"Guardo l'avvenire dal fondo d'un passato nerissimo, e trovo che nulla mi è permesso, tranne la fedeltà a una causa assolutamente perduta"
Joseph Conrad, lettera a Cunningham Graham
I berlusconiani, il Festival di Sanremo, Al Bano Carrisi, i preti e le femmine in gramaglie, le balere, la DC, Alberto Sordi.
Joseph Conrad, lettera a Cunningham Graham
I berlusconiani, il Festival di Sanremo, Al Bano Carrisi, i preti e le femmine in gramaglie, le balere, la DC, Alberto Sordi.
Una volta avrei riso di queste sciocchezze. Non adesso, però. Tutte queste cose, in realtà, dicono molto sull’Italia e, ormai, su di me. No, non rido. E sapete perché non lo faccio? Perché ho imparato ad amare gli Italiani.
Questa affermazione potrà apparire bislacca, ma ... state a sentire.
Sono nato a sinistra. Feci in tempo, per due volte, a votare Partito Comunista Italiano. Amen.
In altre parole: ero comunista.
Dovete stare attenti: queste non sono affermazioni politiche: sono prese d'atto. Ero così. A dirla tutta non sapevo proprio cosa significasse essere comunista: posso confessarvi che c'entrava poco con la collettivizzazione della terra e l'abolizione della proprietà privata. Credevo in uno Stato totale, benigno e regolatore, questo sì, e nell'onestà di fondo dei dirigenti di partito, individui pronti a trasferire questa loro inclinazione a livello nazionale, una volta vinte le elezioni. Punto. Per il resto mi interessavano poco le riunioni, le candidature, i programmi, i preamboli, le intenzioni; le sale fumose, i dibattiti, le mozioni.
Mi piaceva molto la burocrazia attiva: l'assegnazione dei libri scolastici gratuiti, ad esempio. Cosa bisogna fare? E si spiegava alla mamma il passo necessario. L'otturazione del molare all'Enpas: è possibile? Certo, si può fare, ma devi riempire il modulo tale e presentarlo in talaltro posto. E le esenzioni per la borsa di studio? Quest'anno è cambiato tutto: devi fare così e così et cetera. Una volta, al liceo, tentai di organizzare pure una biblioteca gratuita, ma andò a schifio.
Al contrario mi trovavo a disagio (a dire il vero lo trovavo insopportabile) con il lato sessantottino e movimentista del PCI: l’esistenza bohemienne, la scapigliatura di sinistra, il cantautore barbuto col lambrusco sul tavolo, gli artisti off e ‘de sinistra’ (tanto più arroganti quanto più insulsi), i brindisi, le canne, le iniziative estemporanee. Una volta, a una festicciola per l'elezione di non so chi, di fronte all'ennesima birretta stappata sotto il ritratto di Enrico Berlinguer e del fesso che imbracciava una chitarra per declinare (ancora!) De André o Guccini, mi sorpresi a pensare con forza: "Mi sa che io, alla fin fine, sono fascista" (i populisti, negli anni novanta, erano ancora merce rara). La mia vita è ricca di queste rivelazioni improvvise: si scorre tranquilli per anni, poi, come se avessi lentamente sovraccaricato di tensione una linea, avviene l'inopinato corto circuito: "Mi sa che io, alla fin fine, sono fascista".

