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venerdì 24 luglio 2015

Robert Fripp/Brian Eno - Live at Olympia, Paris, May 28, 1975 (2011)


Ogni tanto la realtà, inaspettatamente, subisce delle crepe.
Quella muraglia, senza alcuno iato, candida e inoppugnabile (e praticamente perfetta in quanto noi la riteniamo, per negligenza e pigrizia, scevra da ogni smagliatura), permette, delle volte, d'intravedere barbagli e speranze di un ulteriore piano dell'esistenza. 
Barbagli, chiarori celestiali, faville infernali, bisbigli, sospiri.
Da una di tali spaccature del conformismo ieri sera, senza avvertimenti o blande premonizioni, sono filtrati suoni d'altri mondi.
Verso le due di notte, una radio ... i loop di Brian Eno, pulsanti come espirazioni ultraterrene, si costituivano incessanti quale sfondo metafisico a lunghi, atemporali ritagli elettrici: gli accordi di Robert Fripp.
Null'altro.
Sono passati quarant'anni dall'esibizione del duo a Parigi. Nel 2011 se ne è ricavato un triplo album: due ore e dieci di musica. O quel che è. Un flusso ininterrotto di sonorità trascendenti a cui non vale opporsi.
Sì, sciogliete i legami che vi legano al ponte della nave di Odisseo.
Tendete l'orecchio.
Fatevi tutt'uno con la Santa Sapienza.

venerdì 28 febbraio 2014

Talking Heads - Memories can't wait. The best of Talking Heads (2014)



Cosa dobbiamo, a quasi quarant'anni di distanza, ai Talking Heads? Quella di averci liberato dal rock, dai patemi del rock, dalle pastoie del luogo comune del rock.
Ecco il cantante rock che avanza sulla scena, blatera, suda, urla - un Dioniso crocifisso che rende plastico il proprio dolore e il dolore del mondo; e il chitarrista che officia questo rituale sacrificio di morte e rinascita, dietro ai clangori della sezione ritmica; e tutti i parafernalia e il bric-à-brac connessi a tale messa in scena: le luci, i fumi, gli annunci roboanti, gli aizzamenti del pubblico - sempre meno pubblico e sempre più congregazione fanatica - e poi i bis, i tris, i karaoke, gli assoli, i ritornelli ...
David Byrne, Jerry Harrison, Tina Weymouth e Chris Frantz fanno retrocedere d'un colpo, sino al dejà vu, tutto questo (in alcuni casi lo rendono kitsch, improponibile): la loro musica è, invece, priva di pathos, asettica, bianca, ritmata sino al ballabile e alle fredde ingerenze world di I Zimbra e Remain in light; e declinata dalla voce pacatamente lounge e schizoide di Byrne. Per operare tale rottura i Nostri si affidarono alla persona giusta: Brian Eno; e svernarono nella capitale del mondo, New York, che, durante la no wave, di tale rottura sarà l'incubatrice, partorendo psicopatici in serie: Mars, Suicide, Arto Lindsay, DNA.
Ai Talking Heads va, però, riconosciuto un ulteriore doppio merito: quello di essere arrivati primi (i demos della CBS datano al 1975), mentre tutto il mondo si preparava, invece, al punk e all'hardcore, ovvero a quelle ultime, oblique reviviscenze della brutalità rock più sanguigna; e quello di aver seppellito, nella loro tana, pure il maledettismo dei Velvet Underground che, dalla loro prospettiva, gelida e distaccata, soffriva un decadentismo estetizzante troppo marcato.
Alle calde e rassicuranti mattane del rock 'n' roll, incendiarie e risapute, i Talking Heads opposero una pop dance fintamente composta: d'una calma inquietante come un paziente sotto sedativo.

martedì 3 aprile 2012

Brian Eno & Cluster - Cluster & Eno (1977)/After the heat (1978)


I Cluster: chi sono mai costoro? Come il Carneade di Don Abbondio il loro nome aleggia nell'aria senza che si possa, dai più, dare consistenza a questo flatus vocis. Invece basta smuovere questo sasso, apparentemente secondario nello svolgimento del krautrock, per veder formicolare i migliori nomi della musica tedesca d'avanguardia degli anni Settanta. Nomi che, forse, dicono molto a pochi e viceversa (a pochi, ai soliti pochi o ai pochi felici, happy few?).
Alla fine degli anni Sessanta Hans-Joachim Roedelius, Dieter Moebius e Conrad Schnitzler formano i Kluster: dopo tre notabili album, registrati nel giro di pochissimo tempo, Schnitzler abbandona i due che, con l'ausilio di Conny Plank (dapprima compositore, poi soprattutto produttore) si derubricano in Cluster. Cluster I, Cluster II, Sowiesoso, Zückerzeit sono i parti del nuovo ensemble, lavori fondamentali della nuova musica germanica. Siamo appena al 1976: i Nostri lavorano veloci; nel biennio 1974-1975 s'erano uniti a Rainer Rother, co-fondatore dei Neu!, licenziando, come Harmonia, Musik from Harmonia e Harmonia deluxe; il nuovo terzetto si ritroverà in studio assieme a Brian Eno (suggestionato dall’ascolto di Zuckerzeit) e registrerà alcune tracce che vedranno la luce solo vent'anni più tardi in Tracks and traces. Costretto Rother, per obblighi contrattuali, a rifluire nei Neu!, la triade superstite Roedelius-Moebius-Eno entrerà, finalmente, negli studi di Conny Plank (ormai in veste di produttore) per registrare, in due anni, altrettante opere, robustamente supportata da alcuni strumentisti d'eccezione, Holger Czukay, dei Can, al basso, Asmus Tietchens alle tastiere, Okko Bekker alla chitarra.
La collaborazione di Brian Eno porterà visibilità al duo tedesco, anche se i risultati artistici saranno ineguali. Brian Eno riuscirà a smussare gli spigoli elettronici più puntuti della coppia, anche grazie alla condensazione in brevi quadri strumentali: Für Luise (affine agli strumentali di Heroes) o la più facile Die Bunge, ad esempio, vanno certamente ascritte all'inglese, mentre le tastiere di Steinsame, quasi un sottofondo per una ieratica recitazione di Nico, o le rielaborazioni al sitar di One ricadono, per l'atmosfera semplice ed evocativa, nella sfera d'ispirazione di Roedelius e Moebius. Osiamo dire che, in tale album, diviene palpabile (e ciò implica un giudizio di valore, beninteso) la differenza fra sensibilità continentale ed insulare: ascendenti giganteschi ed ineludibili, culturali prima che musicali, non possono che necessariamente trapelare; d’altra parte basta ascoltare, uno di seguito all’altro, le vignette elettroniche di Zuckerzeit e Another green world.
Nel successivo After the heat il corno ispirativo di Eno prende il sopravvento; egli interviene vocalmente in tre notevoli canzoni, The belldog, Broken head e Tzima N'arki (in cui i testi King's lead hat girano al contrario), e l'intera opera suona come una sua creatura. Ne guadagnano amalgama e facilità d'ascolto (Base & apex, Foreign affairs), anche se i bozzetti ambientali e pianistici restanti scivolano via trascurabili.
Il materiale verrà variamente raccolto a metà degli anni Ottanta in tre diversi lavori: Begnegungen I e II e Old land.