici, clangori d’orchestra, marcette, scampanii, brani di musica colta e leggera sovrapposti … Cage miscelò alto e basso in modo da minare alla base l’apprezzabilità estetica. A Lascia e raddoppia, nel 1958, si presentò come esperto di funghi: vinse cinque milioni di lire, poscia si esibì in una performance (per vasi da fiori, vasche da bagno, radio e pentole a vapore) che lasciò Bongiorno allibito. Più alto e basso di così. Un vero terrorista.
51. Can (Germania) - Tago Mago (1971). Inutile dilungarsi su uno dei maggiori capolavori di sempre.
52. Capsicum Red (Italia) - Appunti per un’idea fissa (1972). Dopo Mike Bongiorno un altro caposaldo dell’Italia più microscopica: i Pooh. Allora, però, Red Canzian aveva le idee meno chiare e qualche aspirazione in più. Appunti per un’idea fissa non si discosta da limiti e pregi del progressive italiano: accenni colti (la Patetica di Beethoven, Corale), sbrachi nel melodismo facile (She’s a stranger) o stupido (Tarzan), buone invenzioni (Equivoco, Lo spegnifuoco) e professionalità indubbia. Difficile spiegare, tuttavia, perché il disco è in lista. Bruno ‘Red’ Canzian, voce, chitarra; Mauro Bolzan, tastiere; Paolo Steffan, basso; Roberto Balocco, batteria.
54. Chamberpot (Gran Bretagna) - Chamberpot (1976). Ensemble d’improvvisatori dedito ad una musica da camera libera ed irta di aculei. Il primo brano (Sleak and healthy a hippo strolls along the river bank, 20’21’’) rende ragione della copertina ed esemplifica l’arte del quartetto, guidato da Wachsmann, già con John Cage, e studioso di Berio e Varèse. Richard Beswick, oboe, corno inglese; Simon Mayo, clarinetto; Philipp Wachsmann, violino; Tony Wren, contrabbasso.
55. Checkpoint Charlie (Germania) - Grüß Gott mit Hellem Klang (1970). Il Checkpoint Charlie era il posto di blocco situato fra le due parti, occidentale e sovietica, di Berlino. I Checkpoint (esibiscono un Paolo VI in copertina) affiancano Floh de Cologne e Ton Steine Scherben fra i gruppi più impegnati politicamente a sinistra, autori di un cabaret polemico in linea con la tradizione tedesca del Novecento. Recitativi e sberleffi si alternano ad accensioni elettriche e quasi cacofoniche. Uwe V. Trotha, voce; Malte Bremer, chitarra; Werner Walten, chitarra; Joachim Krebssalat, tastiere; Harald Linder, voce, basso; Werner Heß, batteria.
56. Théâtre du Chêne Noir (Francia) - Chant pour le delta, la lune et le soleil (1976). Il gruppo teatrale prende il nome dall’omonimo teatro di Avignone, presso la cappella medioevale di Santa Caterina, in cui s’installò nel 1971. Nonostante l’assenza della plasticità delle immagini per cui la musica fu ideata, il progressive della Quercia Nera funziona bene anche da solo, lento e liquido come un racconto incantato. Gérard Gelas, musiche e testi; Nicole Aubiat, voce, narrazione; Philippe Puech, voce, vibrafono; Monik lamy, voce, percussioni; Daniel Dublet, piano, violoncello, congas; Jean-Louis Cannaud, voce, flauto, sassofono, percussioni; Pierre Surtel, voce, sassofono, vibrafono; Christine SchaffterThierry Bergerot, tastiere; Abel Valls, basso, contrabbasso; Christine Schaffter, voce, sassofono, percussioni; Jean-Pierre Chalon, batteria, percussioni.
Un concerto tenuto presso la loro città d’origine nel 1972 (Free concert, con l’aggiunta di un concerto europeo del 1973; con Damo Suzuki e tre brani da Tago Mago), un bootleg (registrato a Stoccarda, senza Damo Suzuki; due pezzi da Future days e Soon over Babaluma più due improvvisazioni di venti e trenta minuti) e una raccolta di rarità (Radio waves, anni 1969-1972, in cui spiccano i trentacinque minuti di Up the Bakerloo line with Anne, già proposto nelle loro BBC sessions) sono le posterule secondarie a cui accedere al magnifico tempio dei Can.
Come chiunque sa, si formarono a Colonia alla fine degli anni Sessanta: due maturi allievi di Karl-Heinz Stockhausen, il pianista Irmin Schmidt e il bassista Holger Czukay, l'altrettanto navigato Jaki Liebezeit (batteria, proveniente dal free-jazz), il più giovane Michael Karoli (chitarra, allievo a sua volta di Czukay) e l’afroamericano Malcom Mooney (che ideò il nome del gruppo) poi sostituito dal vagabondo giapponese Damo Suzuki, reclutato, per uno di quei miracoli artistici impossibili eppure reali, mentre i Nostri sorseggiavano un caffè presso un locale di Monaco.
Karl-Heinz Stockhausen, un nome che è l’avanguardia musicale del Novecento, perfezionista, esteta, allievo del grande Olivier Messiaen; Stockhasen, quello che teneva seminari per Grace Slick e Jerry Garcia e fu avvistato ad un concerto dei Jefferson Airplane: quelli furono tempi gravidi di possibilità - tempi in cui un pugno di crucchi maturati in questo brodo accademico, suggestionati dalle prime sperimentazioni rock e amanti degli influssi etnici (il capolavoro Canaxis 5 di Czukay è del 1968), potevano creare, con l’ausilio di un paio di sciroccati fuori sede, alcune delle opere fondamentali del secolo passato.
La loro produzione fu discontinua, altalenante e dispersiva: alcune gemme sono tuttora poco ascoltate. Rimangono, come i Faust, diversi da tutti, anche da quei corrieri cosmici che rappresentarono una delle più fulgide alternative al mainstream dei Settanta.
Impossibile definire univocamente il fascino del loro suono che vi costringerà a seguirli, con stupefatta ammirazione ed immutato piacere, anche nelle tracce più impegnative ed estese.
08.05.1973 (broadcast 29.05.1973; Aeolian Hall Studio 2; Knaup, Karrer, Weinzierl, Fichelscher, Leopold, Rogner) - Marnana - Green bubble raincoat man - Dem Guten Schönen Wahren - The trap