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domenica 9 settembre 2012

Grrrls you should know vol. 1 - (Bikini Kill/Le Tigre/Sleater-Kinney/Bratmobile)

Kathleen Hanna/Bikini Kill

Il fenomeno delle riot grrrls nacque nello Stato di Washington (Olympia) all’inizio dei Novanta e a pochi chilometri da Seattle. Tale terza ondata femminista (la prima inveratasi agli albori del Novecento, la seconda dai Sessanta in poi), materiata da etica DIY (Do it yourself) e da connessioni con associazioni LGBT (Lesbian Gay Bisexual Transgender), riviste di settore, arti alternative, rimane di fatto scevra da rivendicazioni politiche universaliste o a sfondo economico; se le lavoratrici tessili della fascia atlantica degli Stati Uniti, sin oltre la Depressione, lottavano per non crepare a trent’anni, le nuove grrrls si occupavano, più o meno coscientemente, della inferiorità sessuale femminile in una vessatoria società post-industriale che credevano ancora strutturata patriarcalmente.
Tale il loro limite: attivare un contro-sciovinismo (anche se spesso declinato con autoironia sardonica: vedi Kathleen Hanna che si tatua ‘slut’ sulla trippetta) in un mondo il cui proprio il patriarcato e la famiglia tradizionale eran già cascami inutilizzabili e le leggi che assoggettavano le donne nient'altro che lacci pensati per l’intera umanità, ridotta a poltiglia scialba, androgina, irriflessa e consumatrice: il turbocapitalismo si occupa fintamente dello squilibrio nei rapporti fra i sessi (e di qualsiasi diritto) in modo da coprire rapporti di forza economici e sociali sempre più induriti nell’ingiustizia; e proprio le lotte delle riot per la liberazione sessuale furono, allora come adesso, adeguatamente decostruite e rimontate in ossequio al subliminale simbolismo pubblicitario oppure per semplici abbellimenti di progressismo spicciolo, debordianamente spettacolari: gli outing famosi, i vari Live Aid, le campagne di MTV, le modelle ecologiste, la prurigine delle diversioni sessuali, la gnagnera sui diritti umani, l’ecumenismo d’accatto … Basta sfogliare una rivista glamour qualunque per essere asfissiati da tale mistura di terzomondismo, trasgressione, ribellismo anarcoide e goliardico, istigazione al consumo, superficialità, il tutto declamato in una neolingua scipita e piatta che aborre il polisenso e le subordinate (inframezzata dalle pagine dei consigli commerciali, in schiacciante maggioranza). Negare in concreto ciò che si predica ardentemente dal palco, cianciare con foga di diritti universali mentre si approntano leggine particolari che conducono alla miseria, e, soprattutto, concedere il fantasma della libertà, una libertà apparentemente sfrenata, illimitata, in vista di negarne, all'atto pratico, i veri fondamenti: questa l’essenza del Potere, oggi come nei Novanta delle riottose. L’operoso silenzio, l’assenza, lo studio assiduo, il Non serviam!, le alternative reali, sono virtù per pochi.
La loro ideologia fuori bersaglio (il che vale anche per il grunge) fu, insomma, abilmente riutilizzata dal Moloch per ottenere proprio quegli effetti sociali che le grrrls asserivano di detestare. Ciò non toglie che alcuni gruppi abbiano prodotto buona musica; in alcuni casi molto buona.
La madrina delle grrrls parrebbe essere Courtney Love, ma, per usare le parole di un grande critico, stinge sulla signora la fama spropositata di uno dei più celebri suicidi degli ultimi vent’anni.
In realtà eleggeremo a tale carica la succitata Kathleen Hanna; Revolution girl style now delle Bikini Kill (1991) è il terminus a quo del nuovo movimento. L’electroclash postremo di Le Tigre una loro degna evoluzione.

Bikini Kill (USA, Washington State). Kathleen Hanna, voce; Billy Karrem, chitarra; Kathi Wilcox, basso; Tobi Vail, batteria.

Le Tigre (USA, New York). Kathleen Hanna, voce; Johanna Fateman, chitarra; Sadie Benning sostituita da JD Jocelyn Samson, elettronica.

Sleater Kinney (USA, Washington State). Carrie Kinney, voce, chitarra; Corin Tucker, voce, chitarra; Lora MacFarlane, batteria. 

Bratmobile (USA, Oregon). Allison Wolfe, voce; Erin Smith, chitarra; Molly Neuman, batteria.

giovedì 16 agosto 2012

Grouper - Cover the windows and the walls (2007)

Grouper non è altri che Liz Harris, all'incrocio fra la psichedelia onirica e dilatata di Azalia Snail, Elisabeth Fraser e il paradisiaco incanto di Ashera. La Harris non ha, di certo, il talento melodico di Snail e tende, pericolosamente, alla monocromia: tutte le sue composizioni sono nenie angeliche e tremolanti, aeree e sfumate; solo una volta si sfiora la cupezza (You never come), con un suono più largo e solenne; il tono predominante, invece, è estasiato, melanconico e liquido. Le modulazioni da sirena di Harris sarebbe state perfette nelle scene conclusive del Wild blue yonder di Werner Herzog. Nel film del tedesco, una fantasia fantascientifica, una missione spaziale esplora gli abissi interstellari alla ricerca d'un nuovo mondo abitabile: la Terra, infatti, sta morendo. Gli astronauti trovano un pianeta perfetto, con mari estesi e nuovi esseri viventi: le commoventi riprese finali, sottomarine, svelano una fauna brulicante, dalla vita semplice e miracolosa, resa incantata, rallentata e sognante dal filtro diafano delle acque e dai giochi di luce dei riflettori degli esploratori. Tale scoperta, tuttavia, sarà inutile: al loro ritorno gli astronauti troveranno la Terra spopolata, e riconsegnata (una benedizione?) all'imperio della Natura*.
Per finire: tali lavori possono risultare, per qualcuno, noiosi. Si fa per dire. La noia è un sentimento nobile, da usare per la disperazione metafisica. Noia, in tali casi volgari, significa insofferenza. Quasi impossibile** usarla come parametro estetico: essa esprime, infatti, nel migliore dei casi, la nostra incapacità a rapportarsi con materiali diversi dall'ordinario; nel peggiore significa o scarsa preparazione oppure, quasi sempre, un ottundersi del gusto, reso tale dalla frequentazione con pietanze da dozzina. Un teppista futurista (poco tempo fa ancora alla moda) scrisse addirittura un florilegio di critiche cinematografiche basato sulle sue insofferenze (e non voglio ricordarne il nome, anzi voglio dimenticarlo). Come diceva PPP: “Quanta stupidità … che bolgia di stupidità!”.

* Il film è più complesso: la narrazione è fatta da un alieno caduto sulla Terra.
** Non nel caso di Nietzsche a cui fremevano le gambe quando ascoltava musiche non di suo gusto. 

lunedì 26 dicembre 2011

American punk-hardcore 1980-1986 vol. 2 - (Oregon/Washington)


E-13 (Portland) - Pankreatitis (1985)
Final Warning (Portland) - I quit (1985)
Final Warning (Portland) - The bunker (1984)
Poison Idea (Portland) - Laughing boy (1985)
Poison Idea (Portland) - Die on your knees (1985)
Poison Idea (Portland) - Think twice (1983)
Sado Nation (Portland) - Fear of failure (1983)
Sado Nation (Portland) - Were not equal (1982)
Sado Nation (Portland) - Messed up mixed up (1982)


WASHINGTON

Lockjaw (Seattle) - Dead friends (1983)
Lockjaw (Seattle) - Portland (1983)
Mr. Epp and the Calculations (Seattle) - Intellectual fool (1984)
Mr. Epp and the Calculations (Seattle) - Jaded (1982)
Mr. Epp and the Calculations (Seattle) - Mohawk man (1982)
Rejectors (Seattle) - Struggle (1984)
RPA (Seattle) - Shoot the Pope (1984)
Silly Killers (Seattle) - Nothing to say (1984)
Solger (Seattle) - American youth (1982)
Solger (Seattle) - I hate it (1982)
Ten Minute Warning (Seattle) - Buried alive (1984)
The Accused - Reagan’s war puppets (1983)
The Accused  - WCALT (1985)
The Fartz (Seattle) - How long (1981)
The Fartz (Seattle) - People united (1982)
The Fartz (Seattle) - World full of hate (1982)
The Refuzors - White power (1981)


venerdì 21 ottobre 2011

Eluvium - Talk amongst the trees (2005)


Matthew Cooper (nato nel Tennessee, cresciuto a Louisville, Kentucky, ora residente nell’Oregon, a Portland), tastierista e chitarrista, raggiunge, con Talk amongst the trees, assieme all’esordio Copia,  il vertice della propria produzione.
La sua musica gode di una struttura elementare, basata com’è sul gioco dei due strumenti anzidetti, ma Cooper riesce comunque a generare composte architetture minimali e ambientali fidando soprattutto sulla lunga durata; le sue avvolgenti sonorità abbisognano, infatti, per formalizzarsi compiutamente  in oggetto e nella mente dell’ascoltatore, di dipanarsi lentamente: negli episodi più alti (Taken, New animals from the air, One) uno strumento assolve il compito di una frase ripetitiva o di semplice bordone, mentre l’altro esegue minime variazioni su quel tema insistito che possono anche evolvere in crescendo come in Taken (16’56’’): qui un delicato e ripetitivo strumming di chitarra viene gradatamente sommerso dal gonfiarsi dell’onda delle tastiere. New animals from the air (10’47’’), invece, pur vantando la stessa impostazione, non ne altera il ritmo per tutta la sua durata; One (7’44’’) è ancor più spoglia, dominata da profonde pulsazioni e labili tastiere (quasi un Trollmann av Ildtoppberg); Show us our homes (4’46’’) è un breve quadro di musica ovattata e sospesa come in un paesaggio nebbioso e invernale; Calm of the cast-light cloud (5’30’’) è pura monocromia.
L’impressione generale è che Eluvium si tenga lontano dalla feconda ambiguità dei Labradford o dall’attonita meraviglia dei Lightwave o da certe cupe profondità di alcuni contemporanei: la sua peculiarità consiste nell’iterare, variandole lentamente, sonorità pulite ed ordinate, venate da freddi accenti crepuscolari, seppur mai problematiche o davvero profonde.